<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Daria Lucca</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/dlucca/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sat, 26 May 2012 20:00:11 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>Class action contro i fanatici antiabortisti?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/14/class-action-contro-fanatici-antiabortisti/228799/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/14/class-action-contro-fanatici-antiabortisti/228799/#comments</comments> <pubDate>Mon, 14 May 2012 10:34:52 +0000</pubDate> <dc:creator>Daria Lucca</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[angelo bagnasco]]></category> <category><![CDATA[class action]]></category> <category><![CDATA[Gianni Alemanno]]></category> <category><![CDATA[Laiga]]></category> <category><![CDATA[Legge 194]]></category> <category><![CDATA[marcia antiabortista Roma]]></category> <category><![CDATA[obiezione di coscienza]]></category> <category><![CDATA[sindaco di roma]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=228799</guid> <description><![CDATA[Cinque milioni di omicidi, gridavano ieri gli organizzatori della marcia per la vita sotto il Colosseo. La cifra e la definizione morale riguardavano ovviamente il numero di interruzioni di gravidanza (le parole sono importanti, pertanto scelgo questa) effettuate dalla data dell’entrata in vigore della legge 194, nel 1978. C’è da chiedersi se non sia possibile...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong>Cinque milioni di omicidi</strong>,<span style="text-decoration: underline;"><a href="http://tv.ilfattoquotidiano.it/2012/05/13/marcia-anti-aborto/197287/" target="_blank"> gridavano ieri gli organizzatori della marcia per la vita sotto il Colosseo</a></span>. La cifra e la definizione morale riguardavano ovviamente il numero di interruzioni di gravidanza (le parole sono importanti, pertanto scelgo questa) effettuate dalla data dell’entrata in vigore della <strong>legge 194</strong>, nel 1978. C’è da chiedersi se non sia possibile una <strong>class action</strong> di tutte coloro che hanno utilizzato la legge, ritenendosi diffamate dallo slogan e, di conseguenza, dai responsabili legali del movimento.</p><p>Sono passati 32 anni (trentadue) da allora. E’ forse utile ricordare alcuni fatti che molti lettori, e anche molte lettrici, hanno magari dimenticato o semplicemente non possono sapere per banali ragioni anagrafiche.</p><p>Oggi, la <strong>diffusione dei contraccettivi</strong> non è completamente soddisfacente ma certo è molto più ampia e capillare di quanto lo fosse negli anni che hanno preceduto l’approvazione della 194 e l’apertura dei consultori: la pillola era conosciuta da un’esigua minoranza, gli anticoncezionali di tipo meccanico (diaframma, spirale) erano utilizzati da pochissimi ginecologi, i preservativi erano detestati dalla stragrande maggioranza dei maschi. La gran parte delle donne italiane, soprattutto quelle meno scolarizzate, si affidava ancora alla conta dei giorni ed era perciò esposta a probabilità di restare incinta molto più alte di ora.</p><p>Per chi era così costretta a interrompere la gravidanza si apriva un’unica strada, quella che portava negli studi dei medici disposti ad operare clandestinamente per le più ricche, quella che portava nelle cucine delle “<strong>mammane</strong>” per le più indigenti. Quante di loro sono morte per un intervento malriuscito? Gli organizzatori della marcia per la vita non ce l’hanno detto perché, come è noto, a loro questi aspetti non interessano.</p><p>Ugualmente, non interessa loro interrogarsi sulle ipocrisie che sottostanno agli approcci troppo ideologici e integralisti.</p><p>I cattolici sono contrari al divorzio (<strong>Bagnasco</strong> ha appena aperto il fuoco contro il divorzio breve, in discussione al parlamento da tempo infinito) ma quando ne hanno bisogno ricorrono alla <strong>Sacra Rota</strong> inventandosi le giustificazioni più improbabili. Lo stesso dicasi per le interruzioni di gravidanza.</p><p>Per avervi partecipato, alle battaglie che portarono alla legge 194, ho ricordi personali di sale d’attesa dei “cucchiai d’oro” &#8211; così eran detti i medici che praticavano l’aborto clandestino &#8211; dove ti capitava di incontrare donne cattoliche che dividevano le sedie con le altre (ma a casa nessuno doveva sapere!). Lo stesso accadeva con i gruppi di pratica creati da donne e professionisti (e anche i radicali, ricordo) come alternativa alla clandestinità isolata: sempre sono state aiutato tutte, cattoliche maritate a integralisti antiabortisti comprese.</p><p>Prima della 194, più o meno una donna italiana su due era costretta a sperimentare l’orrore dell’aborto clandestino nel corso della sua vita fertile. Se i partecipanti alla marcia di ieri erano davvero migliaia, molti di loro hanno zie e nonne (non volendo tirare in ballo le madri) che rientrano nella statistica.</p><p>A proposito del sindaco di Roma&#8230;Invece di passeggiare con i fanatici indossando la fascia tricolore, gli consigliamo caldamente di impiegare meglio il tempo occupandosi dell’applicazione della legge nella città che amministra. Nessun politico ne parla, neanche a sinistra, pochi giornali lo scrivono ma la 194 è forse la legge italiana meno applicata della storia repubblicana. In questi 38 anni, l’<strong>obiezione di coscienza dilagante l’ha ridotta a carta straccia</strong>, con punte dell’85 % di obiettori nelle regioni del sud, e con i <a href="http://www.radio100passi.net/radio/index.php?option=com_k2&amp;view=item&amp;id=314:intervista-ad-antonio-panti-presidente-ordine-dei-medici-di-firenze" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">medici che rifiutano persino di redigere il certificato</span> </a>necessario per poter accedere al percorso previsto dalla legge. Alcuni ginecologi riuniti nella <span style="text-decoration: underline;"><strong><a href="http://www.laiga.it/" target="_blank">Laiga</a></strong></span>,  a cui deve andare tutto il nostro apprezzamento, stanno raccogliendo i dati sull’obiezione che neanche il ministero della salute conosce con esattezza. Per mille motivi, compreso quello davvero poco nobile dei signori dottori che obiettano nelle strutture pubbliche ma sono poi disponibili nelle strutture private (a pagamento), dove peraltro sono vietate le interruzioni di gravidanza più delicate. Vale a dire le interruzioni terapeutiche. </p><p>Se il sindaco di Roma vuole essere davvero il sindaco di tutti, si impegni a garantire l’applicazione di una legge dello stato negli ospedali della sua città.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/14/class-action-contro-fanatici-antiabortisti/228799/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Fornero dacci un&#8217;opportunità</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/06/fornero-dacci-unopportunita/220112/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/06/fornero-dacci-unopportunita/220112/#comments</comments> <pubDate>Sun, 06 May 2012 14:58:14 +0000</pubDate> <dc:creator>Daria Lucca</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[De Benedetti]]></category> <category><![CDATA[Dogliani]]></category> <category><![CDATA[donne]]></category> <category><![CDATA[festival della tv e nuovi media]]></category> <category><![CDATA[Fornero]]></category> <category><![CDATA[pari opportunità]]></category> <category><![CDATA[Televisione]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=220112</guid> <description><![CDATA[Con il titolo certo non modesto di primo &#8220;Festival della tv e dei nuovi media&#8221; ha tenuto banco a Dogliani in questi giorni una kermesse-dibattito che ha spaziato dai cartoni animati ai reportage di guerra, dallo sport a Blob, dai social network alle &#8220;nuove idee&#8221; per la televisione. Di tutto, e di tutto un po&#8217;...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Con il titolo certo non modesto di primo &#8220;<a href="http://www.festivaldellatv.it/index.html" target="_blank">Festival della tv e dei nuovi media</a>&#8221; ha tenuto banco a Dogliani in questi giorni una kermesse-dibattito che ha spaziato dai cartoni animati ai reportage di guerra, dallo sport a Blob, dai social network alle &#8220;nuove idee&#8221; per la televisione. Di tutto, e di tutto un po&#8217; scontato. <strong>Di tutto, ma non di donne e tv,</strong> e adesso vi raccontiamo perché.</p><p>Ma prima, due parole sulla scelta della location. Dogliani è un eccellente luogo per qualsiasi cosa: vacanza in Langa, bevute, mangiate e anche eventi culturali che la gente del posto accoglie con entusiasmo. Per combinazione, dal 2010 Dogliani e&#8217; anche la nuova residenza di<strong> Carlo De Benedetti</strong> che nella sua magione di una trentina di stanze si ritira nei di&#8217; di festa. A Dogliani, una società del presidente Espresso-Repubblica ha costruito una casa per anziani che però non sembra godere di buona salute. E proprio poche settimane fa, <a href="http://www.provinciagranda.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=727:debenedetti-dogliani&amp;catid=478:07102011" target="_blank">l&#8217;imprenditore ha siglato con il comune un accordo con cui ha donato 350 mila euro per rifare un impianto sportivo</a>. Ora, sarà un caso ma e&#8217; stato proprio il tycoon piemontese ad aprire le danze al festival (&#8220;adesso la 7 non la voglio più&#8221;), venerdì scorso.</p><p>Il pubblico ha risposto con passione. Tanta gente. L&#8217;evento era organizzato da una società, la Sgi, che produce televisione (di buona qualità, va detto) e dunque non le mancava la destrezza del mezzo, compreso quello pubblicitario per cui se inviti uno di destra e uno di sinistra, Telese e Giordano, Linus e Ghezzi, non ti critica nessuno e tutti ne parlano.</p><p>C&#8217;era persino, in calendario, un dibattito con <strong>Elsa Fornero</strong> sul tema &#8220;La figura femminile nella televisione italiana&#8221;. Bell&#8217;argomento, importante, visto che l&#8217;immagine femminile veicolata dal piccolo schermo suona decisamente terribile a molte di noi. E la Fornero, ottima su questo punto, avendo osato staccarsi dal coro durante <a href="http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=181725&amp;sez=SANREMO" target="_blank">Sanremo</a>.<br /> La ministra è stata annunciata anche sui quotidiani del sabato.<strong> Ma non è venuta</strong>.<br /> Un vero peccato, considerando che in Italia le donne sono 2 milioni più degli uomini (dunque sono audience), che l&#8217;argomento è bello tosto e spinoso, perciò faceva davvero cultura, magari polemica seria.</p><p>Un vero peccato per la ministra. Alla scusa &#8220;impegni istituzionali&#8221; non crede nessuno. L&#8217;impressione era che Fornero non abbia mai avuto intenzione di venire realmente a parlare della questione. Quanto al video-saluto sostitutivo <strong>la pezza era peggio del buco</strong>. Vi riassumo: la tv è&#8217; responsabilità. Già. Anche accettare la delega alle pari opportunità dovrebbe essere responsabilità. Due minuti di lezioncina da professoressa.</p><p>Cara ministra di noi tutte, occupati un pochino di più delle condizioni delle donne italiane. Al danno, gli organizzatori hanno aggiunto la beffa, cancellando del tutto il dibattito. Cancelled, erased. Chi se ne frega, manco lo sforzo di predisporre un paracadute, di discuterne con le giornaliste invitate (superminoranza, tanto per non smentirsi). Eh sì, che cosa volete che contino le donne, quando si discute dei destini della tv! Le cose importanti <strong>lasciatele dire agli uomini</strong>.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/06/fornero-dacci-unopportunita/220112/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Battaglia vs. mafia:  una mostra da vedere</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/20/battaglia-mafia-mostra-vedere/205974/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/20/battaglia-mafia-mostra-vedere/205974/#comments</comments> <pubDate>Fri, 20 Apr 2012 15:39:02 +0000</pubDate> <dc:creator>Daria Lucca</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Antonio Cassarà]]></category> <category><![CDATA[Giuseppe Montana]]></category> <category><![CDATA[Letizia Battaglia]]></category> <category><![CDATA[mafia]]></category> <category><![CDATA[memoria]]></category> <category><![CDATA[Michela Battaglia]]></category> <category><![CDATA[Natale Mondo]]></category> <category><![CDATA[Roberto Antiochia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=205974</guid> <description><![CDATA[Due donne con lo stesso cognome, Battaglia. Letizia e Michela, nessuna parentela, la stessa passione per la fotografia. La loro collaborazione in un identico progetto, curato da un’altra donna, Giovanna Calvenzi, ha prodotto un bellissimo salto nel tempo e nella storia. Chi vuole (e può) vada a vedere questa mostra semplice e mirabile (Storie di...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Due donne con lo stesso cognome, Battaglia. Letizia e Michela, nessuna parentela, la stessa passione per la fotografia. La loro collaborazione in un identico progetto, curato da un’altra donna, <strong>Giovanna Calvenzi</strong>, ha prodotto un bellissimo salto nel tempo e nella storia. Chi vuole (e può) vada a vedere questa mostra semplice e mirabile (<strong>Storie di mafia, Il dolore della memoria, Topografia della memoria</strong>) ospitata in uno spazio altrettanto minimale nel cuore del quartiere <strong>Garbatella </strong>(intanto esploratelo sul web, <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.10bphotography.com" target="_blank">10bphotography.com</a></span>), in via San Lorenzo da Brindisi, a Roma.</p><p>Il progetto si compone di due serie di immagini. Quelle di <strong>Letizia Battaglia</strong>, classe 1935, pluripremiata in Usa, donna del bianco e nero e degli scatti che hanno illustrato un ventennio di storia (drammatica) a Palermo. E quelle di <strong>Michela Battaglia,</strong> classe 1982, che documenta con l’occhio di chi non c’era (e poi ci sarà, ma bambina) gli omicidi degli innocenti, nel fiume di sangue che si conclude (se mai si concluderà) con i delitti più recenti. E per documentare, sceglie di registrare con la macchina fotografica i luoghi materiali, di questi omicidi.</p><p>E’ una mostra semplice, come si è detto. Ma terribilmente emozionante per tutti, di certo per chi abbia custodito in qualche angolo della coscienza un file dedicato alla lotta ingaggiata (e lontana dall’essere conclusa) tra le istituzioni sane e la mafia, tra la società civile per bene o l’economia che non si è piegata e i clan di Cosa Nostra.</p><p>Tra le tante raffigurazioni del dolore, della miseria e della morte, sono rimasta colpita da due foto di Letizia distanti tra loro quasi un ventennio. La prima inquadra l’auto in cui è riverso il corpo del presidente della regione Sicilia, Piersanti Mattarella (6 gennaio 1980), sul quale piange la moglie che ha assistito all’agguato. Ci può essere una testimonianza più crudele e vera di questa? No.</p><p>La seconda foto ritrae il magistrato Roberto Scarpinato &#8211; mi pare nel 1998 &#8211; sul tetto del tribunale di Palermo, mentre fuma circondato dalla scorta, in borghese ma ad armi spianate. (Le Torri Gemelle erano di là da venire, ma la doppietta Capaci-Via Amelio aveva lasciato il segno).</p><p>La ricerca fotografica di Michela non lascia trapelare emozioni apparenti. Del resto, che cosa si può trovare, di commovente, nel cancello bianco davanti al quale fu ucciso il vicequestore <strong>Antonio Cassarà</strong>? Era l’estate del 1985. Il 6 agosto Cassarà tornò a casa dopo giorni e giorni di tour de force investigativo in seguito all’omicidio del collega e amico <strong>Giuseppe Montana</strong>. Lo accompagnavano altri due poliziotti, <strong>Roberto Antiochia</strong> e <strong>Natale Mondo</strong>. Antiochia era rientrato apposta dalle ferie. Aveva 23 anni, un ragazzino per gli standard di oggi, ma professionalmente preparatissimo (ho poi conosciuto la madre, una donna di uguale coraggio). Antiochia scese dalla volante per scortare il “capo”. Sotto gli occhi della signora Cassarà, che stava al balcone, il commando mafioso sparò decine di raffiche di kalashnikov dalle quali uscì vivo soltanto Mondo (per essere a sua volta ucciso nell’88). Questa era Palermo, per chi se la ricorda, queste sono fotografie che vi resteranno comunque negli occhi e nel cuore. Valgono molti discorsi e, soprattutto, aiutano a ricordare tutti quelli che erano a un passo dal dimenticare. E brave, le ragazze Battaglia!</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/20/battaglia-mafia-mostra-vedere/205974/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Le vedove di Casale, i nostri cavalieri del lavoro</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/14/vedove-casale-sono-nostri-cavalieri-lavoro/191223/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/14/vedove-casale-sono-nostri-cavalieri-lavoro/191223/#comments</comments> <pubDate>Tue, 14 Feb 2012 17:23:11 +0000</pubDate> <dc:creator>Daria Lucca</dc:creator> <category><![CDATA[Ambiente & Veleni]]></category> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[Casale Monferrato]]></category> <category><![CDATA[donne]]></category> <category><![CDATA[Eternit]]></category> <category><![CDATA[processo]]></category> <category><![CDATA[sentenza]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=191223</guid> <description><![CDATA[E’ passato un giorno dalla sentenza di Torino che ha segnato la vittoria di tutti noi contro i crimini sulla salute commessi in nome del profitto a tutti i costi ed è importante continuare a parlarne. I 16 anni di carcere (non pochi, davvero) comminati ai due proprietari (stranieri e, almeno uno, per l’età, fuori...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/02/casale.jpg?47e3a5"><img class="alignleft size-medium wp-image-191233" title="casale" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/02/casale-300x200.jpg?47e3a5" alt="" width="300" height="200" /></a>E’ passato un giorno dalla <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/13/eternit-oggi-sentenza-conclusiva-laccusa-chiede-anni-reclusione/190897/" target="_blank">sentenza di Torino</a> che ha segnato la vittoria di tutti noi contro i <strong>crimini sulla salute </strong>commessi in nome del profitto a tutti i costi ed è importante continuare a parlarne. I 16 anni di carcere (non pochi, davvero) comminati ai due proprietari (stranieri e, almeno uno, per l’età, fuori del rischio galera) della <strong>Eternit</strong> sono il punto di partenza di una serie di riflessioni che ci devono accompagnare nei mesi a venire.</p><p>La prima è d’obbligo rivolta a <strong>Raffaele Guariniello</strong>. Chi è abbastanza <em>agé</em> da ricordarlo “bucare” le difese inviolate della <strong>Fiat</strong> <strong>anni ’70</strong>, in piene ferie, alla ricerca (purtroppo fruttuosa) delle <strong>schedature sui dipendenti,</strong> e lo ha seguito nel percorso da lui costruito per una giustizia dei consumatori (cibi o vino avariati), dei tifosi onesti (doping) e dei lavoratori lasciati senza sicurezza (<strong>Thyssen</strong>), non può che complimentarsi per la sua determinazione e per il suo rigore.</p><p>La seconda è per quel gruppo di avvocati che non ha smesso negli anni di lavorare (probabilmente a fronte di magri onorari) perché fosse affermato il diritto di quanti sono stati esposti al rischio e ne hanno portato le conseguenze: operai degli stabilimenti Eternit ma anche i cittadini di<strong> Casale Monferrato</strong>, a cui il profitto di cui sopra ha regalato tonnellate di polveri mortali. A questi avvocati, che di certo non si preoccupano della tariffa minima, deve andare tutto il nostro rispetto.</p><p>La terza riflessione, infine, deve rivolgere <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/13/amianto-eternit-collina-delle-donne-fotoreportage-sulle-vedove-casale-monferrato/190960/" target="_blank">un pensiero di sostegno alle <strong>donne</strong></a></span> che hanno animato, incoraggiato e sostenuto le parti lese. Alcune si sono ammalate loro stesse, la maggior parte sono<strong> le vedove degli operai</strong> che, negli anni ’70-’80, quando già si conosceva il potenziale distruttivo dell’amianto,  sono stati tenuti all’oscuro dei rischi dai loro “padroni” (scusate il sostantivo molto retrò, ma qui ci vuole).</p><p>Esattamente all’opposto, oggi, queste donne si battono non solo per avere giustizia personalmente, ma per diffondere informazioni e conoscenze sul problema. Proprio questo ha detto, dopo la sentenza, <strong>Romana Blasotti</strong>, presidente dell’associazione vittime dell’amianto di Casale: “La lotta non finisce qui, noi vogliamo lottare per la bonifica e la ricerca”. Il risarcimento (che al momento è soltanto la provisionale, altri ne saranno stabiliti in sede di giustizia civile) può sembrare poca cosa a chi è abituato alle cifre sensazionali di certe cause<em> </em>americane. Oggi però è molto più importante il risultato complessivo: la condanna penale per i proprietari dello stabilimento che erano consapevoli e continuarono, il riconoscimento di parti lese per le associazioni, le strutture, le organizzazioni sindacali, le cittadinanze.</p><p>Fra tanti cavalieri del lavoro, pur degni, provenienti dall’imprenditoria sarebbe a questo punto bello vedere il presidente della repubblica proclamarne almeno una tra queste donne che <strong>sull’altare del lavoro</strong> hanno lasciato, oltre a energie e fatica, anche la vita dei loro cari. E che, con il loro coraggio, hanno aiutato questo paese a credere ancora nella giustizia.</p><p>(Foto di <a href="http://saracasna.tumblr.com/">Sara Casna</a>, dal reportage <a href="http://www.flickr.com/photos/ilfattoquotidiano/sets/72157629300479859/" target="_blank">La collina delle donne</a>)</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/14/vedove-casale-sono-nostri-cavalieri-lavoro/191223/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Riformare la giustizia o rinominare gli uffici?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/01/migliorare-giustizia-cambiare-nome-agli-uffici/188001/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/01/migliorare-giustizia-cambiare-nome-agli-uffici/188001/#comments</comments> <pubDate>Wed, 01 Feb 2012 11:10:15 +0000</pubDate> <dc:creator>Daria Lucca</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[area]]></category> <category><![CDATA[decreto legge]]></category> <category><![CDATA[decreto liberalizzazioni]]></category> <category><![CDATA[riforma della giustizia]]></category> <category><![CDATA[società per azioni]]></category> <category><![CDATA[tribunale delle imprese]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=188001</guid> <description><![CDATA[L’Italia è il paese della giustizia lumaca (lo si dice da un quarto di secolo). La lentezza dei processi civili costa un punto percentuale di Pil (lo disse tra i primi l’ex governatore di Bankitalia, Mario Draghi). La giustizia lenta fa scappare gli investimenti stranieri (sarà, ma il Fatto Quotidiano dice cose un po’ diverse)....]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>L’Italia è il paese della<strong> giustizia lumaca</strong> (lo si dice da un quarto di secolo). La lentezza dei processi civili costa un punto percentuale di Pil (lo disse tra i primi l’ex governatore di Bankitalia, Mario Draghi). La giustizia lenta fa scappare gli investimenti stranieri (sarà, ma il <em>Fatto Quotidiano</em> <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/22/litalia-preda-delle-compagnie-straniere-acquisizioni-2011-totale-miliardi/185740/" target="_blank">dice cose un po’ diverse</a>).</p><p>Ora, è noto ormai a tutti che il governo ha fatto la sua prima mossa sul tema della giustizia civile con il famoso articolo 2 del decreto liberalizzazioni, subito ribattezzato “<strong>tribunale delle imprese</strong>”. Poteva farne altre, ha scelto questa. Se volete i dettagli, <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.dirittobancario.it/news/profili-processuali/tribunale-delle-imprese-nuove-competenze-il-contenzioso-societario" target="_blank">in rete si trovano tutte le informazion</a>i</span>.</p><p>Se invece voleste darne un giudizio, le cose si complicano. Nei blog, la mossa è stata subito bollata come <a href="http://www.altalex.com/index.php?idnot=17009" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">riforma a costo zero</span></a>. Alcuni magistrati appartenenti al gruppo <strong>Area, </strong>composto da Md e Movimento per la giustizia, hanno messo nero su bianco i loro dubbi e li hanno <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://mdtoscana.blogspot.com/2012/01/sul-tribunale-delle-imprese.html" target="_blank">condivisi</a></span> con colleghi e avvocati.</p><p>Quello istituito, osservano Luca Perilli (tribunale di Rovereto), Elena Riva Crugnola (Milano), Luca Minniti (Firenze) e Pasquale d&#8217;Ascola (Cassazione), non sarà un<em> “Tribunale delle Imprese, e cioè un giudice specializzato con competenza territoriale ampia e dotato di risorse, anche informatiche, adeguate che si occuperà dei conflitti dell’impresa e dei conflitti tra imprese&#8230;Vi sarà, invece, con un colpo di penna, il <strong>trasferimento </strong>di migliaia di fascicoli riguardanti specifiche e selezionate materie, certamente complesse, dalla maggior parte dei tribunali italiani a 12 grandi uffici giudiziari, ai quali sono attribuite dal luglio 2003 le controversie in materia di proprietà industriale e intellettuale</em>.</p><p><em>Il decreto legge non considera se si tratti di tribunali sofferenti; non crea nuove sezioni specializzate con competenze esclusive; <strong>non attribuisce nuove risorse </strong>umane e materiali ai &#8216;tribunali delle imprese&#8217;; non prevede la possibilità che tali &#8216;tribunali delle imprese&#8217; si avvalgano di competenze e professionalità maturate nel settore societario da giudici dei tribunali ordinari; non prevede la verifica di una pregressa formazione per il giudice dell’impresa; prevede invece la quadruplicazione del contributo unificato che, vale, secondo la relazione che accompagna il provvedimento legislativo, 7,7 milioni di euro l’anno, destinati all’Erario”</em>.</p><p>I quattro giudici sono preoccupati della consuetudine di modificare il diritto processuale per decreto. Valutano<strong> <em>“improvvisati”</em> </strong>questi interventi sull’organizzazione giudiziaria: <em>“Chiediamo invece, da anni, un approccio moderno all’organizzazione della giustizia, che sia basato sullo studio e sulla conoscenza dei dati statistici e dei flussi di affari, sull’investimento e sulla distribuzione di risorse adeguate all’obbiettivo di un processo di durata ragionevole per tutti i cittadini”</em>.</p><p>Il decreto, dicono, <em>“non raggiunge nessuno degli obbiettivi che si propone e avrà l’unico effetto di appesantire i dodici tribunali distrettuali. Determinerà problemi di competenza per materia, perché esso ritaglia artificiosamente, nell’ambito del settore societario, alcune sottomaterie per lo più, ma non esclusivamente, riconducibili alle <strong>società per azioni</strong> e individua nella nozione di controllo societario (che presuppone un complesso accertamento in fatto ) l’estensione della competenza accentrata per le controversie riguardanti altri modelli societari”</em>. Inoltre<em> “avrà l’effetto di distinguere il &#8216;fare impresa&#8217; di fronte alla giustizia, a seconda che a operare siano società per azioni ovvero altre società, sottovalutando che anche piccole e medie imprese, su cui si basa larga parte dell’economia italiana, necessitano di accesso a una giustizia rapida e di qualità”</em>. Si <em>“darà attenzione più ai conflitti societari interni, che all’efficienza della risposta giudiziaria in materia di contratti d&#8217;impresa e di insolvenza civile commerciale, cui il decreto legge non guarda, sebbene questi condizionino molto di più la vita economica delle imprese”</em>.</p><p>Secondo gli estensori del documento,<em> “assai maggiori benefici per il mercato si potrebbero determinare con mirati investimenti sulla <strong>telematica giudiziaria</strong>, come dimostrano i dati economici sugli effetti dell’introduzione della informatizzazione nelle procedure esecutive e concorsuali e del decreto ingiuntivo telematico, attualmente attivato solo in un numero limitatissimo di uffici”</em>.</p><p>Si potevano fare molte cose, si diceva, il governo ha scelto di fare cassa <strong>cambiando la targa</strong> sulla porta di dodici uffici.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/01/migliorare-giustizia-cambiare-nome-agli-uffici/188001/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Le carceri private volute da Passera?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/23/carceri-private-volute-passera/185911/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/23/carceri-private-volute-passera/185911/#comments</comments> <pubDate>Mon, 23 Jan 2012 16:52:38 +0000</pubDate> <dc:creator>Daria Lucca</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[carceri]]></category> <category><![CDATA[corrado passera]]></category> <category><![CDATA[giustizia]]></category> <category><![CDATA[Governo Monti]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=185911</guid> <description><![CDATA[Le carceri ai privati? La blogosfera impazza e impazzisce: la sorpresa è nell&#8217;articolo 44 del decreto liberalizzazioni del governo Monti. Sotto il titolo &#8220;Project financing per la realizzazione di strutture carcerarie&#8221; si prevede la costruzione e soprattutto la gestione degli istituti di pena da parte di soggetti privati, previo decreto ministeriale degli interessati (giustizia, infrastrutture...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Le<strong> carceri</strong> ai privati? La blogosfera <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.futurolibero.it/?p=5002" target="_blank">impazza</a></span> e impazzisce: la sorpresa è nell&#8217;articolo 44 del <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/20/riforme-strutturali-decreto-cresci-italiamonti-adottato-pacchetto-riforme/185331/" target="_blank">decreto liberalizzazioni</a></span></strong> del governo Monti. Sotto il titolo &#8220;<span style="text-decoration: underline;"><a href="https://docs.google.com/viewer?url=http%3A%2F%2Fmedia2.corriere.it%2Fcorriere%2Fcontent%2F2012%2Fpdf%2Fliberalizzazioni.pdf" target="_blank">Project financing per la realizzazione di strutture carcerarie</a></span>&#8221; si prevede la costruzione e soprattutto la gestione degli istituti di pena da parte di soggetti privati, previo decreto ministeriale degli interessati (giustizia, infrastrutture e trasporti, economia e finanze) che stabilisca le modalità attuative. Ai soggetti in questione è riconosciuta anche &#8220;a titolo di prezzo&#8221; una tariffa per la gestione dei servizi. Tutti, tranne la custodia.</p><p>Meno male, direte voi, pensando come hanno fatto in molti alle varie società a capitale mafio-trafficante che potrebbero buttarsi nel business (anche soltanto per garantire condizioni di miglior favore, con appartamenti 5 stelle a pagamento).</p><p>Perché di business si tratta, ovviamente. Come in Usa. Dove più di qualcuno comincia a chiedersi se la gestione privata dell&#8217;affare carcere non induca gli amministratori delegati del settore ad auspicare un <strong>aumento del delinquere </strong>e dei delinquenti.</p><p>Fermiamoci però in Italia. Il bello di questa sorpresa è che ha sorpreso anche chi doveva promuoverla. La proposta infatti non viene dal ministero della Giustizia ma da quello dello Sviluppo economico. Sì, i <strong>Passera-boys</strong>. Pare infatti che il tormentone sia cominciato da un po&#8217; e che a via Arenula abbiano cercato di resistere. Però alla fine si son trovati l&#8217;articolo bello e confezionato.</p><p>E adesso? Dalla giustizia, giurano di avere preteso almeno una modifica irrinunciabile, e cioè la garanzia di un <strong>controllo pubblico</strong> sulle future operazioni. Riusciranno, i nostri eroi? Ma sì, un controllo a chiacchiere non si nega a nessuno.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/23/carceri-private-volute-passera/185911/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Concordia, un&#8217;ordinanza contraddittoria</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/19/costa-concordia-unordinanza-contraddittoria/184948/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/19/costa-concordia-unordinanza-contraddittoria/184948/#comments</comments> <pubDate>Thu, 19 Jan 2012 11:48:49 +0000</pubDate> <dc:creator>Daria Lucca</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[arresti domiciliari]]></category> <category><![CDATA[codice della navigazione]]></category> <category><![CDATA[Costa Concordia]]></category> <category><![CDATA[francesco schettino]]></category> <category><![CDATA[ordinanza]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=184948</guid> <description><![CDATA[In democrazia, ogni atto pubblico è criticabile. Lo sono dunque anche gli atti giudiziari, o i provvedimenti, chiamateli come vi pare. Li si accetta, per rispetto all’istituzione che li ha emessi, ma li si può commentare. Perciò, propongo una (breve) analisi critica dell’ordinanza con cui il gip di Grosseto (il suo nome è secondario) ha...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>In democrazia, ogni atto pubblico è criticabile. Lo sono dunque anche gli atti giudiziari, o i provvedimenti, chiamateli come vi pare. Li si accetta, per rispetto all’istituzione che li ha emessi, ma li si può commentare. Perciò, propongo una (breve) analisi critica dell’ordinanza con cui il gip di Grosseto (il suo nome è secondario) ha deciso di scarcerare  <strong>Francesco Schettino</strong>, <em>former commander</em> della motonave (civile) <strong>Costa Concordia</strong>.</p><p>Prima di tutto, conviene dare un’occhiata generale al <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/18/domiciliari-schettino-lordinanza/184644/" target="_blank">documento</a></span>.</p><p>Come avrà notato il lettore più attento, il magistrato ha diviso le sue argomentazioni in successivi capitoli logici. Nel primo, conferma che Schettino ha compiuto un atto gravemente irresponsabile avvicinandosi troppo all’isola. Nel secondo, rigetta la richiesta di arresto in carcere negando il <strong>pericolo di fuga</strong>. Nel terzo, sostiene che l’incriminato potrebbe reiterare il gesto e dunque gli commina gli arresti domiciliari con l’aggiunta del divieto di parlare con chiunque tranne i conviventi.</p><p>In poche righe, abbiamo riassunto 8 pagine.</p><p>Ora, proviamo a commentarle.</p><p>Il gip non interviene sul reato contestato (<strong>articolo 589 cp</strong>, omicidio colposo, <strong>articolo 591</strong> abbandono di minori o incapaci), né tantomeno sulla gravità emersa dalla ricostruzione dei fatti. Manca, a nostro modesto parere, l’<strong>aggravante della futilità dei motivi</strong>: si è deciso di portare la nave a ridosso dell’isola per un incrocio di stupidaggini che vanno dal &#8220;saluto&#8221; a tizio o caio (e chi se ne frega, dovrebbe dire un crocierista che ha pagato migliaia di euro per il viaggio) alla prova di bravura (falla la sera a casa tua, la prova, idem come sopra). Ma comunque viene confermato l’impianto di accusa. Per intero.</p><p>L’argomento principe per ordinare la scarcerazione sembra essere il fatto che Schettino, dopo essere sbarcato, è rimasto sugli scogli e <strong>non è scappato subito</strong>. Ma avrebbe potuto farlo? La domanda viene spontanea, visto che era notte e gli scogli su cui è rimasto sono più o meno tutta l’isola. Questa parte dell’ordinanza sembra quella meno motivata logicamente e, come si imputa all’accusa di non fornire prove circa la volontà di fuga dell’incriminato, non si forniscono prove del contrario. In uguale brevità si nega che Schettino possa <strong>inquinare le prove</strong> (ma ad esempio il magistrato non è in grado di dire che non ci sono più prove da inquinare, argomento certo più solido).</p><p>La terza parte è infine quella più <strong>sconcertante</strong>. Il gip è sicuro che Schettino non fuggirà ma teme che possa reiterare il reato, quindi lo chiude in casa.</p><p>Ora, molte persone comuni e anche alcune che si intendono di marineria fanno notare che avrebbero ipotizzato esattamente il contrario: data l’enormità della vicenda, nessun altro armatore affiderebbe mai le sue navi a quest’uomo (almeno finché la memoria la vince sull’oblio) e nessun passeggero salirebbe mai su una nave comandata da quest’uomo. Perciò, pare remota la probabilità di <strong>reiterazione</strong>.</p><p>Non risulta invece convincente la logica a sostegno del negato pericolo di fuga. Né quella dell’impossibilità di inquinare le prove. Un dettaglio? La <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/19/mistero-su-una-donna-non-registrata/184881/" target="_blank"><strong>signora moldava</strong></a></span> che sarebbe stata in compagnia di Schettino, quella tragica notte, non è ancora stata interrogata.</p><p>C’è poi un capitolo interessante che riguarda la recidività pregressa. Scrivono molti giornali che le rotte delle navi sono controllate grazie a un sistema di rilevazione messo a punto da una società di Pomezia (Roma) e che, grazie alle registrazioni di tali rotte, emergerebbe un’insana abitudine della Concordia (e perciò dei suoi ufficiali di comando) a “rifilare” le isole, violando di certo il <strong>codice della navigazione </strong>ma forse anche quello penale.</p><p>Qualcuno se ne occuperà?</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/19/costa-concordia-unordinanza-contraddittoria/184948/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>A Malpensa vola la discriminazione</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/29/malpensa-vola-discriminazione/180572/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/29/malpensa-vola-discriminazione/180572/#comments</comments> <pubDate>Thu, 29 Dec 2011 16:37:59 +0000</pubDate> <dc:creator>Daria Lucca</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Diritti]]></category> <category><![CDATA[aeroporto]]></category> <category><![CDATA[Disabili]]></category> <category><![CDATA[Discriminazione]]></category> <category><![CDATA[Easy Jet]]></category> <category><![CDATA[Enac]]></category> <category><![CDATA[Ryanair]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=180572</guid> <description><![CDATA[La differenza tra i proclami e i fatti, come al solito, la stabiliscono le piccole storie. Eccone una davvero poco edificante, la storia di come una persona diversamente abile sia maltrattata e ostacolata (e danneggiata, ovviamente) ma soprattutto impedita nei suoi movimenti. Quindi, discriminata. I protagonisti sono quattro: un ragazzo spagnolo laureato in filologia, affetto...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>La differenza tra i proclami e i fatti, come al solito, la stabiliscono le piccole storie. Eccone una davvero poco edificante, la storia di come una persona diversamente abile sia maltrattata e ostacolata (e danneggiata, ovviamente) ma soprattutto impedita nei suoi movimenti. Quindi, <strong>discriminata</strong>.</p><p>I protagonisti sono quattro: un ragazzo spagnolo laureato in filologia, affetto da <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Atassia_di_Friedreich" target="_blank">atassia di Friedreich</a></span></strong>, attualmente su sedia a rotelle; un portale di prenotazione online italiano; una compagnia low cost britannica; un aeroporto internazionale lombardo. La vicenda si snoda tra un computer, il banco di accettazione aeroportuale, una corsa notturna su autostrade nebbiose, tra il pomeriggio e la sera del giorno di Santo Stefano.</p><p>I fatti.</p><p>Un’amica italiana del giovane madrileno prenota per lui un posto sul volo <strong>Easy Jet numero U2-2705</strong> in partenza da <strong>Milano Malpensa</strong> alle 17,45 destinazione Madrid Barajas. Costo del biglietto: 161,19 euro (una tariffa dall’aspetto poco scontato, non vi pare?). Il biglietto viene acquistato tramite <strong>Volagratis</strong>, il portale per la prenotazione dei voli di proprietà della società italiana Viaggiare srl, sede a Milano. Durante il percorso in rete che conduce all’acquisto del ticket, viene chiesto se ci sono particolari esigenze e l’amica precisa, scrivendolo espressamente, che il passeggero necessita di accompagnamento a bordo per lo stato in cui si trova. (Abbiamo provato a riprenotare ed effettivamente la domanda viene posta, qualsiasi sia la compagnia scelta, ma non viene poi inserita nelle informazioni di riepilogo).</p><p>Arrivati al bag drop Easy jet di Malpensa, tuttavia, il ragazzo viene <strong>respinto </strong>in modo fra l’altro poco gentile da un’addetta che lo sottopone a una sorta di interrogatorio sulle sue capacità di movimento (non cammina, ma può nutrirsi) e di comprensione degli annunci di cabina. A niente servono le proteste degli amici italiani. Alla fine, ma solo alla fine, la versione data è: la compagnia non accetta disabili a bordo se non sono accompagnati. Ma il posto per l’eventuale accompagnatore, sull’aereo, ci sarebbe? Anche qui, il pasticcio regna sovrano: prima viene detto di no, poi di sì, ma intanto il volo ha chiuso il gate.</p><p>Peccato. Peccato che la compagnia in questione non accenni a nessuno di questi passaggi durante la prenotazione sul suo sito (le informazioni sono date in modo molto nascosto in accessi secondari, alla voce <em>regolamento dei vettori</em>) né lo faccia dichiarare ai portali di cui si serve per vendere i biglietti. Peccato infine che una tale politica, se è realmente tale, sia in contrasto con la <strong>Convenzione Onu</strong> contro la discriminazione dei diversamente abili, con la <strong>legge italiana 67 del 2006</strong>, con il Regolamento europeo sul trasporto aereo che disciplina i doveri delle compagnie e dei gestori aeroportuali (numero <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2006:204:0023:003:it:PDF" target="_blank">1107/2007, articolo 3</a></span></strong>) nei confronti delle persone con ridotta mobilità.</p><p>Tutti questi peccati sono noti a chiunque abbia difficoltà di movimento. Ne sanno qualcosa alla <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.fishonlus.it/" target="_blank">Fish</a></span></strong> (Federazione italiana per il superamento dell’handicap), il cui presidente in persona è stato lasciato a terra dall’Alitalia non più tardi dello scorso 29 agosto. Ma non sono noti al grande pubblico e quindi creano problemi enormi alle persone interessate e alle loro famiglie. Anche perché la norma europea lascia purtroppo margini di eccessiva discrezionalità alle deroghe.</p><p>Qualcuno potrebbe dire: beh, caricare a bordo una sedia a rotelle non è proprio uno scherzo.</p><p>La cosa è ovviamente opinabile.</p><p>Tornando ai fatti, Malpensa ha proposto alternative a Easy jet, ma ogni volta si trattava di compagnie che richiedevano la presenza di un accompagnatore (dunque, la regola sono le deroghe al regolamento piuttosto che la sua applicazione) a costi molto elevati. Il nostro giovane madrileno è stato a fine giornata portato di corsa a <strong>Orio al Serio</strong> (uno di quei piccoli scali che si vorrebbe chiudere?) dove <strong>Ryanair</strong> lo ha imbarcato senza fare una piega sul suo volo diretto alla capitale spagnola. Quindi, la cosa è fattibile.</p><p>Naturalmente, bisogna volerlo fare. E naturalmente, il passeggero ha dovuto pagare un nuovo biglietto.</p><p>In ogni caso, se dovesse capitare a voi, ricordatevi di chiedere immediatamente il rimborso e una spiegazione scritta del mancato imbarco e, se non vi ritenete soddisfatti, inoltrate subito un reclamo all’<strong>Enac</strong>, che è l’ente vigilante sull’applicazione del regolamento europeo citato. Se poi vi pare che ci siano gli estremi, inviate la storia alla Procura della repubblica. Magari trovate un giudice disposto ad occuparsene.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/29/malpensa-vola-discriminazione/180572/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Il tempo libero delle donne: stirare, cucinare&#8230;</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/10/tempo-libero-delle-donne-stirare-cucinare-lavare/176515/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/10/tempo-libero-delle-donne-stirare-cucinare-lavare/176515/#comments</comments> <pubDate>Sat, 10 Dec 2011 08:42:05 +0000</pubDate> <dc:creator>Daria Lucca</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[Daria Lucca]]></category> <category><![CDATA[donne]]></category> <category><![CDATA[Istat]]></category> <category><![CDATA[lavoro familiare]]></category> <category><![CDATA[rischio povertà]]></category> <category><![CDATA[tempo libero]]></category> <category><![CDATA[Tindara Addabbo]]></category> <category><![CDATA[welfare state]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=176515</guid> <description><![CDATA[Se ci fosse bisogno di prove per dire (ma sarebbe meglio gridare ai quattro venti, fino alle orecchie dei ministri competenti) che le donne italiane vivono quotidianamente la discriminazione e la condizione di peggior vita, basterebbe un’occhiata a un paio di comunicati Istat di qualche giorno fa. Le notizie sono due. La prima, del 7...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Se ci fosse bisogno di prove per dire (ma sarebbe meglio gridare ai quattro venti, fino alle orecchie dei ministri competenti) che le <strong>donne italiane</strong> vivono quotidianamente la discriminazione e la condizione di peggior vita, basterebbe un’occhiata a un paio di comunicati Istat di qualche giorno fa.</p><p>Le notizie sono due. La prima, del 7 dicembre, riguarda il <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.istat.it/it/archivio/47539" target="_blank">tenore di vita dopo il divorzio</a></span>: <em>“La quota di separate, divorziate o riconiugate in famiglie a <strong>rischio di povertà</strong> è più alta (24%) rispetto a quella degli uomini nella stessa condizione (15,3%)”</em>. La seconda, del 6 dicembre, è un’inchiesta sul <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.istat.it/it/archivio/47442" target="_blank">tempo libero</a></span></strong>, condotta su circa 41.000 persone: <em>“Gli uomini dispongono di 4h 00’ di tempo libero e svolgono lavoro familiare per 1h 14’, contro le 3h 13’ di tempo libero e le 3h 39’ di lavoro familiare delle donne”</em>.</p><p>Questa seconda notizia comprende alcune sottonotizie, ugualmente interessanti: le <strong>studentesse</strong> dedicano 1h 11’ del loro tempo al lavoro familiare, contro i 24’ degli studenti; e ancora: <em>“Nel corso della giornata per le lavoratrici il tempo per il lavoro familiare cresce nel pomeriggio fino a dopo cena; solo dopo le 21 le donne che svolgono attività di tempo libero superano quelle impegnate nel lavoro familiare”</em>.</p><p>Ecco un altro buon motivo per manifestare, domenica pomeriggio, a Piazza del Popolo, a Roma, con <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.senonoraquando.eu/" target="_blank">Se Non Ora Quando</a></span></strong>: non solo in Italia si preferisce tenere le donne a casa piuttosto che incentivare il lavoro femminile e aumentare il Pil, ma non si riconosce loro il lavoro di cura, o familiare, completamente invisibile e non pagato.</p><p>Spiega <strong>Tindara Addabbo</strong>, economista all’Università di Modena e Reggio Emilia: <em>“Il modello di <strong>Welfare State</strong> che caratterizza il nostro paese è un Welfare State familista che scarica sulla famiglia (e al suo interno sulla donna) il compito di prendersi cura degli altri. Quali sono i sostegni all&#8217;occupazione femminile in quelle regioni del Sud in cui l&#8217;incidenza dei bambini che frequentano i nidi sul totale dei bambini con meno di 2 anni si aggira attorno all&#8217;1%? Quali le scelte in contesti (non solo al Sud) in cui è ridotta la presenza di scuole a tempo pieno e scarsa la presenza di aiuti nell&#8217;assistenza agli anziani non autosufficienti?”</em>.</p><p>Da tempo, in molte ci si è chiesto se sia possibile “valorizzare”, dare un valore, al <strong>lavoro non pagato delle donne</strong>. <em>“Se si intende valutarlo, renderlo visibile</em> &#8211; dice Tindara &#8211; <em>i criteri adottabili sono diversi. Intanto, grazie alle indagini sui bilanci di tempo, occorre rendere visibile il diverso carico lavorativo di donne e uomini. E su questo le indagini Istat ci aiutano. Sarebbe tuttavia auspicabile che il monitoraggio sulla distribuzione dei tempi effettivi e sulla distribuzione desiderata sia effettuato (anche soltanto con informazioni sintetiche) utilizzando anche indagini che rilevano i redditi e la ricchezza degli individui”</em>. Emergerebbe in questo modo che il lavoro femminile non pagato aumenta con la diminuzione del reddito, o l’appesantirsi dello squilibrio nel tempo libero nelle regioni del sud.</p><p><em>“A quel punto si può procedere a una valutazione dei tempi utilizzando due criteri: il <strong>costo opportunità</strong> o il <strong>costo dell’alternativa di mercato</strong>”</em>. Con il primo criterio, si valuta il lavoro di cura di una donna in base al suo salario esterno. Tuttavia, se svolgo una professione molto remunerata, rischio di sopravvalutare il lavoro di cura. Il secondo criterio prevede di equiparare il lavoro familiare al costo di un salariato esterno: la colf, la badante, etc. Tuttavia, nel lavoro di cura ci sono i pranzi e le cene (cuoco), i rammendi (ricamatrice), i compiti dei figli (educatrice). In alcune cose sono molto brava, altre meno, però ci sono anche i valori affettivi di tutto ciò. Si richiedono molte variabili, a volte di difficile quantificazione. <em>“Con questi criteri, pur emergendo nel calcolo del reddito familiare complessivo, il lavoro femminile rimane comunque sottovalutato”</em>. Per questo, <em>“sarebbe preferibile incentivare una maggiore condivisione del lavoro familiare ed evitare di incentivare l’uscita delle donne dal lavoro pagato”</em>.</p><p>Traduciamo, un po’ sinteticamente: <strong>incentivi anche alla paternità</strong> e <strong>servizi</strong>, servizi, servizi.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/10/tempo-libero-delle-donne-stirare-cucinare-lavare/176515/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>L&#8217;occupazione femminile? Cresce con i servizi</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/06/loccupazione-femminile-cresce-con-i-servizi/175508/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/06/loccupazione-femminile-cresce-con-i-servizi/175508/#comments</comments> <pubDate>Tue, 06 Dec 2011 12:03:10 +0000</pubDate> <dc:creator>Daria Lucca</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Diritti]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Bce]]></category> <category><![CDATA[Daria Lucca]]></category> <category><![CDATA[Elisabetta Addis]]></category> <category><![CDATA[occupazione femminile]]></category> <category><![CDATA[pil]]></category> <category><![CDATA[se non ora quando]]></category> <category><![CDATA[Snoq]]></category> <category><![CDATA[trattato di Lisbona]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=175508</guid> <description><![CDATA[Non più tardi di settembre, il vicedirettore Bankitalia, Anna Maria Tarantola, ha ripetuto quanto va dicendo da qualche tempo: “Un tasso di occupazione femminile al 60 %, obiettivo del trattato di Lisbona, comporterebbe un aumento del Prodotto interno lordo fino al 7%”. Nei fatti, l’Italia vede l’occupazione femminile ferma al 47% e il Pil in...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Non più tardi di settembre, il vicedirettore Bankitalia, Anna Maria Tarantola, ha ripetuto quanto va dicendo <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.leprotagoniste.org/bankitalia-pil-7-se-tasso-donne-occupate-salisse-al-60" target="_blank">da qualche tempo</a></span>: <em>“Un tasso di <strong>occupazione femminile </strong>al 60 %, obiettivo del <strong>trattato di Lisbona</strong>, comporterebbe un aumento del Prodotto interno lordo fino al 7%”</em>. Nei fatti, l’Italia vede l’occupazione femminile ferma al 47% e il <strong>Pil</strong> in affanno. E’ incomprensibile il motivo per cui si parla tanto di lavoro alle donne e non si fa nulla. Oltretutto, un Pil più alto consentirebbe di presentarsi ai famosi mercati con un rapporto meno svantaggioso rispetto al debito pubblico.</p><p>Chiamate a raccolta <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/04/donne/175216/" target="_blank">domenica prossima</a></span>, le donne sono stanche delle promesse. Facciamo un primo punto con <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.senonoraquando.eu/?page_id=4#bio_4300" target="_blank">Elisabetta Addis</a></span></strong>, economista e componente del comitato promotore di <strong>Snoq</strong>.</p><p><strong>Elisabetta, dire che le donne guadagnano ancora meno degli uomini è quasi una banalità. A che punto siamo, sul fronte dei differenziali salariali?</strong><br /> Siamo al punto di sempre. Le donne guadagnano in media circa un 20/25  per cento in meno degli uomini. Alcuni hanno obiettato che la differenza è dovuta al fatto che in realtà i lavoratori maschi avrebbero “caratteristiche produttive” migliori: più istruzione, più anzianità lavorativa, giusto settore (sono metalmeccanici piuttosto che tessili e i metalmeccanici guadagnano di più). Ma  una vasta letteratura statistica mostra che il differenziale rimane anche quando si paragonano un lavoratore e una lavoratrice con caratteristiche simili, stessa istruzione, stessa anzianità, stesso orario e anche stesso settore. Un 10/12 percento, a seconda dei dati usati e delle caratteristiche che si considerano, rimane sempre inspiegato. Questa differenza, che non è giustificata, si ritiene dovuta a discriminazione. Nel pubblico, si possono imporre salari paritari. Ma in un sistema di aziende private può perfino essere pericoloso ricercare a tutti i costi la parità salariale, perché le imprese che possono assumere discrezionalmente assumeranno più maschi, se il salario è lo stesso, e femmine solo se si lascia che prendano meno.</p><p><strong>Che cosa pensi di eventuali incentivi fiscali per chi assume donne? Causa mancanza di servizi, non saranno poche le donne pronte ad accettare?</strong><br /> La via maestra per creare lavoro per le donne è fornire servizi pubblici alle famiglie (asili, scuole aperte a tempo pieno, ospedali che funzionino e non richiedano alle famiglie di concorrere materialmente all’assistenza). C’è un tasso di disoccupazione femminile del 9% nell’età adulta, del 29% tra le giovani: ma chi si dichiara disoccupato sta già cercando lavoro, mentre chi ha problemi familiari irrisolti rimane nel limbo dell’inattività. In questo contesto, diminuire il carico fiscale alle imprese che assumono donne mi sta bene, per carità, certamente non c’è da essere contrari.<br /> Però non c’è da aspettarsi moltissimo da una misura di questo tipo: perché si sposta un po’ di domanda dalla componente maschile a quella femminile, si accresce un po’ la domanda di lavoro complessiva, e si mette sotto pressione la famiglia. Sta cioè a loro, alle famiglie e alle donne, sopportare i costi di aggiustamento, i costi di organizzazione. Sia chiaro, defiscalizzare va bene, ma questa è una misura che ha un costo anche per lo Stato: quello di rinunciare ai contributi defiscalizzati che ora le imprese pagano all’Inps, e poi verrebbero pagati dai contribuenti. Una misura alternativa sarebbe usare questi soldi per un serio piano di asili nido e case per anziani. Non ci sono studi con valutazioni comparate sui possibili usi di questi denari. La misura secondo me migliore in assoluto sarebbe una misura diretta alle banche: non c’è accesso paritario al credito, una giovane donna che vuole aprire un nido o una casa per anziani non trova i fondi. Per quella strada &#8211; usando i denari come garanzia ai prestiti fatti alle donne &#8211; si otterrebbe molto con poca spesa.</p><p><strong>Quali saranno i prezzi da pagare, per le donne, sull’altare di Maastricht?<br /> </strong>Se l’Italia fa default ed esce dall&#8217;Euro, secondo me la situazione sarà peggiore: ci saranno meno beni e servizi consumati in Italia, che non se l’euro regge. Essere parte dell’Europa, a mio parere, è bene per le donne italiane: è bene poter richiedere gli stessi diritti materiali, lo stesso accesso al welfare, la stessa voce in capitolo che le donne hanno nei paesi europei in cui sono più forti socialmente. Io spero che l’epilogo di questa crisi sia un’Unione Europea più forte, perché dotata di un governo dell’economia comune, di una autorità fiscale comune. Il passo precedente a questo è necessariamente una presa in carico del debito dei paesi in difficoltà, in particolare il nostro, a livello sovranazionale. Monti è la condizione per fare questo. Questa autorità fiscale dovrebbe anche essere a mio avviso adeguatamente democratica. Sarebbe sbagliato risolvere il deficit di democrazia creato dall’esistenza della <strong>Bce</strong> in assenza di un governo europeo con organismi comunitari che non abbiano adeguata legittimazione democratica. Fuor di metafora, l’autorità fiscale comune non deve emanare dai governi attuali, ma dal Parlamento europeo o da un processo elettorale ad hoc. I cittadini e le cittadine devono cominciare a parlare di cittadinanza europea proprio per evitare questo rischio.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/06/loccupazione-femminile-cresce-con-i-servizi/175508/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Ma Vespa è già in pensione?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/04/vespa-pensione/175164/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/04/vespa-pensione/175164/#comments</comments> <pubDate>Sun, 04 Dec 2011 10:44:39 +0000</pubDate> <dc:creator>Daria Lucca</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Lavoro & precari]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[Bruno Vespa]]></category> <category><![CDATA[Carlo Azeglio Ciampi]]></category> <category><![CDATA[Daria Lucca]]></category> <category><![CDATA[giornalisti]]></category> <category><![CDATA[Lamberto Dini]]></category> <category><![CDATA[Mario Monti]]></category> <category><![CDATA[pensioni]]></category> <category><![CDATA[Romano Prodi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=175164</guid> <description><![CDATA[Si andrà in pensione più tardi, questo l’hanno capito anche i bambini. Si taglierà con l’accetta un diritto acquisito rompendo il patto legislativo (se vuoi cambiare una norma, basta approvarne una differente) tra produttori di ricchezza e gestori di ricchezza perché lo chiede l’Europa. Inciso: perché l’Europa non lo ha chiesto a Berlusconi, a gran...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Si andrà in pensione più tardi, questo l’hanno capito anche i bambini. Si taglierà con l’accetta un <strong>diritto acquisito </strong>rompendo il patto legislativo (se vuoi cambiare una norma, basta approvarne una differente) tra produttori di ricchezza e gestori di ricchezza perché lo chiede l’Europa. Inciso: perché l’Europa non lo ha chiesto a Berlusconi, a gran voce, quando ha visto che nel 2009 la percentuale del debito pubblico sul Pil passava dal 105,8 al 115,5 percento?</p><p>Ora, in via di principio si potrebbe anche accettare il peso del sacrificio, persino quello del primo passo. Ma è inaccettabile che il sacrificio dei più deboli, perché meno rappresentati nei centri di potere, sia anche l’unico. Perché in contemporanea non si tagliano le pensioni d’oro (<strong>Dini</strong>, 17.000 euro netti al mese; <strong>Prodi</strong>, 15.000; <strong>Ciampi</strong>, non ne parliamo)? La giustificazione che sono un diritto acquisito non regge più. Se <strong>Monti</strong> vuole cambiare la norma, firmi subito un decreto che abolisce tutti i bonus, i superbonus e gli extrabonus di chiunque, cominciando dall’alto, da chi più guadagna (e ha guadagnato, e quindi accumulato).</p><p>A dire il vero potrebbe cominciare dalla pensione di <strong>Bruno Vespa</strong> medesimo: Vespa ha 67 anni, secondo voi la prende? Ebbene, sì. Quanto riceve dall’Inpgi, la previdenza dei giornalisti, mentre incassa oltre un milione di euro l’anno come “esterno” Rai? A che età è andato in pensione?</p><p>Vespa offre lo spunto per allargare il ragionamento, in termini “liberisti”.</p><p>Partiamo proprio dai <strong>giornalisti</strong>.</p><p>Come è noto, difficilmente una riforma-mannaia potrebbe passare senza il conforto della buona stampa. E infatti, così è. La stragrande maggioranza dei media se proprio non è favorevole, quantomeno non mostra contrarietà. Eppure, i giornalisti dovrebbero essere i primi a fiutare l’inganno che si cela dietro l’equazione non-euclidea “la vita si allunga ergo allunghiamo la vita lavorativa”.</p><p>E sapete perché? Per la semplice ragione che, nei passati tre anni, quasi tutti i gruppi editoriali italiani hanno dichiarato lo stato di crisi e chiesto di applicare  una delle conseguenti misure previste: il <strong>pre-pensionamento</strong>.</p><p>Ah, ecco abbiamo detto la parola&#8230; pre-pensionamento, ovvero pensionamento anticipato rispetto a ciò che prevede la legge.</p><p>L’età pensionabile è 65 anni per gli uomini? Se fai lo stato di crisi (stiamo parlando di editoria, per ora), ti consentono di mettere a riposo i tuoi dipendenti anche a 62, 61, 60, 59&#8230;cioè prima del tempo. In questo modo, considerando che la crisi è stata utilizzata anche da gruppi editoriali che non hanno mai avuto i bilanci in rosso, gli editori si sono liberati di forza lavoro considerata ormai un po’ usurata e molto costosa.</p><p>La domanda allora è: non sarà che tutti gli imprenditori sono come gli editori e tendono a considerare usurate e troppo costose le maestranze oltre una certa soglia di età? Non so quale sia la vostra, ma la mia risposta è sì, non vedo intorno aziende che considerino la forza lavoro <em>agée </em>come un’eccellenza. Al contrario. Perciò, lì sul plastico di Vespa, ci vorrebbe qualcuno che facesse due calcoli sulla massa di lavoratori potenzialmente in esubero via via che la forza occupata invecchia. E resta <strong>disoccupata </strong>in attesa della pensione ormai riformulata a 67 anni. Gli anni di Vespa.</p><p>E’ un calcolo che si può tentare, anzi si deve tentare, proiettando i dati che dicevamo (ricorsi alla cassa integrazione, allo stato di crisi, etc) nel prossimo futuro. Perché nessun luminare dell’economia ci prova?</p><p>Non piace a nessuno un paese dove i giovani e le donne sono precari o  inoccupati, la popolazione matura è disoccupata e gli unici incollati alla sedia fino a 70-75-80 sono gli amministratori delegati, i banchieri, i professori universitari, gli avvocati, i primari ospedalieri, i presidenti di questo e quell’ente inutile, e anche i politici (ma non solo) <strong>remunerati come i visir</strong> dell’impero ottomano. Non piace neanche all’Europa.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/04/vespa-pensione/175164/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Sigma-tau, 569 dipendenti in sciopero  Contro la cassa integrazione</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/30/sigma-lucca/174272/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/30/sigma-lucca/174272/#comments</comments> <pubDate>Wed, 30 Nov 2011 17:40:10 +0000</pubDate> <dc:creator>Daria Lucca</dc:creator> <category><![CDATA[Lavoro & precari]]></category> <category><![CDATA[cassa integrazione]]></category> <category><![CDATA[farmaceutica]]></category> <category><![CDATA[lavoratori]]></category> <category><![CDATA[Pomezia]]></category> <category><![CDATA[roma]]></category> <category><![CDATA[Sigma Tau]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=174272</guid> <description><![CDATA[Per i circa 1500 tra tecnici, impiegati, operai e informatori scientifici dello stabilimento Sigma-tau di Pomezia, fiore all’occhiello dell’industria farmaceutica made in Italy, il comunicato dell’azienda è stata una doccia fredda. Anzi, gelata. E per di più doppia. Perché le lettere sono due. Nella prima, la proprietà annuncia di avere avviato, tramite l’Unione Industriali di...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_174286" class="wp-caption alignleft" style="width: 305px"><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/11/Sigma_rullo.jpg?47e3a5"><img class="size-full wp-image-174286" title="Sigma_rullo" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/11/Sigma_rullo.jpg?47e3a5" alt="" width="295" height="152" /></a><p class="wp-caption-text">Il sit in davanti la Sigma-tau</p></div><p>Per  i circa <strong>1500</strong> tra tecnici, impiegati, operai e informatori scientifici  dello stabilimento Sigma-tau di Pomezia, fiore  all’occhiello dell’industria farmaceutica made in Italy, il comunicato  dell’azienda è stata una doccia fredda. Anzi, gelata. E per di più  doppia. Perché le lettere sono due. Nella prima, la proprietà annuncia  di avere avviato, tramite l’Unione Industriali di Roma, le procedure per  la cassa integrazione straordinaria a zero ore di 569 dipendenti e la  dichiarazione dello stato di crisi. Nella seconda, a riprova che non si  sta scherzando, si comunica la disdetta di ogni accordo integrativo a  partire dal 1° gennaio prossimo venturo. Cioè, tra un mese. La risposta delle maestranze è stata immediata: <strong>sciopero</strong> di 4 ore oggi nel turno centrale e manifestazione davanti ai cancelli.</p><p>Per  chi conosca un minimo di storia della società, la sorpresa non è meno  grande. Fondata nel 1957 da <strong>Claudio Cavazza</strong>, imprenditore che ha  lasciato il segno nel panorama italiano, non fosse altro che per la sua  assidua attenzione alla ricerca cui destinava il 16 per cento del  fatturato (<strong>673 milioni di euro</strong> nel 2010), la Sigma-tau ha ormai varcato  la soglia nazionale (acquisendo fra l’altro lo scorso anno l’americana  Enzon) tanto da far trapelare, prima dell’estate, l’intenzione di  quotarsi in borsa. Negli ultimi anni, nonostante la crisi, la società  aveva pagato sempre le stesse cifre ai dipendenti per il premio di  partecipazione. Poi,  mancato il fondatore a giugno, le redini sono passate nelle mani dei  figli. Poco tempo fa, il primo campanello d’allarme con la messa in  liquidazione di due gioiellini del gruppo, la <strong>Prassis </strong>di Settimo  Milanese e la<strong> Tecnogen</strong> di Caserta, 110 dipendenti in tutto, entrambe  specializzate in biotecnologie.</p><p>I  sindacati non sono convinti delle intenzioni dichiarate dell’azienda.  “Forse la nuova generazione non ha interesse a traghettare il gruppo  lungo il percorso avviato dal padre”, dice Pina Magni del coordinamento  Cgil, “pensiamo che vogliano <strong>svendere</strong>, liberandosi del settore più  costoso e più esposto ai rischi, quello della ricerca”. <strong>Ricerca</strong> che è  appunto il core business, insieme alla produzione, dello stabilimento di  Pomezia. “Lo sospettiamo sia per la decisione improvvisa, sia perché le  altre consociate del gruppo hanno invece ricevuto, a mezza bocca,  rassicurazioni sul loro futuro. Non va poi sottovalutata la gravità  della disdetta degli accordi aziendali”. Il <strong>contratto integrativo</strong> Sigma-tau era infatti un buon accordo per i lavoratori, da parte di  un’azienda che dichiara, sul sito, a proposito della sua missione, di  “essere un sistema imprenditoriale che ha per obiettivo la qualità della  vita dell’uomo e la sua salute nel rispetto della centralità della  persona”. Il  sindacato ha chiesto l’intervento del ministro per lo sviluppo  economico. Vedremo se, alla prova del budino, il ministro dello Sviluppo Economico, <strong>Corrado Passera</strong>, saprà  difendere le eccellenze italiane.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/30/sigma-lucca/174272/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>4</slash:comments> </item> <item><title>Fazio bocciato sul danno biologico</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/20/consiglio-stato-boccia-fazio-danno-biologico/171874/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/20/consiglio-stato-boccia-fazio-danno-biologico/171874/#comments</comments> <pubDate>Sun, 20 Nov 2011 08:54:38 +0000</pubDate> <dc:creator>Daria Lucca</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Diritti]]></category> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[Consiglio di stato]]></category> <category><![CDATA[danno biologico]]></category> <category><![CDATA[Ferruccio Fazio]]></category> <category><![CDATA[giudice civile]]></category> <category><![CDATA[tabella unica nazionale]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=171874</guid> <description><![CDATA[Il Consiglio di Stato ha dato il suo parere sulla tabella unica nazionale per il risarcimento del danno biologico da incidente stradale (quella che dimezzava le somme finora risarcite, quantomeno dal tribunale di Milano) e non è un parere di cui l’ex ministro della salute Ferruccio Fazio possa andare fiero. I rilievi contenuti nel parere,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>Consiglio di Stato</strong> ha dato il suo parere sulla <strong>tabella unica nazionale</strong> per il risarcimento del <strong>danno biologico</strong> da incidente stradale (quella che dimezzava le somme finora risarcite, quantomeno dal tribunale di Milano) e non è un parere di cui l’ex ministro della salute <strong>Ferruccio Fazio</strong> possa andare fiero.</p><p>I rilievi contenuti nel parere, depositato qualche giorno fa dal presidente della Sezione consultiva, Luigi Cossu, ruotano intorno a tre argomenti.</p><p>Per cominciare, il testo del regolamento fa riferimento alle<strong> lesioni non lievi</strong> (da 10 a 100 punti di invalidità) ma nella tabella allegata che presenta i coefficienti moltiplicatori, sono contemplate anche le lesioni lievi, da 1 a 9 punti. In questo modo, il governo pare dire che intende regolamentare anche questa parte della materia:<em> “Se questo è l’effettivo intento occorre, peraltro, che venga modificato lo schema in esame, nel senso di ricomprendere, nella intitolazione, nelle premesse, nel testo (composto di un unico articolo) e nella tabella di cui all’allegato III, il richiamo anche delle lesioni di lieve entità e della relativa disciplina legislativa, ossia l’art. 139 più volte citato</em> (del decreto legislativo 209 del 2005, il codice delle assicurazioni private, ndr). <em>In via contestuale dovrà anche essere prevista l’abrogazione del decreto interministeriale che attualmente disciplina tale ultima materia”</em>.</p><p>Insomma, pasticcioni al quadrato.</p><p>Il secondo rilievo prende in considerazione i coefficienti moltiplicatori e sottolinea come il regolamento disattenda quanto dichiarato dall’articolo 138, comma 2, lettera c del già citato codice delle assicurazioni, che dispone i criteri con cui redarre la tabella unica nazionale. Uno di questi stabilisce che<em> “l’incidenza della menomazione sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato <strong>cresca in modo più che proporzionale</strong> rispetto all’aumento percentuale assegnato ai postumi”</em>. Ora, dice il Consiglio di Stato, la sequenza dei coefficienti moltiplicatori dell’attuale tabella <em>“non sembra rispettare il criterio della crescita più che proporzionale rispetto all’aumento dei punti di invalidità”</em>.</p><p>Il rilievo, nota il presidente, viene proposto in <em>“via collaborativa” </em>da parte del massimo organo di giustizia amministrativa, perché <em>“ciò che si vuole evidenziare è che un eventuale scostamento del testo regolamentare dal criterio previsto espressamente dalla legge autorizzativa provocherebbe con molta probabilità la disapplicazione della norma regolamentare da parte del <strong>giudice civile </strong>investito dalla domanda risarcitoria, con conseguente inutilità dll’esercizio della potestà normativa in esame”</em>.</p><p>Capito? Se il regolamento si discosta dalla legge, si crea lo spazio per l’intervento del giudice civile, rendendo inutile lo scopo della tabella: <strong>superare le disparità di trattamento</strong> da parte dei vari tribunali.</p><p>Un terzo effetto distorsivo è l’applicazione ai soli<strong> incidenti stradali</strong>: <em>“Infatti, analoghe conseguenze sul piano lesivo verrebbero ad ottenere differenti trattamenti risarcitori, a seconda del solo fatto che la lesione sia avvenuta nell’ambito della circolazione stradale o meno”</em>.</p><p>Infine, il ministro ha dimenticato di inserire la <strong>disciplina transitoria</strong>, <em>“per chiarire che esso si applica a tutte le fattispecie risarcitorie non ancora definite, anche ove l’evento dannoso si sia già verificato al momento di entrata in vigore del regolamento stesso”</em>. Altrimenti si aprono gli spazi per diverse interpretazioni.</p><p>Che si può commentare? Che sono somari. O meglio, che <em>erano</em> somari.</p><p>Sembra evidente che il <strong>nuovo governo</strong> dovrà riprendere in mano la materia e, si spera, plasmarla diversamente. Magari in senso più equo verso le vittime.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/20/consiglio-stato-boccia-fazio-danno-biologico/171874/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>6</slash:comments> </item> <item><title>Il guardasigilli, doveri etici e impegni pratici</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/17/guardasigilli-doveri-etici-impegni-pratici/171298/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/17/guardasigilli-doveri-etici-impegni-pratici/171298/#comments</comments> <pubDate>Thu, 17 Nov 2011 08:52:33 +0000</pubDate> <dc:creator>Daria Lucca</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[giustizia civile]]></category> <category><![CDATA[ministro della giustizia]]></category> <category><![CDATA[Paola Severino]]></category> <category><![CDATA[pec]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=171298</guid> <description><![CDATA[Paola Severino è la prima donna a ricoprire l’incarico di ministro della Giustizia. La prima cosa che potrebbe fare, come segno di discontinuità con il passato, è una pubblica rinuncia alla sua attività di avvocato e di docente (la prima opzione sarebbe di incitamento ai 134 avvocati parlamentari affinché lascino i rispettivi studi durante il...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong>Paola Severino</strong> è la prima donna a ricoprire l’incarico di ministro della Giustizia. La prima cosa che potrebbe fare, come segno di discontinuità con il passato, è una pubblica rinuncia alla sua attività di <a style="text-decoration: underline;" href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/16/ecco-squadra-mario-monti-nessun-politico-solo-tecnici-rilancio-nazionale/171081/" target="_blank">avvocato e di docente</a> (la prima opzione sarebbe di incitamento ai 134 avvocati parlamentari affinché lascino i rispettivi studi durante il mandato, la seconda pare ugualmente d’obbligo altrimenti essendo, la sua presenza, di incitamento alle iscrizioni alla Luiss). Data poi la sua abilità professionale, nei due campi, potrebbe trasformare un dovere etico personale in una norma <em>erga omnes</em> sul <strong>conflitto di interessi</strong>.</p><p>La seconda cosa, tuttavia, dovrebbe essere quella di posare immediatamente il suo sguardo sul disastro in cui versa la <strong>giustizia civile</strong>, disastro che è fra l’altro oggetto di richiami da parte della comunità europea.</p><p>Non stiamo qui a ridare i numeri: non ci permetteremmo di fare ripetizione a una tale maestra.</p><p>Più modestamente, segnaliamo al nuovo guardasigilli che alcune urgenze incombono sul funzionamento pratico della macchina giudiziaria a stretto giro di giornata.</p><p>Prima fra tutte, lampeggia in rosso la data del 19 novembre, giorno in cui l’Italia passa al sistema della <strong>Posta Elettronica Certificata</strong> standard, e con l’Italia anche il ministero della giustizia, quindi gli uffici giudiziari di tutto il paese. Siamo pronti? La domanda non è peregrina se si ricorda quel che è successo al momento dell’entrata in vigore della <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/14/la-giustizia-secondo-tremonti/145064/" target="_blank">nuova firma digitale</a></span>, lo scorso 30 giugno, quando tutta la pubblica amministrazione si era adeguata, ma la giustizia era rimasta indietro.</p><p>E infatti, secondo<em> Iniziativa Per Area</em>, gruppo tematico promosso da Magistratura Democratica e Movimento per la Giustizia, non lo siamo per niente. Il passaggio alla Pec, secondo loro, non è stato “adeguatamente preparato”. Oltretutto, sempre il 19 novembre entrano in vigore nuove regole tecniche, <em>“regole in alcuni casi del tutto <strong>astruse </strong>e incompatibili con il Pct</em> (processo civile telematico, ndr)<em>, che ribadiamo debbono essere rapidamente e radicalmente superate”</em>.</p><p>Il gruppo segnala criticità soprattutto sulle tecnologie degli uffici giudiziari: <em>“Si continua a parlare di <strong>digitalizzazione</strong>, ma non vi è un piano di rinnovamento e di sostituzione di un parco computer vetusto, ormai in larga parte fuori garanzia, e ogni contratto nazionale sull’assistenza informatica porta ad un drastico peggioramento del servizio, incompatibile con qualsiasi ipotesi di uffici digitalizzati, con una continua riduzione degli addetti e un allungamento dei tempi di intervento (il contratto vigente prevede un tempo di intervento sino a 9 giorni!)”</em>. Alla faccia della rapidità: se si rompe il computer di un magistrato, le società appaltatrici della manutenzione hanno tempo una settimana e mezza per mandare il tecnico. Peggio delle poste ante Passeram!</p><p>Ci sarebbe poi da scoprire dove sono finiti i <strong>79 milioni di euro</strong> assegnati al ministero dal Fondo Unico per la Giustizia, milioni decisamente indispensabili in questo periodo.</p><p>Ma l’appello principale che viene da questi magistrati è che il <strong>Ministero </strong>recuperi il suo ruolo di <em>“fornitore e organizzatori dei servizi per la giustizia”</em>, essendosi dimostrato negli ultimi anni troppo spesso assente, con un piano nazionale condiviso da tutti gli operatori, giudici, avvocati e anche amministrazioni locali.</p><p>Dunque il neoministro, mentre prepara le grandi riforme e i grandi aggiustamenti (dopo le rotture provocate dai predecessori), ha modo di dare subito una prova di <strong>concretezza </strong>positiva: scoprire dove sono i soldi, mettere in riga le società appaltatrici, eliminare le regole &#8220;astruse&#8221;.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/17/guardasigilli-doveri-etici-impegni-pratici/171298/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>10</slash:comments> </item> <item><title>Comprarsi il debito senza ingrassare le banche</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/10/comprarsi-debito-senza-ingrassare-banche/169691/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/10/comprarsi-debito-senza-ingrassare-banche/169691/#comments</comments> <pubDate>Thu, 10 Nov 2011 18:37:38 +0000</pubDate> <dc:creator>Daria Lucca</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Btp]]></category> <category><![CDATA[debito pubblico]]></category> <category><![CDATA[Governo]]></category> <category><![CDATA[imposta di bollo]]></category> <category><![CDATA[titoli di stato]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=169691</guid> <description><![CDATA[Ecco, l&#8217;ho fatto. Stamattina ho comprato la mia quota di debito pubblico, sottoscrivendo una microbriciola del monte titoli da oggi all&#8217;asta, raccogliendo l&#8217;invito che non soltanto è venuto da singole sparse voci isolate ma da un sentimento comune. Perché? Innanzitutto, e sia chiaro che era una pregiudiziale dirimente, perché l&#8217;uomo che ha provocato l&#8217;aumento spaventoso...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Ecco, l&#8217;ho fatto.</p><p>Stamattina ho comprato la mia quota di <strong>debito pubblico</strong>, sottoscrivendo una microbriciola del monte titoli da oggi all&#8217;asta, raccogliendo l&#8217;invito che non soltanto è venuto da singole sparse voci isolate ma da un sentimento comune. Perché? Innanzitutto, e sia chiaro che era una pregiudiziale dirimente, perché l&#8217;uomo che ha provocato <strong>l&#8217;</strong><strong>aumento </strong><strong>spaventoso del debito da 106 a 119 miliardi in tre anni</strong> se ne va. Poi perché mi sembrava una buona credenziale per avere voce in capitolo, dopo, a proposito delle lacrime e del sangue che, chiunque sia al governo, ci verrà chiesto di versare.</p><p>In altre parole, io ho pagato in proporzione alle mie possibilità. Adesso toccherebbe agli altri pagare in proporzione alle loro, di possibilità. Ho infatti sentito (Radio24, siti economici, etc) che il maxiemendamento stabilità prevede l&#8217;aumento dell&#8217;<strong>età pensionabile a 67 anni </strong>ma non si accenna minimamente al fatto se da questa mannaia sono esentati i lavori usuranti (un autista Atac di quasi 70 anni? Un portantino di chirurgia? Un addetto alle presse? Un muratore su impalcature al 10° piano?) e se si pensa a un tetto massimo verso l&#8217;alto. Ho sentito parlare di abolizione della tariffa minima ma non di obbligo di pagamento con carta di credito né tantomeno dell&#8217;ipotesi per i privati di detrarre le fatture ai professionisti, non ho sentito nulla sulla abolizione dei 150 ordini professionali (cominciando dai giornalisti, altroché), non ho sentito neanche un accenno alla patrimoniale.</p><p>Ma davvero pensiamo che ne usciremo senza che i grandi patrimoni paghino la loro parte e che tutti, rigorosamente tutti, paghino le <strong>tasse</strong>?</p><p>Non ho sentito niente, soprattutto, a proposito della diminuzione per legge delle prebende mostruose che lorsignori <strong>banchieri </strong>incassano a ogni<em> changez la femme. </em>La miglior buonuscita del 2011, ad esempio, sarebbe quella di <a style="text-decoration: underline;" href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/08/caro-managerprima-te-ne-vai-piu-ti-pago/102953/" target="_blank">Cesare Geronzi</a> (assicuratore da ultimo, ma prima banchiere) con 16,5 milioni di euro. Ma se ne ricordano altre, come quella incassata da Matteo Arpe.</p><p>Ha senso ricordare le sproporzioni nella ricchezza tra noi comuni mortali e coloro che, dei comuni mortali, reggono i destini finanziari e ne sono responsabili, proprio adesso, mentre si diffonde la parola d&#8217;ordine: compriamoci il nostro debito?</p><p>Eccome, se ha senso.</p><p>Oggi, la sottoscrizione con la procedura dell&#8217;asta prevede la possibilità di acquistare Bot a 6 mesi, di cui non si conosce il rendimento, e Btp a 5 anni con il rendimento del 4,75%. Si possono &#8220;prenotare&#8221; tagli con un minimo di 1.000 euro.</p><p>Per cominciare, per comprare il debito (cioè i titoli di stato) bisogna avere un <strong>conto titoli</strong>. E subito scopri che già quello ti costa: nella manovra di luglio il governo che ci sta facendo affogare ha lasciato un&#8217;<strong>imposta di bollo </strong>sui portafoglio-titoli, anche se contiene soltanto titoli di Stato: se ce l&#8217;hai, paghi <strong>1,81</strong> euro fino a un valore di 1.000 euro l&#8217;anno. Fino a 50 mila euro l&#8217;imposta è di <strong>34,20</strong>, mentre è stata aumentata per i valori superiori: da 50 mila a 150 mila paghi <strong>70</strong> euro che diventeranno<strong> 230 </strong>nel 2013. Questo mi hanno detto alla Bnl. La quale, purtroppo, non è tra le banche che hanno raccolto la proposta di rinunciare alla <strong>commissione</strong> sull&#8217;operazione. Pertanto, mi toccherà pagare un ulteriore <strong>balzello dello 0,50 per cento</strong>, e ancora <strong>10 euro a semestre</strong> per la gestione del conto titoli  non appena l&#8217;asta si concluda positivamente.</p><p>Tutto ciò ti viene cortesemente detto via telefono, mentre gli slanci patriottici subiscono una brusca frenata, dato che non era interesse della scrivente <strong>ingrassare Bnl-Bnp Paribas </strong>bas né qualsiasi altro istituto di credito. Ora, di quanto si potrebbero diminuire le commissioni e le tariffe fisse della banca se ai banchieri fossero calmierate, visto che siamo in crisi, le liquidazioni di cui sopra?</p><p><strong>Aggiornamento del 12 novembre 2011, ore 13.04:</strong></p><p><em>Cogliamo l’occasione di quanto riferito dalla Signora Lucca, per confermare che Bnl aderirà &#8211; il prossimo lunedì, 14 novembre – all’iniziativa “Btp Day”, in modo da consentire ai propri clienti l’acquisto dei titoli sul mercato senza alcun costo di negoziazione.<br /> L’informazione fornita riferiva le normali condizioni di acquisti di titoli di stato (disciplinate per legge), non essendo stato ancora completato, al momento della richiesta, l’iter di informazione interna.</em></p><p><em>Bnl Gruppo Bnp Paribas<br /> Servizio Media Relations</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/10/comprarsi-debito-senza-ingrassare-banche/169691/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>99</slash:comments> </item> <item><title>Dannio biologico: più sei invalido, meno ti pago</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/07/dannio-biologico-piu-sei-invalido-meno-ti-pago/169043/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/07/dannio-biologico-piu-sei-invalido-meno-ti-pago/169043/#comments</comments> <pubDate>Mon, 07 Nov 2011 18:52:08 +0000</pubDate> <dc:creator>Daria Lucca</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[Consiglio di stato]]></category> <category><![CDATA[danno biologico]]></category> <category><![CDATA[ministero dello sviluppo economico]]></category> <category><![CDATA[risarcimento]]></category> <category><![CDATA[tabella unica nazionale]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=169043</guid> <description><![CDATA[Che fine ha fatto la famosa tabella unica nazionale (confidenzialmente riassunta in Tun dagli addetti ai lavori) per il risarcimento del danno biologico che tante critiche ha sollevato fin dal momento della sua comparsa, alla vigilia delle ferie 2011? Tranquilli, non è stata ritirata, anzi: domani, 8 novembre, sarà esaminata dal Consiglio di Stato. Il...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Che fine ha fatto la famosa <strong><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/14/danno-biologico-una-questione-di-bilancio/157204/" target="_blank">tabella unica nazionale</a> </strong>(confidenzialmente riassunta in Tun dagli addetti ai lavori) per il <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/11/quanto-valgono-gli-italiani-per-il-ministro-fazio/156638/" target="_blank">risarcimento del danno biologico</a></span></strong> che tante critiche ha sollevato fin dal momento della sua comparsa, alla vigilia delle ferie 2011? Tranquilli, non è stata ritirata, anzi: domani, 8 novembre, sarà esaminata dal <strong>Consiglio di Stato</strong>. Il presidente della Repubblica, a cui tanti si erano appellati, non l’ha quindi ancora ricevuta.</p><p>La data non ha niente a che vedere con il destino che si va compiendo per il governo, essendo stata fissata settimane or sono. Trattasi di pura casualità.</p><p>Senza appesantirvi troppo, in vista dell’esame, vi propongo alcune riflessioni dall’aspetto interessante, redatte nei giorni scorsi dal presidente di una società bellunese che si occupa appunto di risarcimento, Bruno Marusso. Per cominciare, Marusso fa notare l<strong>’incongruenza politica</strong> delle tabelle governative con le quali, volendo dare risposta alla disparità di trattamento registrata nei vari tribunali italiani, si è legiferato per uniformare verso il basso il valore del punto. Oltretutto, dopo che due sentenze della Corte di Cassazione, in assenza di norma, avevano uniformato verso l’alto quello stesso valore, indicando per tutti i tribunali l’uso delle (ottime, senza essere esagerate) tabelle milanesi.</p><p>Le considerazioni più significative riguardano comunque le cifre nude e crude. Scrive Marusso nelle note mandate sia al Consiglio di Stato sia al Quirinale, che il  valore del punto base non è stato nemmeno aggiornato: <em>“Il valore del punto base adottato dal Dpr è quello del<strong> </strong><strong>2005 (!!)</strong>, cioè </em><strong>€ 674,78</strong><em>, non essendosi tenuto conto delle indicizzazioni annuali previste per legge e del decreto del </em><strong>Ministero dello Sviluppo Economico</strong><em> del 17 giugno scorso, che ha stabilito per il 2011 il valore base di </em><strong>€ 759,04”</strong>.</p><p>In tal modo, il primo paradosso sarebbe che <em>“un cinquantenne maschio con <strong>9%</strong> di invalidità percepirebbe <strong>€ 12.569,70,</strong> mentre lo stesso cinquantenne con il <strong>10%</strong> di invalidità percepirebbe </em><strong><em>€ 12.264,66”</em>. </strong>Quindi, <strong>maggior invalidità e minor risarcimento</strong>: solo questo governo poteva partorire una simile assurdità. Altri esempi: un trentenne maschio avrebbe 14.150 euro con il 9% e 13.950 con il 10% di invalidità; un ottantenne, maschio o femmina, 10.200 con il 9% e 9.600 con il 10% se maschio. Inoltre, è decisamente censurabile il fatto che si sia stabilito un doppio abbattimento per i coefficienti di riduzione del punto, uno per ogni anno di età dopo il decimo, un altro per differenza di sesso.</p><p>Come vedete, un esame attento del provvedimento dovrebbe concludersi con  parecchi segni di matita rossa da parte del Consiglio di Stato. Chissà.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/07/dannio-biologico-piu-sei-invalido-meno-ti-pago/169043/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>3</slash:comments> </item> <item><title>67 anni, una pensione e zero speranze di vita sana</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/03/67-anni-zero-speranze-di-vita-sana/168196/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/03/67-anni-zero-speranze-di-vita-sana/168196/#comments</comments> <pubDate>Thu, 03 Nov 2011 13:00:35 +0000</pubDate> <dc:creator>Daria Lucca</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Lavoro & precari]]></category> <category><![CDATA[67]]></category> <category><![CDATA[aspettativa di vita sana]]></category> <category><![CDATA[Eurostat]]></category> <category><![CDATA[Istat]]></category> <category><![CDATA[pensioni]]></category> <category><![CDATA[pil]]></category> <category><![CDATA[riforma]]></category> <category><![CDATA[riforma delle pensioni]]></category> <category><![CDATA[speranza di vita alla nascita]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=168196</guid> <description><![CDATA[Se c’è un numero che andrebbe giocato al lotto è il 67 e voi sapete perché. Se ne parla in modo ossessivo da quando il Berlusconi è stato richiamato dalla coppia Merkozy. Non nascondo che la curiosità su quanto segue è stata sollecitata da una discussione familiare tra generazioni differenti. Ecco il punto. Due sono...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Se c’è un numero che andrebbe giocato al lotto è il <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/24/pensione-a-67-anni-la-bomba-previdenziale-scoppiera-comunque-in-faccia-ai-precari/166037/" target="_blank">67</a></span></strong> e voi sapete perché. Se ne parla in modo ossessivo da quando il Berlusconi è stato <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/23/crisi-berlusconi-ribatte-a-sarkozyse-le-presa-per-bini-smaghi/165952/" target="_blank">richiamato dalla coppia Merkozy</a></span>. Non nascondo che la curiosità su quanto segue è stata sollecitata da una discussione familiare tra generazioni differenti.</p><p>Ecco il punto.</p><p>Due sono gli argomenti principe della stangata previdenziale in corso. Il primo è il costo collettivo delle pensioni italiane, troppo alto a detta dei fautori del lavoro <em>over sixty</em>. Per ora, lasciamolo a mollo. Il secondo è quello che ci interessa in questo ragionamento ed è, lo sapete meglio di me, la crescita dell’<strong>aspettativa di vita</strong> e il suo conseguente aggancio all’età pensionabile.</p><p>Lo avete sentito ripetere fino alla nausea: la vita media si è allungata talmente che non ha più senso andare in pensione a 60-62 anni. Il ritornello prosegue citando i tedeschi, che andranno in pensione a 67 anni (ma nel 2029), e dimenticando i francesi che ci vanno a 60 e si rifiutano di alzare il tetto a 62.</p><p>Soffermiamoci allora su questo argomento, la speranza di vita oggi di un <strong>italiano medio</strong>. Intanto, va detto che il numero 67 non è affatto una novità. Veleggiando in rete, si scova un articolo del <em><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=104209&amp;sez=HOME_ECONOMIA&amp;ctc=80" target="_blank">Mes</a></span></em><em><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=104209&amp;sez=HOME_ECONOMIA&amp;ctc=80" target="_blank">saggero,</a></span></em> maggio dello scorso anno, in cui si preannuncia per allora proprio la stangata oggi in discussione. La questione centrale resta l’altra. Di quanto accidenti si è allungata la vita, da imporre una virata così drastica alle aspettative del futuro (lavorare a quasi 70 anni oppure viaggiare, o passeggiare in montagna, prendere il sole od occuparsi dei nipoti sono prospettive totalmente differenti) delle italiane e degli italiani?</p><p>Beh, se cercate vi accorgete senza grandi sforzi che le risposte ci sono, non sono per niente speranzose e, soprattutto, non vengono per niente pubblicate dai grandi organi di informazione che, ve ne sarete accorti, sono tutti schierati a favore dell’innalzamento dell’età pensionabile (ma di questo non si parlerà ora).</p><p>La prima risposta la potete trovare all’<strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.istat.it/it/archivio/7993" target="_blank">Istat</a></span> </strong>e dice, sostanzialmente, che la speranza di vita in Italia è passata dai 77 anni del 2001 ai 79,1 del 2010, per i maschi. Quanto alle femmine, sono passate dagli 82,8 agli 84,3. Per cominciare, dunque, è cresciuta meno per le donne che per gli uomini. Attenzione alla <strong>prima fregatura</strong>: la statistica si riferisce alla <strong>“speranza di vita alla nascita”</strong>. Per cui, chi è nato nel 2009 vivrà di più (così capisco io, ditemi voi). Chi è nato tra il 1965 e il 1975, ad esempio, e cioè il grosso della forza lavoro oggi occupata stabilmente e già toccata dalla riforma, aveva una speranza di vita più bassa. Quanto esattamente? Sarebbe interessante che ce lo dicessero, non vi pare? L’Istat ci informa tuttavia (però senza ulteriori precisazioni) che la <strong>speranza di vita residua</strong> per un uomo di 65 anni, nel 2010, era di 18,3 anni e di 21,9 per una donna. Siccome 65+18,3 fanno 83,3 che sono di più dei 79,1 previsti per un neonato del 2010, ciò ci induce a riflettere su un altro paio di questioni.</p><p>Innanzitutto, che alcune persone non arrivano né a 70 né a 60, ovvero muoiono prima, mentre ancora lavorano. E’ la famosa <strong>media statistica</strong>: mezzo pollo a testa, uno a te, nessuno a me. Lo potete applicare anche alle speranze di vita: tu vivi fino a 95 anni e ti godi 28 anni di pensione, io muoio a 68 e regalo allo stato mezzo secolo di contributi (perché va calcolata anche la finestrona di 12 mesi). Ma fondamentale diventa la seconda riflessione, che nessuno, proprio nessuno, ha ancora fatto.</p><p>Ce la propongono alcuni soggetti (<span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.torinomedica.org/torinomedica/?p=441" target="_blank">i medici</a></span>, ad esempio) che hanno verificato sul campo la differenza tra il vivere vegetando e il vivere bene. Si tratta dell’<strong>aspettativa di vita sana</strong>, che include evidentemente gli aspetti della vita che la rendono tale: muoversi, guidare, pensare, avere emozioni, essere autosufficienti, etc. oltre al vivere senza portarsi dietro una farmacia ambulante. Ebbene, la sorpresa viene proprio da qui. In Italia, dice <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://epp.eurostat.ec.europa.eu/tgm/refreshTableAction.do?tab=table&amp;plugin=1&amp;pcode=tsien180&amp;language=en" target="_blank">Eurostat</a></span></strong>, <strong>l’aspettativa di vita sana</strong><strong> è scesa </strong><strong>dai 74 anni del 2004 ai 61 del 2008</strong>. Più che un’inversione di tendenza è un tracollo.</p><p>Ad altri spiegarne le ragioni scientifiche che vanno dall’inquinamento ambientale e alimentare alla farmacodipendenza.</p><p>A noi, forse, l’obbligo di interrogarci meglio e a fondo su una riforma che potrebbe costare più di quanto promette di risparmiare: come pesano sul <strong>Pil</strong> un esercito di malati cronici stabilmente occupati?</p><p>Ne riparleremo.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/03/67-anni-zero-speranze-di-vita-sana/168196/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>118</slash:comments> </item> <item><title>Nitto Palma vuole che i giudici paghino di più</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/14/nitto-palma-vuole-che-i-giudici-paghino-di-piu/163819/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/14/nitto-palma-vuole-che-i-giudici-paghino-di-piu/163819/#comments</comments> <pubDate>Fri, 14 Oct 2011 09:40:18 +0000</pubDate> <dc:creator>Daria Lucca</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[Consiglio di stato]]></category> <category><![CDATA[danno biologico]]></category> <category><![CDATA[giudici]]></category> <category><![CDATA[legge comunitaria]]></category> <category><![CDATA[Nitto Palma]]></category> <category><![CDATA[responsabilità]]></category> <category><![CDATA[rivalsa diretta]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=163819</guid> <description><![CDATA[Il programma riformatore del nostro guardasigilli Nitto Palma marcia a tappe forzate. Dopo l’entrata in vigore tanto rapida quanto confusa della semplificazione dei riti civili, adesso tocca a un tasto decisamente più delicato e cioè alla responsabilità civile del giudice. La quale, come molti sanno, già esiste e ne abbiamo fatto anche un referendum, ma...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Il programma riformatore del nostro guardasigilli <strong>Nitto Palma</strong> marcia a tappe forzate. Dopo l’entrata in vigore tanto rapida quanto confusa della semplificazione dei riti civili, adesso tocca a un tasto decisamente più delicato e cioè alla <strong>responsabilità civile del giudice</strong>. La quale, come molti sanno, già esiste e ne abbiamo fatto anche un referendum, ma non piace nella formulazione attuale alla maggioranza di governo, e in particolare pare che non piaccia al ministro in questione tanto da consegnare a una testata per niente faziosa come <em>Libero</em> il suo pensiero in proposito: <em>“Farò pagare ai magistrati i loro errori”</em>, <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.altalex.com/index.php?idnot=15746" target="_blank">sentenzia </a></span>senza mezzi termini.</p><p>La vicenda è stata <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/03/26/una-boiata-pazzesca/100197/" target="_blank">ampiamente commentata anche sulle pagine di questo sito</a></span>. La riscoperta, si fa per dire, del tema è avvenuta alla fine dello scorso inverno con un emendamento leghista alla <strong>legge comunitaria</strong> in cui si introduceva la responsabilità, per il magistrato, non solo in caso di dolo o colpa grave ma per <em>“<strong>manifesta violazione del diritto</strong>”</em>. L’iniziativa fu subissata di proteste ed emersero alcune perplessità persino in area Pdl. L’intento punitivo, oltretutto collegabile al deflagrare del caso Ruby, era evidente.</p><p>La sortita di Palma è dunque il primo segnale di un rinnovato giro di vite, questa volta presentato, almeno per ora, con maggior attenzione comunicativa. Si lascia cadere il passaggio sulla <em>“manifesta violazione del diritto”</em> (la cui introduzione significa che una pronuncia di appello diversa da quella di primo grado si porta dietro la possibilità di rivalsa sui magistrati precedenti) e si punta tutto sull’aspetto finanziario. Palma lascia intendere di essere favorevole all’ipotesi di <strong>rivalsa diretta</strong> sul magistrato (oggi il cittadino si deve rivalere sullo Stato, che a sua volta chiede il risarcimento al giudice) e dichiara apertamente che, in ogni caso, il giudice deve essere chiamato a pagare per intero (oggi lo Stato può rivalersi soltanto per un terzo dello stipendio netto del magistrato condannato). Intervistato ieri mattina da <em>Radio24</em>, conferma il suo pensiero nella sostanza, soprattutto sul punto della quantificazione del risarcimento, sfumando nuovamente sulla rivalsa diretta.</p><p>E’ chiaro che il ministro ha “studiato”, prima di aprire le danze. A differenza dei rozzi uomini di Bossi, Nitto Palma insiste sul fronte da cui ritiene gli vengano meno resistenze: se lo Stato paga 100 per colpa di un giudice, quello stesso giudice deve pagare anche lui 100. Lo si capisce dall’accenno al fatto che la norma attuale è stata introdotta con <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://rassegna.governo.it/testo.asp?d=69491106" target="_blank">legge ordinaria</a></span></strong> e pertanto non necessita di riforma costituzionale per essere modificata. La faranno subito? Difficile prevederlo. Nonostante questo governo lo voglia fortemente (non altrimenti si spiega una doppia intervista del ministro in due giorni), a fermarlo potrebbe essere la sua stessa debolezza.</p><p>Nel frattempo, chiudiamo con la segnalazione di uno stile, di un metodo, decidete voi come definirlo.</p><p>Quando, a marzo, la Lega sparò la prima bordata, le ostilità vennero giustificate con una bugia piuttosto pericolosa. <em>“Ce lo chiede l’Europa”</em>, dissero i parlamentari leghisti e scrissero molti quotidiani, il <em><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfoglio.it/soloqui/8277" target="_blank">Foglio</a></span></em> per primo. Non era vero, <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.andreadambra.eu/2011/04/09/responsabilita_civile_giudici_bruxelles_smentisce_nessuna_multa_in_vista/" target="_blank">come ricostruì benissimo un blogger</a></span> buon conoscitore delle Commissioni Europee.</p><p>Ultimissima notizia, il Dpr sulle nuove (tremende) <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/14/danno-biologico-una-questione-di-bilancio/157204/" target="_blank">tabelle del danno biologico</a></span></strong> da incidente stradale sono arrivate al Consiglio di Stato per il parere (consultivo), numero di protocollo 4318 e saranno discusse nella seduta del collegio del prossimo 8 novembre. Chi è interessato, le tenga d&#8217;occhio.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/14/nitto-palma-vuole-che-i-giudici-paghino-di-piu/163819/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>7</slash:comments> </item> <item><title>Giustizia, tre riti e una dimenticanza</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/06/giustizia-tre-riti-e-una-dimenticanza/162551/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/06/giustizia-tre-riti-e-una-dimenticanza/162551/#comments</comments> <pubDate>Thu, 06 Oct 2011 15:11:02 +0000</pubDate> <dc:creator>Daria Lucca</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[giustizia civile]]></category> <category><![CDATA[Governo]]></category> <category><![CDATA[legge delega]]></category> <category><![CDATA[ministero della giustizia]]></category> <category><![CDATA[semplificazione dei riti]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=162551</guid> <description><![CDATA[Giovedì 6 ottobre 2011, data fatidica per moltissimi avvocati e giudici. E’ la data in cui entra in vigore la tanto sbandierata semplificazione dei riti civili, approvata con il decreto legislativo numero 150 e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 21 settembre scorso. Poteva essere una ghiotta occasione, lo spunto per dare un colpo serio al...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Giovedì 6 ottobre 2011, data fatidica per moltissimi avvocati e giudici. E’ la data in cui entra in vigore la tanto sbandierata <strong>semplificazione dei riti civili,</strong> approvata con il decreto legislativo numero 150 e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 21 settembre scorso. Poteva essere una ghiotta occasione, lo spunto per dare un colpo serio al malfunzionamento della giustizia civile, viceversa si presenta come l’ennesima riformetta di piccolo cabotaggio, perdipiù introdotta nelle peggiori condizioni organizzative.</p><p>Proviamo a spiegare meglio.</p><p>Avevamo già segnalato in un <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/28/lautunno-caldo-della-giustizia-civile/153991/" target="_blank">precedente post</a></span> che l’Italia è il paese che vanta (vantava) un numero spropositato di riti differenti nel processo civile, almeno una trentina. Tutti convinti che fosse il caso di ridurli, il governo ha approvato nello scorso giugno il provvedimento che dava attuazione alla <strong>legge delega del 2009</strong>. Fin qui, niente da dire. Si dà il caso, però, che la cornice di quella delega fosse piuttosto stretta. Recita infatti testualmente il primo comma dell’articolo 54 della legge citata che «<em>il <strong>Governo</strong> è delegato ad adottare, entro ventiquattro mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi in materia di riduzione e semplificazione dei procedimenti civili di cognizione che rientrano nell’ambito della giurisdizione ordinaria e che sono regolati dalla legislazione speciale</em>». Si tratta di una formula quantomeno infelice che, alla resa dei conti, ha tagliato fuori dalla possibilità di essere “semplificati” un altissimo numero di procedimenti, fra i quali vale la pena di citare a scopo di esempio quelli inerenti il diritto di famiglia e dei minori (per un elenco completo, vi rimandiamo al <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.avvocati.it/news/259/sfoltita-giungla-dei-riti-civili-semplificazione-in-vigore-dal-6-ottobre-2011" target="_blank">sito</a></span> che lo ha forse meglio presentato).</p><p>Come vedete, la legge delega poneva dei limiti: con questo argomento si giustificano i difensori della riforma, ma lo stesso argomento si può girare al rovescio per dire che, se la delega è stretta, la responsabilità va attribuita al governo che l’ha scritta e votata.</p><p>E veniamo agli aspetti organizzativi sui quali, tanto per cambiare, casca l’asino di via Arenula.</p><p>Nel tempo intercorso tra l’approvazione del decreto legislativo e l’entrata in vigore, il <strong>ministero della giustizia</strong> non ha dato agli uffici alcuna indicazione su come gestire la certo non semplice modifica amministrativa. In particolare, non ci sono &#8211; ad oggi &#8211; circolari né altre comunicazioni ufficiali sulle modifiche da apportare ai registri informatici che, essendo strutturati secondo i criteri di rito, materia e oggetto, andranno presto in tilt quantomeno sul primo di tali criteri: spostando il rito, si “disallinea” infatti l’intero sistema.</p><p>Qualcuno ci aveva pensato?</p><p>I giudici civili sì, e lo hanno scritto al ministero, alle direzioni preposte, chiedendo quantomeno una proroga dell’entrata in funzione sino alla completa sistemazione tecnico-amministrativa. La riposta? Potete indovinarla da soli. Un dettaglio non sappiamo quanto importante è che la società appaltatrice del sistema informatico della giustizia sarebbe la Datamat, azienda del gruppo <strong>Finmeccanica</strong>.</p><p>Un’ultima considerazione, questa volta sugli effetti collaterali. Le micro riforme di questo governo hanno aperto la via a un nuovo business, <strong>l’affare </strong><strong>della formazione</strong>. Formazione di mediatori, prima; formazione sulla semplificazione dei riti ora. Poi, chissà. Basta dare un’occhiata in rete per accorgersi della infinita quantità di nuove pubblicazioni che ti insegnano tutto o dei corsi che ti formano su tutto. Nel caso in questione, peraltro, di scarsa utilità: i 3 riti a cui tutto (in realtà quasi nulla) si riconduce, già esistono e sono ben noti sia ai magistrati sia agli avvocati. Perciò, non regalate soldi ai soliti venditori di enciclopedie a puntate.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/06/giustizia-tre-riti-e-una-dimenticanza/162551/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> <item><title>Il giudice velista che non è più giudice</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/21/il-giudice-velista-che-non-e-piu-giudice/158918/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/21/il-giudice-velista-che-non-e-piu-giudice/158918/#comments</comments> <pubDate>Wed, 21 Sep 2011 11:42:34 +0000</pubDate> <dc:creator>Daria Lucca</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[CAssazione]]></category> <category><![CDATA[Cecilia Carreri]]></category> <category><![CDATA[corte dei conti]]></category> <category><![CDATA[Csm]]></category> <category><![CDATA[magistrati]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=158918</guid> <description><![CDATA[Il giudice velista, che regatava mentre era in mutua, è stato condannato dalla Corte dei conti a pagare soltanto 6.700 euro&#8230;Ieri mattina, leggendo un importante quotidiano, l’indignazione è montata più del colesterolo. Scorrendo le righe, poi, è andata alle stelle. Riassumo per sommi capi. Il gip (qualifica enfatizzata anche nel titolo) è nel caso particolare...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Il giudice velista, che regatava mentre era in mutua, è stato condannato dalla <strong>Corte dei conti </strong>a pagare soltanto 6.700 euro&#8230;Ieri mattina, leggendo un importante quotidiano, l’indignazione è montata più del colesterolo. Scorrendo le righe, poi, è andata alle stelle. Riassumo per sommi capi.</p><p>Il gip (qualifica enfatizzata anche nel titolo) è nel caso particolare una donna, con la passione del vento e delle corse. Nel 2005 partecipa ad alcune regate di livello internazionale (il dettaglio se l’abbia fatto con la sua barca personale o meno, sembra superfluo) con piazzamenti senza infamia e senza lode. Peccato che succedano, le regate, proprio nei periodi in cui il medico certifica il congedo per malattia: dalla lombalgia alla cefalea, dal disturbo del sonno allo stato depressivo. Nel tribunale dove esercitava, Vicenza, se ne erano accorti ed era partita la protesta. Il <strong>Consiglio superiore della magistratura</strong> aveva aperto un procedimento disciplinare al termine del quale, il 16 novembre del 2007, le fu applicata la sanzione della perdita di anzianità di un anno e del trasferimento d’ufficio. Lei aveva anche presentato ricorso, ma le sue ragioni erano state respinte dalle sezioni unite della <strong>Cassazione</strong> il 23 maggio 2008.</p><p>Ora, la condanna della Corte dei conti, in tutto 6.714,28 euro. Un po’ poco, direte voi, e avete ragione. Lo pensano anche decine di siti d’informazione on line e di blog che hanno ripreso l’articolo del quotidiano, onde per cui il titolo ormai <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://247.libero.it/focus/19345757/4/-graziata-la-gip-che-in-malattia-faceva-le-regate/" target="_blank"><strong>corre sulla rete</strong></a></span>: graziata giudice velista&#8230; Letta la notizia, comunque, a me è parso modesto anche il provvedimento del Csm: un anno di anzianità e il trasferimento?</p><p>A proposito, l’articolo elencava un sacco di piccole informazioni aggiuntive, il nome della barca, delle regate, le miglia di mare percorse, etc etc, ma non accennava alla nuova destinazione del giudice. Se era stata <strong>trasferita</strong>, non era più a Vicenza, caro Watson. E dove sarà finita, la nostra signora velista: a giudicare fatti di rilevanza penale magari inviperita e rancorosa per la punizione, nonché impedita di filare sulle onde con il vento di bolina, e quindi forse poco serena nel giudizio? La domanda non sembrava secondaria. Perciò, sotto con Google e affini.</p><p>Provate a digitare<strong> &#8220;Cecilia Carreri&#8221;</strong> aggiungendo magari la parola<strong> &#8220;Csm&#8221;</strong>.</p><p>I più avranno già capito, e hanno ragione.</p><p>Cecilia Carreri <strong>non è più giudice</strong> da tre anni, anche se gli organi di informazione continuano a definirla tale. La storia ha un finale che, a quanto pare, qualcuno si è dimenticato di scrivere. Il finale è contenuto nel <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.csm.it/comunicati%20stampa/CommStampa.php?idcomuni=147" target="_blank">comunicato</a></span> che il Csm ha diffuso l’11 novembre 2009 ma che evidentemente non affiora nelle ricerche sulla rete. Eccolo: dopo la pronuncia della Cassazione, il 26 maggio 2008 l’organo di autogoverno ha aperto la procedura per la dispensa dal servizio, le cui conclusioni sono state anticipate dalle dimissioni volontarie della Carreri. La quale, come è suo diritto in un paese libero, ha raccolto le sue riflessioni su quella che considera una vicenda kafkiana di cui sarebbe stata vittima e ne ha fatto un <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ibs.it/code/9788842539247/CARRERI-CECILIA/FERMATE-GIUSTIZIA-DISSERVIZI-INEFFICIENZE-INGIUSTIZIE-QUOTIDIANE.html?shop=5277" target="_blank">libro</a></span></strong>. Qualcuno glielo ha anche pubblicato. Anche perché, come vedete dalle sue stesse parole, lei ha fiutato il vento e ha cavalcato l’onda. Non quella atlantica, quella antigiudici, molto di moda in questo paese.</p><p><em>Riceviamo e pubblichiamo la rettifica inviataci da Cecilia Carrieri.<br /> Non si tratta di un articolo, ma di questo post del 21 settembre 2011<br /> (29 settembre 2011) </em></p><p>Nel numero del 21 settembre 2011 de Il Fatto Quotidiano compare l’articolo, a firma Daria Lucca, intitolato “Il giudice velista che non è più giudice”.<br /> L’articolo  di Daria Lucca, nel riportare un articolo del quotidiano “La Stampa” di Torino del 20 settembre 2011, si sofferma sul fatto che la sottoscritta non è più giudice da tre anni.<br /> Di tale circostanza la giornalista offre al pubblico dei lettori una versione inesatta, volta a dimostrare che sarei stata licenziata o che mi sarei dimessa prima di essere dispensata/licenziata.<br /> In particolare, si riporta la frase della giornalista: “dopo la pronuncia della Cassazione del 26 maggio 2008 l’organo di auto governo ha aperto la procedura per la dispensa dal servizio, le cui conclusioni sono state anticipate dalle dimissioni volontarie della Carreri.”<br /> La verità è del tutto diversa.<br /> Ho dato le dimissioni con lettera del 30 maggio 2008, ancora prima di sapere il verdetto delle SSUU della Cassazione, depositato il 1° luglio del 2008, in sede di impugnazione della sentenza disciplinare del CSM del 27 novembre 2007.<br /> Ho dato le dimissioni per contestare la legittimità della sentenza del processo disciplinare del CSM e la gogna mediatica cui sono stata ingiustamente esposta ai primi di gennaio del 2008 che ha negativamente condizionato l’appello allora pendente avverso tale sentenza, come è di fatto avvenuto.<br /> Soltanto nel 2009, quando ero già fuori dall’ordinamento giudiziario, ho avuto copia della delibera del CSM dell’11 febbraio 2009, pervenutami per posta ordinaria.<br /> La delibera dell&#8217; 11 febbraio 2009 si riferiva all&#8217;avvio di una procedura di dispensa dal servizio di cui non mi era mai stata data comunicazione dal CSM e che riguardava esclusivamente le mie condizioni di salute, procedura che fu interrotta con tale delibera.<br /> Il Comunicato stampa del CSM dell’11 novembre 2009, pure richiamato dalla giornalista Daria Lucca, fu provocato dalle dichiarazioni dell’onorevole Castelli della Lega che, alla precedente puntata di Ballarò del 10 novembre 2009, si era lamentato che il giudice Carreri fosse ancora in servizio, mentre la sottoscritta, come fatto presente dal CSM con il predetto Comunicato, aveva già dato le dimissioni dal 2008.<br /> Si chiede pertanto di rettificare nei termini indicati quanto espresso dalla giornalista Daria Lucca ai sensi dell&#8217;art. 8 della Legge 8 febbraio 1948.<br /> Distinti saluti, Cecilia Carreri<br /> 27 settembre 2011</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/21/il-giudice-velista-che-non-e-piu-giudice/158918/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>15</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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