<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Barbara Schiavulli</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/bschiavulli/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sat, 26 May 2012 20:00:11 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>Fakhra, uomini di latta</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/23/uomini-latta/199675/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/23/uomini-latta/199675/#comments</comments> <pubDate>Fri, 23 Mar 2012 17:19:41 +0000</pubDate> <dc:creator>Barbara Schiavulli</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[acido]]></category> <category><![CDATA[Afghanistan]]></category> <category><![CDATA[donne]]></category> <category><![CDATA[Fakhra]]></category> <category><![CDATA[pakistan]]></category> <category><![CDATA[violenza]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=199675</guid> <description><![CDATA[Ci sono storie mortali che non devono essere dimenticate. Storie che ti trascinano nel fango in cui sono state gettate. Storie che sono di persone ma che diventano di tutti. Storie dove il dolore diventa coraggio fino a che uno non ne può più. Storie dove la vita ti marchia e ti uccide piano piano....]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono storie mortali che non devono essere dimenticate. Storie che ti trascinano nel fango in cui sono state gettate. Storie che sono di persone ma che diventano di tutti. Storie dove il dolore diventa coraggio fino a che uno non ne può più. Storie dove la vita ti marchia e ti uccide piano piano. Storie che raggiungono l’anima e te la stritolano. <strong>Fakhra</strong> si è uccisa. Ma la sua morte è cominciata molto tempo fa.</p><p>Si è buttata da un balcone di Roma qualche giorno fa,  decisa a non essere salvata per la quarta volta. La mano che l’ha spinta da lontano è quella del marito che più di dieci anni fa in una notte colma di gelosia, l’ha cancellata con l’<strong>acido</strong>. Ha violato il volto di una bella ragazza pakistana. Ha trafitto il suo spirito e un’anima a brandelli non sopravvive. “Ho paura che gli altri abbiamo paura di me quando mi guardano”, disse una volta Fakhra trasferitasi a Roma per operarsi. 39 volte per potersi guardare senza riuscire a capire quanto fosse bella. Quanto ognuna di quelle piaghe fosse un gioiello che le attraversava il volto, quanto la sua forza la rendesse ricca, speciale, unica. Non era un mostro. Non poteva fare paura a chi la conosceva perché gli occhi della gente sanno riconoscere quello che vale. Sanno riconoscere la forza, il coraggio. E anche la sofferenza.</p><p>Se in questa storia e in molte altre che ci circondano ci sono dei mostri giacciono nei cuori di quegli uomini che hanno la forza di alzare una bottiglia di acido o un pugno per picchiare una donna. E non è una questione di confini, in Pakistan usano l’acido, in Afghanistan tagliano i nasi, in Europa fanno sparire i corpi e non danno pace neanche ai propri figli. Cambiano i metodi, ma non cambia l’orrore che scorre nelle vene di queste persone deboli, vigliacche, incapaci di essere uomini veri. Teste abbassate sulla vita, dove il potere di uno spintone diventa l’unica cosa che sanno fare. Dove l’autorità lì fa sentire importanti quando in realtà non lo sono affatto. Piccoli uomini di latta.</p><p>In<strong> Afghanistan</strong> conobbi una ragazza a cui il marito aveva tagliato il naso. E gli occhi. E le aveva deturpato il viso con delle forbici perché credeva di essere stato tradito. Si sbagliava, ma anche fosse stato vero non avrebbe importanza. Quella ragazza, centinaia di ragazze non andrebbero mai dimenticate. Ma il modo migliore per rendere onore alle loro vite annientate è aiutare anche solo riconoscendo le storie di tutte le altre, quelle che stanno nei nostri palazzi e vivono dietro mura di paura. Quelle bellissime donne coi lividi sulle braccia e nel cuore. Quelle delle ragazzine in balia del branchi in un mondo che ruota troppo in fretta per accorgersi di quello che ci circonda.</p><p>Non sono le donne a dover rivendicare la loro dignità. Sono gli uomini a doverlo fare. Sono loro che devono difenderle dai mostri. Sono quei poliziotti che dicono “non possiamo fare  niente”. Sono quegli uomini che sanno ma non fanno. Sono quei medici che curano e non denunciano, sono quegli amici che notano ma non vogliono prendere posizione.</p><p>Non ci sarà mai un mondo senza violenza.  Ma un mondo di uomini che sanno dare l’esempio, si può sempre costruire.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/23/uomini-latta/199675/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Al rogo il Corano e il rispetto degli altri</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/22/rogo-corano-rispetto-degli-altri/193081/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/22/rogo-corano-rispetto-degli-altri/193081/#comments</comments> <pubDate>Wed, 22 Feb 2012 16:36:03 +0000</pubDate> <dc:creator>Barbara Schiavulli</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Afghanistan]]></category> <category><![CDATA[Allen]]></category> <category><![CDATA[corano]]></category> <category><![CDATA[Guerra]]></category> <category><![CDATA[islam]]></category> <category><![CDATA[libri]]></category> <category><![CDATA[Religione]]></category> <category><![CDATA[soldati]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=193081</guid> <description><![CDATA[Gli americani in Afghanistan in questo periodo non ne azzeccano una. Non si può pensare di vincere una guerra, giusta o sbagliata che sia, per poi inciampare nei sassolini dell’ignoranza. Soldati che fanno pipì sui cadaveri dei talebani facendo battutine, militari ridacchianti che bastonano una pecora rantolante per poi mettere le immagini in internet. Farsi...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Gli  americani in <strong>Afghanistan</strong> in questo periodo non ne azzeccano una. Non si può pensare di vincere una guerra, giusta o sbagliata che sia, per poi inciampare nei sassolini dell’ignoranza. Soldati che fanno pipì sui cadaveri dei talebani facendo battutine, militari ridacchianti che bastonano una pecora rantolante per poi mettere le immagini in internet. Farsi fotografare in gruppo con la bandiera americana e quella nazista, dicendo poi che non sapevano che era delle Ss. L’ultima: <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/22/kabul-corano-bruciato-chiude-lambasciata/192958/" target="_blank">bruciare i libri</a></span>, tra i quali c’erano alcuni <strong>Corano</strong> (il libro sacro per i musulmani, come la Bibbia per i cristiani o la Torah per gli ebrei) tolti ai prigionieri di Bagram, vicino a Kabul, per poi dire che pensavano fossero libri estremisti.</p><p>Questo ha già causato dieci morti afgani scesi in piazza a manifestare mettendo sotto assedio l’ambasciata americana. Il <strong>generale Allen</strong>, capo delle forze Usa e Nato in Afghanistan si è scusato. Non per aver bruciato i libri, ma per aver bruciato i Corani. Credo non ci siano gesti simbolici più forti che bruciare un libro. Già questo mi fa rabbrividire.</p><p>Distruggere un libro sacro per un miliardo di persone, ma anche fosse per dieci, è sciocco e irrispettoso. Non si può invadere un paese con la scusa, fra le altre, di dover far rispettare i diritti umani come li intendiamo noi e poi calpestare quello in cui loro credono, la loro religione, la loro estrema ospitalità, le loro tradizioni. A volte queste abitudini sono tremende, ma se uno vuole negoziare, contribuire a migliorare la propria vita e quella degli altri, deve partire dal<strong> rispetto dell’altro</strong> anche se non lo si capisce, se lo trova distante. Non c’è altro modo per poter parlare, se l’obiettivo è parlare.</p><p>Penso al 2002, quando i paladini della giustizia internazionale volevano assolutamente che i <strong>diritti delle donne</strong> in Afghanistan fossero rispettati. Dieci anni dopo gli stessi paladini sono pronti a trattare con i talebani a scapito della paura delle donne di oggi di perdere questi diritti in nome delle trattive.</p><p>Se potessi parlare con il generale Allen gli chiederei di mandare quel gruppo di soldati a fare un corso di storia europea perché se non sanno sotto quale bandiera posano, non sanno neanche di essere i figli di quelli che i nazisti li hanno combattuti. Gli chiederei di far leggere il Corano ai suoi soldati prima di mandarli in Afghanistan perché dovrebbero sapere che combattono e muoiono anche perché<strong> l’intimità della religione</strong> venga rispettata, che uno ci creda o no.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/22/rogo-corano-rispetto-degli-altri/193081/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Le donne di Kabul, tra pugilato e politica</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/14/le-donne-di-kabul-tra-pugilato-e-politica/191124/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/14/le-donne-di-kabul-tra-pugilato-e-politica/191124/#comments</comments> <pubDate>Tue, 14 Feb 2012 16:54:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Barbara Schiavulli</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Diritti]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Afghanistan]]></category> <category><![CDATA[diritti]]></category> <category><![CDATA[donne]]></category> <category><![CDATA[Guerra]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/14/le-donne-di-kabul-tra-pugilato-e-politica/191124/</guid> <description><![CDATA[C’è chi nega. E chi rinnega. E c’è anche chi mente. La guerra spesso è fatta anche di questo e la questione afghana la fa da maestro. Mentre il Pakistan nega sempre di sostenere l’insorgenza dei talebani, questi ultimi hanno smentito di avere in corso in Arabia Saudita negoziati con il governo afgano. La verità...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>C’è chi nega. E chi rinnega. E c’è anche chi mente. La guerra spesso è fatta anche di questo e la questione afghana la fa da maestro. Mentre il Pakistan nega sempre di sostenere l’insorgenza dei talebani, questi ultimi hanno smentito di avere in corso in Arabia Saudita negoziati con il governo afgano. La verità è che<strong> i tempi stringono</strong>, i giorni del ritiro previsto nel 2012 si avvicinano e gli afgani schiacciati da decenni di guerra non sanno che aspettarsi. La violenza aumenta, la corruzione è endemica, l’esercito si addestra, ma il<strong> sistema mafioso dei talebani </strong>è più funzionale di quello fragile delle istituzioni. Molti credono che quando le forze straniere se ne andranno, la situazione resterà buona nella capitale e nelle grandi città, troppo sotto gli occhi del mondo per non evolversi, mentre le campagne ripiomberanno in quel medioevo dal quale in realtà non sono mai uscite.</p><p>Stringere una tregua con i talebani significherebbe agguantare un periodo di stabilità, ma una parte della popolazione è convinta che in nome di questa pace verranno <strong>svenduti i diritti delle donne</strong>. Diritti che sono marginali, spesso solo sulla carta, spesso solo sulla bocca dei politici. In Afghanistan<strong> il 70% delle donne subisce violenza domestica, il 25% ha subito uno stupro</strong>, le case di accoglienza e le prigioni traboccano di ragazze che fuggono dai mariti. Per salvare l’onore della famiglia, si può essere mutilate, costrette a sposare il proprio stupratore, cacciate, picchiate. Le storie sono all’ordine del giorno. Terrificanti. Inaudite. Devastanti.</p><p>E poi ci sono loro. Le eccezioni. Donne che per qualche ragione ce la fanno. Donne che combattono per i loro sogni, come hanno imparato ogni giorno a farlo per la vita. Donne che non sono la differenza, ma la fanno.<br /> <strong>Shabnan Haruzel </strong>è una di queste. 18 anni, un viso d’angelo e il corpo di un’atleta. Si muove nervosa, a scatti, sembra più un ragazzino di una gang americana che una modesta ragazzina afgana. Shabnan è una campionessa. Parteciperà alle olimpiadi di Londra. Fa il pugile, ha già vinto molti incontri e anche se ogni giorno i suoi genitori ricevono telefonate minatorie, lei non smette. “Voglio vincere, per me e il mio Paese, perché l’Afghanistan non è solo guerra”, ci ha detto in una sgangherata palestra nei sotterranei dello stadio di Kabul dove una volte le donne venivano lapidate e ai ladri tagliavano le mani. Per una volta e per un momento quando salirà sul ring di fronte agli occhi del mondo, <strong>l’Afghanistan non sarà solo guerra</strong>, sarà anche lei, la minuta Shabnan con il cuore e i pugni di una campionessa.</p><p>Ferestha Farah, 40 anni, sta due piani più in su, la prima volta che la incontrai, anni fa, aveva messo su la prima palestra per donne in onore della sorella uccisa dai talebani perché faceva karate, ora è la vicepresidentessa della <strong>commissione olimpica afgana</strong>. “Ci sono 400 donne che fanno sport qui da noi, le cose stanno cambiando, ma ci sono ancora tante resistenze, le famiglie, la società, i mariti che trovano sconveniente allenarsi”. Lontano dallo stadio sorge uno dei tanti ospedali della capitale, ci lavora Wahida Ghoti, un<strong> chirurgo</strong> donna: “Ci sono molti medici donna in Afghanistan perché insieme all’insegnamento sono le due professioni considerate ‘ accettabili’, il problema è arrivare alla professione, non poi mantenerla, quando guadagni dei soldi gli uomini fanno buon viso a cattivo gioco”.</p><p>E c’è chi gli uomini li sa anche affrontare. Shukria Barokzai vive in una casa circondata da un’alta recinzione e guardie armate che la seguono ovunque. <strong>Fa la parlamentare</strong>, capo della commissione difesa, spesso pensa che i suoi nemici più grandi sono proprio i suoi colleghi, molti dei quali Signori della Guerra, che ucciderebbero pur di non vedere una donna in parlamento. Potrebbe candidarsi alle presidenziali. “È stato molto triste, mio marito ha combinato un secondo matrimonio senza neanche dirmelo. E io l’ho lasciato”. Questo non avviene quasi mai in Afghanistan dove le donne sono prima proprietà del padre e poi del marito. “Marito? Se mi fossi sposata ora non sarei qua”, <strong>Rokia Mutamahel</strong>, capelli rossi al vento, professoressa di fisica al politecnico di Kabul: 23 anni che insegna, ma non vuole rivelare la sua età, trasuda forza ed esuberanza, non le importa se sentono quello che dice: “<strong>La soluzione è nell’istruzione</strong>. Metà di questo popolo, le donne, è seduto a casa. Siamo sempre un passo indietro. Un Paese è come un corpo, se il 50 % non funziona, il corpo è malato. Non bisogna essere professori per capirlo e neanche uomini, perché loro proprio non ci arrivano”.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 14 Febbraio 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/14/le-donne-di-kabul-tra-pugilato-e-politica/191124/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>3</slash:comments> </item> <item><title>Iraq, questo albergo è una prigione</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/12/iraq-questo-albergo-e-una-prigione/176989/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/12/iraq-questo-albergo-e-una-prigione/176989/#comments</comments> <pubDate>Mon, 12 Dec 2011 13:12:12 +0000</pubDate> <dc:creator>Barbara Schiavulli</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[albergo]]></category> <category><![CDATA[Barbara Schiavulli]]></category> <category><![CDATA[base militare]]></category> <category><![CDATA[Bassora]]></category> <category><![CDATA[Hotel Basra Gateway]]></category> <category><![CDATA[Iraq]]></category> <category><![CDATA[prigione]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=176989</guid> <description><![CDATA[Ci dormireste in una ex prigione americana per 190 dollari a notte? Accade a Bassora nel nuovissimo Hotel Basra Gateway aperto il 24 novembre scorso in occasione di una conferenza sul petrolio in una delle capitali del greggio iracheno. Fino a qualche tempo fa era una base americana  con tanto di prigione. Ora piano piano...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Ci dormireste in una ex prigione americana per 190 dollari a notte? Accade a Bassora nel nuovissimo<strong> Hotel Basra Gateway </strong>aperto il 24 novembre scorso in occasione di una conferenza sul petrolio in una delle capitali del greggio iracheno. Fino a qualche tempo fa era una base americana  con tanto di prigione.</p><p>Ora piano piano le<strong> basi americane</strong>, centinaia, verranno lasciate al governo iracheno, alcune resteranno basi militari, altre verranno convertite. L’idea del Kufan Group è stato quello di mantenere la prigione com’è, nonostante diventasse un hotel, aggiungendo qualche comodità, soprattutto idraulica, ma fuori ci sono ancora i sacchetti di sabbia a protezioni e il filo spinato… Mah…</p><p>Mi sa che ci vuole un buon sonno e del pelo sullo stomaco, considerando quello che è accaduto e forse continua ad accadere nelle <strong>prigioni irachene</strong>…</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/12/iraq-questo-albergo-e-una-prigione/176989/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Esteri, donne e media: indifferenza colposa</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/11/indifferenza-colposa/176856/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/11/indifferenza-colposa/176856/#comments</comments> <pubDate>Sun, 11 Dec 2011 17:50:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Barbara Schiavulli</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Diritti]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Afghanistan]]></category> <category><![CDATA[Barbara Schiavulli]]></category> <category><![CDATA[donne]]></category> <category><![CDATA[Esteri]]></category> <category><![CDATA[giornali]]></category> <category><![CDATA[Se non le donne chi?]]></category> <category><![CDATA[Snoq]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=176856</guid> <description><![CDATA[Di recente mi sono lamentata perché non ci sono molte notizie estere sui giornali. O almeno non quelle che secondo me dovrebbero finire sui giornali. Quelle che raccontano i paesi e le persone. Le storie che possono dare indizi su quello che accade nel mondo. Non perché mi illuda che possano fare la differenza, ma...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Di recente mi sono lamentata perché non ci sono molte <strong>notizie estere</strong> sui giornali. O almeno non quelle che secondo me dovrebbero finire sui giornali. Quelle che raccontano i paesi e le persone. Le storie che possono dare indizi su quello che accade nel mondo. Non perché mi illuda che possano fare la differenza, ma perché ho sempre pensato che creare cultura, avere curiosità per le cose che ci circondano, ficcare il naso dove non sempre si deve, facesse parte del nostro lavoro.</p><p>La risposta di un collega è stata: <em>&#8220;Gli esteri non fanno notizia, non fanno vendere i giornali, magari proponi qualcos&#8217;altro&#8221;</em>. E&#8217; vero gli esteri non fanno notizia, ma possono <strong>far riflettere</strong> le persone sul posto dove vivono. Vero, le notizie estere non fanno vendere i giornali, ma li hanno sempre fatti leggere.</p><p>Oggi <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/11/donne-diritti-femminili-tornano-piazza/176852/" target="_blank">le donne italiane sono scese in piazza</a></span></strong>. Il lavoro è ancora tanto. A volte mi sembra incredibile che siamo sempre un passo indietro, un passo che ha lo spessore di un baratro. E non è solo qui, ogni paese ha le sue battaglie a seconda del tipo di posto che è, la sua evoluzione, il suo progresso.</p><p>Penso all&#8217;<strong>Afghanistan</strong> e non riesco a dimenticare la storia di <strong>Gulnaz</strong>, una ragazzina di 21 anni. Gulnaz è in prigione, le hanno dato 12 anni per adulterio. Due anni fa il cugino del marito l&#8217;ha violentata, l&#8217;ha messa incinta, e ora lei sconta la pena del suo stupro. Il marito ha divorziato e a lei si presenta un buono uscita: se sposerà il suo violentatore, avrà un bello sconto di pena, l&#8217;onore della famiglia verrà ripristinato e il quartiere tornerà a dormire sonni tranquilli.</p><p>Poco si è raccontato di questa ragazzina, e delle centinaia che vivono così in Afghanistan, poco si racconta che le donne afgane sono più libere in prigione che fuori perché almeno dentro nessuno le picchia. Quante battaglie dovranno ancora fare quelle ragazze per avere il loro posto nel mondo? Ma se non lo si racconta, se non si dedica qualche riga alla loro sofferenza, se non lo sappiamo, non ci macchiamo noi del reato di <strong>indifferenza colposa</strong>?</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/11/indifferenza-colposa/176856/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Buongiorno Afghanistan</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/17/buongiorno-afghanistan/164298/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/17/buongiorno-afghanistan/164298/#comments</comments> <pubDate>Mon, 17 Oct 2011 07:35:31 +0000</pubDate> <dc:creator>Barbara Schiavulli</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Afghanistan]]></category> <category><![CDATA[Guerra]]></category> <category><![CDATA[Kabul]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=164298</guid> <description><![CDATA[Tra un paio di giorni di nuovo in Afghanistan, la mia seconda casa. Non c&#8217;è un evento particolare, ma in realtà è il momento migliore per lavorare, per raccontare delle storie, per lasciarsi trasportare da un paese straordinario in piena evoluzione. A volte fa un passo avanti, e poi tre indietro, ma pur sempre in...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Tra un paio di giorni di nuovo in <strong>Afghanistan</strong>, la mia seconda casa. Non c&#8217;è un evento particolare, ma in realtà è il momento migliore per lavorare, per raccontare delle storie, per lasciarsi trasportare da un paese straordinario in piena evoluzione. A volte fa un passo avanti, e poi tre indietro, ma pur sempre in movimento.</p><p>Da poco è cominciata la <strong>transizione</strong>, gli stranieri se ne vogliono andare, gli afgani cercano di farcela, incastrati tra la velocità che gli si chiede per mettersi al pari di un qualcosa che non hanno mai avuto, e la tradizione, i vecchi modi di fare che li trascinano indietro perché voltarsi a guardare quello che si conosce è sempre più facile e rassicurante.</p><p>Ma per le strade di Kabul le cose sono cambiate: anche se lo scoppio della guerra non è stato per i giornali importante da ricordare, per gli afgani è cambiato tutto. Per gli afgani di città naturalmente, perché le campagne sono rimaste ferme in un passato che sarà sempre più forte della voglia di futuro che invece si ha in città. Con tutti i problemi del caso, dalla corruzione, alla violenza, alla guerra e alla droga.</p><p>Ma con quei germogli di <strong>cambiamento </strong>che ti colpiscono: la scuola di musica classica che ha ripreso a funzionare, la parlamentare che si candiderà alle prossime presidenziali, il primo concerto rock nei giardini di Babur, o la ragazza che lavora in banca e ottiene otto milioni di messaggini durante il programma Afghanistar (X Factor). Certo questo non significa che va tutto o andrà tutto bene. Non significa che il sangue versato in questi anni abbia trasformato il paese in un parco giochi. Ma questo paese merita di essere raccontato.</p><p>Ci sentiamo da <strong>Kabul</strong>, e buona lettura a tutti&#8230;</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/17/buongiorno-afghanistan/164298/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>6</slash:comments> </item> <item><title>Kabul Rock</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/03/kabul-rock/161723/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/03/kabul-rock/161723/#comments</comments> <pubDate>Mon, 03 Oct 2011 10:52:47 +0000</pubDate> <dc:creator>Barbara Schiavulli</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Afghanistan]]></category> <category><![CDATA[Kabul]]></category> <category><![CDATA[rock]]></category> <category><![CDATA[Sabrina Ablyaskina]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=161723</guid> <description><![CDATA[Non hanno detto né dove né quando, per paura di un attentato. Ma appena il palco è stato montato, la voce è passata di giovane in giovane e le strade di Kabul si sono animate di fan del rock. Era da trent’anni che non c’era un concerto di musica live in Afghanistan. E’ successo due...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Non hanno detto né dove né quando, <strong>per paura di un attentato</strong>. Ma appena il palco è stato montato, la voce è passata di giovane in giovane e le strade di Kabul si sono animate di fan del rock. Era da trent’anni che non c’era un <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.euronews.net/2011/10/02/il-rock-scuote-kabul/" target="_blank">concerto di musica live in Afghanistan</a></span>. E’ successo due giorni fa, nei meravigliosi di giardini di Babur (dove sorge la tomba del primo imperatore Mogol), restaurati qualche anno fa dall’Aga Khan.</p><p>Ragazzi e ragazze con le mani tese al cielo che ballavano e sorridevano alla musica che si riempiva dei colpi della batteria e dei bassi durissimi. Sei ore di rock, con complessi giunti dall’Australia, Uzbekistan, Kazakhstan e Afghanistan che hanno suonato blues, musica popolare indiana, metallica, punk, davanti a centinaia di afgani giovanissimi alcuni dei quali non avevano <strong>mai visto un concerto dal vivo in vita loro</strong>. La musica era bandita durante il regime dei talebani e anche ora i negozi di cd vengono sistematicamente colpiti e in alcune città i musicisti vengono perseguitati quando non uccisi.</p><p>Il festiva si è svolto senza problemi, naturalmente l’alcool era vietato, l’unico snack era il kebab e i microfoni si sono spenti e la musica si è fermata (due volte) quando il muezzin ha fatto la chiamata alla preghiera.</p><p>“Dove vivo non esiste niente di simile. Ne ho sentito parlare e sono venuto”, ha raccontato Ahmad Shah, vestito con il tradizionale camicione bianco. E’ arrivato da Kandahar, una delle zone più controllate dai talebani, devastata dalla guerra degli ultimi dieci anni. “Sono venuto per scappare al cancro dei talebani, e questo mi sembra un cambiamento incredibile”.</p><p>“Abbiamo sentito del festival alla radio, quando una mia amica mi ha chiesto se dovevamo andare, ho detto “perché no?”, ha spiegato Lauria, 19 anni, studentessa universitaria con un velo leggero che le incorniciava il viso e sandali aperti. “E’ stato fantastico, spero solo che non sia l’ultima volta”.</p><p>I ragazzi sono impazziti quando si è esibito il gruppo afgano<strong> White Page</strong> e un gruppetto di guardie sono state sopraffatte dal loro entusiasmo. Si sono ripresi incantati da un ballerino di breakdance.</p><p>La sicurezza era ovunque a presidiare l’evento e nonostante la segretezza sono arrivati 450 giovani paganti e molti altri sono rimasti fuori in strada ad ascoltare. Alcuni vecchi con la barba e il turbante si sono avvicinati <strong>scuotendo le teste</strong>, ma non hanno del tutto disapprovato.</p><p>Anche la polizia batteva il tempo con i piedi.</p><p>“Kabul, amici miei, è ora di fare del Rock!!!”, ha gridato la cantante <strong>Sabrina Ablyaskina</strong>, del gruppo uzbeko “Lacrime del sole” che cantava e sbatteva di qua e di là il microfono. Lacrime del sole sta registrando il suo sesto album. “Non ci aspettavamo tutta questa gente – ha detto dopo Sabrina – amiamo Kabul, e un giorno dopo l’altro la vediamo rivivere”. Per la chitarrista Nikita Makapenko è stato un evento senza precedenti non solo per il pubblico ma anche per chi ha avuto il coraggio di esibirsi: “Il rock and roll ha cambiato il mondo e lo farà anche in Afghanistan. Questa è Storia ed è solo l’inizio”.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/03/kabul-rock/161723/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>11</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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