<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Andrea Valdambrini</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/avaldambrini/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sat, 26 May 2012 20:00:11 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>Bufala online: &#8220;È morto Marquez&#8221;</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/16/bufala-online-morto-marquez/231802/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/16/bufala-online-morto-marquez/231802/#comments</comments> <pubDate>Wed, 16 May 2012 15:41:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Valdambrini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[Cent'anni di solitudine]]></category> <category><![CDATA[Gabriel Garcia Marquez]]></category> <category><![CDATA[Jaime Abello Banfi]]></category> <category><![CDATA[Nome della Rosa]]></category> <category><![CDATA[The Guardian]]></category> <category><![CDATA[tommaso debenedetti]]></category> <category><![CDATA[Twitter]]></category> <category><![CDATA[umberto Eco]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=231802</guid> <description><![CDATA[Gabriel Garcia Marquez è morto, ma per fortuna solo su Twitter. Quando nel pomeriggio di lunedì inizia il tam tam sul presunto decesso dell’ultraottantenne scrittore colombiano, molti dei suoi lettori hanno un brivido. Possibile? Sarà vero? Certo, la fonte pare – ma sottolineiamo pare – attendibile, dato che l’annuncio arriva addirittura dall’account Twitter di Umberto...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Gabriel Garcia Marquez è morto, ma per fortuna solo su <strong>Twitter</strong>. Quando nel pomeriggio di lunedì inizia il tam tam sul presunto decesso dell’ultraottantenne scrittore colombiano, molti dei suoi lettori hanno un brivido. Possibile? Sarà vero? Certo, la fonte pare – ma sottolineiamo pare – attendibile, dato che l’annuncio arriva addirittura dall’account Twitter di <strong>Umberto Eco</strong>.</p><p>Si legge sul sito di microblogging, all’account @UmbertoEcoOffic: “La notizia della morte di Garcia Marquez sarà ufficialmente annunciata tra poche ore dalla sorella Aida e dagli editori”. All’onda di <strong>compianto</strong> mista a incredulità da parte di molti utenti della rete, viene data a stretto giro una risposta dall’account @ElGabo, che dovrebbe essere la voce ufficiale dell’autore di <em>Cent’anni di solitudine</em> (ma non è confermato). La replica in spagnolo suona: “E se dicessimo che è morto @UmbertoEcoOffic? Un <strong>resoconto</strong> falso”.</p><p>A risolvere il giallo ci pensa <strong>Jaime Abello Banf</strong>i, direttore della Fondazione Marquez, che denuncia, anche lui da Twitter, trattarsi di uno scherzo, per quanto di cattivo gusto, e comunque di una bufala, invitando tutti a non credere alle indiscrezioni . Gli dà man forte il sito d’informazione colombiano Rcn. E così, nel giro di poche ore, l’autore del realismo magico è di nuovo vivo e vegeto. Rimangono però un paio di <strong>domande</strong> aperte.</p><p>Se Umberto Eco su Twitter non è lo scrittore del <em>Nome della Rosa</em>, chi è perché si è avventurato nel macabro giochino? Fa un ipotesi il quotidiano britannico The Guardian: dietro la notizia della dipartita del grande colombiano, ci sarebbe la <strong>penna,</strong> ovvero il tweet sarcastico di Tommaso Debenedetti, letterato italiano noto ormai in tutto il mondo per le sue burle, che sarebbe dunque dietro al <strong>falso</strong> Umberto Eco. Per chi ama i retroscena, proprio il Guardian aveva recentemente pubblicato una lunga intervista a Debenedetti, in cui si legge: “I social media sono la fonte d’informazione meno verificabile al mondo, ma i media gli credono perché hanno bisogno di rapidità”.</p><p>Cronaca di una morte annunciata verrebbe da dire<strong> citando</strong> il titolo di un altro famoso romanzo dell’autore colombiano. Proprio come nei suoi romanzi, però, i personaggi per fortuna restano magicamente in vita.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/16/bufala-online-morto-marquez/231802/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Gran Bretagna, dopo il mid term</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/06/gran-bretagna-dopo-term/220157/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/06/gran-bretagna-dopo-term/220157/#comments</comments> <pubDate>Sun, 06 May 2012 13:27:56 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Valdambrini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Cameron]]></category> <category><![CDATA[elezioni]]></category> <category><![CDATA[Gran Bretagna]]></category> <category><![CDATA[labour]]></category> <category><![CDATA[mid term]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=220157</guid> <description><![CDATA[Tre sono gli elementi degni di nota di questa ultima tornata elettorale in Gran Bretagna, che ha riguardato più di cento consigli comunali tra Inghilterra, Scozia e Galles oltre all’assemblea cittadina e al sindaco di Londra. Il primo &#8211; che riconferma una tendenza della politica europea  degli ultimi anni &#8211; è che chi governa paga. A...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Tre sono gli elementi degni di nota di questa ultima tornata elettorale in Gran Bretagna, che ha riguardato <strong>più di cento consigli comunali</strong> tra Inghilterra, Scozia e Galles oltre all’assemblea cittadina e al sindaco di Londra.</p><p>Il primo &#8211; che riconferma una tendenza della politica europea  degli ultimi anni &#8211; è che <strong>chi governa paga</strong>. A due anni esatti dall’arrivo di <strong>David Cameron</strong> a Downing Street, il governo di coalizione perde drammaticamente in tutto il Paese. Certo, si tratta di un voto <em>Mid term</em> a carattere locale, ma il segnale è forte. Anche Londra, che pure ha riconfermato sindaco il <em>Torie </em>Boris Johnson dopo un inaspettato testa a testa finale con una vecchia gloria del Labour come Ken Livingstone, il consiglio comunale è a maggioranza laburista. Non sarà facile per Boris gestire la capitale con una giunta di minoranza.</p><p>Il secondo è che, al contrario di quanto succede in Italia ma anche in altri Paesi europei, un partito di stampo tradizionalmente socialdemocratico come il Labour non è mangiato dalla cosiddetta anti-politica (anche se c’è il caso Galloway, per ora tuttavia limitato a Bredford). Certo, a dispetto del suo ragguardevole 38%, il partito della rosa è tutt’altro che forte: la leadership di<strong> Ed Miliband</strong> non è stata sempre salda, negli ultimi due anni e probabilmente è stata sbagliata la candidatura di Livingstone a Londra. Ma, come a volte succede nel calcio, il Labour vince per la debolezza di Toires e Lib Dem, e tanto basta.</p><p>Il terzo è che, paradossalmente, la bocciatura del governo fa riprendere fiato ai conservatori di destra. David Cameron ha affidato al “duro” George Osborne le politiche di austerità che, oltre a creare malcontento, non hanno rilanciato nessuna ripresa economica (il Regno Unito è ripiombato nella seconda recessione), eppure la sua politica è considerata troppo poco conservatrice dalla “pancia” del partito, e soprattutto troppo sbilanciata sul versante dei diritti civili – vedi il caso del matrimonio gay, di cui Cameron è convinto sostenitore. Per il lib-conservatore primo ministro solo l’alleanza con il liberal-democratici di<strong> Nick Clegg</strong> può tenere al centro la barra del governo. Ma si dà il caso che, prevedibilmente, proprio i Lib-dem siano quelli più colpiti dall’esperienza di governo in termini elettorali.</p><p>A dare manforte agli anti-cameroniani c’è il caso dell’<em>Uk</em> <em>Independence Party </em>(Ukip) del rocambolesco Nigel Farage. Quando è nato da una costola del partito che era stato di Margaret Thatcher, <strong>Ukip</strong> era poca cosa. Ma il folklore del suo <strong>antieuropeismo populista</strong> ha fatto breccia su chi vede come il fumo negli occhi il sodalizio tra Cameron con  l’europeista Nick Clegg, e oggi Ukip naviga intorno al 10%, prospettando perfino l’incubo di un futuro affiancamento ai conservatori, almeno in alcune realtà locali.</p><p>David Cameron, oltre che dal versante politico, è anche indebolito dal caso Murdoch, che non smette di inquietarlo. In settimana Andy Coulson, l’ex-capo ufficio stampa del primo ministro, e Rebekah Brooks, a cui Cameron è legato da amicizia familiare, torneranno a deporre davanti alla commissione d’inchiesta Leveson. </p><p>Le prossime politiche sono nel 2015. Boris Johnson, conservatore sulla cresta dell’onda, guarda alle debolezze di Downing Street. È presto, ma lui già aspetta.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/06/gran-bretagna-dopo-term/220157/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Assange a pezzi</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/19/assange-pezzi/205620/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/19/assange-pezzi/205620/#comments</comments> <pubDate>Thu, 19 Apr 2012 13:20:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Valdambrini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[Cremlino]]></category> <category><![CDATA[hassan nasrallah]]></category> <category><![CDATA[Julian Assange]]></category> <category><![CDATA[Luke Harding]]></category> <category><![CDATA[Russia Today]]></category> <category><![CDATA[Vladimir Putin]]></category> <category><![CDATA[wikileaks]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=205620</guid> <description><![CDATA[“Il mondo di domani” di Julian Assange ha il sapore della polemica. Di fronte alla visione della prima della serie di interviste a personalità celebri che il fondatore di Wikileaks ha telematicamente incontrato dal suo rifugio-prigione in Inghilterra, il giornalista britannico Luke Harding spara a zero. Non solo e non tanto per un Assange guru...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>“Il mondo di domani” di Julian Assange ha il sapore della polemica. Di fronte alla visione della prima della serie di interviste a personalità celebri che il fondatore di Wikileaks ha telematicamente incontrato dal suo rifugio-prigione in Inghilterra, il giornalista britannico Luke Harding spara a zero. Non solo e non tanto per un Assange guru della rete ma timido in video.  Ma soprattutto per l’opzione di <strong>affiancare </strong>alla diffusione online del programma anche quella attraverso l’emittente <em>Russia Today</em>, legata al Cremlino. Da questo discende, sostiene Harding, la scelta per l’intervista inaugurale di un personaggio altamente controverso, ma gradito a Mosca, come Hassan Nasrallah, fondatore del movimento palestinese – e non proprio moderato &#8211; Hezbollah.</p><p>Alla sua prima prova di questo genere, Assange non sembra tra l’altro dimostrare né particolare mordente né l’irriverenza che sarebbe dovuta al buon giornalista. Definisce Nashrallah un “combattente per la libertà” &#8211; di per sé non un reato -, come non lo è quello di non amare gli Usa, da cui Assange si sente <strong>perseguitato</strong>, e per diretta conseguenza neppure Israele.</p><p>Rimangono però un paio di domande. La prima è se la scelta di Nashrallah fosse davvero opportuna, anche da parte di chi legittimamente critica il comportamento di Isreale nei confronti del popolo palestinese. La seconda è se questo, come l’invito dei futuri ospiti, non sia in realtà dettata da un’agenda <strong>nascosta</strong>. In questo ci troviamo d’accordo l’analisi di Harding, espulso anni fa dalla Russia per le sue inchieste sulla corruzione e le complicità di Putin nel caso Litvinenko. Se, sostiene il giornalista britannico, si appare su <em>Russia Today</em> rimarranno sempre tabù i temi scottanti per Putin, in un Paese dove i giornalisti muoiono semplicemente perché fanno il loro dovere, e che nei cablo di Wikileaks era da tutti bollato come <em>The Mafia State</em>.</p><p>Ai tempi della condanna di Assange da parte delle autorità americane, Wikileaks aveva ricevuto un sorprendente <strong>plauso</strong> di Vladimir Putin. Mettiamola così: il fondatore di Wikileaks avrà pure bisogno di visibilità (e soldi) per portare avanti la sua causa. Ma da certe ombre, come quella del Cremlino, è comunque meglio stare lontani. Almeno se si vuole continuare a essere i paladini della libertà attraverso il web e non, come evoca Luke Harding, semplicemente un “utile idiota” di sovietica <strong>memoria</strong>.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/19/assange-pezzi/205620/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Sergey Brin di Google: Web libero, per gli altri</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/18/sergey-brin-di-google-web-libero-ma-solo-per-gli-altri/205195/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/18/sergey-brin-di-google-web-libero-ma-solo-per-gli-altri/205195/#comments</comments> <pubDate>Wed, 18 Apr 2012 08:20:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Valdambrini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[Facebook]]></category> <category><![CDATA[Friendster]]></category> <category><![CDATA[google]]></category> <category><![CDATA[Larry Page]]></category> <category><![CDATA[linkedin]]></category> <category><![CDATA[Sergey Brin]]></category> <category><![CDATA[Tim Berners-Lee]]></category> <category><![CDATA[universalità Rete]]></category> <category><![CDATA[web libero]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/18/sergey-brin-di-google-web-libero-ma-solo-per-gli-altri/205195/</guid> <description><![CDATA[La rete non è più quella di una volta. Chiedetelo a Sergey Brin, co-fondatore di Google nel 1997 insieme a Larry Page. Mai come ora, sostiene Brin in un’intervista al quotidiano britannico The Guardian, i principi di libertà ed universalità dell’accesso alla rete, che hanno dato forma alla nascita di internet, sono sotto attacco. Le...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>La rete non è più quella di una volta. Chiedetelo a Sergey Brin, co-fondatore di Google nel 1997 insieme a Larry Page. Mai come ora, sostiene Brin in un’intervista al quotidiano britannico The Guardian, i principi di libertà ed <strong>universalità</strong> dell’accesso alla rete, che hanno dato forma alla nascita di internet, sono sotto attacco. Le “potenti forze allineate contro la rete aperta, su tutti i fronti e in tutto il mondo” arrivano dalla convergenza di tre elementi: il controllo esercitato da governi più o meno autoritari, le azioni anti-pirateria intraprese dall’industria dell’intrattenimento, ma anche dalla pratica del “giardino murato” costruito da Facebook e Apple.</p><p>Una definizione che ricalca quella data da Tim Berners-Lee due anni fa. Nel nel corso di un importante articolo apparso su Scientific American, il papà del web <strong>denunciava</strong> come la natura democratica della rete fosse minacciata da alcuni suoi nuovi membri, tra i quali Friendster, Linkedin e lo stesso Facebook.</p><p>Sia chiaro, il maggiore problema indicato fondatamente da Brin sono le nazioni dove la libertà di navigazione è censurata: Iran, Cina e Arabia Saudita in testa. Ma è soprattutto l’attacco contro la creatura di Marc Zuckerberg ad essere duro e frontale. Il motivo? Google non sarebbe neppure nato in un panorama internet dominato dal social network. “Devi giocare con le loro regole, molto restrittive”. Diverso l’ambiente in cui Brin e Page hanno dato vita alla loro creatura: “Il motivo per cui abbiamo potuto <strong>sviluppare</strong> un motore di ricerca è che il web era aperto”. Troppe regole, invece, conclude Brin, soffocano ogni possibilità di innovazione.</p><p>Ma da che pulpito viene la critica? Da quello di chi difende la causa del suo maggior concorrente, Google +, le cui regole non sembrano certo meno restrittive. Benché più attento di Facebook alla tutela della privacy, il social rivale non è da meno quanto a costruzione di “giardino murato”. Basti pensare che per <strong>aggiornare</strong> i feed gli utenti non possono certo collegarsi direttamente a Twitter o allo stesso Facebook. O ricordarsi come Google miri da anni a costruire per gli utenti un “giardino dorato” tutto compreso nei servizi Google (mail, video, ricerche, ecc.). Papà Berners-Lee, avrà mica qualcosa da dire a Brin in proposito?</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 18 Aprile 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/18/sergey-brin-di-google-web-libero-ma-solo-per-gli-altri/205195/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>Facebook: se il capo chiede la password</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/31/facebook-se-il-capo-chiede-la-password/200867/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/31/facebook-se-il-capo-chiede-la-password/200867/#comments</comments> <pubDate>Sat, 31 Mar 2012 11:00:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Valdambrini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Lavoro & precari]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[aclu]]></category> <category><![CDATA[Facebook]]></category> <category><![CDATA[ico]]></category> <category><![CDATA[password facebook]]></category> <category><![CDATA[violazione privacy Facebook]]></category> <category><![CDATA[Zuckerberg]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/29/facebook-se-il-capo-chiede-la-password/200867/</guid> <description><![CDATA[E se il capo ti guarda la pagina Fecebook? Chiedere di rivelare la password del social network sul posto di lavoro potrebbe violare, almeno quelle leggi americane? È quanto dovrà stabilire il procuratore generale degli Stati Uniti Eric Holder, chiamato ad aprire un&#8217;inchiesta per iniziativa di due membri del Senato, in seguito a numerose violazioni...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>E se il capo ti guarda la pagina Fecebook? Chiedere di rivelare la password del social network sul posto di lavoro potrebbe<strong> violare</strong>, almeno quelle leggi americane? È quanto dovrà stabilire il procuratore generale degli Stati Uniti Eric Holder, chiamato ad aprire un&#8217;inchiesta per iniziativa di due membri del Senato, in seguito a numerose <strong>violazioni</strong> della privacy avvenute durante colloqui di assunzione.</p><p>Nel frattempo, sull’altra sponda dell’Atlantico, la britannica Commissione la protezione dei dati (Ico) avverte che nessun datore di lavoro è mai autorizzato a guardare l’account dei dipendenti. Così, tutto lascia pensare che si dovrà arrivare il prima possibile ad un inquadramento legislativo, ancora <strong>inesistente</strong>. Solo la settimana scorsa il quotidiano Boston Globe aveva riportato il caso di Justin Bassett, uno statistico di New York, che ha preferito rinunciare al lavoro pur di non rivelare la password del proprio account Facebook.</p><p>Già nell&#8217;estate 2011 l’American civil liberties union (Aclu), aveva reso noto i casi di violazioni della privacy durante le <strong>procedure</strong> di assunzione nell’amministrazione penitenziaria del Maryland. In seguito alla denuncia dell’Aclu, il giudice ha stabilito che seppure non è lecito chiedere la password all’aspirante impiegato, il datore di lavoro ha comunque il diritto di controllare l’account insieme all’utente. A Facebook, però, tutta la storia non va giù. La cosa migliore è che siano gli utenti stessi a difendere la propria privacy tenendosi stretta la password, taglia corto il team di Zuckerberg in una nota diffusa sul suo<strong> sito</strong>.</p><p>In attesa che una nuova legge, al di là o al di qua dell’Atlantico, faccia un po&#8217; di chiarezza.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/31/facebook-se-il-capo-chiede-la-password/200867/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> <item><title>German Gorbunstov, un nuovo caso Litvinenko?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/24/german-gorbunstov-nuovo-caso-litvinenko/199935/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/24/german-gorbunstov-nuovo-caso-litvinenko/199935/#comments</comments> <pubDate>Sat, 24 Mar 2012 17:27:29 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Valdambrini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Banchiere]]></category> <category><![CDATA[city]]></category> <category><![CDATA[German Gorbunstov]]></category> <category><![CDATA[londra]]></category> <category><![CDATA[mafia]]></category> <category><![CDATA[omicidio]]></category> <category><![CDATA[Russia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=199935</guid> <description><![CDATA[Certo non doveva aspettarselo un agguato di quel tipo, sotto casa sua, a migliaia di chilometri da Mosca, nella City di Londra – in un posto che porta il nome poco pietoso di Isola dei cani, nei pressi di Canary Wharf, per essere precisi. Non doveva aspettarselo perché German Gorbuntsov, ex banchiere russo 42enne, crivellato da...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Certo non doveva aspettarselo un agguato di quel tipo, sotto casa sua, a migliaia di chilometri da Mosca, nella <strong>City di Londra</strong> – in un posto che porta il nome poco pietoso di Isola dei cani, nei pressi di Canary Wharf, per essere precisi. Non doveva aspettarselo perché <strong>German Gorbuntsov</strong>, ex banchiere russo 42enne, crivellato da colpi di un’arma automatica, sparati con freddezza la sera di martedì scorso &#8211; e lasciato a terra sanguinante prima che all’arrivo di un’ambulanza tentassero inutilmente di rianimarlo &#8211; aveva lasciato la Russia nel 2009, con destinazione prima la Moldavia e poi Londra, nella speranza forse di voltare pagina. Ora è in coma indotto in un luogo della capitale inglese che non viene rivelato nell’estremo tentativo di proteggerne la sicurezza. In una stanza d’ospedale piantonata  24 ore su 24 per evitare che qualcuno finisca il compito che il killer, pur spietato, non si è curato di portare a termine fino in fondo.</p><p>Quanto al sicario, secondo le ricostruzioni di Scotland Yard si tratterebbe di un uomo alto più di 1,80 e vestito di nero, che un testimone ha visto dileguarsi tra i palazzi squadrati della City subito dopo aver sparato almeno quattro colpi sul corpo dell’ex banchiere.<strong> Perché ha agito?</strong> A questo proposito, invece, la polizia britannica è quanto meno reticente. Ma con il suo invito ad “evitare speculazioni” dà invece ad intendere che dietro il tentato omicidio si celano<strong> interessi e trame</strong> che vanno ben oltre i compiti della normale amministrazione del crimine.</p><p>“Ha tutta l’aria di un’esecuzione, per essere onesti, perché un’arma di quel tipo non viene usata da un dilettante di solito”, chiarisce alla Bbc l’ex consigliere del Cremino Alexander Nekrassov. La pista, quella al momento più plausibile, la suggerisce il quotidiano <em>Kommersant</em>, che stabilisce un legame tra l’attentato londinese e l’omicidio del finanziere russo <strong>Alexander Antonov</strong>, avvenuta a Mosca nel 2009, e di cui proprio Gorbuntsov sarebbe uno dei testimoni chiave.</p><p>Non si è mai stabilito chi e perché ha voluto la morte di Antonov. È vero, in seguito alle indagini tre uomini ceceni sono stati ritenuti responsabili dell’omicidio, tanto che devono scontare molti anni di prigione. Ma la sentenza non è stata ritenuta sufficiente a chiudere il caso. Che si è riaperto da poco, quando Gorbunstov ha chiamato in causa due suoi ex soci d’affari. Sono loro i responsabili della morte del finanziere? Gorbunstov avrebbe fatto a breve delle rivelazioni sul loro coinvolgimento nella morte di Antonov?</p><p>Ma soprattutto, l’ex banchiere russo paga per quanto stava per rivelare? Tra molte ombre, quello che sembra certo è un atroce, implacabile sospetto. Non sappiamo ancora se si tratti di un nuovo <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Aleksandr_Val'terovi%C4%8D_Litvinenko" target="_blank">caso Litvinenko</a>, ovvero se Cremlino e Kgb siano in qualche modo implicati. Quello che è certo è che Gorbuntsov, al contrario di quanto credeva, non era affatto al sicuro nella City. Il sospetto è anche che si tratti di un attentato maturato negli ambienti della criminalità organizzata russa. Agli occhi della mafia, Londra e Mosca non sembrano davvero essere troppo lontane.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/24/german-gorbunstov-nuovo-caso-litvinenko/199935/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>On line l&#8217;archivio  di Einstein</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/21/line-larchivio-einstein/199142/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/21/line-larchivio-einstein/199142/#comments</comments> <pubDate>Wed, 21 Mar 2012 15:45:08 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Valdambrini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Albert Einstein]]></category> <category><![CDATA[archivio]]></category> <category><![CDATA[documenti]]></category> <category><![CDATA[lettere]]></category> <category><![CDATA[Web]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=199142</guid> <description><![CDATA[Lo scienziato, il pacifista, semplicemente l’uomo. È un ritratto a tutto tondo di Albert Einstein quello che emerge dalla pubblicazione online di oltre 80.000 documenti d’archivio per iniziativa della Hebrew University of Jerusalem – che lo stesso Einstein ha contribuito a fondare, e a cui ha lasciato i diritti dei suoi lavori e della sua immagine...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<div>Lo scienziato, il pacifista, semplicemente l’uomo. È un ritratto a tutto tondo di<strong> Albert Einstein</strong> quello che emerge dalla pubblicazione online di oltre <strong>80.000 documenti d’archivio</strong> per iniziativa della Hebrew University of Jerusalem – che lo stesso Einstein ha contribuito a fondare, e a cui ha lasciato i diritti dei suoi lavori e della sua immagine –, finanziata dalla britannica Polonsky Foundation e in collaborazione con Princeton University e California Insitute of Techology. <a href="http://alber  teinstein.info" target="_blank">Fotografati e messi in rete per la prima volta</a>, i manoscritti restituiscono tanto il lavorìo scientifico che prepara e segue la Teoria della Relatività, quanto il profilo umano del nobel per la Fisica.</div><p>Sul fronte privato, ecco affiorare particolari perfino umoristici. Non solo il fisico tedesco collezionava lettere di fan sui suoi capelli, tra cui quella di una bambina di 6 anni che scriveva: “Ho visto una tua foto sul giornale. Penso tu abbia proprio bisogno di un taglio”, ma anche un appunto di un collega: “Sto facendo un’indagine scientifica per determinare perché il genio ha spesso la tendenza ai capelli lunghi”. <strong>Tra i miti da sfatare</strong>, quello di un giovane Einstein non bravo a scuola, mentre un altro testo finora inedito demolisce l’idea che la sua identità ebraica, timida nei primi anni, si fosse rafforzata solo ai tempi del nazismo.</p><p>Ma è forse il <strong>pensiero politico di Einstein</strong> che emerge con più forza dalle nuove carte. “Fu un sionista, ma attenzione all’uso di questa parola”, ha avvertito Roni Grosz, curatore dell’archivio. Inizialmente scettico sul progetto di <strong>Stato di Israele</strong>, salvo poi appoggiarlo in modo convinto dal 1948, l’anno della sua nascita, il premio Nobel credeva fermamente nel dialogo tra arabi ed ebrei, che nella sua visione ideale avrebbe dovuto portare ad una futura “intima comunità di nazioni”, come sostiene nel corso di una corrispondenza datata 1929 con Azi al-Nashashibi, direttore del quotidiano palestinese Falastin.</p><p>Non è la prima volta che il web dimostra le sue straordinarie potenzialità di <strong>divulgazione scientifica</strong>, preziose anche per scopi di ricerca. La stessa Polonsky Foundation aveva collaborato alla resa digitale dell’opera di Isaac Newton, senza dimenticare come anche 6000 fogli manoscritti di codici leonardeschi sono visibili in rete già dal 2007. “La conoscenza non è nascondere, ma aprire”, sottolinea infatti Menachem Ben Sasson, rettore della Hebrew University.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 21 Marzo 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/21/line-larchivio-einstein/199142/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La “Britannica”  va in pensione</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/15/%e2%80%9cbritannica%e2%80%9d-pensione/197482/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/15/%e2%80%9cbritannica%e2%80%9d-pensione/197482/#comments</comments> <pubDate>Thu, 15 Mar 2012 09:39:22 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Valdambrini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[enciclopedia Britannica]]></category> <category><![CDATA[enciclopedia online]]></category> <category><![CDATA[Grande Treccani]]></category> <category><![CDATA[jimmy wales]]></category> <category><![CDATA[Larry Sanger]]></category> <category><![CDATA[secolo dei Lumi]]></category> <category><![CDATA[wikipedia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=197482</guid> <description><![CDATA[L’enciclopedia Britannica cambia volto, non muore ma si trasforma. La versione cartacea, composta nella sua ultima edizione – quella del 2010 – di 32 ponderosi volumi, va in pensione per sempre. Dopo 244 anni di onorato servizio, le origini che affondano nel desiderio di offrire la conoscenza universale ad un pubblico sempre più vasto, a...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>L’enciclopedia Britannica cambia volto, non muore ma si trasforma. La versione cartacea, composta nella sua ultima edizione – quella del 2010 – di 32 ponderosi volumi, va in pensione per sempre. Dopo 244 anni di onorato servizio, le origini che affondano nel desiderio di offrire la conoscenza universale ad un pubblico sempre più vasto, a partire dal Secolo dei Lumi, e le tante trasformazioni storiche che ne hanno fatto uno <strong>status symbol</strong> dell’industria culturale, la Britannica esisterà da oggi in poi esclusivamente in versione web.</p><p>Sconfitta o necessario cambiamento, in ogni caso la sorte di una della più importanti enciclopedie del mondo rappresenta senza dubbio un segno dei tempi. Il killer dei tomi stampati, neanche a dirlo, sembra proprio essere Wikipedia, l’enciclopedia online lanciata nel 2001 da Jimmy Wales e Larry Sanger, insieme a tutto il sistema informativo <strong>basato su Internet</strong>. Nonostante le controversie circa l’accuratezza delle sue voci, molti ormai utilizzano l’enciclopedia libera di Internet al posto degli strumenti tradizionali del sapere. Anche se non è detto che ciò sia un bene, varrà sicuramente analizzare le <strong>ragioni della vittoria</strong> del web nella competizione del sapere enciclopedico.</p><p>Il primo motivo è perfino banale. L’ultima edizione della Britannica costa 1500 dollari, e il prezzo di altre enciclopedie non è da meno. La Grande Treccani viaggia addirittura sui 13.000 euro per 54 volumi, anche se da alcuni anni esiste ormai una versione low cost in due tomi, venduti a meno di 200 euro. Wikipedia è nata come strumento gratuito e così si è mantenuta finora. Certo, anche su Internet non esiste nulla come &#8220;un pasto gratis&#8221;: i contributi a Wikipedia non hanno il prestigio di quelli degli esperti della Britannica, e c’è da chiedersi se per finanziarsi l’enciclopedia web, che al momento vive di <strong>contributi e donazioni</strong>, non dovrà ricorrere un giorno alla pubblicità.</p><p>Un’altra ragione consiste nel rapporto tra le informazioni e la velocità di aggiornamento. Britannica ha circa 120.000 voci. Non poche, naturalmente, ma Wikipedia la surclassa con 3.9 milioni nella sola edizione inglese, senza contare la capacità di espansione in decine di altre lingue. La versione cartacea dell’enciclopedia poi un costo di produzione – carta, stampa, rilegatura, distribuzione –, evidentemente ormai non più <strong>sostenibile dall&#8217;editore</strong>, costo che la diffusione online ha azzerato. Non da ultimo, le voci di Wikipedia sono in continuo aggiornamento , così come la logica del web richiede, mentre per fare una nuova edizione dei volumi di enciclopedia servono anni.</p><p>Non è certo un nostalgico il presidente della società editrice di Britannica, Jorge Cauz, che spiega come la versionecartaceo rappresenti ormai una &#8220;reliquia&#8221; del valore di non più el 15 per cento del<strong> volume d’affari </strong>complessivo. A “pensare web” non si fa peccato, e anzi si investe decisamente nel futuro. Gli enciclopedici del secolo dei Lumi, magari, approverebbero.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/15/%e2%80%9cbritannica%e2%80%9d-pensione/197482/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Facebook si oscura, Twitter cinguetta</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/08/facebook-oscura-twitter-cinguetta/196181/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/08/facebook-oscura-twitter-cinguetta/196181/#comments</comments> <pubDate>Thu, 08 Mar 2012 11:56:14 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Valdambrini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=196181</guid> <description><![CDATA[Chi di Facebook ferisce, di Twitter perisce? Sono bastate meno di due ore di blackout mondiale del primo social network, Facebook, appunto, per far riversare milioni di co-utenti sull’altro social più gettonato: Twitter. Per sfogarsi, prendere in giro, o semplicemente passare il tempo. Confermando ancora una volta che la guerra per la supremazia accesasi tra...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Chi di Facebook ferisce, di Twitter perisce? Sono bastate meno di due ore di <strong>blackout mondiale</strong> del primo social network, Facebook, appunto, per far riversare milioni di co-utenti sull’altro social più gettonato: Twitter. Per sfogarsi, prendere in giro, o semplicemente passare il tempo. Confermando ancora una volta che la <strong>guerra per la supremazia</strong> accesasi tra i due social è solo all’inizio. Il sito creato da Mark Zuckerberg ha manifestato problemi di prima mattina, fino alle 9 ora italiana. L’interruzione sembra aver toccato quasi tutta l’Europa e gli Stati Uniti, ovvero i Paesi dove sono concentrati il maggior numero di iscritti. I problemi pare invece abbiano risparmiato gli utenti asiatici. Poco si sa delle ragioni del guasto. L’azienda di Palo Alto si è limitata a parlare di <strong>“problemi tecnici”</strong>, senza fornire dettagli. Qualcuno ha suggerito un malfunzionamento dei server europei e, immancabile, è scattata l’ipotesi complotto rilanciata persino da Cert.be l’agenzia governativa belga anti-hacking.</p><p>Tanto rumore per nulla. Ma, privati di social network per un paio d’ore, tanti si sono sfogati attraverso il concorrente. Su Twitter è subito spuntato l’hashtag “#facebookdown”, che non ha risparmiato commenti ironici come “Facebook is down,<strong> boom di bambini a dicembre</strong>”, oppure “Facebook k.o., ci sarà un picco di produttività negli uffici”. L’hashtag è rimasto visitatissimo per tutta la giornata. E se è vero che con 845 milioni di utenti la creatura di Zuckerberg mantiene il primato, Twitter insegue con circa mezzo miliardo e per ora non perde un colpo. Anzi.</p><p>Infatti c’è chi da Twitter può affondare: “Il fatto che non mi sia minimamente accorto che facebook era down è social grave?”.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 8 Marzo 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/08/facebook-oscura-twitter-cinguetta/196181/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Sesso, quello che Facebook non dice</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/23/sesso-quello-che-facebook-non-dice/193108/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/23/sesso-quello-che-facebook-non-dice/193108/#comments</comments> <pubDate>Thu, 23 Feb 2012 09:04:59 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Valdambrini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[Tecno]]></category> <category><![CDATA[Amine Derkaoui]]></category> <category><![CDATA[censura]]></category> <category><![CDATA[Facebook]]></category> <category><![CDATA[Gawker]]></category> <category><![CDATA[marijuana]]></category> <category><![CDATA[sesso]]></category> <category><![CDATA[social network]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=193108</guid> <description><![CDATA[Foto o contenuto rimosso da Facebook? La logica c’è, anche se non si vede Le spiegazioni  si trovano tutte, fin nei minimi dettagli in un manualetto di sole 13 pagine &#8211; ma soggetto, come ci si potrebbe aspettare, a continuo aggiornamento &#8211; che rappresenta in sostanza la bibbia del moderatore del social network. Per esempio, il...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Foto o contenuto <strong>rimosso da Facebook</strong>? La logica c’è, anche se non si vede</p><p><a href="http://gawker.com/5885836/facebook-releases-new-content-guidelines-now-allows-bodily-fluids" target="_blank">Le spiegazioni  si trovano tutte</a>, fin nei minimi dettagli in un manualetto di sole 13 pagine &#8211; ma soggetto, come ci si potrebbe aspettare, a continuo aggiornamento &#8211; che rappresenta in sostanza la <strong>bibbia del moderatore </strong>del <em>social network</em>.</p><p>Per esempio, il seno un po’ nudo sì, ma solo fino a che non si vedono i capezzoli (mamme che allattano siete avvertite). Gli animali si possono anche mostrare in accoppiamento, ove colti non loro habitat naturale, ma per il genere umano non sono ammesse né parti intime, né scene esplicite, né alcuni “fluidi”, come <strong>urina, feci, vomito,</strong> seme e cerume nelle orecchie. Via libera invece per il muco, ritenuto, chissà perché meno offensivo o diversamente schifoso. E poi, <strong>sesso </strong>nell’arte sì, nudo nei disegni no.</p><p>Sì alla marijuana se è solo un simbolo, ma no a scene o oggetti riferito all&#8217;uso esplicito di <strong>droghe o alcol</strong> e con persone in stato di incoscienza, e poi, entrando in zona <em>politically correct</em>, no a insulti razziali o di genere, sempre a patto che non siano fatti in chiave umoristica. Elemento, quest’ultimo, che getta luce su quanto importante sia in effetti il giudizio del moderatore, e quanto sensibile, ad esempio, alle <strong>differenze culturali</strong>.</p><p>Piuttosto strano, sembrerebbe invece, che a fronte della casistica strettissima su sesso e nudo, Facebook dia il via libera al <strong>sangue</strong>, e perfino allo <em>splatter</em> di corpi o arti massacrati. Sempre che non appaiano gli organi interni, viene precisato nelle linee guida.</p><p>E qui viene il sospetto. Intanto proprio su Facebook, democratico e libero quanto si vuole, eppure regolato da norme che non appaiono <strong>né indiscutibili, né trasparenti</strong>. Il documento, infatti, è emerso non per volontà del social network, ma perché è stato fatto filtrare già la settimana scorsa dal sito americano <a href="http://gawker.com/5885714/inside-facebooks-outsourced-anti+porn-and-gore-brigade-where-camel-toes-are-more-offensive-than-crushed-heads" target="_blank"><em>Gawker</em></a>.<br /> <strong><br /> Amine Derkaoui</strong>, 21enne marocchino veniva pagato un dollaro l’ora da una società esterna che offre servizi a Facebook per controllare che foto e contenuti sul social network fossero conformi alle linee guida. Oltre a definirsi <strong>“<em><span style="font-weight: normal;">umiliato</span></em>”</strong> per il <strong>trattamento economico</strong>, una volta fuori dal posto di lavoro Amine si è almeno preso una soddisfazione. Quella di rivelare un segreto che, per quanto “di pulcinella”, Facebook aveva finora <strong>ben custodito.</strong></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/23/sesso-quello-che-facebook-non-dice/193108/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La conta dei talenti emigrati (e dimenticati)</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/18/conta-talenti/192149/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/18/conta-talenti/192149/#comments</comments> <pubDate>Sat, 18 Feb 2012 10:19:56 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Valdambrini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cervelli in fuga]]></category> <category><![CDATA[Lavoro & precari]]></category> <category><![CDATA[aire]]></category> <category><![CDATA[censimento]]></category> <category><![CDATA[disoccupazione]]></category> <category><![CDATA[estero]]></category> <category><![CDATA[Europa]]></category> <category><![CDATA[Istat]]></category> <category><![CDATA[Italent]]></category> <category><![CDATA[italiani]]></category> <category><![CDATA[italiani all'estero]]></category> <category><![CDATA[lavoro]]></category> <category><![CDATA[milano]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=192149</guid> <description><![CDATA[A sapere che tanti se ne vanno e di tornare non vogliono neppure saperne, viene solo rabbia. Non solo perché uno straniero viene a studiare o lavorare in Italia molto meno di quanto gli italiani vadano all’estero, una volta valutate le condizioni di qualità dell’istruzione superiore, retribuzione e opportunità di impiego. Ma anche perché le...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>A sapere che tanti se ne vanno e di tornare non vogliono neppure saperne, viene solo rabbia. Non solo perché uno straniero viene a studiare o lavorare in Italia molto meno di quanto gli italiani vadano all’estero, una volta valutate le condizioni di <strong>qualità dell’istruzione superiore, retribuzione e opportunità di impiego</strong>. Ma anche perché le istituzioni del nostro Paese sembrano <strong>ignorare i numeri e la sostanza </strong><strong>dell’ondata di nuova emigrazione </strong>che da più di un decennio sta invadendo l’Europa – e svuotando fatalmente l&#8217;Italia.</p><p>Per tentare di colmare questa lacuna è in corso il <strong>primo censimento degli italiani all’estero</strong>. Quanti sono, cosa fanno, perché fuggono i nostri connazionali? Domande a cui vuole rispondere l’iniziativa lanciata da <a href="http://www.italents.org" target="_blank">ITalents</a> e Comune di Milano, che corre in parallelo con il grande <strong>censimento degli italiani in Italia</strong>, lanciato ufficialmente nell’autunno scorso. Animatori dell’iniziativa, tra gli altri, <strong>Alessandro Rosina</strong>, professore di Demografia all’Università Cattolica di Milano, <strong>Eleonora Voltolin</strong>a, fondatrice di <a href="http:/www.repubblicadeglistagisti.it/" target="_blank">repubblicadeglistagisti.it </a>e <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/EVoltolina/" target="_blank">blogger</a> de ilfattoquotidiano.it e Claudia Cucchiarato, autrice di <a href="www.vivolatrove.it" target="_blank">Vivo altrove</a>, e già animatrice di un questionario degli italiani fuori dai confini nazionali lanciato nel 2010 <a href="http://racconta.repubblica.it/italiani-estero/" target="_blank">sul sito di Repubblica.</a></p><p>“La prima ispirazione”, spiega Rosina, presidente dell’associazione ITalents, “nasce dalla <strong>legge Controesodo</strong>, un’iniziativa parlamentare bipartisan che aveva lo scopo di invitare i nostri giovani talenti espatriati a ritornare in Italia, mettendo in campo <strong>agevolazioni fiscali per favorire il rientro dei talenti in Italia</strong>. Abbiamo pensato: oltre ad invitarli a fare marcia indietro, non sarebbe forse interessante <strong>capire le ragioni per cui se ne sono andati?</strong> Ma l’indagine serve anche a capire chi sono e come vivono quelli che decidono di non tornare, e come consentire loro di <strong>contribuire in modo sempre più connesso e globalizzato alla crescita del loro Paese di origine</strong>. Il comune di Milano, in particolare con <a href="http://www.cristinatajani.it/" target="_blank">l’assessore allo Sviluppo della giunta Pisapia Cristina Tajani</a>, sta collaborando attivamente a promuovere l’iniziativa”.</p><p>Uno dei grandi problemi consiste nel sapere <strong>quante persone effettivamente lasciano l’Italia</strong> o per <strong>difficoltà o impossibilità di trovare un lavoro</strong>, o per desiderio di trovare condizioni di impiego più qualificate e meglio retribuiti che nel nostro Paese. Da parte sua l’<a href="http:/http://www.servizidemografici.interno.it/sitoCNSD/pagina.do?metodo=homeSettore&amp;servizio=navigazione&amp;codiceFunzione=PR&amp;codiceSettore=AI" target="_blank">Aire</a>, ovvero l’anagrafe della popolazione italiana residente all’estero, registra soltanto chi vive stabilmente oltre confine, ma <strong>fa fatica a fotografare la realtà di giovani studenti e professionisti che a volte cambiano città</strong>, in Europa e nel mondo, a seconda delle migliori opportunità che vengono loro offerte.</p><p>All’appello hanno già risposto in tanti. Precisa <strong>Eleonora Voltolina</strong>, segretario generale di ITalents: “<strong>Non pensiamo di fare un censimento su tutti gli italiani che vivono all’estero</strong>, quanto piuttosto di raggiungere una quota statisticamente rilevante”. Tra l’altro, chi vuole può ancora dare il suo contributo rispondendo alle domande per gli <a href="http://www.lavoroeformazioneincomune.it/ita/204/1/questionario-italiani-che-vivono-estero.htm" target="_blank">italiani che vivono all’estero</a> o per <a href="http://www.lavoroeformazioneincomune.it/ita/205/1/questionario-italiani-rientrati-in-italia.htm" target="_blank">quelli che sono rientrati in Italia.</a></p><p>Dallo studio preliminare – messo a punto combinando dati ITlaents con quelli di <a href="http://www.istat.it" target="_blank">Istat</a> e Aire &#8211; emerge come l’emigrazione più recente di giovani che vanno a cercare maggiori opportunità all’estero ha avuto come destinazione principale Paesi come <strong>Gran Bretagna (13,5%), Germania (11,5%), Svizzera (9,5%</strong>), Francia (9%), Stati Uniti (8%), Spagna (6%). Ma molti italiani vanno anche in Cina, Brasile. Emirati Arabi e Australia, con <strong>presenze registrate in più di 150 nazioni.</strong></p><p>“La cosa più importante saranno poi le <strong>riflessioni e le letture che si potranno fare a partire dai dati e dai commenti raccolti</strong>, una volta terminata la ricerca”, conclude Claudia Cucchiarato.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/18/conta-talenti/192149/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Europa, c’è nessuno in casa?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/11/europa-c%e2%80%99e-nessuno-casa/190487/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/11/europa-c%e2%80%99e-nessuno-casa/190487/#comments</comments> <pubDate>Sat, 11 Feb 2012 10:11:26 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Valdambrini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[Europa]]></category> <category><![CDATA[Teatro Valle occupato]]></category> <category><![CDATA[Troika]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=190487</guid> <description><![CDATA[L’Europa, ovvero il fallimento di un’idea politica transnazionale, nata con intenzioni magari utopiche per nascondere interessi non sempre nobili, ma comunque idee ambiziose. È inequivocabile, invece, il messaggio comunicato oggi dalle politiche di austerità che strozzano la Grecia, e che sottopongono non solo Atene, ma tutti gli stati membri, al “ricatto del debito”. Bruxelles fa ormai rima...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>L’Europa, ovvero il <strong>fallimento di un’idea politica transnazionale</strong>, nata con intenzioni magari utopiche per nascondere interessi non sempre nobili, ma comunque idee ambiziose. È inequivocabile, invece, il messaggio comunicato oggi dalle <strong>politiche di austerità</strong> che strozzano la Grecia, e che sottopongono non solo Atene, ma tutti gli stati membri, al “ricatto del debito”. Bruxelles fa ormai rima con austerità, rigore, monetarismo. E un po’ più in là, se restiamo al lessico economico, con stagnazione, se non depressione e decrescita. Di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Altiero_Spinelli" target="_blank">Altiero Spinelli</a> manco a parlarne, cose lontane.</p><p>“Il ricatto del debito”, scandisce <strong>Ida Dominjanni</strong><strong> </strong>–  importante firma di un Manifesto più che mai in <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/10/il-manifesto-non-si-rassegna-comincia-la-battaglia-definitiva-per-sopravvivere/190278/" target="_blank">lotta per la sopravvivenza</a> – dal palco del <a href="http://www.teatrovalleoccupato.it/" target="_blank">Teatro Valle occupato</a> a Roma, insieme a uno stuolo di ospiti venuti un po’ da tutto il continente per una tre giorni di <strong>forum su reddito, beni comuni e democrazia</strong> organizzata da <a href="http://www.euroalter.com/IT/" target="_blank">Alternative Europee</a>. Sul palco, tra gli altri, anche il giurista Ugo Mattei, e Maurizio Landini, segretario della Fiom.</p><p>Chi ha voglia ancora di parlare d’Europa, oggi, se non per ripensarne radicalmente i termini? Proprio Mattei, uno dei promotori dei <strong>referendum sull’acqua</strong> dello scorso giugno, ragiona su come “è venuta meno la rappresentanza”. Quello che è successo lui l’ha raccontato più o meno così. Prima c’erano gli stati nazione, e ciascuno popolo se la sbrigava con i propri governanti. Poi il rapporto tra politica ed economia si è invertito, le<strong>logiche di mercato</strong><strong> </strong>a farla da padrone senza se e senza ma. Infine, la politica è proprio scomparsa, con Grecia e Italia a fare da apripista. E chissà chi altro seguirà, dato che <strong>Bruxelles ha abdicato al suo pur residuo e incompiuto ruolo</strong><strong> </strong><strong>per vestire i panni della Troika.</strong></p><p>Ovviamente non c’è da essere ottimisti su quello che accadrà con i tecnici al potere. Ma è anche vero che la evocata scomparsa della politica, tanto nazionale che europea, si declina in almeno due sensi diversi. Da un lato, il <strong>venire meno del ruolo dei politici</strong> a discapito di quello dei tecnici non è un elemento forzatamente negativo. Il caso italiano, con il paradosso di un Monti, tecno-eroe che ci ha <strong>liberati da Berlusconi</strong>, ne è un esempio. Al contrario, è il collasso della azione politica, intesa come partecipazione democratica, ad essere deleterio, lasciando la cosa pubblica in mano a pochi. Eppure, come sostengono tanto Mattei che Landini, la definizione dell’ambito dei beni comuni (essenziali per la nostra vita, come lo è l’acqua) e di quello dei diritti fondamentali (un lavoro dignitoso e meno precario possibile, ad esempio, o il reddito di cittadinanza) ci possono far riappropriare di quanto abbiamo perso per starda ultimamente. “<strong>Con i referendum come con le azioni No Tav, i cittadini hanno capito che non si può più delegare ad altri</strong>. Lo spazio di azione c’è, ed è grande”, ha concluso Mattei.</p><p>Qual è questo spazio? Chiamiamola (buona) politica, democrazia, o iniziativa della società civile, poco importa. E se oggi governa la troika sovrannazionale, i ragazzi del Teatro Valle hanno ragione. <strong>A problemi europei, risposte europee</strong>. Anche in questo caso, però, basta con la delega. E anche in questo caso c&#8217;è veramente tanta strada da fare.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/11/europa-c%e2%80%99e-nessuno-casa/190487/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Se Twitter si autocensura per business</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/28/twitter-si-autocensura-per-business/187141/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/28/twitter-si-autocensura-per-business/187141/#comments</comments> <pubDate>Sat, 28 Jan 2012 11:19:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Valdambrini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[censura]]></category> <category><![CDATA[Cina]]></category> <category><![CDATA[interessi]]></category> <category><![CDATA[libertà di espressione]]></category> <category><![CDATA[Twitter]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/28/twitter-si-autocensura-per-business/187141/</guid> <description><![CDATA[Non c’è niente da fare, il social media fa paura. Sarà perché una forma di regolamento, nazionale o sovranazionale che sia, non si è ancora trovata – e molti diranno per fortuna, dato quasi certamente si tratterebbe di provvedimenti “bavaglio”, pronti a snaturarne la spontaneità della rete. Sarà perché la Primavera araba si è allargata...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong>Non c’è niente da fare, il social media fa paura</strong>. Sarà perché una forma di regolamento, nazionale o sovranazionale che sia, non si è ancora trovata – e molti diranno per fortuna, dato quasi certamente si tratterebbe di provvedimenti “bavaglio”, pronti a snaturarne la spontaneità della rete. Sarà perché la<strong> Primavera araba</strong> si è allargata a macchia d’olio proprio grazie ai tweet dei ribelli di piazza Tahrir, lanciando un’onda che ha fatto sprofondare regimi assopiti da anni. E a qualcuno che sta ancora ben saldo (vedi la Cina) magari la cosa può dare parecchio fastidio. Sarà infine perché le parole sono non soltanto importanti, come ricordava Nanni Moretti in una intramontabile quanto perturbante scena di Palombella Rossa, ma sono soprattutto il veicolo della critica e della riflessione, e dunque sinonimo di <strong>democrazia partecipativa</strong>.</p><p>Che però Twitter – tra tutti i social media quello che certamente si è mostrato il più dinamico negli ultimi tempi arrivi a una sorta di “<strong>censura selettiva</strong>”, come l’ha definita il sito della tv di Stato britannica Bbc, questa è proprio una notizia che non ci si sarebbe aspettati di dover commentare. Spiegano infatti i dirigenti di Twitter sul loro stesso blog di aver escogitato un sistema per nascondere i testi twittati in un solo Paese, se necessario, rendendolo quindi visibile nel resto del globo. Cosa che fino a questo momento non era possibile fare: una volta rimosso, il testo spariva e basta. Meraviglie della tecnica? No, miracoli del business piuttosto. Il motivo della <strong>selezione geografica dei tweet</strong>, motivano i dirigenti, risponderebbe infatti all’esigenza di rimuovere gli ostacoli che impediscono la diffusione planetaria del sito. Più Twitter si ingrandisce, insomma, più si introduce in “mercati che hanno idee differenti riguardo al concetto di libertà di espressione”. Citando come paragone il caso collaudato di Francia e Germania, dove sono opportunamente banditi i contenuti filonazisti.</p><p>Qualcuno però sospetta, mentre qualcun altro non sembra troppo contento, come gli utenti infuriati che indicono uno <strong>sciopero dei tweet </strong>per oggi. La perplessità sorge nel momento in cui l’esempio positivo della censura ai contenuti pro-nazi – volutamente scelto da Twitter per sostenere la sua scelta – si apre ad altri scenari. Spiega ad esempio a <em>Mashable</em>, giornale americano online che si occupa di nuove tecnologie, Mustafa Kazemi, corrispondente dall’Afghanistan, come la mossa di Twitter potrebbe rappresentare la risposta alle sollecitazioni di un senatore americano per rimuovere gli account pro-talebani. E perché non un occhiolino alle <strong>autorità cinesi</strong>, essendo quello cinese un enorme mercato da cui il sito di microblogging è attualmente bandito, mentre il suo concorrente autoctono Weibo, per quanto minacciato e censurato da Pechino, conta milioni di utenti? Senza considerare che, con la censura selettiva, l’Egitto, probabilmente, non avrebbe cominciato la sua primavera. O almeno non grazie al Twitter. Dunque la domanda da farsi è proprio questa.</p><p>Il cambiamento è motivato dalla varietà di idee in giro per il mondo, certo. La svastica in Europa è il simbolo del nazismo, in India l’effigie della religione solare. Eppure i <strong>canoni della libertà di espressione</strong>, proprio come quelli dei diritti umani, non dovrebbero esserlo in nessun caso. Perché sennò diventa un po’ comodo fare affari. Perfino i dirigenti di Twitter, che fino adesso è stato un mirabile veicolo di opinioni critiche, dovrebbero ricordare che la libertà di espressione non è esattamente una<strong> merce </strong>che si può vendere o comprare come qualsiasi altra.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 28 Gennaio 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/28/twitter-si-autocensura-per-business/187141/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>3</slash:comments> </item> <item><title>Padania, la Scozia che non c&#8217;è</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/12/padania-scozia/183274/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/12/padania-scozia/183274/#comments</comments> <pubDate>Thu, 12 Jan 2012 09:35:52 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Valdambrini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Alex Salmond]]></category> <category><![CDATA[indipendentismo]]></category> <category><![CDATA[padania]]></category> <category><![CDATA[referendum]]></category> <category><![CDATA[scozia]]></category> <category><![CDATA[separatisti]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=183274</guid> <description><![CDATA[“La Scozia si conquista la libertà”, titolava il quotidiano La Padania due giorni fa. Avranno capito bene? I fatti sono questi. Nella primavera 2010 lo Scottish national party (Snp), partito nazionalista e indipendentista, conquista la maggioranza assoluta a nord del Vallo di Adriano. Il leader e first minister Alex Salmond, sull&#8217;onda del successo elettorale, promette di tenere...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>“La Scozia si conquista la libertà”, titolava il quotidiano <em>La Padania</em> due giorni fa. Avranno capito bene?</p><p>I fatti sono questi. Nella primavera 2010 lo <em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Partito_Nazionale_Scozzese" target="_blank">Scottish national party</a></em> (Snp), partito nazionalista e indipendentista, conquista la maggioranza assoluta a nord del Vallo di Adriano. Il leader e <em>first minister </em><strong>Alex Salmond</strong>, sull&#8217;onda del successo elettorale, promette di tenere un referendum per la piena indipendenza del nord dell&#8217;isola da Londra. Termine fissato per la consultazione, il 2014. Abbastanza tardi per provare a convincere i molti scozzesi che la secessione non la vogliono, considerando i tanti vantaggi della secolare partnership con Londra. Comunque c&#8217;è tempo, e se anche perdessero i secessionisti, 4 anni di governo all&#8217;Snp sono garantiti.</p><p>Lunedì scorso David Cameron, <a href="http://www.bbc.co.uk/news/uk-politics-16465704" target="_blank">parlando alla BBC</a> prova a stanare Salmond il furbo. Il<strong> referendum indipendentista</strong> va tenuto entro 18 mesi, da quando stabilisce Westminster, parlamento nazionale. Che un conservatore inglese sia “unionista” non fa certo notizia. Che abbia portato dalla sua anche l&#8217;opposizione laburista, è già più interessante, ma potrebbe non fare notizia neanche questo. Il <em>first minister </em>replica piccato come c&#8217;era da aspettarsi, e la <a href="http://www.guardian.co.uk/politics/2012/jan/11/scottish-independence-salmond-cameron" target="_blank">polemica monta</a>. Ma per La Padania la notizia da prima pagina c&#8217;è ed è una sola: la Scozia è libera.</p><p><strong>La Scozia, tuttavia, sta alla Padania </strong>(intesa come presunto territorio), proprio come Salmond sta a Bossi – ammeso che rimanga lui il capo della Lega. Pragmaticamente monarchico – immagina una Scozia totalmente indipendente ma con la regina come capo di stato – Salmond non è anti-inglese, pensa solo che Edimburgo possa svilupparsi meglio senza Londra. E oltretutto, non si diverte a spostare finti ministeri al nord, non fa sparate xenofobe. E l&#8217;elenco delle differenze sostanziali tra i due leader potrebbe continuare.</p><p>Sull&#8217;indipendenza della Scozia, beh, i tempi sono lunghi. Se vince Londra, e il referendum si tiene entro il 2013, gli scozzesi presumibilmente voteranno no. Se è il 2014, mancano comunque ben 3 anni e l&#8217;esito non appare meno incerto, né la <strong>strada per i separatisti meno in salita</strong>. Insomma, mentre britannici del nord e del sud polemizzano tra loro su un divorzio futuro -annunciato, ma che al momento non vuole nessuno &#8211; il quotidiano della Lega dà una notizia che non c&#8217;è. Proprio come non c&#8217;è la Padania (intesa come territorio).</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/12/padania-scozia/183274/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Dove va Londra senza Bruxelles?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/10/dove-londra-senza-bruxelles/176621/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/10/dove-londra-senza-bruxelles/176621/#comments</comments> <pubDate>Sat, 10 Dec 2011 10:08:49 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Valdambrini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Andrea Valdambrini]]></category> <category><![CDATA[Bruxelles]]></category> <category><![CDATA[David Cameron]]></category> <category><![CDATA[Europa]]></category> <category><![CDATA[Gran Bretagna]]></category> <category><![CDATA[londra]]></category> <category><![CDATA[Ue]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=176621</guid> <description><![CDATA[“La Gran Bretagna sta sulle sue adesso, e ci sarà un prezzo da pagare”. Così un diplomatico europeo ha commentato a caldo la decisione di David Cameron di porre il veto alla riforma dei trattati, consumatasi al termine della lunga notte di Bruxelles (anche se sulla stessa definizione di veto l’Economist nutre legittimi dubbi). Era...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>“La Gran Bretagna sta sulle sue adesso, e ci sarà un prezzo da pagare”</em>. Così un diplomatico europeo ha commentato a caldo la decisione di <strong>David Cameron</strong> di porre il veto alla riforma dei trattati, consumatasi al termine della lunga notte di Bruxelles (anche se sulla stessa definizione di veto <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.economist.com/blogs/bagehot/2011/12/britain-and-eu-0" target="_blank">l’<em>Economist</em> nutre legittimi dubbi</a></span>).</p><p>Era dai tempi della signora Thatcher, tirata quasi per i capelli nell’allora Comunità europea, che Londra non palesava in modo così netto la propria <strong>distanza dal continente</strong>. Da allora si è costruito l’euro-tunnel sotto la Manica, un ex premier laburista ha tentato, timidamente e senza esito, di introdurre l’euro, e nonostante i molti euro-scettici, il partito liberal-democratico, il più eurofilo del Paese, è arrivato persino al governo (sì, ironicamente membro dello stesso gabinetto Cameron che la scorsa notte ha consumato la rottura con Parigi e Berlino).</p><p>Al di là della propaganda – quella francese che accusa il premier britannico del fallimento dell’accordo, quella britannica che si fa scudo delle protezione degli interessi nazionali (leggi: la Tobin Tax non può avere effetto sulla City) &#8211; al tavolo delle trattative si è consumata una <strong>sconfitta</strong>. Ma non solo per Londra. Qualsiasi ipotesi di Europa a due velocità senza il Regno Unito è un accordo al ribasso. Per popolazione, forza economica, capacità di generare ricchezza, ma soprattutto dinamismo culturale, la Gran Bretagna segue e sotto molti aspetti è alla pari di Germania e Francia. Né si capisce, d’altra parte, come gli interessi nazionali britannici possano essere ben tutelati in una realtà globale dove l’Europa intera presagisce un lento declino, a fronte di Cina, India, Brasile e altri Paesi in costante ascesa sullo scenario mondiale. <strong>Dove va Londra da sola?</strong></p><p>Molti sono pronti a scommettere che la partita giocata a Bruxelles <strong>non è finita</strong>, e che invece sarà lunga. Primo ministro, presidente e cancelliere dovranno presto incontrarsi di nuovo per discutere e rinegoziare. Troppo facile la tentazione degli opposti nazionalismi che al “niente Europa, siamo inglesi” contrappongono lo speculare “niente Londra, siamo europei”. Peccato che così non si vada proprio da nessuna parte. Primo ministro, presidente e cancelliere, in cuor loro, lo sanno: non porre riparo sarebbe una tragedia.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/10/dove-londra-senza-bruxelles/176621/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Twitter, la penna più veloce (e vietata) del West</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/19/twitter-la-penna-piu-veloce-del-west-e-la-piu-vietata/171764/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/19/twitter-la-penna-piu-veloce-del-west-e-la-piu-vietata/171764/#comments</comments> <pubDate>Sat, 19 Nov 2011 11:20:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Valdambrini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[Anthony De Rosa]]></category> <category><![CDATA[Associated press]]></category> <category><![CDATA[giornalismo]]></category> <category><![CDATA[Occupy Wall Street]]></category> <category><![CDATA[reuters]]></category> <category><![CDATA[social network]]></category> <category><![CDATA[Twitter]]></category> <category><![CDATA[Zuccotti Park]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/19/twitter-la-penna-pi-veloce-dellovest-e-c-chi-vieta-ai-cronisti-di-usarlo/171764/</guid> <description><![CDATA[La notizia corre sul filo” è un adagio ormai fin troppo abusato. Il metaforico “cavo” in questione si è trasformato dal tubo catodico a internet nel volgere dell’ultimo decennio. Solo più di recente, l’ultima frontiera delle notizie in diretta è passata ad essere rappresentata da Twitter, il più globale e apparentemente vitale dei social media...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>La notizia corre sul filo” è un adagio ormai fin troppo abusato. Il metaforico “cavo” in questione si è trasformato dal tubo catodico a internet nel volgere dell’ultimo decennio. Solo più di recente, l’ultima frontiera delle notizie in diretta è passata ad essere rappresentata da <strong>Twitter</strong>, il più globale e apparentemente vitale dei social media (in Cina è proibito). E non c’è molto da sorprendersi: l’immediatezza che contraddistingue i tweet permette di dare in tempo reale il polso degli avvenimenti a cui si trova ad assistere, ci si trovi in piazza Tahrir, nel mezzo di una manifestazione di studenti o sullo scenario di guerra.</p><p>Il pregio della velocità si scontra, però, con un doppio dilemma. Come verificare <strong>l’attendibilità </strong>di notizie che chiunque può diffondere senza alcun passaggio editoriale, e quindi potrebbero rivelarsi delle bufale? E, in secondo luogo – posto che la carta stampata ha sempre più acquisito un ruolo di inchiesta, approfondimento e commento, piuttosto che semplice diffusione delle <em>news </em>– come salvare dall’estinzione le agenzie stampa, il cui primo ruolo è quello di lanciare notizie nel minor tempo possibile, se Twitter <strong>le brucia sul tempo</strong>?</p><p>Il dilemma ha un luogo di nascita, Zuccotti Park a New York, nel mezzo del movimento <strong>Occupy Wall Street</strong>, e un protagonista, <strong>Associated Press</strong>, inaspettatamente nel ruolo del cattivo. I dirigenti del colosso dell’informazione hanno messo in guardia i propri dipendenti, dopo che alcuni giornalisti avevano dato su Twitter la notizia dell’arresto di loro colleghi durante lo sgombero degli occupanti a Manhattan.</p><p>I regolamenti dell’agenzia stampa, divenuti sempre più rigidi da quando molte “ultim’ore” vengono diffuse attraverso i social media, recitano infatti: <em>“Se avete un pezzo di interesse giornalistico, foto, video, che siano importanti, esclusivi o comunque abbastanza urgenti da essere considerati ultim’ore, siete pregati di <strong>archiviarli</strong></em><strong> </strong>(come documento che deve essere considerato dalla redazione, ndr) <em>prima di postarlo sui social media”</em>.</p><p>Ben diversa è invece la posizione della <strong>Reuters</strong>, altro colosso mondiale della notizia, che per bocca del responsabile dei social media <strong>Anthony De Rosa</strong> sostiene che le agenzie stampa devono evolversi, se vogliono sopravvivere: <em>“Nascondere la testa sotto la sabbia non aiuta. È semplicemente ridicolo far finta che Twitter (e chissà cosa altro diavolo esisterà tra qualche mese o tra cinque anni), non stia diventando sempre più frequentemente la fonte da cui i lettori si informano in tempo reale”</em>.</p><p>Insomma, la <em>querelle des anciennes et de modernes </em>– gli uni preoccupati, gli altri ottimisti sul ruolo dei social media per la diffusione delle notizie –, è esplosa che più forte non poteva. Collocandosi agli antipodi di Ap, anche riguardo al ruolo dei reporter su Twitter, De Rosa non vede affatto nero. Ad esempio,<strong> l’uso personale</strong>, privato da un lato, e lavorativo e pubblico dall’altro, dei social media, potrebbe avere i suoi vantaggi. <em>“Il fatto che un giornalista utilizzi queste piattaforme </em>– scrive De Rosa sul blog della Reuters – <em>gli dà la libertà di essere un normale essere umano, non un robot, una macchina da pubbliche relazioni, o uno schiavo delle regole redazionali”</em>.</p><p>E poi, magari, oltre a far bene alla qualità dell’informazione, chissà che non giovi anche al <strong>giornalismo di domani</strong>.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 19 novembre 2011 </em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/19/twitter-la-penna-piu-veloce-del-west-e-la-piu-vietata/171764/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>Rushdie batte Facebook con Twitter</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/16/rushdie-batte-facebook-con-twitter/171043/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/16/rushdie-batte-facebook-con-twitter/171043/#comments</comments> <pubDate>Wed, 16 Nov 2011 10:36:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Valdambrini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Facebook]]></category> <category><![CDATA[Salman Rushdie]]></category> <category><![CDATA[Twitter]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/16/rushdie-batte-facebook-con-twitter/171043/</guid> <description><![CDATA[“Essere Salman Rushdie” può risultare impegnativo, persino su Facebook. Il 64 enne scrittore indiano &#8211; condannato a morte nel 1989 con una fatwa dell’ayatollah Kohmeini a causa del contenuto, giudicato blasfemo, del romanzo I versetti satanici – si è dovuto registrare sul social network con il nome intero di Ahmed Salman. Il primo intoppo in...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>“Essere <strong>Salman Rushdie</strong>” può risultare impegnativo, persino su Facebook. Il 64 enne scrittore indiano &#8211; condannato a morte nel 1989 con una fatwa dell’ayatollah Kohmeini a causa del contenuto, giudicato blasfemo, del romanzo <em>I versetti satanici</em> – si è dovuto registrare sul social network con il nome intero di <strong>Ahmed Salman</strong>.</p><p>Il primo intoppo in realtà arriva quando il sistema di iscrizione di Facebook dubita che a volersi iscrivere sia proprio il famoso Rushdie, e non un impostore. Di conseguenza l’account viene disattivato, salvo poi essere ripristinato solo dopo l’invio dello scrittore di una foto del passaporto: pagina registrata come appartenente a <strong>Ahmed Rushdie</strong>. <em>“Ma una crisi di identità alla mia età non è divertente”</em>, twitta ironico Salman Rushdie, di cui da ieri esiste una <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.facebook.com/pages/Salman-Rushdie/23712256909" target="_blank"><strong>pagina Facebook</strong></a></span> con il nome universalmente noto.</p><p><em>“Che succederebbe se F. Scott Fitzgerald </em>(l’autore del <em>Grande Gatsby</em>, morto nel 1940, ndr)<em>, fosse costretto ad aprire un account come Francis Fitzgerald?”</em>. La vittoria è arrivata grazie a molti <strong>tweet di pretesta</strong>, amplificati dai <em>follower </em>dello scrittore. Da molti anni Rushdie vive in un luogo segreto e sotto protezione. In pochi giorni ha già conquistato oltre 18.000 fan sul suo account facebook nuovo di zecca.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 16 novembre 2011</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/16/rushdie-batte-facebook-con-twitter/171043/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Londra, dove il sindaco si scusa per il ritardo del bus</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/05/londra-dove-il-sindaco-si-scusa-per-il-ritardo-del-bus/168614/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/05/londra-dove-il-sindaco-si-scusa-per-il-ritardo-del-bus/168614/#comments</comments> <pubDate>Sat, 05 Nov 2011 11:42:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Valdambrini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[autobus]]></category> <category><![CDATA[Boris johnson]]></category> <category><![CDATA[David Cameron]]></category> <category><![CDATA[londra]]></category> <category><![CDATA[Nick Clegg]]></category> <category><![CDATA[trasporto pubblico]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/05/boris-il-sindaco-si-scusa-alla-fermata-per-il-ritardo-dellautobus/168614/</guid> <description><![CDATA[A David Osborne, uno studente 22 enne di economia alla City University di Londra, è capitata una cosa che non si aspettava. Una sera è alla fermata del bus, nel quartiere di Islington, e aspetta da 10 minuti, guardando il suo orologio, spazientito per l’attesa. “Questi bus, eh? Ma risolverò il problema”, si sente dire...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>A David Osborne, uno studente 22 enne di economia alla City University di Londra, è capitata una cosa che non si aspettava. Una sera è alla fermata del <strong>bus</strong>, nel quartiere di Islington, e aspetta da 10 minuti, guardando il suo orologio, spazientito per l’attesa. <em>“Questi bus, eh? Ma risolverò il problema”</em>, si sente dire da un tipo, che ferma la bici, scende, e va a porgere le sue <strong>scuse</strong> a David. <em>“Mi dispiace davvero </em>- continua &#8211; <em>spero che tu non abbia atteso troppo a lungo”</em>. E se ne rivà pedalando.</p><p>Il ciclista è in realtà il primo cittadino,<strong> Boris Johnson</strong>. Niente auto blu, scorte, sirene o privilegi per lui. Pochissimi o quasi nulla, i trattamenti speciali per la classe politica. A dirlo sono i dati, ad esempio quelli che emergono dal paragone tra Regno Unito e Italia: 195 vetture a disposizione di parlamentari e rappresentanti locali, a fronte delle oltre 72 mile italiane.</p><p>L’episodio dello studente, raccontato dal quotidiano <em>Evening Standard</em>, <strong>non è certo il primo </strong>della serie. Tra le scorribande al limite del mitologico del ciclo-sindaco si annovera perfino il salvataggio di una donna a rischio aggressione, che ringraziò pubblicamente Johnson <em>“anche se non ho mai votato per lui, né lo farò in futuro”</em>, ci tenne a precisare.</p><p><strong>Jessica Roscoe</strong>, dell’ufficio stampa del comune di Londra, conferma:<em> “Non tanto l’episodio in sé perché ovviamente non ero presente. Ma non vedo motivo, necessità di dubitarne. È successo qualcosa di simile anche un mio amico”</em>.</p><p>Un po ’ di propaganda per Johnson, anche in vista della prossima <strong>campagna elettorale</strong>? Può darsi. Ritardi e inefficienze dei mezzi pubblici rappresentano uno dei primi motivi di malcontento per i londinesi, tanto che lo sfidante, il già sindaco Ken Livingstone “il rosso”, ha come suo cavallo di battaglia la proposta di abbassare i prezzi del 5 % per bus e metro.</p><p>Rimane il fatto che il sindaco della megalopoli da 10 milioni di abitanti usa abitualmente la bici. Ugualmente faceva il vice primo ministro <strong>Nick Clegg</strong>, almeno fino a quando – divenuto estremamente impopolare a causa di tagli e tasse agli studenti – gli hanno consigliato di muoversi in auto. Senza dimenticare che perfino il premier <strong>Cameron</strong>, appena eletto, aveva scelto di andare a piedi da Downing Street a Westminster.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 5 novembre 2011 </em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/05/londra-dove-il-sindaco-si-scusa-per-il-ritardo-del-bus/168614/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>23</slash:comments> </item> <item><title>Tripoli non è suol d’amore</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/08/tripoli-non-e-suol-d%e2%80%99amore/162859/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/08/tripoli-non-e-suol-d%e2%80%99amore/162859/#comments</comments> <pubDate>Sat, 08 Oct 2011 08:50:31 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Valdambrini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[ebrei]]></category> <category><![CDATA[Libia]]></category> <category><![CDATA[sinagoga]]></category> <category><![CDATA[tripoli]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=162859</guid> <description><![CDATA[“In Libia gli ebrei c’erano 2200 anni fa. Noi siamo più libici dei libici di oggi”. Shalom Tesciuba,assistito da Gino Mantin, guida una comunità di quasi 6.000 persone, raccolte intorno alla sinagoga di via Padova, a Roma. Sono tutti accomunati dallo stesso destino: cacciati da Tripoli nel 1967, ai tempi della guerra dei 6 giorni,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>“In Libia gli <strong>ebrei </strong>c’erano 2200 anni fa. Noi siamo più libici dei libici di oggi”</em>. <strong>Shalom Tesciuba</strong>,assistito da Gino Mantin, guida una comunità di quasi 6.000 persone, raccolte intorno alla sinagoga di via Padova, a Roma. Sono tutti accomunati dallo stesso destino: cacciati da Tripoli nel 1967, ai tempi della guerra dei 6 giorni, prima ancora dell&#8217;arrivo dei Gheddafi. Non si stupiscono più di tanto, adesso che la stampa &#8211; anche quella internazionale &#8211; torna a parlare della loro presenza nella Libia del <strong>dopo-Gheddafi</strong>.</p><p>Proprio uno di loro, <strong>David Gerbi</strong>, di professione psicologo, nato a Tripoli, ma vissuto a Roma quasi tutta lavita, si è messo in testa di riaprire la più grande delle 44 <strong>sinagoghe </strong>tripoline, tutte abbandonate dopo la cacciata.</p><p>Per ragioni anagrafiche Tesciuba e Mantin ricordano <strong>Tripoli </strong>benissimo, dato che l&#8217;hanno lasciata quando avevano più o meno 30 anni. <em>“Dopo la guerra mondiale </em>- racconta Shalom &#8211; <em>eravamo 42.000, di cui 38.000 solo nella capitale”</em>. Un primo <strong>massacro </strong>di 220 ebrei nel ‘45 fa capire che il clima attorno a loro non è favorevole. <em>“Alla nascita di Israele moltissimi decidono di lasciare il Paese. Con una nave francese, che si chiamava Tabur, sono partite 1.800 persone. Erano tutti tra i 18 e i 30 anni, nessuno sposato, pronti a rifarsi una vita altrove”</em>. Anche Shalom era in lista. <em>“Ma avevo solo 13 anni. Troppo giovane per partire, non mi hanno voluto”</em>, sorride.</p><p>Sul<strong> &#8217;67</strong>, Tesciuba e Mantin intrecciano i racconti: <em>“Il 5 giugno scoppia il conflitto tra Egitto e Siria da un lato e Israele dall&#8217;altro. Cominciano gli atti di violenza, i saccheggi. Due famiglie intere vengono massacrate nelle loro case. Un giovane,Vito Mimun, viene ucciso per strada”</em>. Le violenze continuano, la polizia non fa molto per proteggere gli ebrei, anzi. <em>“Le autorità ci avvertono che siamo in pericolo, facendoci capire che forse è meglio cambiare aria. Poi però ci costringono a lasciare il Paese: ci mettono in tasca 20 sterline libiche (30 euro di oggi) e arrivederci</em>”.</p><p>È qui però che da quell&#8217;episodio remotola storia fa un salto al presente. L&#8217;americano <em>Wall Street Journal</em>, il britannico <em>Guardian</em>, oltre che<em> Il Corriere della Sera</em> in Italia, hanno dato la notizia che sta per essere riaperta, a Tripoli, la<strong> sinagoga di Dar Bishi </strong>a opera di Gerbi. Che ne pensano i tripolini di Roma? <em>“I contatti con le autorità libiche non sono qualcosa che ha creato lui”</em>, ci tiene a precisare Mantin. <em>“Nel 2004 Moussa Kussa</em> (capo dei servizi segreti di Gheddafi, ndr) <em>mi chiama per proporre un incontro a Tripoli. La cosa va in porto, siamo ricevuti con tutti gli onori”</em>. La delegazione “romana” sfiora perfino l&#8217;incontro col rais,non fosse che il venerdì dopo sarebbe cominciato il Ramadan <em>“la cui data di inizio è mobile, tanto da far saltare l&#8217;evento previsto”</em>.</p><p>Insomma, il rais seconda maniera, quello che si vuole mostrare amico dell&#8217;Occidente e vuol far dimenticare il sostegno decennale al terrorismo internazionale, ha tutta l&#8217;intenzione di far pace con gli ebrei di Libia. L’allora ministro degli Esteri<strong> Albdul Shelgem </strong>chiede loro: voi ebrei siete i veri libici, perché siete scappati? E perché non tornate qui adesso? <em>“Evidentemente era troppo giovane per sapere che non ce ne siamo andati di nostra iniziativa”</em>, scuote la testa Tesciuba, sconsolato. <em>“I miei figli nel &#8217;67 erano piccoli. Loro a Tripoli ci sono solo nati, della Libia che ne sanno?”</em>.</p><p>Per questo alla comunitàdi via Padova il progetto di Gerbi non piace più di tanto. Sui lavori di restauro della sinagoga sarebbero pure d&#8217;accordo. Ma poi a pregare chi ci va, se gli ebrei cacciati allora, di tornare a vivere a Tripoli <strong>non ne vogliono sapere</strong>?<br /> <em><br /> Il Fatto Quotidiano, 7 ottobre 2011 </em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/08/tripoli-non-e-suol-d%e2%80%99amore/162859/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>7</slash:comments> </item> <item><title>Rory Weal, il trionfo del baby labour</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/29/%e2%80%9cgrazie-welfare%e2%80%9d-il-trionfo-di-rory-weal-baby-labour/160718/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/29/%e2%80%9cgrazie-welfare%e2%80%9d-il-trionfo-di-rory-weal-baby-labour/160718/#comments</comments> <pubDate>Thu, 29 Sep 2011 14:26:14 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Valdambrini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[David Cameron]]></category> <category><![CDATA[Ed Miliband]]></category> <category><![CDATA[laburisti]]></category> <category><![CDATA[liverpool]]></category> <category><![CDATA[Rory Weal]]></category> <category><![CDATA[William Hague]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=160718</guid> <description><![CDATA[Giacca grigia e cravatta rossa, frangetta e aria anni ‘60, quella dei Beatles prima di passare in India e farsi crescere barba e capelli. 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Aveva altro da fare, tipo un salto al <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/29/liverpool-la-chiamata-popolare-di-ed-miliband/160788/" target="_blank">congresso laburista di Liverpool</a></span></strong> (a proposito di Beatles, appunto) a infiammare la platea.</p><p>Come ha fatto? E perché lui, invece del segretario <strong>Ed “il rosso” Miliband</strong>, eletto un anno fa tra grandi speranze di rinnovamento e adesso già ammaccato? La ricetta per scatenare le folle assopite della politica non è arcana. Il segreto sta nell&#8217;essere sinceri, nel dire le cose come stanno, nel parlare al cuore oltre che alla testa. Quello che a volte i leader, soprattutto della sinistra, sembrano aver smesso di fare. Rory non parla in astratto: <em>“Due anni e mezzo fa ci fu tolta la casa dove vivevo dalla nascita. Non avevamo nulla, né soldi né risparmi. Tutto il benessere della mia famiglia è derivato dallo Stato sociale”</em>. Quindi affonda: <em>“Senza il <strong>welfare </strong>non sarei qui. Lo stesso sistema che adesso un cattivo governo conservatore ci sta portando via”</em>. Scatta la <em>standing ovation</em>. Ed Miliband, applaude e gli stringe la mano: è nato un nuovo leader?</p><p>E poi essere giovani, anzi giovanissimi, è un vantaggio <em>tout court</em>, perché permette di esprimersi senza aver paura della reazione dell&#8217;<em>establishment</em>. Giovane è, certo, pure chi al potere ci sta già. Ed Miliband, 40enne, guida il Labour da un anno, il premier <strong>David Cameron</strong> ne ha 44. Rory è un ragazzino, sì, ma in Gran Bretagna non dovrà aspettare secoli, se vuole entrare a far parte della classe dirigente.</p><p>Non diversamente nel 1977 un ragazzo classe 1961 dai capelli a caschetto così fluenti da sembrare finti, conquistò il cuore di un altro congresso, quello conservatore, davanti agli occhi compiaciuti di una Margaret Thatcher non ancora a Downing Street. Quell&#8217;altro sedicenne in giacchetta non si è fermato lì. <em>“La metà di voi non sarà più qui tra 30 o 40 anni”</em>, proferì con un tono ispirato da giovane adulto e quel candore che solo a quell&#8217;età si può avere. Ha guidato il partito intorno al 2000, poi è entrato nella squadra di David Cameron, ed è ministro degli Esteri. Discussi i suoi rapporti con il miliardario dei paradisi fiscali Lord Ashcroft, che hanno a lungo rappresentato una pistola puntata contro Cameron sulla sua nomina al Foreign Office, <strong>William Hague </strong>è comunque uno degli artefici del successo diplomatico britannico in Libia, accanto ai francesi. Un ex sedicenne dal brillante futuro.</p><p>Da noi ci fu il caso di <strong>Debora Serracchiani</strong>, che nel 2009 fece esplodere il congresso dei circoli del Pd invocando l&#8217;intervento dell&#8217;allora segretario Franceschini, per scuotere il partito dal suo torpore. Di anni ne aveva 39, non 16, anche se a noi sembrava una bambina. Ma al momento né la Farnesina né la leadership del Pd sembrano in vista.</p><p>Quando, ai microfoni della Bbc lo hanno interrogato circa le sue aspirazioni, Rory ha fatto il modesto.<em> “Ho i compiti a casa, non ho tempo per la politica”</em>. Per ora. Perché in futuro non gli dispiacerebbe. Lui che d&#8217;improvviso è diventato una star del partito della rosa, non si monta la testa. Qualcuno scommette già che lo rivedremo tra pochi anni, chissà se dalle parti di Downing Street. Qualcun altro riflette: se basta così poco a far sognare una platea di sinistra, la <strong>crisi di leadership </strong>deve essere proprio profonda.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 29 settembre 2011 </em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/29/%e2%80%9cgrazie-welfare%e2%80%9d-il-trionfo-di-rory-weal-baby-labour/160718/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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