<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Diego Marani</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/dmarani/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sat, 26 May 2012 20:00:11 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>L&#8217;autoparodia della Fai</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/11/signo-perdis/226682/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/11/signo-perdis/226682/#comments</comments> <pubDate>Fri, 11 May 2012 14:24:26 +0000</pubDate> <dc:creator>Diego Marani</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[brigate rosse]]></category> <category><![CDATA[fai]]></category> <category><![CDATA[simbolo]]></category> <category><![CDATA[terrorismo]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=226682</guid> <description><![CDATA[Lascio agli esperti l&#8217;interpretazione politica e l&#8217;analisi sociologica dello squilibrato volantino con cui la FAI (Federazione Anarchica Informale) rivendica la gambizzazione di Adinolfi. Spetterà a loro individuare le correnti di delirio che animano questi scalmanati, il sottobosco insurrezionalista da cui provengono e le contorte letture che li ispirano. Io mi limito a soffermarmi su un dettaglio del proclama della FAI:...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/05/fai.gif?47e3a5"><img class="alignleft size-full wp-image-226783" title="fai" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/05/fai.gif?47e3a5" alt="" width="298" height="298" /></a>Lascio agli esperti l&#8217;interpretazione politica e l&#8217;analisi sociologica dello squilibrato <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/11/adinolfi-dimesso-dallospedale-rivendica-lagguato/226492/" target="_blank">volantino con cui la FAI (Federazione Anarchica Informale) rivendica la gambizzazione di Adinolfi</a>. Spetterà a loro individuare le correnti di delirio che animano questi scalmanati, il <strong>sottobosco insurrezionalista</strong> da cui provengono e le contorte letture che li ispirano. Io mi limito a soffermarmi su un dettaglio del proclama della FAI:<strong> il simbolo</strong>.</p><p>Nell&#8217;era della pubblicità, si sa, per un movimento il simbolo è tutto. Dalla sua forza comunicativa spesso dipende il seguito e il successo che riesce ad avere. Pensiamo ai moderni simboli e bandiere di Forza Italia o della Lega, stelle fortunate, azzurre o verdi, stendardi, imitazioni floreali e cerchi magici. Ma ricordiamo anche la panciuta stella a cinque punte delle orride Brigate Rosse. Un simbolo che sapeva cogliere il momento, esprimere il tempo in cui si manifestava il movimento, le attese e le paure che suscitava. La <strong>stella brigatista </strong>era quella delle rivoluzioni e del comunismo, evocativa e feroce, carica di promessa redentrice e di romanticismo rivoluzionario, sinistra nel senso di funeraria, nera di ciclostile ma rossa di sangue.</p><p>Invece a guardare il simbolo dei poveri FAI viene innanzitutto in mente uno di quei disegnini che si fanno sul bloc-notes quando si è al telefono e non si sa come riattaccare. La mamma non molla la pezza, la moglie si raccomanda, l&#8217;amico si confida, il capo dà istruzioni e noi scarabocchiamo per far passare il tempo. Forse è così che i farneticanti ecoterroristi della FAI hanno elaborato il loro simbolo. Su una telefonata della mamma che gli diceva di smetterla di fare i cretini.</p><p>Come lo chiameremo? La ruota a quattro frecce? La stella cadente? Un segno a dir poco astruso da cui parte inesorabile un <strong>messaggio di smarrimento</strong>. Dove siamo? Dove andiamo? E la stella con la A anarchica a destra in alto rende il tutto molto simile a un rebus da Settimana Enigmistica. Cosa vorrà dire? &#8220;Oppure è uno di quei giochi che si  trovano negli involucri delle cicche da masticare o il marchio per indicare che un prodotto è riciclabile. <strong>Mezzo ciclo, quindi mezzo riciclabile</strong>. </p><p>Riciclano tutto, infatti, anche le armi delle vecchie BR. Qui non si butta niente&#8230; Mezzo tondo e quattro frecce senza direzione, il marchio FAI sembra anche una parodia del cartello &#8220;you are here&#8221; delle mappe della metropolitana. Non lo sanno dove si trovano gli squilibrati della FAI, ancora meno sanno dove vanno e il <strong>nucleo Olga</strong> parte malissimo, perché da nucleo non ha neppure un centro, anzi nell&#8217;inconcludenza del disegno sembra alludere a un seguito. Che sia forse questa la pista?</p><p>Ad ogni volantino la FAI continuerà il disegno e alla fine capiremo come gira la loro mente disturbata? Certo è che fra tanti che sono, come almeno dicono, uno straccio di pubblicitario potevano rimediarlo, anche un geometra, un grafico con laurea albanese che ci riflettesse un attimo. Insomma, qui si rilancia il terrorismo, si sfida lo Stato, si pianifica la rivoluzione con un marchio che sembra un tatuaggio da marinaio! Decisamente, anche a terrorismo siamo diventati scarsi e anche in questa nostra tradizionale specialità rischiamo di fare figuracce irreparabili.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/11/signo-perdis/226682/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La guerra delle Falkland</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/10/guerra-delle-falkland/225167/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/10/guerra-delle-falkland/225167/#comments</comments> <pubDate>Thu, 10 May 2012 07:52:14 +0000</pubDate> <dc:creator>Diego Marani</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[coscritti argentini]]></category> <category><![CDATA[Europa]]></category> <category><![CDATA[Falkland]]></category> <category><![CDATA[Goose Green]]></category> <category><![CDATA[HM Sheffield]]></category> <category><![CDATA[missione Libano]]></category> <category><![CDATA[seconda guerra mondiale]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=225167</guid> <description><![CDATA[Trent&#8217;anni fa, proprio in questi giorni, si combatteva la guerra delle Falkland. 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Quella stessa estate, lavorando in un pub londinese, incontrai miei coetanei inglesi reduci dalla battaglia di Goose Green e dall&#8217;affondamento dell&#8217;HM Sheffield. Si sentivano eroi, mostravano ferite, fotografie dal fronte e <strong>oggetti rubati</strong> a soldati argentini uccisi. Ma tutti avevano ancora il terrore negli occhi.</p><p>Prima di allora, facce così le avevo viste solo nei documentari sulla Seconda Guerra Mondiale. I <strong>coscritti</strong> argentini che alzavano le mani davanti ai commando inglesi nei notiziari della BBC assomigliavano molto ai soldati italiani che si arrendevano agli Alleati nelle vecchie pellicole in bianco e nero che ci proiettavano a scuola. Di colpo mi accorsi che avrei potuto essere al loro posto. Le Falkland riportavano la guerra in Europa. Da allora è sempre stata presente, vicina a noi. Da allora abbiamo ricominciato ad avere caduti in guerra. Avevamo a lungo creduto che queste parole appartenessero solo ai monumenti del passato.</p><p>Oggi ci siamo invece riabituati a <strong>lutti</strong> che per la nostra generazione erano impensabili. In questi mesi è uscito in Italia un romanzo dello scrittore argentino Rodolfo Fogwil che racconta la guerra delle Falkland. &#8220;Scene da una battaglia sotterranea&#8221; non è un libro di eroismo, ma di miseria e umiliazione. I protagonisti della storia sono un gruppo di disertori argentini che si scavano un nascondiglio sotterraneo e da lì barattano provviste in cambio di <strong>informazioni</strong> tattiche con i nemici inglesi trincerati a poca distanza. &#8220;Armadilli&#8221; si chiamano fra di loro, perché come il brutto animale vivono in tane sotterranee. Non hanno valori né principi gli armadilli e così vendono agli inglesi l&#8217;ubicazione delle basi argentine, pronti a far saltare in aria i loro compagni sotto le bombe degli Harrier per un po&#8217; di kerosene, zucchero e sigarette. Governa la banda un triumvirato di &#8220;re Magi&#8221; che non esitano a vendere anche i loro compagni come prigionieri di guerra per garantirsi la sopravvivenza.</p><p>Nessun armadillo può scappare, perché gli altri lo ucciderebbero. Se gli ufficiali argentini ne trovano uno, tutti verrebbero scoperti e fucilati. Nelle missioni per andare a barattare merci con gli inglesi molti <strong>armadilli</strong> muoiono congelati o uccisi dalle bombe. Ma la più grande preoccupazione degli armadilli è la diarrea, perché chi ce l&#8217;ha viene sbattuto fuori dalla Tana e alle temperature polari dell&#8217;inverno australe questo vuol dire morire congelati. Il romanzo è una storia di bassezze dove l&#8217;ideale della patria viene trascinato nel fango assieme alla retorica del nazionalismo. Nella melma morale e fisica del loro nascondiglio, gli armadilli hanno perso ogni dignità, ogni rispetto per il loro paese che li ha buttati in quella guerra<strong> assurda</strong>. &#8220;Cosa desideri più di ogni altra cosa in questo momento?&#8221; chiede uno degli armadilli a un suo compagno. &#8220;Scopare, scopare e essere brasiliano.&#8221; &#8220;Come, nero?&#8221; &#8220;Qualsiasi cosa. Ma brasiliano.&#8221; Un libro che fa riflettere in questi tempi di indebolimento degli Stati.</p><p>Oggi la guerra è diventata una professione e i nostri soldati sono specialisti che accettano di correre un alto rischio in cambio di denaro. Nessuno in Europa sarebbe più pronto a morire per una patria e forse questa è una<strong> fortuna</strong>. Ma se da un lato ci siamo liberati dal fanatismo della morte eroica, non ci siamo liberati dalla contraddizione insita nel fatto che la tutela della nostra libertà e della nostra civiltà prima o poi esige da noi un prezzo, un impegno, un sacrificio condiviso. Ci sono generazioni di italiani che sono vissuti in epoche in cui la storia è venuta a riscuotere questo prezzo. Noi che eravamo giovani nel 1982 ne abbiamo sentita una<strong> lontana</strong> avvisaglia nell&#8217;anacronistica guerra delle Falkland, combattuta da nostri coetanei. In questi tempi duri dove la crisi sfalda il tessuto sociale, indebolisce la solidarietà nazionale e mette tutti contro tutti, la tetra storia degli armadilli argentini ha qualcosa da insegnarci.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/10/guerra-delle-falkland/225167/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>L&#8217;eurocrazia non esiste</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/03/leurocrazia-esiste/216812/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/03/leurocrazia-esiste/216812/#comments</comments> <pubDate>Thu, 03 May 2012 10:49:28 +0000</pubDate> <dc:creator>Diego Marani</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[culture nazionali]]></category> <category><![CDATA[erasmus]]></category> <category><![CDATA[Eurocrazia]]></category> <category><![CDATA[multilinguismo]]></category> <category><![CDATA[paesi]]></category> <category><![CDATA[popoli]]></category> <category><![CDATA[Unione Europea]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=216812</guid> <description><![CDATA[Sul Foglio di qualche giorno fa Giorgio Israel denunciava la deriva dell&#8217;Europa &#8220;forza gentile&#8221; come l&#8217;aveva definita Padoa-Schioppa e la sua trasformazione in una burocrazia succube del politicamente corretto. Israel esplorava in particolare il fallimento dell&#8217;unificazione culturale europea e descriveva come anche un potente strumento di integrazione come Erasmus, si sia trasformato negli anni da...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Sul Foglio di qualche giorno fa Giorgio Israel denunciava la deriva dell&#8217;Europa &#8220;forza gentile&#8221; come l&#8217;aveva definita Padoa-Schioppa e la sua trasformazione in una <strong>burocrazia succube del politicamente corretto</strong>. Israel esplorava in particolare il fallimento dell&#8217;unificazione culturale europea e descriveva come anche un potente strumento di integrazione come<strong> <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Progetto_Erasmus" target="_blank">Erasmus</a></strong>, si sia trasformato negli anni da programma di studio in soggiorno di vacanza.</p><p>Giorgio Israel ha ragione quando lamenta la<strong> dispersione delle nostre ricchezze culturali nazionali</strong> nel tritatutto europeo senz&#8217;anima e senza carattere. Ha meno ragione quando ne attribuisce tutta la colpa all&#8217;Eurocrazia. Innanzitutto perché l&#8217;Eurocrazia è come la Padania: non esiste. Esiste la funzione pubblica europea, come esiste quella italiana, che fa funzionare le istituzioni europee cui i Trattati attribuiscono determinate competenze. La cosiddetta Eurocrazia non ha nessuna competenza in materia culturale, perché le è vietato dall&#8217;<strong>articolo 169</strong> del trattato di Lisbona. Allora i colpevoli del fallimento della costruzione di una vera unità culturale europea dove i grandi scienziati e letterati delle nostre singole nazioni siano percepiti dall&#8217;opinione pubblica di tutti i nostri paesi come rappresentanti di un <strong>unico patrimonio culturale europeo</strong> non bisogna cercarli a Bruxelles, ma nelle nostre capitali.</p><p>Sono i governi nazionali che fin dall&#8217;inizio della costruzione europea hanno voluto <strong>escludere la cultura e l&#8217;istruzione</strong> dalle sue competenze. Bruxelles non può neppure formulare raccomandazioni in campo culturale e educativo, perché gli Stati hanno voluto conservare qui ogni prerogativa. Da sempre la Commissione europea denuncia i <strong>limiti del modello della lingua unica</strong> e mette in guardia la società europea contro le contraddizioni della diffusione indiscriminata dell&#8217;inglese. Molte università in questo dimostrano ben poca lungimiranza e accortezza, come le tante, anche italiane, che oggi impartiscono l&#8217;insegnamento in inglese anziché nella lingua nazionale. A Bruxelles invece si fa di tutto per promuovere <strong>un&#8217;Europa del multilinguismo</strong> e in questo campo, malgrado le limitazioni imposte, le istituzioni europee sono riuscite a sviluppare una vera e propria politica.</p><p>Lanciata durante il mandato del Commissario europeo Leonard Orban, e portata avanti ancora oggi, la strategia dell&#8217;UE mira a promuovere non qualsiasi lingua a caso e senza nessuna distinzione di importanza, come accusa Giorgio Israel, ma qualsiasi lingua che serva l&#8217;obiettivo dell&#8217;integrazione europea. Nell&#8217;impossibilità di definire una gerarchia delle lingue più importanti, per il divieto imposto dall&#8217;articolo 169, l&#8217;Europa ha trovato questa scappatoia che in una certa misura determina da sé una scala di priorità corrispondente alla realtà. Giorgio Israel lamenta poi la deriva di Erasmus, rimproverando il fatto che gli studenti non imparano più la lingua del paese in cui vanno a studiare. Ancora una volta si dimentica che Bruxelles non può imporre quest&#8217;obbligo nel programma, sempre per il famoso articolo 169. Ma del resto, non spetterebbe piuttosto alle università ospiti esigere dagli studenti in scambio un esame in lingua? Non rientra questo nel tanto decantato principio della sussidiarietà?</p><p>C&#8217;è poi una contraddizione nell&#8217;articolo di Giorgio Israel quando accusa lo strapotere dell&#8217;inglese ma al tempo stesso critica le spese a suo dire vertiginose che le istituzioni europee sostengono per la <strong>traduzione</strong>. Innanzitutto va ricordato che tutta la traduzione che si fa a Bruxelles costa a ogni cittadino europeo l&#8217;equivalente di due caffè all&#8217;anno: un&#8217;inezia. Ma soprattutto non bisogna mai dimenticare che se di costi si tratta, anche le elezioni costano. Per le istituzioni europee la traduzione è un inderogabile costo della democrazia. A meno che non si accetti che le direttive europee, i bandi di gara e i regolamenti comunitari vengano pubblicati solo in inglese e che i cittadini europei poi si arrangino a capirli o a farli tradurre a loro spese. Tornando all&#8217;individuazione del colpevole dello svuotamento delle nostre culture, io tendo invece a vederlo nella perdita di spessore dei nostri uomini politici, che pensano di superare i problemi della globalizzazione con un ritorno al vecchio nazionalismo e che con queste idee superate condizionano l&#8217;azione delle istituzioni europee.</p><p>Abbiamo assistito per tutto il 2011 ai <strong>ciechi sdilinquimenti del nostro 150° anniversario</strong>. Nessuno ha pensato di ricordare, anche solo a margine delle celebrazioni, che il nostro Risorgimento è stato l&#8217;affossamento di altre patrie? Caporetto per noi fu una disfatta, ma sui libri di storia sloveni è ricordata come un episodio di riscatto della slovenità minacciata. Quale patria ha ragione? Solo quelle che hanno vinto? Anche dalla demolizione delle patrie comincia l&#8217;Europa. Saremo veramente liberi quando potremo sceglierci la patria che vogliamo e quando potremo dirci italiani anche se siamo di madrelingua tedeschi o serbi, figli di idee e principi e non di territori disegnati dal Risiko dei vecchi Stati.</p><p>Invece di abbandonarsi a tante vane trombonate, i nostri politici oggi dovrebbero investire nella creazione di un<strong> nuovo sistema di lealtà e appartenenza</strong> che superi le antiche patrie. Senza negarne il valore e la storia, ma riconoscendone l&#8217;inadeguatezza. Un sistema che sia davvero europeo, non asettica spartizione proporzionale ma sintesi di idee senza etichette di provenienza. Per sperare di fare qualche passo in questa direzione bisogna aprire la cultura alla competenza comunitaria e permettere alle istituzioni europee di legiferare anche in campo culturale. Non lo stiamo dicendo ai quattro venti che un&#8217;Europa economica non basta. Allora , prima dei pollai e dei porcili, che si cominci ad armonizzare l&#8217;istruzione e ad esempio ad elaborare un <strong>manuale di storia condiviso, europeo e non nazionale</strong>, un programma di studi linguistici comune, un canone comune di grandi opere letterarie. Perché come giustamente dice Giorgio Israel, Dante non appartiene solo all&#8217;Italia né Newton solo alla Gran Bretagna, ma è un patrimonio di tutto il continente.</p><p>Solo così allontaneremo i cittadini europei dai nazionalismi che continuano a condizionare la nostra classe politica, solo così avremo qualche speranza di <strong>unire popoli e non stati</strong>, come auspicava Robert Schuman.</p><p lang="it-IT" align="JUSTIFY"> </p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/03/leurocrazia-esiste/216812/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Il Vaticano contro le suore</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/26/vaticano-contro-suore/208566/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/26/vaticano-contro-suore/208566/#comments</comments> <pubDate>Thu, 26 Apr 2012 07:22:53 +0000</pubDate> <dc:creator>Diego Marani</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[Benedetto XVI]]></category> <category><![CDATA[donne chiesa]]></category> <category><![CDATA[giovanni paolo II]]></category> <category><![CDATA[Lcwr]]></category> <category><![CDATA[Leadership Conference of Women Religious]]></category> <category><![CDATA[Lefevriani]]></category> <category><![CDATA[Militia Christi]]></category> <category><![CDATA[suore chiesa]]></category> <category><![CDATA[Usa]]></category> <category><![CDATA[Vaticano]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=208566</guid> <description><![CDATA[Una piccola tempesta sta scuotendo il mondo cattolico americano e anche da noi ne arrivano gli echi. Il Vaticano ha commissariato le suore americane della Leadership Conference of Women Religious (LWCR) (la Conferenza delle superiore maggiori), chiedendo una profonda riforma dell&#8217;ordine. Le religiose d&#8217;oltreoceano sono accusate di avere &#8220;seri problemi dottrinali&#8221; e di essersi &#8220;allontanate...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Una piccola tempesta sta scuotendo il mondo cattolico americano e anche da noi ne arrivano gli echi. Il Vaticano ha<strong> commissariato</strong> le suore americane della<em> </em><em>Leadership Conference of Women Religious</em><em> (LWCR)</em><em> </em>(la Conferenza delle superiore maggiori), chiedendo una profonda riforma dell&#8217;ordine.</p><p>Le religiose d&#8217;oltreoceano sono accusate di avere &#8220;seri problemi dottrinali&#8221; e di essersi &#8220;allontanate dall’insegnamento della Chiesa sull’omosessualità e sul sacerdozio riservato ai maschi&#8221;. Ma soprattutto, l&#8217;indagine della Congregazione per la Dottrina della Fede guidata dal cardinale statunitense William Levada ha riscontrato che le suore hanno fatto dichiarazioni pubbliche che “sfidano i vescovi, autentici maestri della Chiesa, della fede e della morale” e definisce <strong>le idee</strong> della <em>Lcwr </em>“temi da femministe radicali incompatibili con la dottrina cattolica. I vescovi americani si erano dichiarati fortemente contrari all&#8217;introduzione dell&#8217;assistenza medica obbligatoria voluta da Obama, perché temevano che questo avrebbe incoraggiato l&#8217;uso di contraccettivi negli Usa.</p><p>Più vicine alla gente e ai problemi della società, le suore della Lcwr invece l&#8217;avevano apertamente sostenuta, attirandosi così le ire della gerarchia cattolica. Ma quel che si nasconde dietro queste <strong>schermaglie</strong> è molto di più che una diatriba gerarchica. La messa sotto tutela delle suore è un ennesima tappa del processo di demolizione del Concilio Vaticano II che Joseph Ratzinger sta conducendo fin dall&#8217;inizio del suo pontificato. Le suore americane disturbano innanzitutto perché sono donne e poi perché anziché occuparsi di catechismo, conducono attività di <strong>volontariato</strong> fra i diseredati della società americana, assumendo atteggiamenti condiscendenti in materia di omosessualità e aborto. Qui è tutta la presenza della donna nella Chiesa che viene rimessa in questione.</p><p>Fu Paolo VI che per primo coinvolse le donne nei lavori del Concilio, invitando una rappresentanza femminile, in parte laica, che partecipò attivamente ai dibattiti. Oggi il Papa sembra voler sempre più sconfessare tutte le principali riforme introdotte dal Concilio Vaticano II. A cominciare dall&#8217;apertura alle donne. Proprio mentre le suore americane vengono richiamate all&#8217;ordine, Benedetto XVI revoca la scomunica ai lefevriani, i più duri <strong>oppositori</strong> del cambiamento avviato da Paolo VI, che hanno paragonato il Concilio Vaticano II a una nuova Rivoluzione francese. L</p><p>a Fraternità San Pio X trae le sue origini da movimenti sinistri e reazionari, come il &#8220;Sodalitium Pianum&#8221; di Umberto Benigni, il vescovo antisemita e filofascista che fu un paladino della battaglia antimodernista sempre condotta da una parte della Chiesa Cattolica. I vescovi ribelli, fra cui anche il negazionista dell&#8217;Olocausto Richard Williamson, oltre a un ritorno ai dettami del Concilio di Trento, <strong>professano</strong> l&#8217;opposizione all&#8217;ecumenismo e alla libertà di religione e non hanno mai rinnegato le loro tesi. La revoca dello loro scomunica è quindi in una certa misura un riconoscimento delle loro ragioni. &#8220;Occorre che vi sia un pentimento sull&#8217;ecumenismo, così come occorre che vi sia un pentimento sulla libertà religiosa che è un insulto a nostro Signore Gesù Cristo&#8221; aveva detto uno dei vescovi scomunicati, ponendo così le condizioni del rientro nella Chiesa dei lefevriani. Pare che oggi questo pentimento sia in corso.</p><p>La Chiesa che emerge da questi sommovimenti sembra assomigliare sempre meno al magistero riformato da Paolo VI e consolidato da Giovanni Paolo II e richiamarsi invece sempre più all&#8217;intransigenza e alla chiusura di vecchi fanatici. La tendenza è visibile anche nella diffusione di nuovi movimenti oltranzisti che portano nomi <strong>militareschi</strong>, come la Milizia di San Michele Arcangelo o la Militia Christi. Riferimenti che non hanno niente a che vedere con i valori del Cristianesimo ma che ricordano sinistramente immagini di guerra santa e di pogrom. In questa atmosfera velenosa si pone oggi l&#8217;episodio delle suore americane, in netta contraddizione con lo spirito, ad esempio, dell&#8217;enciclica di Giovanni Paolo II Mulieris Dignitatem dove si legge che &#8220;i nostri giorni attendono la manifestazione del genio della donna&#8221;.</p><p>La riforma del codice giudiziario ecclesiastico, che doveva soprattutto servire a reprimere gli abusi sessuali nella Chiesa, ha annoverato il sacerdozio femminile fra i delitti più gravi, punito con la <strong>scomunica</strong>, come appunto la pedofilia. La Chiesa di Benedetto XVI mostra dunque di avere paura della donna e di vedere come fumo negli occhi l&#8217;importanza che assume in altre confessioni cristiane. Le suore americane della<em> </em><em>Leadership Conference of Women Religious</em> sono solo le ultime vittime di questa nuova misoginia cattolica.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/26/vaticano-contro-suore/208566/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Lealtà e nazionalità</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/19/lealta-nazionalita/205594/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/19/lealta-nazionalita/205594/#comments</comments> <pubDate>Thu, 19 Apr 2012 11:17:46 +0000</pubDate> <dc:creator>Diego Marani</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[appartenenza]]></category> <category><![CDATA[intellettuali]]></category> <category><![CDATA[italianità]]></category> <category><![CDATA[nazione]]></category> <category><![CDATA[senso civico]]></category> <category><![CDATA[stereotipi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=205594</guid> <description><![CDATA[Sul Corriere dello scorso 17 aprile Giovanni Belardelli insorge contro gli stereotipi di cui l&#8217;Italia è prigioniera nell&#8217;opinione degli stranieri in generale e degli inglesi in particolare. Più voci della stampa e della saggistica d&#8217;Oltremanica considerano infatti che l&#8217;esistenza della Lega sia la prova inconfutabile dell&#8217;inesistenza di un sentimento nazionale italiano condiviso. Belardelli lamenta la...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p lang="it-IT">Sul<em> Corriere </em>dello scorso 17 aprile <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2012/aprile/17/PERSISTENZA_DEGLI_STEREOTIPI_co_9_120417045.shtml" target="_blank">Giovanni Belardelli insorge contro gli stereotipi</a> di cui<strong> l&#8217;Italia è prigioniera nell&#8217;opinione degli stranieri</strong> in generale e degli inglesi in particolare. Più voci della stampa e della saggistica d&#8217;Oltremanica considerano infatti che l&#8217;esistenza della Lega sia la prova inconfutabile dell&#8217;inesistenza di un sentimento nazionale italiano condiviso. Belardelli lamenta la superficialità di questo giudizio e distingue fra <strong>sentimento nazionale e senso civico</strong>, sottolineando che è soprattutto quest&#8217;ultimo che ci manca e che anche la Gran Bretagna è divisa in comunità di gallesi e scozzesi.</p><p lang="it-IT"> Belardelli sostiene anche che sono spesso<strong> i nostri intellettuali </strong>a diffondere un&#8217;immagine distorta della realtà italiana. Il compiacimento con cui molti nostri brillanti cervelli hanno raccontato gli eccessi del berlusconismo ha finito per condizionare la percezione del nostro paese all&#8217;estero. La facile assoluzione dell&#8217;italianità che Belardelli pronuncia e la rinnovata enfasi sulla nostra incontestata unità lascia però perplessi.</p><p>Innanzitutto, <strong>mai sottovalutare gli stereotipi</strong>. Se esistono è perché hanno fondamenti veri. Un popolo rimane uguale a se stesso molto più profondamente di quanto si creda. E poi basta coprirsi gli occhi davanti al palese sgretolamento della nostra società! Messe da parte le bandiere, gli eroi, le gloriose battaglie e gli sdilinquimenti del 150°, quel che fa l&#8217;identità nazionale di un popolo è semplicemente l&#8217;adesione a un sistema di lealtà. In questo c&#8217;è poco da fare: l&#8217;Italia non è un paese unito. Perché una maggioranza degli italiani non esprime lealtà all&#8217;Italia ma ad altri sistemi di appartenenza, che sono talvolta territoriali, come nel caso della Lega e talvolta sociali, come nel caso dei partiti politici, della Chiesa, fino al caso estremo dell&#8217;appartenenza a sistemi di clientelismo, di familismo e di mafie. A poco valgono i sondaggi: è facile dichiararsi italiano, non costa niente. La vera appartenenza la si proclama col comportamento e innanzitutto con il pagare le tasse. Belardelli sostiene che <strong>gli italiani non potrebbero certo dichiararsi francesi o tedeschi,</strong> e considera questa un&#8217;ulteriore prova di italianità.</p><p>A prescindere dalla debolezza di questa tesi, gli italiani possono però dichiararsi prima che italiani lombardi, friulani, sardi o veneti, come del resto molti già fanno. I<strong> gallesi</strong> ci tengono molto alla loro specificità e alla loro lingua che hanno faticosamente recuperato. Molti scozzesi sono addirittura pronti a votare l&#8217;indipendenza da Londra. Ma nessuno di questi separatismi<strong> mette in dubbio l&#8217;adesione al sistema di appartenenza britannico</strong>, che si esprime ad un altro livello e che riguarda soprattutto la percezione di sé. Lo stesso vale per la <strong>Catalogna</strong> in Spagna, che pur se repubblicana e separatista mantiene una superiore lealtà ispanica perché sente che il suo interesse è nell&#8217;alleanza con Madrid.</p><p>E&#8217; questo che a noi manca. Un collante, una solidarietà, <strong>un motivo per cui valga la pena di essere italiani</strong>. Un sistema chiuso dove per trovare lavoro servono le conoscenze, dove ogni aspetto del vivere richiede una filiera di aiuti e sostegni non può che corrodere ogni sentimento universalista. E&#8217; anche questa mancanza a far sì che appunto tanti nostri intellettuali trovino un riparo identitario nell&#8217;anti-italianità. Alla fine il rischio è proprio che l&#8217;anti-italianità dia un più solido sentimento di appartenenza che l&#8217;italianità. Ma è davvero un rischio? Siamo davvero certi che il sentimento di appartenenza nazionale sia oggi un valore? Non sarebbe più etico e più adatto al nostro tempo sviluppare un sistema di lealtà in primo luogo locale, regionale o macroregionale anche transnazionale ma soprattutto libero dalle grettezze leghiste e poi europeo? Forse è proprio questo il passo che dobbiamo fare, in tutt&#8217;Europa. E in questo noi italiani che per tante ragioni non abbiamo mai sentito fortemente il peso dell&#8217;appartenenza nazionale, potremmo essere dei precursori.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/19/lealta-nazionalita/205594/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Le lezioni in inglese che ci rendono meno colti</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/13/lezioni-inglese-rendono-meno-colti/204205/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/13/lezioni-inglese-rendono-meno-colti/204205/#comments</comments> <pubDate>Fri, 13 Apr 2012 09:45:05 +0000</pubDate> <dc:creator>Diego Marani</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[impoverimento culturale]]></category> <category><![CDATA[Inglese]]></category> <category><![CDATA[insegnamento]]></category> <category><![CDATA[ricerca]]></category> <category><![CDATA[tanzania]]></category> <category><![CDATA[università]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=204205</guid> <description><![CDATA[Lingua Frankensteina. E&#8217; così che il linguista inglese Robert Phillipson definisce oggi l&#8217;inglese, lanciando un grido d&#8217;allarme sulla presunta potenza unificatrice di quella che è considerata la lingua franca della modernità. La diffusione dell&#8217;inglese sta infatti producendo mostri linguistici che anziché alimentarle potrebbero soffocare intere culture. La moda dilagante di convertire all&#8217;inglese l&#8217;insegnamento di molte università...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Lingua Frankensteina. E&#8217; così che il linguista inglese <strong>Robert Phillipson</strong> definisce oggi l&#8217;inglese, lanciando un grido d&#8217;allarme sulla presunta potenza unificatrice di quella che è considerata la <strong>lingua franca della modernità</strong>. La diffusione dell&#8217;inglese sta infatti producendo mostri linguistici che anziché alimentarle potrebbero soffocare intere culture.</p><p>La moda dilagante di convertire all&#8217;inglese l&#8217;insegnamento di molte università rischia infatti di provocare <strong>molti più danni che benefici</strong>. Oggi in Italia anche il Politecnico di Milano segue l&#8217;esempio di quello di Torino e istituisce <strong>corsi in lingua inglese</strong>, avviandosi sulla strada di un inesorabile impoverimento culturale che ha già colpito altrove nel mondo. Siccome sarà impossibile reclutare solo insegnanti di madrelingua, molti professori italiani si dovranno mettere a insegnare in una lingua che non è la loro lingua madre e nella quale, per quanto bene possano saperla, non avranno mai l&#8217;eloquenza e la chiarezza dell&#8217;italiano. Di conseguenza il sapere che saranno capaci di trasmettere sarà azzoppato, limitato, espresso in una lingua povera e bassa. Si creerà così il paradosso di italiani che parlano male in inglese ad altri italiani che lo capiranno male. Quale valore aggiunto può scaturire da una simile assurdità?</p><p>E anche se, malgrado i costi enormi, le università italiane riuscissero a reclutare solo insegnanti di madrelingua, l&#8217;effetto negativo sarà uguale ma opposto: poiché si userà solo l&#8217;inglese, non si svilupperanno più in italiano <strong>ricerche e studi</strong>, la lingua perderà la capacità di ragionare e riflettere sugli argomenti della modernità, non solo tecnologica e scientifica. Insomma, non avremo più le parole per dire quello che di nuovo si scopre e si inventa. In più, è risaputo che lo studio in una lingua straniera riduce il rendimento degli studenti che, come gli insegnanti sono costretti a elaborare il loro pensiero fuori dalla lingua madre. Tutto questo è già stato osservato in molti paesi africani, dove il colonialismo ha lasciato l&#8217;uso dell&#8217;insegnamento in una delle ex lingue coloniali, a scapito della lingua madre degli studenti, considerata lingua minore, arretrata e primitiva.</p><p>Si presumeva che questo avrebbe messo gli studenti africani allo stesso livello di quelli europei. Non è così. Oggi esistono fior di ricerche che smentiscono ogni beneficio dell&#8217;insegnamento esclusivo in una lingua straniera, tranne in condizioni di bilinguismo preesistente. Infatti nelle <strong>scuole della Tanzania</strong> oggi si sta cambiando strategia. Si è scoperto che l&#8217;insegnamento in Swahili, non solo aumenta il rendimento degli studenti, rendendoli competitivi rispetto ai loro colleghi di altri continenti, ma arricchisce la lingua dei concetti e della terminologia necessari per stare al passo coi tempi. Per concludere, la conoscenza dell&#8217;inglese è senz&#8217;altro una necessità del mondo moderno.</p><p>La ricerca scientifica, la diffusione delle conoscenze, la comunicazione internazionale si fa in inglese e l&#8217;università è la prima a doversi aprire a quest&#8217;uso. Ma <strong>senza chiudere la porta alla lingua madre</strong>, che è quella che ci dà la capacità di astrazione, strumento essenziale del pensiero e della conoscenza. L&#8217;eliminazione della lingua madre da determinati settori della vita di un paese, può minacciare la coesione sociale e la vitalità di una lingua, creando nella nostra società una nuova divisione per ceti linguistici. La giusta via è un corretto multilinguismo, insegnato in modo coerente fin dal&#8217;infanzia e dalla scuola pubblica. Solo così ogni individuo avrà sufficiente padronanza di almeno due lingue e potrà anche affrontare studi superiori in una lingua straniera, cogliendo in modo equilibrato ogni opportunità che offre la globalizzazione senza perdere la propria cultura.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/13/lezioni-inglese-rendono-meno-colti/204205/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Geni in pigiama</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/01/geni-pigiama/194838/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/01/geni-pigiama/194838/#comments</comments> <pubDate>Thu, 01 Mar 2012 13:32:47 +0000</pubDate> <dc:creator>Diego Marani</dc:creator> <category><![CDATA[Archivio]]></category> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[abbigliamento]]></category> <category><![CDATA[Android]]></category> <category><![CDATA[andy rubin]]></category> <category><![CDATA[apple]]></category> <category><![CDATA[steve jobs]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=194838</guid> <description><![CDATA[Con la notizia che Android potrebbe presto tirar fuori un nuovo tablet Google, arriva sugli schermi dei nostri computer anche la faccia di Andy Rubin che di Android è la testa pensante. Non eravamo abituati a vederlo e ci accorgiamo che ha una somiglianza sconcertante con Steve Jobs. Viene da chiedersi se non esistano precisi...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Con la notizia che Android potrebbe presto tirar fuori un nuovo tablet Google, arriva sugli schermi dei nostri computer anche la faccia di<strong> Andy Rubin</strong> che di Android è la testa pensante. Non eravamo abituati a vederlo e ci accorgiamo che ha una somiglianza sconcertante con <strong>Steve Jobs</strong>.</p><p>Viene da chiedersi se non esistano precisi <strong>connotati fisici</strong> per essere dei geni dell&#8217;informatica. Testa rapata e occhialini sono d&#8217;obbligo. Soprattutto è un must il maglioncino sformato che lascia intravvedere la <strong>T-shirt</strong>. Mai bianca, verde militare o nero stinto in grigio. Mai uno straccio di giacca, figuriamoci la camicia o la cravatta. Il miliardario tecnologico deve andare in giro dismesso, così modesto da apparire povero. I suoi <strong>miliardi </strong>sono tutti virtuali o allora è stato punito come un Re Mida per averli guadagnati così facilmente.</p><p>L&#8217;immagine che deve passare è quella del <strong>cervellone</strong> così occupato coi suoi calcoli che dimentica perfino di vestirsi. Esce in pigiama, vestito come<strong> un cow boy</strong> prima di fare il bagno nella tinozza, inseguendo un&#8217;invenzione che gli offusca la mente. C&#8217;è da sperare che almeno la doccia se la ricordi.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/01/geni-pigiama/194838/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Come smaltire il Corano</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/27/come-smaltire-corano/194072/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/27/come-smaltire-corano/194072/#comments</comments> <pubDate>Mon, 27 Feb 2012 11:30:54 +0000</pubDate> <dc:creator>Diego Marani</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[libri sacri]]></category> <category><![CDATA[Religione]]></category> <category><![CDATA[satira]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=194072</guid> <description><![CDATA[Gli americani in Afghanistan sono finiti di nuovo nei guai per aver bruciato copie del Corano. Niente di intenzionale, era solo pattume da smaltire ma dentro ci sono finite anche le sure del profeta. Ma allora qui si pone un problema ecologico oltre che teologico. Come smaltire libri sacri? La Cristianità non ha regole chiare...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Gli <strong>americani in Afghanistan</strong> sono finiti di nuovo nei guai per aver bruciato copie del Corano. Niente di intenzionale, era solo pattume da smaltire ma dentro ci sono finite anche le sure del profeta. Ma allora qui si pone un<strong> problema ecologico</strong> oltre che teologico.</p><p>Come smaltire libri sacri? La <strong>Cristianità </strong>non ha regole chiare al riguardo e la rottamazione delle bibbie e lasciata alla discrezione dei fedeli. L&#8217;<strong>Ebraismo </strong>è un po&#8217; approssimativo: prevede che il <strong>Talmud </strong>possa essere sepolto, ma solo con un rabbino. Bisognerebbe quindi ammucchiare Talmud in attesa che muoia un rabbino. Poco pratico, e anche crudele. Figuratevi lo stato d&#8217;animo del rabbino che vede ammucchiarsi Talmud nella sua sinagoga.</p><p>L&#8217;<strong>Islam </strong>invece è chiaro, ci sono tre modi ammissibili: la <strong>sepoltura</strong>, il <strong>lavaggio </strong>dell&#8217;inchiostro e anche la <strong>combustione</strong>. Ma a delle condizioni. La sepoltura deve essere fatta in modo che la carta non tocchi la terra. Le ceneri derivanti dalla combustione non devono essere gettate al vento ma conservate. Il lavaggio dell&#8217;inchiostro poteva funzionare con le pergamene ma oggi è un lavoraccio. Ed è comunque mal visto. Nel 1997 i talibani avevano messo al bando la carta riciclata per timore che potesse contenere pagine del Corano.</p><p>Quel che è certo è che si sta inesorabilmente andando verso la <strong>raccolta differenziate</strong> per corani, bibbie e altri libri sacri. Serviranno opportuni cassonetti e guai a chi si sbaglia. Appositi tribunali teologico-ambientali commineranno pene adeguate. Ma come comportarsi con un <strong>ebook</strong>? Quale fatwa colpirà lo sprovveduto che elimina un Corano con un &#8220;delete&#8221;?</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/27/come-smaltire-corano/194072/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Centomila palette di ghiaccio</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/07/centomila-palette-ghiaccio/189639/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/07/centomila-palette-ghiaccio/189639/#comments</comments> <pubDate>Tue, 07 Feb 2012 17:41:54 +0000</pubDate> <dc:creator>Diego Marani</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Alemanno]]></category> <category><![CDATA[emergenza]]></category> <category><![CDATA[neve]]></category> <category><![CDATA[roma]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=189639</guid> <description><![CDATA[Alemanno fuori pista spala neve al Colosseo. Un passato d&#8217;alpinista gli fu provvido torneo. Traditore il protettore incivile non gli disse che la neve il dittatore ben più d&#8217;uno ne sconfisse. Ma dov&#8217;è lo spazzaneve? Un vigliacco di tassista? (qui bestemmia viene greve) Uno straccio di fascista che fra tutto questo bianco sappia ritrovare il...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Alemanno fuori pista<br /> spala neve al Colosseo.<br /> Un passato d&#8217;alpinista<br /> gli fu provvido torneo.</p><p>Traditore il protettore<br /> incivile non gli disse<br /> che la neve il dittatore<br /> ben più d&#8217;uno ne sconfisse.</p><p>Ma dov&#8217;è lo spazzaneve?<br /> Un vigliacco di tassista?<br /> (qui bestemmia viene greve)<br /> Uno straccio di fascista</p><p>che fra tutto questo bianco<br /> sappia ritrovare il nero?<br /> Giace il cingolo stanco<br /> seppellito al cimitero&#8230;</p><p>Il saluto fa il romano<br /> allo schermo del tiggì:<br /> &#8220;Se vedete Alemanno<br /> or mandatecelo qui!&#8221;</p><p>Ma Alemanno fuoripista<br /> spala neve al Campidoglio.<br /> Un passato di frontista<br /> Gli dà di gomito l&#8217;olio.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/07/centomila-palette-ghiaccio/189639/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Un trattato non europeo</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/31/trattato-europeo/187944/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/31/trattato-europeo/187944/#comments</comments> <pubDate>Tue, 31 Jan 2012 11:14:34 +0000</pubDate> <dc:creator>Diego Marani</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Europa]]></category> <category><![CDATA[Germania]]></category> <category><![CDATA[Governo Monti]]></category> <category><![CDATA[nuovo trattato europeo]]></category> <category><![CDATA[Ue]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=187944</guid> <description><![CDATA[Il nuovo accordo europeo che si sta delineando e che si concluderà probabilmente a marzo potrebbe portare ad un cambiamento radicale della costruzione europea che avrà un&#8217;influenza profonda sul nostro futuro. L&#8217;accordo di marzo servirà soprattutto a blindare una volta per tutte gli impegni di convergenza economica e disciplina di bilancio come primo passo verso...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Il nuovo accordo europeo che si sta delineando e che si concluderà probabilmente a marzo potrebbe portare ad un cambiamento radicale della <strong>costruzione europea </strong>che avrà un&#8217;influenza profonda sul nostro futuro. L&#8217;accordo di marzo servirà soprattutto a blindare una volta per tutte gli impegni di convergenza economica e disciplina di bilancio come primo passo verso una maggiore convergenza delle politiche economiche dei paesi dell&#8217;UE. Ma questa evoluzione può prendere due vie diversissime e ancora una volta, come sempre quando si tratta di Europa, la stampa e la politica del nostro paese non stanno raccontando agli italiani che cosa è veramente in ballo.</p><p>Come sempre accade, in Italia si parla di Europa senza spiegare l&#8217;Europa, in un <strong>modo sensazionalistico e introverso</strong>, con la logica del Risiko e ricorrendo a luoghi comuni stantii sulle virtù e i vizi dei vari paesi. Non c&#8217;è giornale o partito o uomo politico che parli di Europa con la chiarezza necessaria per dare consapevolezza agli italiani dei meccanismi della macchina europea. E&#8217; anche questa superficialità che rende l&#8217;Europa incomprensibile agli italiani e che la fa apparire come un potere lontano, dispotico e forestiero. Un potere da cui i nostri politici pretendono di difenderci, quando invece sono loro il nostro problema, l&#8217;ostacolo che ci ha impedito di approfittare al meglio delle opportunità offerte dalla nostra adesione all&#8217;UE, di ammodernarci e di attuare le riforme che oggi paghiamo carissime.</p><p>L&#8217;Europa resta per noi l&#8217;unica strada percorribile, per uscire dalla crisi e per <strong>ritrovare prosperità</strong>. Ma per partecipare attivamente alla costruzione europea, per governarla e non esserne governati, dobbiamo capirla. Dobbiamo esigere che i nostri politici ci rendano conto di come intendono operare a livello europeo. Il <strong>governo Monti</strong> sembra controllare la situazione e la sua politica oggi gode di un grande rispetto internazionale. Ma Monti è stato commissario europeo e si muove a suo agio a Bruxelles. Non è così per tanti nostri capi di partito che predicano soluzioni senza avere un&#8217;adeguata conoscenza della politica europea.</p><p>L&#8217;accordo che l&#8217;Unione europea approverà a marzo, di fatto non muterà in nulla il <strong>trattato di Lisbona</strong>: non farà altro che ribadire quanto da esso sancito in campo economico, adottando solamente nuove misure più coercitive e rigorose. Di fatto, non sarebbe stato necessario un nuovo accordo se il Regno Unito non si fosse opposto a queste nuove misure. In termini strettamente giuridici, sarebbe anche stato possibile scavalcare il no inglese consentendo al Regno Unito di avvalersi, come già ha fatto in passato, di una clausola di esclusione. Ma questa volta <strong>Cameron </strong>pretendeva anche un potere di veto in materia di finanza, per tutelare gli interessi dei mercati finanziari inglesi, e questo era inaccettabile per gli altri governi europei. Così per stipulare questo nuovo accordo, dovrà restare al di fuori del quadro previsto dalle istituzioni europee, e negoziarlo a livello intergovernativo, come accordo di diritto internazionale.</p><p>Questo significa che le<strong> istituzioni europee</strong> (la Commissione, il Consiglio dei ministri e il Parlamento) non avranno più voce in capitolo a questo riguardo. La loro competenza verrà aggirata da un patto fra governi. In altre parole, verranno a mancare le garanzie di legalità democratica e di interesse sovranazionale che invece tutelano tutto quanto viene negoziato nel quadro dei trattati comunitari veri e propri. E&#8217; importante qui capire la differenza fra livello comunitario, cioè riguardante le istituzioni europee e livello intergovernativo, cioè riguardante gli stati nazionali sovrani. Con l&#8217;accordo di marzo nella costruzione europea, almeno temporaneamente, prevarrà la dimensione nazionale su quella comunitaria. Il che non è un male in sé: è già accaduto, ad esempio con il trattato di Schengen.</p><p>Spesso in passato gli<strong> accordi intergovernativi </strong>sono stati preliminari ad accordi comunitari veri e propri. Ma si trattava sempre di materie molto settoriali e specifiche. Qui invece si tratta di materie molto sensibili come la moneta e l&#8217;integrazione economica e fiscale. Un accordo simile rischia di avviare un processo parallelo che potrebbe portare alla disgregazione di quanto costruito a livello comunitario, o comunque a un suo indebolimento, a favore di intese fra singoli stati. Ma soprattutto, l&#8217;avanzare del livello intergovernativo rende meno democratico e trasparente il processo di costruzione europea. Perché esso non avviene più all&#8217;interno di istituzioni sovranazionali sottoposte al controllo dei cittadini.</p><p>Non dimentichiamo che il Parlamento europeo è <strong>eletto a suffragio universale</strong> e la Commissione, seppur nominata dai governi, è vincolata da rigorosi obblighi in materia di trasparenza e di informazione del cittadino. Inoltre le istituzioni europee agiscono secondo principi che garantiscono l&#8217;eguaglianza di tutti gli stati. Il nuovo accordo sarà invece un patto fra stati non uguali, dove inevitabilmente comanderà il più forte. Lo vediamo già adesso, quando la Merkel alza la voce rivendicano la forza economica tedesca nel governo dell&#8217;euro.</p><p>Con l&#8217;accordo di marzo si rischia insomma una svolta verso un <strong>sistema di alleanze</strong>, come quelle che conoscevamo nel passato, ben diverse dal sistema della costruzione sovranazionale. Come si è detto, la situazione di emergenza giustifica un&#8217;azione rapida che scavalchi le lunghe procedure di una rinegoziazione del <strong>trattato di Lisbona</strong>. Ma è indispensabile che nel prossimo futuro questo accordo venga traghettato all&#8217;interno dei formali trattati europei. Altrimenti la prossima volta a chiederci sacrifici e riforme non sarà più Bruxelles, ma direttamente Berlino.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/31/trattato-europeo/187944/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Sessant&#8217;anni di regno per la regina Elisabetta</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/17/sessantanni-regno-regina-elisabetta/184413/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/17/sessantanni-regno-regina-elisabetta/184413/#comments</comments> <pubDate>Tue, 17 Jan 2012 14:22:59 +0000</pubDate> <dc:creator>Diego Marani</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[conservatori]]></category> <category><![CDATA[Regina elisabetta]]></category> <category><![CDATA[regno unito]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=184413</guid> <description><![CDATA[Oltre agli imminenti giochi olimpici, la Gran Bretagna si sta preparando a festeggiare un altro grande evento: il 60° anno di regno della regina Elisabetta, il cosiddetto Queen&#8217;s Diamond Jubilee. Prima di lei solo la regina Vittoria aveva regnato tanto a lungo e gli inglesi vogliono che questo anniversario sia memorabile. Così, fra le innumerevoli celebrazioni che si concentreranno agli...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Oltre agli imminenti giochi olimpici, la Gran Bretagna si sta preparando a festeggiare un altro grande evento: il 60° anno di regno della <strong>regina Elisabetta</strong>, il cosiddetto <em>Queen&#8217;s Diamond Jubilee</em>. Prima di lei solo la regina Vittoria aveva regnato tanto a lungo e gli inglesi vogliono che questo anniversario sia memorabile.</p><p>Così, fra le innumerevoli celebrazioni che si concentreranno agli inizi di giugno con un grandioso spettacolo, il ministro dell&#8217;Istruzione <strong>Michael Gove</strong> propone di regalare alla regina un <strong>nuovo panfilo reale</strong>. Dopo la dismissione del <strong>Britannia</strong> nel 1997 i poveri reali inglesi non hanno infatti più uno straccio di barca su cui veleggiare. Una vergogna dura da digerire per i conservatori inglesi. Senza panfilo reale l&#8217;inno del <em>&#8220;Britannia rule the waves&#8221; </em>non è più credibile e i Tories a queste cose ci tengono.</p><p>Malgrado il loro leader assicuri che il suo partito è oggi moderno e rinnovato, sembra invece che alla prova dei fatti i <strong>conservatori britannici</strong> siano rimasti degli autentici codini. Così, alla faccia della crisi che ha gettato sul lastrico tanti inglesi, nel Regno Unito si paventa una spesa di 60 milioni di sterline per regalare un nuovo panfilo alla regina.</p><p>L&#8217;idea ha suscitato lo sdegno di molti, soprattutto fra le file dei laburisti e così<strong> Michael Gove</strong> sembra fare marcia indietro e propone ora di finanziare il panfilo con donazioni di privati e associazioni di beneficenza. Ancora peggio: si pensava che la beneficienza servisse ad aiutare i poveri. Chissà, forse vedremo i volontari dell&#8217;Esercito della Salvezza tendere il cappello per assicurare qualche scellino in più al regio bastimento.</p><p>Al di là dell&#8217;ironia e del patetico, una cosa dobbiamo sottolineare. E&#8217; in questi episodi che si vede qual è davvero la <strong>profonda differenza</strong> fra noi e gli inglesi. Noi siamo cittadini, loro ancora sudditi.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/17/sessantanni-regno-regina-elisabetta/184413/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Lettera dal fronte</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/28/lettera-fronte/180358/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/28/lettera-fronte/180358/#comments</comments> <pubDate>Wed, 28 Dec 2011 13:32:33 +0000</pubDate> <dc:creator>Diego Marani</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Afghanistan]]></category> <category><![CDATA[Delius Singer]]></category> <category><![CDATA[Guerra]]></category> <category><![CDATA[libri]]></category> <category><![CDATA[poesia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=180358</guid> <description><![CDATA[Il colonnello medico inglese Delius Singer, in servizio nella base operativa di Shawqat nella provincia afghana di Helmand, scrive al Times Literary Supplement, di cui è un fedele abbonato, per dire che non è vero che non esistono più poeti di guerra. E manda al giornale i suoi ultimi versi dal titolo Transmitted Live che...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Il colonnello medico inglese <strong>Delius Singer</strong>, in servizio nella base operativa di Shawqat nella provincia afghana di Helmand, scrive al <em>Times Literary Supplement</em>, di cui è un fedele abbonato, per dire che non è vero che non esistono più <strong>poeti di guerra</strong>. E manda al giornale i suoi ultimi versi dal titolo <em>Transmitted Live</em> che raccontano la guerra dei droni:</p><p><em>It is on task.<br /> We never know his name<br /> But he has been Positively Identified<br /> Walking in the sun we watch him<br /> On screen, on line, follow his final trajectory<br /> The walking dead transmitted live.<br /> Above, sightless and soundless our proxy circles<br /> A technical kill haunting the poppy fields<br /> Far beyond comprehension &#8211; simply a<br /> computer plane.<br /> He hears nothing, strolls on in sandals<br /> Felt perhaps, only a sudden breeze<br /> The herald of our cutting edge.</em></p><p>Ma oltre alle intramontabili doti liriche del Royal Army Medical Corps, dalla corrispondenza del colonnello Singer emerge qualcosa di sorprendente. Anche se con un po&#8217; di ritardo, il <em>Times Literary Supplement</em> arriva ogni settimana nella base di Shawqat, in una delle zone più calde del fronte afghano. In elicottero, assieme ai rifornimenti. Il colonnello racconta che legge accuratamente quasi tutto il giornale, soprattutto gli articoli che riguardano le belle arti, la <strong>cultura classica</strong> o la biologia. Dopo di che, lo passa ai colleghi e quando ha fatto il giro della base, lo rimette in una busta e lo spedisce in convoglio militare ad altri lettori sulla linea del fronte. La rivista esce duramente provata e consunta da questi innumerevoli passaggi. Ma ogni destinatario la tratta con la massima cura perché sa che altri la aspettano.</p><div id="_mcePaste">Il colonnello racconta ancora che in caserma si legge molto. Ai giovani soldati piacciono i romanzi di George MacDonald Fraser. Fra gli ufficiali vanno molto l&#8217;<em>Iliade</em>, <em>Diary of a good neighbour</em> di <strong>Doris Lessing</strong>, <em>Lucky Jim</em> di <strong>Kingsley Amis</strong>, <em>Nostromo</em> di <strong>Joseph Conrad</strong>, <em>Le avventure di Sherlock Holmes</em> di <strong>Arthur Conan Doyle</strong> e <em>Rebels</em> di <strong>Fear McGarry</strong>. Attualmente, il colonnello sta leggendo l&#8217;<em>Anabasi</em> di <strong>Senofonte</strong>.</div><div></div><div id="_mcePaste">Un piccolo quadretto da cui appare che c&#8217;è ancora vita e <strong>intelligenza</strong> senza internet. Ma bisogna andare in guerra per trovarla.</div> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/28/lettera-fronte/180358/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Minoranze e minorati</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/15/minoranze-minorati/177704/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/15/minoranze-minorati/177704/#comments</comments> <pubDate>Thu, 15 Dec 2011 11:54:12 +0000</pubDate> <dc:creator>Diego Marani</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[lingue]]></category> <category><![CDATA[minoranze]]></category> <category><![CDATA[Unione Europea]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=177704</guid> <description><![CDATA[Nella varietà sempre crescente di lingue ufficiali, regionali e locali dell&#8217;Unione europea che con l&#8217;adesione della Croazia nel 2012aggiungerà anche il croato al suo vocabolario, viene da chiedersi che senso abbiano più gli status di lingua minoritaria riconosciuti a certe lingue in molti nostri paesi. In altre parole, ha senso oggi proteggere la lingua degli...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Nella varietà sempre crescente di lingue ufficiali, regionali e locali dell&#8217;Unione europea che con l&#8217;adesione della Croazia nel 2012aggiungerà anche il croato al suo vocabolario, viene da chiedersi che senso abbiano più gli<strong> status di lingua minoritaria</strong> riconosciuti a certe lingue in molti nostri paesi. In altre parole, ha senso oggi proteggere la lingua degli sloveni d&#8217;Italia o degli italiani di Croazia, degli ungheresi di Romania o dei polacchi di Lituania? E che senso ha proteggere minoranze che talvolta sono inferiori di numero alle nuove minoranze portate dall&#8217;immigrazione?</p><p>Oggi ci sono probabilmente più arabofoni che locutori di sloveno in Italia. Dobbiamo<strong> proteggere</strong> anche loro? A quale soglia una lingua diventa degna di protezione? Chiaramente, la definizione di minoranza nazionale non sta più in piedi ed è necessario un ripensamento di tutto l&#8217;approccio linguistico dei nostri paesi. Parole che faranno rizzare i capelli in testa ai paladini della diversità culturale. Ma siamo sicuri che la tutela delle minoranze sia davvero una tutela della diversità culturale e non invece il suo azzoppamento?</p><p>Il panorama delle lingue protette in Europa sembra sempre più un <strong>giardino zoologico</strong> delle culture dove ognuna vive nella sua gabbia ma sarebbe incapace di vivere all&#8217;aria aperta. Forse non è per nulla che la parola minoranza va tanto vicino a quella di minorato. Alla fine dei conti, proteggendole le si considera lingue deboli, votate alla scomparsa. Perché invece non capovolgere completamente la prospettiva e lasciare ogni lingua al suo destino? Quelle che avranno qualcosa da dire non solo sopravviveranno ma troveranno nuove vie di prosperità. Delle altre non ci mancherà nulla e nulla andrà di loro perduto nella memoria delle biblioteche.</p><p>Questo nuovo darwinismo linguistico dovrebbe però essere accompagnato anche da una completa autonomia nel campo dell&#8217;insegnamento linguistico. In altre parole, gli sloveni di Trieste dovranno essere liberi di istituire scuole dove lo sloveno sia lingua di insegnamento. Se saranno migliori di quelle italiane, anche gli italofoni vi iscriveranno i loro figli. Esattamente come succede a <strong>Bruxelles</strong>, dove gli istituti scolastici neerlandofoni puntano sulla qualità per attirare scolari francofoni. Anche la nostra lingua troverebbe così nuove e autentiche vie di diffusione, se lo vorremo, con l&#8217;apertura di scuole italiane nei paesi dove vivono le nostre minoranze ma anche altrove. Questo sì che sarebbe un sistema per promuovere la diversità e la vitalità culturale abbandonando per sempre il brutto e sorpassato concetto di minoranza.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/15/minoranze-minorati/177704/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Sapersi adattare</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/06/sapersi-adattare/175583/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/06/sapersi-adattare/175583/#comments</comments> <pubDate>Tue, 06 Dec 2011 12:08:06 +0000</pubDate> <dc:creator>Diego Marani</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[metafore]]></category> <category><![CDATA[racconti]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=175583</guid> <description><![CDATA[La crisi ci costringe a ritornare alle cose vere. Basta col virtuale, serve il lavoro manuale, che produce cose concrete. Possono così tornare utili vecchie abilità a lungo considerate obsolete. Io ne faccio collezione. So tagliare l&#8217;erba medica con la falce fienaia, so diradare le barbabietole, so smontare e rimontare un orologio a molla, so...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>La crisi ci costringe a ritornare alle cose vere. Basta col virtuale, serve il <strong>lavoro manuale</strong>, che produce cose concrete. Possono così tornare utili vecchie abilità a lungo considerate obsolete. Io ne faccio collezione. So tagliare l&#8217;erba medica con la falce fienaia, so diradare le barbabietole, so smontare e rimontare un orologio a molla, so risuolare le scarpe, so fare il pane ferrarese, so l&#8217;aoristo di bàino, so insaccare salami, so trovare l&#8217;ape regina in un alveare e so costruire una fionda con la camera d&#8217;aria da bicicletta. Quasi tutte cose che ho imparato da mio nonno. Lui era una miniera di saperi tramontati. Sapeva anche fare le scope con la saggina. Qualche volta mi mandava a raccoglierla lungo i canali. Non era mica facile. Doveva essere asciutta al punto giusto, ma non secca. Sennò si spezzava. Troppo verde invece sarebbe ammuffita.</p><p>Il nonno sapeva anche <strong>pescare le rane</strong>. Serviva una canna con filo nervino e un batuffolo di garza all&#8217;estremità. Si faceva pendere delicatamente la garza davanti a una rana finché non abboccava impigliandosi i denti nel tessuto. Allora veniva la parte più difficile. Bisognava tirare la rana a sé e prenderla al volo prima che si liberasse. Io che non ci riuscivo, tiravo forte la canna lanciando le rane contro il muro del fienile. Così le catturavo, sfracellate sul marciapiede. Ma il nonno non approvava questo mio brutale metodo di pesca. Gli animali bisognava rispettarli anche da morti. La cosa più difficile che mi ha insegnato il nonno è ammazzare e scuoiare un coniglio. Non lo faccio ormai da trent&#8217;anni, ma ne ricordo ogni movimento.</p><p><strong>Ingredienti:</strong><br /> <em>1 coltellino a punta con manico fisso<br /> 1 palo della vigna (va bene anche un cancello o un albero)<br /> 1 coniglio<br /> 1 metro di spago grosso<br /> 1 vanga<br /> </em></p><p>Scavare con la vanga un buco per terra vicino al palo e profondo circa una spanna. <strong>Prendere il coniglio</strong> per le zampe posteriori e assestargli un colpo secco alla nuca. Questo gli romperà l&#8217;osso del collo. Passare un nodo a bocca di lupo attorno ad ogni zampa e fissare il coniglio al palo a un metro da terra con la testa all&#8217;ingiù. Sgozzarlo con il coltellino e lasciare scolare il sangue. Sempre con il coltellino, incidere la pelliccia delle zampe appena sotto le unghie e con le mani iniziare a spellare l&#8217;animale tirando la pelliccia verso il basso. Giunti all&#8217;inguine, recidere il lembo di pelle fra le zampe e proseguire la scuoiatura fino alla testa. Con il coltello, aprire il ventre dell&#8217;animale e staccare le interiora dalla carne. Individuare il fegato: grande come un palmare, di colore brunastro e lucido. Controllare che non presenti macchie bianche o altre cicatrici. Sarà un segno che l&#8217;animale era sano e non affetto da mixomatosi. Recidere la testa con il coltello e buttare le interiora nel buco assieme alla pelliccia. Incidere le zampe e spezzarle nel punto dove è rimasta la pelliccia. Deporre l&#8217;animale in una bacinella e lavarlo sotto l&#8217;acqua corrente. Sfilare le zampette dallo spago e lasciarle seccare all&#8217;ombra. Legate ad un laccio di cuoio se ne potrà ottenere suggestivi portachiavi o amuleti portafortuna.</p><p>Il nonno mi lasciò ammazzare il mio primo coniglio solo dopo molti allenamenti. Soprattutto per il colpo alla nuca. Mi ero esercitato sui meloni marciti e sulle bambole di mia sorella. Doveva essere <strong>un colpo secco</strong>, per non far soffrire l&#8217;animale. Seppellire le interiora era un piccolo funerale. Col tempo, ci cresceva sopra l&#8217;erba. A ogni coniglio cambiavamo palo della vigna.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/06/sapersi-adattare/175583/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Euroscopo</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/28/euroscopo/173702/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/28/euroscopo/173702/#comments</comments> <pubDate>Mon, 28 Nov 2011 15:24:06 +0000</pubDate> <dc:creator>Diego Marani</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[crisi economica]]></category> <category><![CDATA[Unione Europea]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=173702</guid> <description><![CDATA[In questo mese di novembre, sotto il segno della Bancarotta, gli europei dovranno volare bassi. Ma con un po&#8217; di fortuna la tempesta passerà senza fare troppi danni. E allora risorgerà ancora più luminosa la costellazione delle Dodici stelle. Intanto per gli slovacchi si annuncia un tempo favorevole agli affetti: potrebbero innamorarsi di nuovo dei...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>In questo <strong>mese di novembre</strong>, sotto il segno della Bancarotta, gli europei dovranno volare bassi. Ma con un po&#8217; di fortuna la tempesta passerà senza fare troppi danni. E allora risorgerà ancora più luminosa la costellazione delle Dodici stelle.</p><p>Intanto per gli <strong>slovacchi</strong> si annuncia un tempo favorevole agli affetti: potrebbero innamorarsi di nuovo dei cechi, o stavolta degli ungheresi, o chissà perfino dei rom. Sempre meglio che starsene lì da soli tutti incazzati.</p><p>Per i <strong>tedeschi</strong> è tempo di cambiare: smettetela con il pessimismo, sposatevi una greca e evadete un po&#8217; di tasse! Vi sentirete subito meglio!</p><p><strong>Inglesi</strong> ci avete scocciato: o dentro o fuori. Intanto siete circondati! E allora uscite dal Commonwealth a mani alzate e arrendetevi. Non vi sarà fatto alcun male. La vostra birra calda potete tenervela. Vogliamo solo la vostra regina: è per i francesi. Carlà è sempre in giro e allora le serve una baby-sitter per Dalia.</p><p><strong>Finlandesi</strong>, abbassate la sauna ché sennò rischiamo di restare senza gas e l&#8217;inverno è ancora lungo.</p><p><strong>Maltesi</strong> non crediate che ce la siamo bevuta che la vostra è una lingua. Siete ancora in tempo a scegliervene una credibile fra le tante che abbiamo in Europa.</p><p><strong>Polacchi</strong>, su con la vita! Nessuno ce l&#8217;ha con voi. Siamo in tanti ad aver perso qualche guerra eppure non ci pensiamo più da un pezzo!</p><p><strong>Spagnoli</strong>, le anime dei milioni di tori che avete matato verranno a turbare i vostri sogni. Vi libererete soltanto con una grande corrida spiritica dove i tori siete voi.</p><p><strong>Italiani</strong>, che dire? Da noi tutto sembra sempre una brutta partita di calcio, nella migliore tradizione italiana. Ma stavolta sembravamo francesi. Il governo Berlusconi era come la nazionale di Domenech. Adesso però andiamo agli europei con una squadra del campionato amatori.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/28/euroscopo/173702/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Neuro e Seuro</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/18/neuro-seuro/171556/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/18/neuro-seuro/171556/#comments</comments> <pubDate>Fri, 18 Nov 2011 09:13:27 +0000</pubDate> <dc:creator>Diego Marani</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[economia]]></category> <category><![CDATA[euro]]></category> <category><![CDATA[Germania]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=171556</guid> <description><![CDATA[Avremo dunque un euro nordico chiamato neuro e un euro &#8220;sudicio&#8221; chiamato seuro. Erano anni che lo aspettavo. Da linguista, da umorista e ancora di più da europeista, la nascita del Neuro è una grande soddisfazione. Perché finalmente sapremo cosa vuol dire neuropsichiatra e su cosa si basa la sua cura, potremo chiamare ogni crisi...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Avremo dunque un euro nordico chiamato neuro e un euro &#8220;sudicio&#8221; chiamato seuro. Erano anni che lo aspettavo. Da linguista, da umorista e ancora di più da europeista, <strong>la nascita del Neuro</strong> è una grande soddisfazione. Perché finalmente sapremo cosa vuol dire neuropsichiatra e su cosa si basa la sua cura, potremo chiamare ogni crisi finanziaria con il suo vero nome: nevrosi e così anche Mario Draghi: neurologo. Avrà infine un nome quel dolore di aprire il portafoglio che tutti sentiamo: la nevralgia.</p><p>Meno chiare saranno le conseguenze del seuro. Non suonerà comunque mai bene un film dal titolo <em>&#8220;Per un pugno di seuro&#8221;</em>. Troppo vicino al sauro, il seuro sarà una <strong>valuta nata vecchia</strong>. Ma ci offrirà una raffica di neologismi: il brontoseuro sarà chi brontola per tirar fuori i soldi, il tirannoseuro sarà chi paga una miseria. Inesorabilmente ipotetico con quel &#8220;se&#8221; davanti il seuro, farà di ogni prezzo una disputa. In Grecia sarà filosofica: un&#8217;aristotelica tesi che dovrà passare per l&#8217;antitesi prima di farsi sintesi. Tesi: 20 seuro, antitesi 5, sintesi 10. Il seuro sarà il prezzo auspicato, ma come una volta servirà la contrattazione per arrivare al veuro: il prezzo vero.</p><p>Sarà impossibile cambiare direttamente seuro in neuro. Bisognerà passare dal <strong>dollaro</strong>, per non spaventare i tedeschi. Loro il nuovo euro lo chiameranno <em>der neuro</em>, poi <em>der deutsche neuro</em>, poi <em>der deutsche</em> e infine <em>der deutschemark</em>.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/18/neuro-seuro/171556/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>8</slash:comments> </item> <item><title>Ventisei seghe sprecate</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/14/ventisei-seghe-sprecate/170523/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/14/ventisei-seghe-sprecate/170523/#comments</comments> <pubDate>Mon, 14 Nov 2011 08:35:55 +0000</pubDate> <dc:creator>Diego Marani</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[creatività]]></category> <category><![CDATA[infanzia]]></category> <category><![CDATA[informatica]]></category> <category><![CDATA[Stati Uniti]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=170523</guid> <description><![CDATA[E&#8217; raccapricciante la notizia del piccolo guru americano che a 12 anni dirige una società di software. Thomas Suarez da noi farebbe la seconda media, ma in America è un bambino prodigio che sviluppa applicazioni informatiche ed è capace di intrattenere un pubblico di adulti presentando i prodotti della sua CarrotCorp. Pare che fin dai...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; raccapricciante la notizia del piccolo guru americano che a 12 anni dirige una società di software. <strong>Thomas Suarez</strong> da noi farebbe la seconda media, ma in America è un bambino prodigio che sviluppa applicazioni informatiche ed è capace di intrattenere un pubblico di adulti presentando i prodotti della sua CarrotCorp. Pare che fin dai tempi dell&#8217;asilo abbia avuto la passione del computer: per lui programmare era come giocare col Lego.</p><p>Oggi la sua storia viene citata come un esempio di <strong>intraprendenza</strong> e l&#8217;immagine del ragazzino in posa da Steve Jobs con auricolare e camicia stropicciata sta facendo il giro del mondo. Ma che bambino è questo? La sua è una storia di successo o di infelicità? Forse a 12 anni avrebbe bisogno di altro. Magari di andare a letto presto la sera, qualche bel libro da leggere, la sua scatola di soldatini (o di Pokemon) a portata di mano, mica più per giocarci più ma per sapere che sono ancora lì. Poi sarebbe ora che provasse il brivido della sua prima cotta per una ragazzina un po&#8217; più grande di lui, che praticasse uno sport e scoprisse il suo corpo, che se lo guardasse e si chiedesse quanti ancora gliene cresceranno di peli sul pube. Avrebbe bisogno annoiarsi sui compiti, un ragazzino di 12 anni, di imparare poesie a memoria senza capirle, di prendere quattro e poi otto nel compito in classe. E di perdere tempo, tanto tempo.</p><p>Quando esisteva ancora la vecchia edizione della rivista Il Male, il disegnatore Giuliano Rossetti vi pubblicò la <strong>vignetta</strong> di un bambino che chiedeva a sua madre:<br /> <em>&#8220;Mamma, hai visto la mia bottiglia?&#8221;<br /> &#8220;Quale?&#8221;<br /> &#8220;Una verde, di plastica&#8230;&#8221;<br /> &#8220;L&#8217;ho buttata!&#8221;<br /> &#8220;Ecco! Ventisei seghe sprecate!&#8221;</em> commentava allora il bambino.</p><p>Di questi sprechi avrebbe bisogno Thomas Suarez per crescere e diventare un giorno un asso dell&#8217;informatica.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/14/ventisei-seghe-sprecate/170523/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>64</slash:comments> </item> <item><title>L&#8217;Europa dello sballo</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/07/leuropa-dello-sballo/168964/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/07/leuropa-dello-sballo/168964/#comments</comments> <pubDate>Mon, 07 Nov 2011 09:44:58 +0000</pubDate> <dc:creator>Diego Marani</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Altiero Spinelli]]></category> <category><![CDATA[crisi economica]]></category> <category><![CDATA[economia]]></category> <category><![CDATA[miti greci]]></category> <category><![CDATA[Politica]]></category> <category><![CDATA[referendum]]></category> <category><![CDATA[Unione Europea]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=168964</guid> <description><![CDATA[Quando si parla di Europa, tutti conoscono il mito greco della giovane sorella di Cadmo, che fu rapita mentre giocava sulla spiaggia da Zeus mutatosi in toro. Di lei non si seppe più nulla e il suggestivo aneddoto serve per dire che l&#8217;Europa è volatile, imprendibile, alla fine inesistente, chissà dov&#8217;è. In questi tempi duri...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Quando si parla di<strong> Europa</strong>, tutti conoscono il mito greco della giovane sorella di Cadmo, che fu rapita mentre giocava sulla spiaggia da Zeus mutatosi in toro. Di lei non si seppe più nulla e il suggestivo aneddoto serve per dire che l&#8217;Europa è volatile, imprendibile, alla fine inesistente, chissà dov&#8217;è. In questi tempi duri per l&#8217;Europa viene facile tirar fuori questa storia come un vecchio monito. L&#8217;Europa è stata un&#8217;altra volta rapita e chissà dov&#8217;è finita. Ma nessuno va mai a vedere il seguito della favola greca. Così si verrebbe a sapere che Cadmo, il fratello Taso e la madre Telefassa non si rassegnarono alla perdita di Europa e andarono alla sua ricerca. Nelle loro peripezie, finirono per consultare l&#8217;oracolo di Delfi.</p><p>Ecco una cosa che potrebbero fare Merkel, Sarkozy &amp; Company invece di continuare a riunirsi a Bruxelles dove chiaramente non si tira fuori un ragno dal buco. <strong>Delfi</strong> è il posto giusto per un vertice infine risolutivo. Papandreu potrebbe far loro da interprete con l&#8217;oracolo, anche se pare che parli male il greco. Per questo a casa non lo capisce nessuno quando vuole fare il referendum? O forse è perché referendum è latino, non greco? Vero, servirebbe un demopsefisma.</p><p>L&#8217;oracolo di Delfi disse a Cadmo di andare a cercare Europa fra le vacche, cioè in Beozia, che era terra bovina. Questa è più difficile da interpretare, ma è anche ovvia. Una che si fa rapire da un toro può solo essere una vacca. L&#8217;oracolo ha scoperto l&#8217;acqua calda. A proposito, il toro che ha rapito Europa, sarà mica per caso il toro di <strong>Wall Street</strong>? Da pensarci. Ma l&#8217;Europa questa volta è stata rapita dai debiti. Quindi bisogna andare a cercarla fra le banche. E qual è la terra delle banche? La Svizzera! Siamo già sulla buona strada.</p><p>Cadmo in Beozia uccide il drago che perde i cinque denti che si trasformano in cinque sparti, i guerrieri che lo aiutano a costruire Tebe. Tebe, città nuova potrebbe simbolizzare l&#8217;Euro, moneta nuova. E sempre seguendo il mito, gli sparti potrebbero rappresentare i membri del consiglio di amministrazione della <strong>Banca Centrale Europea</strong>. Che però sono sei, non cinque.  Chiaro! E&#8217; perché c&#8217;è Bini Smaghi di troppo! Anche qui tutto quadra. Andiamo avanti. Cadmo avrà poi dei figli, fra cui Semele che accoppiandosi con Zeus, genera Dioniso. Ma Dioniso è il dio dell&#8217;estasi, del vino e della follia rituale, dei misteri orfici e dei baccanali.</p><p>Allora non è che per ritrovare l&#8217;Europa serva un bello sballo? Uno di quei trip da letto che gira? Chissà, magari uno spinello ci aiuterebbe a vedere più lontano. Mica per niente uno dei padri fondatori dell&#8217;Europa si chiamava <strong>Altiero Spinelli</strong>. Insomma, qui è tempo di visioni, di miraggio e di coraggio, non di rigore, testa bassa e disciplina.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/07/leuropa-dello-sballo/168964/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>8</slash:comments> </item> <item><title>Patrioti &amp; Traditori</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/26/patrioti-traditori/166446/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/26/patrioti-traditori/166446/#comments</comments> <pubDate>Wed, 26 Oct 2011 09:31:52 +0000</pubDate> <dc:creator>Diego Marani</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Berlusconi]]></category> <category><![CDATA[italia]]></category> <category><![CDATA[Machiavelli]]></category> <category><![CDATA[nazionalismo]]></category> <category><![CDATA[patria]]></category> <category><![CDATA[Politica]]></category> <category><![CDATA[renan]]></category> <category><![CDATA[rosati]]></category> <category><![CDATA[sarkozy]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=166446</guid> <description><![CDATA[Le risate di Sarkozy e Merkel sul nostro primo ministro hanno suscitato in Italia l’ennesima disputa sul presunto antipatriottismo di chi se ne è compiaciuto. Per molti uomini politici del centro-destra, qui è l’orgoglio nazionale a essere infangato. Il vero patriota dunque si scandalizza davanti a tanto vilipendio e non esita a scendere in campo...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Le risate di<strong> Sarkozy</strong> e <strong>Merkel</strong> sul nostro primo ministro hanno suscitato in Italia l’ennesima disputa sul presunto antipatriottismo di chi se ne è compiaciuto. Per molti uomini politici del centro-destra, qui è l’orgoglio nazionale a essere infangato. Il vero patriota dunque si scandalizza davanti a tanto vilipendio e non esita a scendere in campo per lavare con altrettanti insulti l’ignobile affronto straniero.</p><p>A conclusione del 150° anniversario dell’<strong>unità d’Italia</strong>, il tanto usurpato concetto di patriottismo merita forse una riflessione in più. Patriottismo è amor di patria. Ma che cosa vuol dire esattamente amare la patria? E che cosa s’intende per patria?</p><p><strong>Massimo Rosati</strong>, nel suo saggio <em>Il patriottismo italiano</em> scrive: «Per difendere la tesi del patriottismo come virtù nelle democrazie contemporanee, sembra (&#8230;) necessario un passo in avanti (&#8230;) che consiste nello sganciare concettualmente il patriottismo dal riferimento obbligato alla realtà rivolta allo stato nazionale. Un passo che ci viene reso possibile dal riferimento al nesso tra patriottismo e autogoverno proprio della tradizione politica repubblicana».</p><p>In altre parole, Rosati intende dire che il patriottismo non è una lealtà rivolta a un solo stato nazionale, ma a una serie di principi che garantiscono l’<strong>autogoverno</strong>. L’autogoverno è essere soggetti soltanto alla propria volontà, quello che scaturisce dalla decisione comune di rimettersi a un potere legittimo, governato dalla giustizia, che vincoli tutti allo stesso modo.</p><p>Prosegue ancora Rosati: «Il nesso tra patriottismo e autogoverno è di particolare rilevanza, in quanto concettualmente sgancia il patriottismo dal riferimento al solo stato-nazione come comunità politica di riferimento. La tradizione di pensiero politico repubblicana ci consente di guardare al <strong>patriottismo </strong>come a una virtù che insegna il valore dell’autogoverno, quale che sia la comunità politica a cui apparteniamo (stato-nazione o comunità sovranazionali, come anche comunità locali)».</p><p>Il vero patriota dunque non difende una patria a priori che gli è stata imposta o che ha ereditato, ma la patria con cui egli costantemente rinnova il contratto dell’autogoverno, cioè della giustizia, della libertà politica e civile. Il patriottismo è una virtù al servizio del <strong>bene comune</strong>, essenziale per conservare in una società lo stato di diritto. Quando una patria diventa iniqua, il patriota ha il dovere di combatterla.</p><p>Scriveva <strong>Machiavelli</strong>: «Io stimerò sempre poco vivere in una città dove possino meno le leggi che gli uomini: perché quella patria è desiderabile nella quale le sustanze e gli amici si possano sicuramente godere, non quella dove ti possino essere quelle tolte facilmente, e gli amici per paura di loro proprii nelle tue maggiori necessità t’abbandonino».</p><p>Scrive ancora Rosati: «Senza patriottismo insomma, una collettività cederà lo scettro dell’autogoverno a un qualche potere arbitrario, interno o esterno, intento non a far valere quello che gli autori repubblicani chiamavano il bene comune, ma meri interessi particolari. (&#8230;) Il patriota dunque è un critico della sua società, ma un critico che sa bilanciare senso di<strong> appartenenza</strong> e<strong> distacco</strong>».</p><p>E qui arriviamo al caso Italia. Oggi è più patriottico criticare l’Italia per il suo <strong>immobilismo</strong>, per la sua incapacità di prendere decisioni necessarie, per la sua inefficienza economica, per l’ingiustizia sociale dilagante e per l’inadeguatezza delle sue infrastrutture o è più patriottico difenderla a tutti i costi e restare uniti davanti agli attacchi stranieri? Per trovare la risposta basta andare a cercare dove è finito in questo garbuglio il nostro autogoverno. Chi ci garantisce libertà individuali e civili, stato di diritto, pari trattamento e giustizia? Certamente non più il nostro stato nazionale, che è incapace di portarci fuori da questa crisi e quindi di provvedere un contesto in cui l’autogoverno possa essere esercitato. E’ solo dentro le regole dell’Unione europea che noi possiamo conservare le nostre libertà e non diventare schiavi dell’<strong>arbitrario</strong>. È l’Unione europea oggi che ci garantisce una via d’uscita dalla crisi, che paga l’interesse sul nostro debito, che imponendoci le sue misure ci salva da noi stessi.</p><p>Scriveva <strong>Ernest Renan</strong> nel 1882: «L’esistenza della nazione è un quotidiano plebiscito, esattamente come la vita dell’individuo è una costante affermazione di adesione alla vita. Le nazioni non sono eterne. Hanno avuto un inizio e avranno una fine. Saranno probabilmente sostituite da una confederazione europea».</p><p>A leggere queste parole capiamo che la nazione italiana oggi volge al suo termine, almeno come l’abbiamo conosciuta finora, perché il nostro interesse di italiani non è più difeso dal nostro stato. Serve un altro contratto di autogoverno, un’altra<strong> patria</strong>, un altro sistema di <strong>lealtà</strong>.</p><p>Di fatto, ancora oggi in Italia due opposte concezioni si contendono l’idea di patria e nazione. Una democratica e repubblicana che vede nella patria il luogo dove possono compiersi i valori di democrazia e autodeterminazione sulla base dello stato di diritto a prescindere dalle singole nazioni e in una costante dialettica sociale. L’altra nazionalista e totalitarista che alla lealtà a una cultura omogenea e particolare, sovrappone l’<strong>esclusione della diversità</strong> e la negazione di ogni conflitto sociale. In altri termini, l’una ispirata alla Resistenza come riscatto nazionale e recupero del Risorgimento in termini antinazionalisti, l’altra ispirata al nazionalfascismo che considera l’8 settembre un tradimento e la Resistenza un movimento di parte.</p><p>Per l’una, essere patrioti significa essere anche <strong>anti-italiani </strong>quando patria e diritto non coincidono più. Per gli altri il patriota deve affondare assieme alla nave senza mai lasciare il suo posto.</p><p>Allora non esitiamo e uniamoci alla corale risata di Sarkozy e Merkel. <strong>Una risata che seppellendoci ci salverà</strong>.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/26/patrioti-traditori/166446/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> <item><title>&#8220;Furore&#8221;: la fisiologia delle banche e non solo</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/19/furore-la-fisiologia-delle-banche-e-non-solo/164913/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/19/furore-la-fisiologia-delle-banche-e-non-solo/164913/#comments</comments> <pubDate>Wed, 19 Oct 2011 15:26:02 +0000</pubDate> <dc:creator>Diego Marani</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Banche]]></category> <category><![CDATA[black blo]]></category> <category><![CDATA[crisi finanziaria]]></category> <category><![CDATA[John Steinbeck]]></category> <category><![CDATA[rivolta]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=164913</guid> <description><![CDATA[È uscita in questi giorni per i tipi di Bompiani una nuova edizione di Furore di John Steinbeck. Con il titolo originale di The grapes of wrath, il romanzo racconta l&#8217;epopea di una famiglia nell&#8217;America della Depressione. La fattoria e le terre dei Joad vengono espropriate dalla banca che non accetta più di prestare soldi...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>È uscita in questi giorni per i tipi di Bompiani una nuova edizione di <em>Furore </em>di <strong>John Steinbeck</strong>. Con il titolo originale di <em>The grapes of wrath</em>, il romanzo racconta l&#8217;epopea di una famiglia nell&#8217;America della Depressione. La fattoria e le terre dei Joad vengono espropriate dalla banca che non accetta più di prestare soldi ai vecchi agricoltori. Il giovane Tom e i suoi sono costretti a partire per la California andando incontro ad altra, più disperata miseria.</p><p>Quel che le <strong>banche</strong> fecero nel 1929, anche se in modi diversi, è quello che hanno fatto di nuovo in questi anni, divorandosi i risparmi di tanta gente e scatenando la crisi finanziaria che stiamo vivendo. Non vediamo oggi migliaia di convogli di disperati che vagano per l&#8217;Europa espropriati di tutto come nell&#8217;America degli <strong>anni Trenta</strong>. Ma vediamo lo stillicidio delle fabbriche che chiudono, dell&#8217;assistenza sociale che si sfascia, dei prezzi che aumentano, del lavoro che scompare, delle tasse che si moltiplicano. E per evitare il peggio, gli stati sono costretti a finanziare quelle stesse banche che con la loro avidità hanno provocato il tracollo.</p><p>Ecco come descrive la <strong>fisiologia della banca</strong> John Steinbeck: <em>«The bank – the monster has to have profits all the time. It can&#8217;t wait. It&#8217;ll die. No, taxes go on. When the monster stops growing, it dies. It can&#8217;t stay one size»</em> (nella mia libera traduzione: &#8220;La banca – il mostro, deve sempre fare profitti. Non può fermarsi. Morirebbe. No, è una tassa senza fine. Quando il mostro smette di crescere muore. Non può restare com&#8217;è&#8221;).</p><p>Il romanzo di Steinbeck suscitò grande scalpore in<strong> America</strong> e per lungo tempo fu mal visto dall&#8217;<em>establishment</em> per l&#8217;aperta denuncia che faceva della voracità delle banche, della spietatezza del libero mercato e del capitalismo selvaggio. Ci sono scene e dialoghi del romanzo che chiaramente istigano alla ribellione contro un sistema economico guidato dal solo profitto, che passa come un carro armato sulle persone, sui loro affetti, sulle loro vite.</p><p>Nel brano seguente uno dei personaggi ha rischiato di farsi fregare da un gommista che cercava di vendergli un<strong> pneumatico scoppiato</strong>: «<em>Says&#8217; when I was a kid my ol&#8217; man give me a haltered heifer an&#8217; says take her down an&#8217; git her serviced. An&#8217; the fella says, I done it, an&#8217; ever&#8217; time since then when I hear a business man talkin&#8217; about service, I wonder who&#8217;s getting screwed. Fella in business got to lie an&#8217; cheat, but he calls it somepin else. That&#8217;s what&#8217;s important. You go steal that tire an&#8217; you&#8217;re a thief, but he tried to steal your four dollars for a busted tire. They call that sound business»</em> (Quand&#8217;ero ragazzo mio padre una volta mi disse di mettere la cavezza alla giovenca e di portarla al servizio. Io l&#8217;ho presa e ce l&#8217;ho portata e il tizio del toro poi mi ha detto: ecco fatto. Da quel giorno, ogni volta che sento un commerciante parlare di servizio mi viene da chiedermi: chi sarà che si sta facendo fottere? Per fare affari bisogna mentire e ingannare, ma loro lo chiamano in un altro modo. Ecco come stanno le cose. Se rubi una gomma sei un ladro, ma se uno cerca di rubarti quattro dollari per rifilarti una gomma scoppiata, lo chiamano fare affari).</p><p>In questi giorni il Ministero dell&#8217;interno sta facendo setacciare l&#8217;Italia intera per scovare le mazze, i caschi e le molotov dei black bloc che il 15 ottobre hanno devastato Roma. Tutta gentaglia che non ci stanchiamo di condannare, cugini degli sciacalli che hanno messo a ferro e fuoco<strong> Londra</strong> l&#8217;estate scorsa. Ma tutti figli nostri, scaturiti da questa società e dai suoi paradossi. Gente che non possiamo liquidare dichiarandoli semplicemente estranei al movimento degli Indignados e della legittima protesta. Insomma, tutti teppisti pronti a rubare una gomma senza nessuno scrupolo. Ma andranno gli uomini del ministero a perquisire anche gli uffici di quegli altri pericolosi estremisti che non hanno nessuno scrupolo a vendere gomme scoppiate? Chissà che mazze, randelli e quante altre armi vi troverebbero!</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/19/furore-la-fisiologia-delle-banche-e-non-solo/164913/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>11</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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