<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Augusto Sainati</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/asainati/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description>News, inchieste e blog su politica, cronaca, giustizia, economia</description> <lastBuildDate>Sun, 19 May 2013 08:28:53 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>Napolitano 2.0 e la sinistra-Godot</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/22/napolitano-2-0-e-sinistra-godot/571320/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/22/napolitano-2-0-e-sinistra-godot/571320/#comments</comments> <pubDate>Mon, 22 Apr 2013 08:00:15 +0000</pubDate> <dc:creator>Augusto Sainati</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Beppe Grillo]]></category> <category><![CDATA[Giorgio Napolitano]]></category> <category><![CDATA[Movimento 5 Stelle]]></category> <category><![CDATA[Napolitano Bis]]></category> <category><![CDATA[Presidente della Repubblica]]></category> <category><![CDATA[Sinistra]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=571320</guid> <description><![CDATA[Sgombriamo il campo dagli equivoci. Nella situazione di allarme rosso in cui si trova l’Italia la rielezione di Giorgio Napolitano (Napolitano 2.0) alla Presidenza della Repubblica in sé non sarebbe uno scandalo. E gridare al golpe per la sua rielezione è un errore madornale sul piano della comunicazione politica (molti deputati Cinque Stelle hanno corretto...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Sgombriamo il campo dagli equivoci. Nella situazione di allarme rosso in cui si trova l’Italia la rielezione di <strong>Giorgio Napolitano</strong> (<strong>Napolitano 2.0</strong>) alla Presidenza della Repubblica in sé non sarebbe uno scandalo. E gridare al golpe per la sua rielezione è un errore madornale sul piano della<strong> comunicazione politica</strong> (molti deputati Cinque Stelle hanno corretto il tiro, dopo le improvvide affermazioni di Beppe Grillo. E lo stesso Grillo si è autocorretto parlando <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/21/beppe-grillo-rielezione-napolitano-colpettino-di-stato/570722/" target="_blank">più prudentemente di “golpettino”</a>). Napolitano reggerà la Presidenza non per sette anni, ma per il tempo necessario a fare qualche riforma essenziale e riandare alle elezioni. Poi si dimetterà.</p><p>Lo scandalo sta invece nella modalità con cui si è arrivati a questa soluzione, dopo giorni e giorni in cui il Pd ha dimostrato <strong>un’incredibile sordità</strong> nei confronti dello scontento dilagante che infiamma le piazze italiane, le quali non ne vogliono più sapere di manipoli di buro-politici <strong>asserragliati nei bunker dei vari palazzi</strong> a gestire tecnocraticamente, quando va bene, i diversi fronti della crisi. Quelle piazze non ne vogliono più sapere di chi mostra tanta <strong>arroganza</strong> da non giustificare di fronte all’opinione pubblica il diniego all’offerta di votare un candidato proveniente dalle proprie stesse fila e di indiscutibile profilo come <strong>Stefano Rodotà</strong>. Non ne possono più di sentirsi trattare come parco buoi al quale tutto si può ammannire, tanto una scusa vale l’altra, per cui si può dire che Rodotà è un candidato che divide, dopo che si è appena provato a votare un candidato inviso alla destra come Prodi. Affermazioni come questa somigliano tanto all’<strong>atteggiamento da impunito</strong> con cui Berlusconi ha sempre svicolato davanti agli incontri con chi gli poneva domande imbarazzanti.</p><p><strong>Grillo e il M5S</strong> hanno saputo intercettare tutte queste pulsioni che animano le piazze italiane, e anzi hanno il merito di averle tutto sommato <strong>canalizzate verso una manifestazione politica</strong>, ancorché talvolta disordinata. Con l’offerta di votare Rodotà Grillo ha messo all’angolo in poche battute l’apparato del Pd, facendone venire allo scoperto non tanto la drammatica carenza di idee quanto piuttosto la contiguità con <strong>zone torbide</strong> della politica. E ha saputo anche incontrare il sentimento di impotenza, delusione e rabbia che percorre tanta parte dell’elettorato che una volta si definiva (e vorrebbe ancora definirsi) di sinistra. Senza la proposta politica del M5S le piazze, le città, le sedi delle istituzioni sarebbero state animate da ben altri movimenti, forse incontrollabili. Di tutto questo sembra che il cerchio magico bersaniano non si renda conto. E’ una <strong>sinistra-Godot quella italiana</strong>: si aspetta si aspetta, ma non arriva mai.</p><p>Per salvare la sinistra dall’harakiri non servirebbe più soltanto una sterzata decisa verso la trasparenza e la moralità, tale da permettere di affrontare una buona volta questioni annose come i costi della politica, la liquidazione degli apparati di partito, la valorizzazione del merito negli incarichi pubblici ecc. Bisognerebbe anche che il Pd per una volta mostrasse di essere in sintonia con la sua <strong>base</strong>, quella che lo ha votato e quella che avrebbe voluto o tuttora vorrebbe votarlo. Bisognerebbe che il Pd si chiedesse senza spocchia perché la maggioranza dell’elettorato del M5S viene proprio dalle fila dello stesso Pd. Bisognerebbe soprattutto che una ventata di aria nuova percorresse i luoghi della politica: il coraggio di un vero cambiamento – di cui si sente tutti i giorni parlare senza vederne mai la concretizzazione – potrebbe tradursi in una spinta a rimettere <strong>la questione culturale al primo posto degli impegni di governo</strong>. Senza nutrire in primo luogo la cultura (la ricerca, la formazione, l’espressione, le grandi narrazioni del presente, ecc.) un paese è destinato ad avere un magro futuro. Un simile cambiamento potrebbe tradursi in un nome inedito per la presidenza del consiglio (e ce ne sono: <strong>Rodotà, Bonino, Settis</strong>…) e in una squadra competente, inattaccabile e politicamente orientata in modo chiaro. Se anziché questo colpo di reni si assisterà al solito teatrino inciucista, di questa sinistra rischieranno di restare solo le briciole.</p><p>&nbsp;</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/22/napolitano-2-0-e-sinistra-godot/571320/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Antonio Tabucchi, Tristano e la scrittura asciutta</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/25/antonio-tabucchi-tristano-e-scrittura-asciutta/541714/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/25/antonio-tabucchi-tristano-e-scrittura-asciutta/541714/#comments</comments> <pubDate>Mon, 25 Mar 2013 14:42:15 +0000</pubDate> <dc:creator>Augusto Sainati</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Anniversario]]></category> <category><![CDATA[Antonio Tabucchi]]></category> <category><![CDATA[Berlusconismo]]></category> <category><![CDATA[Film]]></category> <category><![CDATA[Morte]]></category> <category><![CDATA[Scrittura]]></category> <category><![CDATA[Ventennio]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=541714</guid> <description><![CDATA[“Hai visto com&#8217;è diventato il mondo, almeno il nostro?, dico dalla nostra parte, dove viviamo noi…è tutto grasso, oleoso, guardali, quelli che ti dicevo prima, i saccenti, sono pieni di umori che gli circolano sotto l’adipe…trigliceridi, è tutto colesterolo, invece io sono quasi un minerale, lo vedi?&#8230;le pietre, non dicono niente…io sono una pietra che...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>“Hai visto com&#8217;è diventato il mondo, almeno il nostro?, dico dalla nostra parte, dove viviamo noi…è tutto grasso, oleoso, guardali, quelli che ti dicevo prima, i saccenti, sono pieni di umori che gli circolano sotto l’adipe…trigliceridi, è tutto colesterolo, invece io sono quasi un minerale, lo vedi?&#8230;le pietre, non dicono niente…io sono una pietra che parla, un sasso che sta sulla riva di un torrente, un sasso che sta lì buono buono e guarda l’acqua e dice, vai, vai pure sorella acqua, scorri, scorri, chissà cosa ti credi, io me ne sto qui sulla riva, fermo come un sasso, perché sono un sasso, fratello sasso…”. Il protagonista di <em><strong>Tristano muore</strong></em>, intenso e conturbante romanzo di <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/25/lisbona-morto-anni-scrittore-antonio-tabucchi/200061/" target="_blank"><strong>Antonio Tabucchi</strong> – della cui morte oggi ricorre il primo anniversario</a> – è un uomo che vive la sua ultima agonia raccontandosi a uno scrittore che ha chiamato al suo capezzale in veste di testimone. Lo fa in maniera asciutta, <strong>priva di umori</strong>, proprio come il sasso che dice di essere, mescolando ricordi e sogni, passato e presente, donne diverse che poi non lo sono e paesi diversi in cui ha vissuto.</p><p>Il romanzo, uscito nel 2004, ebbe una lunga gestazione di quasi dieci anni. Di quella gestazione resta una bella testimonianza, <strong>un film</strong>: uno strano film che racconta la genesi di quest’opera e le incertezze di Tabucchi. Il film si intitola <strong><em>Tristano e Tabucchi</em></strong>, e fu prodotto nel 2003 da una produzione svizzera per conto della televisione di quel paese. Non è facile vederlo, eppure è un film molto curioso. Di solito gli scrittori sono assai avari di notizie sui loro lavori in corso. Qui accade il contrario: Tabucchi ne legge alcune parti, parla del lavoro della scrittura, commenta il suo romanzo in fieri. E’ un Tabucchi <strong>generoso</strong> e al tempo stesso scarno. A un certo punto dice che ci vorrebbero dei topi che rodessero un po’ il materiale: c’è troppo in questo romanzo, occorrerebbe sottrarre. Ci vorrebbe un tappo da aprire per far defluire un po’ del materiale accumulato: in quella fase lui sta cercando il tappo. E osserva questo mentre sta in una stazione ferroviaria abbandonata, deserta. Un luogo asciutto anche quello, senza fronzoli, un luogo adatto per far emergere le cose essenziali della vita e spogliarsi invece delle scorie. Bisognerebbe avere il coraggio di buttare qualche pagina: <strong>con un gesto rituale e un po’ stregonesco</strong>, Tabucchi prende alcune pagine dei suoi taccuini di scrittura per farne un aeroplanino da gettare nel mare. E il romanzo che poi uscirà recherà le tracce di questo scavo sul materiale.</p><p>La scrittura di Tabucchi è asciutta e proprio per questo ficcante come il suo autore: non solo romanziere e accademico di successo, ma appassionato <strong>testimone civile</strong> del degrado dell’Italia nel ventennio berlusconiano. Anche quando parla di questo, Tabucchi scava, va al cuore delle cose, semplice, diretto. Sentite come, in una recensione a un romanzo di un giovane autore, descrive la <strong>berlusconizzazione</strong> di tutta una generazione: “quella generazione che dall&#8217;infanzia a oggi in Italia non ha conosciuto altro che il sistema tolemaico di quell&#8217;imprenditore brianzolo proveniente da un&#8217;associazione eversiva che la stampa italiana, con un anglicismo fuori luogo definisce «il premier». E che ha come «seconders» (a questo punto ci sta bene) boss mafiosi, corruttori di giudici, sub-agenti dei servizi segreti, giornalisti al soldo, sicari, cardinali, magnaccia e cocainomani. Un tipetto che di quella nave da crociera, dove dapprima faceva l&#8217;intrattenitore, è divenuto il capitano”.</p><p>Di questo modo diritto di parlare, poco “<strong>elettorale</strong>” se vogliamo, ma molto politico, oggi, soltanto un anno dopo, si sente la mancanza.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/25/antonio-tabucchi-tristano-e-scrittura-asciutta/541714/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Papa Francesco, Celentano e Bersani: il sacro e il profano</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/14/papa-francesco-celentano-e-bersani-sacro-e-profano/530555/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/14/papa-francesco-celentano-e-bersani-sacro-e-profano/530555/#comments</comments> <pubDate>Thu, 14 Mar 2013 17:11:42 +0000</pubDate> <dc:creator>Augusto Sainati</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Adriano Celentano]]></category> <category><![CDATA[Elezioni Politiche 2013]]></category> <category><![CDATA[Habemus Papam]]></category> <category><![CDATA[Jorge Mario Bergoglio]]></category> <category><![CDATA[Matteo Renzi]]></category> <category><![CDATA[Nuovo Papa]]></category> <category><![CDATA[Papa Francesco]]></category> <category><![CDATA[PD]]></category> <category><![CDATA[Pier Luigi Bersani]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=530555</guid> <description><![CDATA[L’elezione del nuovo Papa, quel Francesco che ha caricato di elementi simbolici la sua prima apparizione al balcone in Piazza San Pietro (il vestito bianco, la croce di legno anziché d’oro, il tono amichevole e semplice con cui si è rivolto alla folla, l’inchino davanti ai fedeli, il saluto finale ecc.), ha fatto di colpo...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">L’elezione del nuovo <a href="http://tv.ilfattoquotidiano.it/2013/03/13/papa-francesco-sono-venuti-a-prendermi-quasi-alla-fine-del-mondo/224605/" target="_blank">Papa, quel <strong>Francesco </strong>che ha caricato di elementi simbolici la sua prima apparizione al balcone in Piazza San Pietro</a> (il vestito bianco, la croce di legno anziché d’oro, il tono amichevole e semplice con cui si è rivolto alla folla, l’inchino davanti ai fedeli, il saluto finale ecc.), ha fatto di colpo invecchiare stratosfericamente il dibattito assai surreale che aveva animato il <strong>quadro politico</strong> negli ultimi due giorni.</p><p align="JUSTIFY">“<strong>Bersani risponde a Celentano”</strong>, titolava in prima ieri <em>Repubblica</em>. Quel titolo è una spia della mancanza di idee che connota il panorama politico italiano. Sarebbe stato possibile leggere su un giornale anni Cinquanta “De Gasperi risponde a Nilla Pizzi” o vent’anni dopo “Berlinguer risponde a Lucio Battisti”? Non sarebbe stato possibile perché compito della politica dovrebbe essere non tanto quello di stare in scena a qualsiasi costo, in modo <strong>autoreferenziale</strong>, ma quello di amministrare la cosa pubblica e, insieme, di costruire un modello di futuro. Un’utopia, magari. Uno scenario che fosse capace di dare al <strong>popolo </strong>(che bella parola, ormai desueta – eppure anticamente frequentata, soprattutto dalla sinistra: “avanti popolo!” &#8211; e risorta ieri nelle parole del Papa argentino), capace dunque di dare al popolo una speranza attraverso un disegno ideale, delle parole, dei gesti simbolici. <strong>De Gasperi </strong>o<strong> Berlinguer </strong>avevano un’idea di futuro, magari irrealizzabile oppure carica di contraddizioni, ma ce l’avevano. E <strong>La Pira</strong>, il sindaco di Firenze, aveva un’idea di presente, e aveva anche la forza di testimoniare con gesti personali quale dovrebbe essere il contegno di chi guida la cosa pubblica. Ciò che invece manca alla classe politica attuale, e in particolare alla sinistra, cioè alla parte che dovrebbe essere più in grado di disegnare orizzonti (ah, il sol dell’avvenire…) è proprio questa capacità di articolare azioni e progetti, scelte operative e utopie, presente-testimonianza e futuro-speranza.</p><p align="JUSTIFY">Di qui il linguaggio politichese della replica di Bersani a Celentano, ma anche il tono un po’ astratto della lettera di Celentano a Bersani del giorno prima. Nell’una come nell’altra non c’è mai una parola di passione né di <strong>com-passione </strong>(essere sulla stessa lunghezza d’onda passionale di coloro che dovresti rappresentare). Tutto è scaduto al rango di un mercato delle micro-azioni: aderisco alle tue idee sull’ambiente ma non a quelle sul finanziamento pubblico (anche perché se no i seimila euro netti al mese per la direttrice di Youdem dove li trovo?), ecc. ecc.</p><p align="JUSTIFY">Eppure sarebbe così semplice invertire la rotta, dare la speranza, fare un gesto: basterebbe inchinarsi davvero davanti al popolo, come ha fatto in una sera di marzo un papa venuto dalla fine del mondo.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/14/papa-francesco-celentano-e-bersani-sacro-e-profano/530555/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Una scelta per il Pd: Emma Bonino for President</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/03/scelta-per-pd-emma-bonino-for-president/518858/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/03/scelta-per-pd-emma-bonino-for-president/518858/#comments</comments> <pubDate>Sun, 03 Mar 2013 15:13:33 +0000</pubDate> <dc:creator>Augusto Sainati</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Beppe Grillo]]></category> <category><![CDATA[Emma Bonino]]></category> <category><![CDATA[Giorgio Napolitano]]></category> <category><![CDATA[Movimento 5 Stelle]]></category> <category><![CDATA[PD]]></category> <category><![CDATA[Presidente della Repubblica]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=518858</guid> <description><![CDATA[Forse è un ritardo del carnevale appena finito, ma sentir dire che Bersani “sfida Grillo” sa di scherzo fuori tempo massimo. Ma come? Il Pd ha perso tutto il perdibile e ora mostra i denti con chi lo ha fatto secco semplicemente occupando gli spazi (le piazze, la rivendicazione della moralità e dell’austerità della politica,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Forse è un ritardo del carnevale appena finito, ma sentir dire che <strong><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/01/elezioni-bersani-no-al-governissimo-ma-8-punti-per-chiedere-fiducia/516726/" target="_blank">Bersani “sfida Grillo”</a></strong> sa di scherzo fuori tempo massimo. Ma come? <strong>Il Pd ha perso tutto il perdibile</strong> e ora mostra i denti con chi lo ha fatto secco semplicemente occupando gli spazi (le piazze, la rivendicazione della moralità e dell’austerità della politica, la capacità di comunicare…) che lo stesso Pd ha lasciato liberi?</p><p>Con un gesto di resipiscenza, il Partito democratico potrebbe ascoltare finalmente i segnali chiari che le <strong>elezioni</strong> hanno consegnato e prima di tutto rinunciare alla <strong>Presidenza del consiglio</strong>, consegnandola a un nome che possa raccogliere ampi consensi tra le fila grilline sia per ciò che politicamente rappresenta, sia per la capacità che avrebbe di promuovere le riforme che il <strong>M5s</strong> si aspetta. Da questo punto di vista il nome più credibile, forse l’unico dotato di un pedigree anche internazionale e di una sicura credibilità, è quello di <strong>Emma Bonino</strong>. Alcune delle parole d’ordine con le quali il Movimento 5 stelle ha sfondato coincidono con <strong>battaglie radicali</strong> storiche: dall&#8217;abolizione del <strong>finanziamento pubblico ai partiti</strong> alla necessità di contrastare la <strong>partitocrazia</strong> dilagante. Altre richiamano temi cari all&#8217;<strong>ambientalismo</strong>: dalla ridiscussione delle grandi opere a norme più vincolanti per il consumo di suolo (in Italia si consumano otto metri quadri di territorio al secondo!) Attorno a Emma Bonino, che non è un nome “nuovo”, ma che sarebbe un nome nuovissimo per un così alto incarico di governo, potrebbero poi convergere altri nomi di rilievo che fossero in qualche modo una garanzia per un programma limitato ma efficace.</p><p>Inutile pensare a un governo di lunga durata: ora ciò che serve è un governo che dia <strong>forti segnali simbolici</strong>, che riporti finalmente la Costituzione ad essere la bussola della sua azione, che metta la cultura al primo posto perché il vero problema di questo Paese, la vera eredità avvelenata del <strong>berlusconismo</strong> è proprio la demonizzazione della cultura critica. Serve un governo che riunisca nomi ineccepibili e indipendenti. In questo senso tre nomi per tre ministeri simbolici potrebbero essere quelli di <strong>Salvatore Settis</strong> per la Cultura, di <strong>Vittorio Emiliani</strong> per l’Ambiente, di <strong>Dario Fo</strong> per l’Istruzione: nomi pesanti, alcuni dei quali vengono in questi giorni indicati come possibili candidati per la Presidenza della Repubblica. In questo momento tutte le forze migliori del Paese devono raccogliersi, ne hanno l’obbligo morale: il Presidente <strong>Napolitano</strong> che giustamente sbarra la strada a un suo secondo settennato potrebbe, come suggerisce <strong>Eugenio Scalfari</strong> nell&#8217;editoriale di oggi, essere rieletto da un Parlamento che sul suo nome convergesse, e dimettersi poi non appena portato il Paese fuori da queste secche, dopo nuove elezioni supportate da una legge elettorale degna di un paese civile e attenta alle esigenze di moralità espresse dal M5s.</p><p>Ma <strong>la prima mossa deve farla il Pd</strong>, <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/08/26/distanza-del-pd-dai-lettori-del-fattoquotidiano-it/334232/">che non ha dato prova in questi ultimi tempi di essere in sintonia con gli umori del Paese</a></span></span>. Riuscirà a fare rapidamente questa metamorfosi?</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/03/scelta-per-pd-emma-bonino-for-president/518858/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Elezioni 2013 &#8211; Il corpo di Grillo e il suo successo elettorale</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/25/corpo-di-grillo-e-suo-successo-elettorale/512317/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/25/corpo-di-grillo-e-suo-successo-elettorale/512317/#comments</comments> <pubDate>Mon, 25 Feb 2013 16:11:46 +0000</pubDate> <dc:creator>Augusto Sainati</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Elezioni 2013]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[Beppe Grillo]]></category> <category><![CDATA[Campagna Elettorale]]></category> <category><![CDATA[Elezioni Politiche 2013]]></category> <category><![CDATA[Movimento 5 Stelle]]></category> <category><![CDATA[TV]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=512317</guid> <description><![CDATA[Sul successo elettorale del Movimento 5 Stelle si sono già scritti fiumi di parole, anche prima che ciò si verificasse, e ancora di più si scriveranno. Beppe Grillo ha saputo intercettare la rabbia e la delusione dei molti elettori provati dalla crisi, che pesa sulle loro tasche, e da anni di governi dediti a tutto...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Sul<strong> <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/25/elezioni-2013-exit-poll-e-instant-poll-in-tempo-reale-urne-chiuse/511928/" target="_blank">successo elettorale</a></strong><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/25/elezioni-2013-exit-poll-e-instant-poll-in-tempo-reale-urne-chiuse/511928/" target="_blank"> del <strong>Movimento 5 Stelle</strong></a> si sono già scritti fiumi di parole, anche prima che ciò si verificasse, e ancora di più si scriveranno. <strong>Beppe Grillo</strong> ha saputo intercettare la rabbia e la delusione dei molti elettori provati dalla <strong>crisi</strong>, che pesa sulle loro tasche, e da anni di governi dediti a tutto fuorché all&#8217;attenzione ai loro bisogni.</p><p>Ma il successo di Grillo è anche <strong>un fatto mediatico e spettacolare</strong>. E’ il successo di un <strong>corpo sottratto</strong>, il suo, di un corpo fantasma che si è negato alle apparizioni fantasmatiche, sempre e quasi soltanto televisive, a cui si sono dediti gli altri <strong>competitor</strong>. Un corpo che è stato assente – ma, ugualmente, presente nella forma dell’assenza &#8211; dalla <strong>tv</strong>. Come sa molto bene chi fa tv, l’assenza vale più della presenza nel costruire uno scenario narrativo: è il tempo dell’attesa, il tempo del suspense di hitchcockiana memoria, il tempo in cui ogni sviluppo è possibile. Per questo <strong>la sedia vuota</strong> e la mancanza non sono meno “pieni”, e anzi lo sono di più, della presenza: valgono come promessa di un incontro che si rinnoverà, e che vive in questa promessa. <strong>Mina</strong>, assente da anni dagli schermi televisivi, non è meno presente nell&#8217;immaginario collettivo (e nelle vendite) dei suoi colleghi presenzialisti. In questo Grillo è stato perfetto nell&#8217;annunciare un arrivo in tv nell&#8217;ultima settimana di <strong>campagna elettorale</strong> che non ha mai concretizzato, vanamente scimmiottato da altri aspiranti leader che hanno dato qualche forfait all’ultimo minuto.</p><p>D’altra parte il corpo di Grillo si è messo in mostra, si è materializzato e <strong>si è offerto dappertutto</strong> durante lo “<strong>tsunami tour</strong>”, ma anche altrove: nella nuotata verso la Sicilia, ma anche, fin da alcuni anni fa, davanti ai cancelli delle fabbriche in sofferenza, o, più di recente, davanti alla platea degli azionisti di qualche banca o azienda in via di fallimento. La politica, questa la sintesi della strategia mediatica di Grillo, è anche <strong>un fatto tattile</strong>, è fatta anche di presenze di corpi. Alcuni giorni fa rivedevo un bellissimo film di <strong>Pippo Delbono</strong>, molto efficace nella sua durezza (è questo il cinema italiano che andrebbe fatto di più, non i film “carini”): si chiama <em><strong>La paura</strong></em>, è un film del 2009, ed è realizzato con il videofonino. Non lo si potrebbe chiamare un documentario: è un film che, come spesso capita nel cinema di Delbono, è fatto molto dal corpo ingombrante dello stesso attore/regista. Un film in cui il corpo testimonia e crea: il corpo è al tempo stesso un catalizzatore di energie e un centro propulsore: come se le energie vi si concentrassero per poi ripartirne. Un giorno Delbono va a un funerale: il funerale di <strong>un ragazzo di colore ucciso a Milano</strong> dai proprietari di un negozio che lo avevano visto rubare un pacco di biscotti. Penetrando e quasi violando la compostezza del dolore degli amici e parenti, Delbono gira le immagini del funerale, suscitando reazioni, passioni, mettendosi in gioco, ingombrando la scena di una presenza non prevista, forse perfino non gradita, ma capace di incarnare una testimonianza. E si chiede: perché qui non c’è nessuno, <strong>dov’è il sindaco</strong> (all&#8217;epoca era la <strong>Moratti</strong>…), dove sono i politici, dove sono i sindacati, dove sono i comunisti, dove sono i preti, dove sono i cardinali in questo paese ormai razzista?</p><p>Forse l’exploit di Grillo deriva anche dall&#8217;aver colto questo bisogno di corpi che stanno vicini ad altri corpi. In fondo è un gesto semplice, che tanto tempo fa la politica, e in particolare la sinistra, sapeva fare…</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/25/corpo-di-grillo-e-suo-successo-elettorale/512317/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Se la vita (della cultura) è tutta un quiz</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/19/se-vita-della-cultura-e-tutta-quiz/450806/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/19/se-vita-della-cultura-e-tutta-quiz/450806/#comments</comments> <pubDate>Wed, 19 Dec 2012 13:53:07 +0000</pubDate> <dc:creator>Augusto Sainati</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Scuola]]></category> <category><![CDATA[Campagna Elettorale]]></category> <category><![CDATA[Concorso Scuola]]></category> <category><![CDATA[Insegnanti]]></category> <category><![CDATA[Matteo Renzi]]></category> <category><![CDATA[Mibac]]></category> <category><![CDATA[Miur]]></category> <category><![CDATA[PD]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=450806</guid> <description><![CDATA[E così due laureati su tre che aspiravano a fare l’insegnante non sembra ne siano all&#8217;altezza, a giudicare dall&#8217;esito dei recenti concorsi. Non sono parte in causa né come candidato né come commissario. Non sono parte in causa ma un po’ forse sì perché, insegnando all&#8217;università, queste vicende mi toccano di rimbalzo: se due laureati...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>E così <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/17/lettera-ai-miei-allievi-oggi-hanno-bocciato-maestro/448870/" target="_blank"><strong>due laureati su tre</strong> che aspiravano a fare l’insegnante non sembra ne siano all&#8217;altezza</a>, a giudicare dall&#8217;esito dei recenti concorsi. Non sono parte in causa né come candidato né come commissario. Non sono parte in causa ma un po’ forse sì perché, insegnando all&#8217;università, queste vicende mi toccano di rimbalzo: se due laureati su tre non sono all&#8217;altezza di insegnare, avremo sbagliato qualcosa anche noi che diamo loro quel titolo di studio? Forse dovremmo preparare meglio i nostri studenti a una vita intessuta di quiz?</p><p>C’è una <strong>mania ormai dilagante per questi quiz</strong> preselettivi che, si dice, dovrebbero mostrare le capacità logiche dei candidati. Siamo troppi dappertutto, per cui solo chi sa ragionare può provare certe strade. Così, concorsi per le <strong>Soprintendenze</strong> sono introdotti da test sui lenti percorsi dei bradipi, iscrizioni alla facoltà di medicina sono aperte solo a chi sa come finì la <strong>guerra</strong> del <strong>Vietnam</strong>, posti di lavoro nella scuola sono riservati a chi ha risposto a domande sull&#8217;<em>home banking</em>. Invece di premiare chi investe su se stesso e si allena al pensiero critico i due Ministeri preposti alla Cultura in Italia – <strong>Miur e MiBac</strong> – valorizzano i <strong>bravi enigmisti</strong>. Chissà come avrebbero reagito ai quiz quelli che nel Sessantotto reclamavano un’istruzione critica e veramente aperta a tutti.</p><p>Questo panorama desolante – che coincide con l’apertura della <strong>campagna elettorale</strong> – sollecita <strong>una domanda tutta politica</strong>: perché in Italia non si scelgono mai le strade naturali che porterebbero le persone giuste al posto giusto? Per trovare le persone giuste basterebbe per esempio cominciare a valutare la preparazione pregressa: chi ha carriere universitarie brillanti, chi ha fatto master e soprattutto dottorati (è umiliante vedere quanti dottori di ricerca sono costretti a emigrare all&#8217;estero o a ripiegare su lavori che nulla hanno a che fare con la loro preparazione), chi ha conseguito titoli all’estero, chi ha frequentato università di eccellenza – magari individuate sulla base di criteri rigorosi e non semplicemente autonominatesi tali – perché non dovrebbe interessare in prima battuta allo Stato? E’ normale che chi ha simili <em>pedigree</em> formativi – e per fortuna ce ne sono tantissimi, che però spesso sono a spasso – non venga reclamato dallo Stato, e <em>in primis</em> dalla scuola, e per così dire <strong>“obbligato” a restituire in lavoro qualificato</strong> ciò che lo Stato ha speso per la sua formazione? E poi, che senso hanno questi test fatti apposta per scegliere alla rovescia i nuovi formatori? “Quel fogliuccio – si legge nella <em>Lettera a una professoressa</em> &#8211; era in mano a cinque o sei persone estranee alla mia vita e a quasi tutto ciò che amavo e sapevo. Gente disattenta che teneva il coltello dalla parte del manico. Mi provai dunque a scrivere come volete voi. Posso ben credere che non ci riuscii. Certo scorrevano meglio gli scritti dei vostri signorini esperti nel frigger aria e nel rifrigger luoghi comuni”.</p><p>Cosa hanno da dire su questi temi i leader che oggi si candidano alla guida del Paese? Cosa ha da dire la sinistra che ha assistito impassibile, e spesso ha contribuito, alla <strong>distruzione della scuola e dell’università</strong> – soprattutto di un’idea di scuola e di università come luoghi di elevazione culturale del paese &#8211; di questi decenni? Cosa ha da dire il governo Monti, che ancora nella legge di stabilità in discussione in queste ore, taglia il Fondo di Finanziamento Ordinario delle Università?</p><p>Pochi giorni prima delle recenti primarie del Pd <strong>Matteo Renzi</strong>, interrogato sul suo futuro in caso di sconfitta nel duello con Bersani, affermava: “La mia generazione non può pensare che inizi a far politica e continui per sempre: ti metti sul mercato, guardi se qualche azienda privata ti mette a lavorare, vai a insegnare all&#8217;università”. Nella prospettiva di Renzi l’università è intesa evidentemente come un tappabuchi per i pochi sfortunati che vengono bocciati a qualche elezione primaria, e non come un luogo di alta formazione. Forse a questa <strong>idea un po’ </strong><em><strong>casual</strong></em><strong> di università</strong> corrisponde la <strong>selezione altrettanto </strong><em><strong>casual</strong></em><strong> fondata sui quiz</strong>. Finché l’istruzione, la ricerca e la cultura saranno guidate da chi le vede soltanto come pesi o al contrario come valvole di sicurezza l’Italia non potrà sperare di essere un paese normalmente europeo.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/19/se-vita-della-cultura-e-tutta-quiz/450806/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Torino Film Festival, un altro cinema è possibile</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/01/torino-film-festival-altro-cinema-e-possibile/432774/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/01/torino-film-festival-altro-cinema-e-possibile/432774/#comments</comments> <pubDate>Sat, 01 Dec 2012 13:42:22 +0000</pubDate> <dc:creator>Augusto Sainati</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Cinema]]></category> <category><![CDATA[Film]]></category> <category><![CDATA[Gianni Amelio]]></category> <category><![CDATA[Torino Film Festival]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=432774</guid> <description><![CDATA[Cominciamo dai numeri, che qualche volta sanno sintetizzare il senso delle cose: a fronte di un Festival del cinema di Roma che quest’anno ha perso spettatori e pubblico (15 per cento in meno l’incasso rispetto all’anno scorso), il Torino Film Festival, che si chiude stasera, registra una crescita ancor più impressionante in periodo di crisi...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Cominciamo dai numeri, che qualche volta sanno sintetizzare il senso delle cose: a fronte di un Festival del cinema di Roma che quest’anno ha perso spettatori e pubblico (15 per cento in meno l’incasso rispetto all’anno scorso), il <strong>Torino Film Festival</strong>, che si chiude stasera, registra una crescita ancor più impressionante in periodo di crisi e di crollo generale delle affluenze in Italia: p<strong>iù 17,8 per cento il pubblico, più 16,2 per cento gli incassi</strong>: sarà un caso, ma l’omologia di dati a segni invertiti dice che una fetta di pubblico romano <strong>ha preso il treno </strong><em><strong>one way</strong></em><strong> per Torino</strong>. E questo si vede anche plasticamente entrando in quasi tutte le proiezioni: code, difficoltà per trovare un posto, perfino qualche nervosismo di spettatori non ammessi. E’ come se questa bella e non del tutto attesa folla volesse urlare <strong>la propria rabbia</strong> per un sistema di distribuzione che non lascia spazio <strong>alla differenza, alla complessità, alla non omologazione</strong> che invece si vivono e respirano a Torino.</p><p>In quest’anno di celebrazione del trentesimo anniversario (che, sia detto per inciso, chiude l’ottima gestione Amelio lasciando un po’ di amaro per il modo forse poco elegante con cui è stato gestito il passaggio di mano), il TFF manda insomma un segnale chiaro e forte: <strong>un altro cinema è possibile</strong>.</p><p>E’ possibile portare per esempio tanto pubblico a vedere <strong>u</strong>n bellissimo film indiano lontano da Bollywood, come<strong> <em>I. D.</em></strong> (dove l’acronimo sta per Carta d’identità) del keralese Kamal K. M., sorta di viaggio agli inferi compiuto da una giovane donna della Mumbai borghese alla ricerca dell’identità di un povero operaio morto mentre le imbiancava l’appartamento: il film, carico di suggestività visiva dominata dal grigio di una città dove il sole non sembra splendere mai, oppone quasi pasolinianamente <strong>la città verticale</strong> (sarà questo il principale carattere delle nuove città <em>smart</em> che avanzano?) e affluente dove vive la ragazza <strong>alla città orizzontale</strong> dei miserabili <em>slums</em> di periferia dove lei stessa finisce nella sua vana ricerca delle radici di quel morto. E quel viaggio fa emergere un’umanità derelitta e anonima raramente inquadrata dal cinema.</p><p>In questa ricerca di senso delle cose attraverso le immagini il cinema italiano ha decisamente perso smalto rispetto alle sue grandi stagioni: era questo in fondo il percorso della ricerca neorealista (e <em>I.D.</em> sembra richiamare certi passaggi di <em>Ladri di biciclette</em>), e poi della commedia italiana. Un percorso che – come ha osservato <strong>Ettore Scola</strong>, ospite speciale del Festival – era animato da un grande amore per il Paese di cui gli autori raccontavano fatti e misfatti. Oggi è difficile amare questa Italia, ma questa difficoltà induce un ripiegamento nell’autobiografismo che è forse la maggior debolezza del cinema italiano odierno. E tuttavia, visto da Torino, il cinema italiano non sembra così <strong>povero di idee</strong>: non lo è per esempio <strong><em>Su re</em></strong> di Giovanni Columbu, asciutta e singolare rivisitazione ambientata nel Supramonte barbaricino e recitata in dialetto sardo della Passione e morte di Cristo raccontata dai Vangeli.</p><p>Diversi sono comunque i segni di un altro cinema possibile: intanto la visione sempre complessa e spesso sospesa di <strong>destini e percorsi umani difficili e contraddittori</strong> (cfr. per esempio l’anglo-irlandese <em>Shadow Dancer</em> di James Marsh, che racconta una vicenda di terrorismo segnato da venature familiari); e poi i budget con cui i film si fanno, che non sono sempre stratosfericamente hollywoodiani e che tuttavia permettono spesso buoni risultati. Un buon risultato è per esempio quello del film francese <strong><em>L’étoile du jour</em></strong> di Sophie Blondy, piccola storia di un circo di provincia attendato in riva a un mare desertico, film duro e a suo modo poetico nel suo raffigurare <strong>il contrasto tra il microcosmo circense denso di umori e lo spazio infinito</strong>, che sterilizza quei contrasti abbracciandoli.</p><p>Forse quella visione del circo perduto in mezzo alla spiaggia sul mare e al cielo, quasi una zattera di vita in transito, è la metafora di un cinema altro che può ancora trovare un pubblico infinito che lo abbraccia, se solo lo sa cercare.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/01/torino-film-festival-altro-cinema-e-possibile/432774/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Nostro cinema quotidiano</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/10/nostro-cinema-quotidiano/378288/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/10/nostro-cinema-quotidiano/378288/#comments</comments> <pubDate>Wed, 10 Oct 2012 14:38:16 +0000</pubDate> <dc:creator>Augusto Sainati</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Cinema]]></category> <category><![CDATA[Cultura]]></category> <category><![CDATA[Film]]></category> <category><![CDATA[Giovani]]></category> <category><![CDATA[Parigi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=378288</guid> <description><![CDATA[Apro il Pariscope, come faccio ogni volta che sbarco a Parigi per qualche giorno, quando riesco a ritagliarmi un piccolo spazio. Mi succede non tanto spesso quanto vorrei, ma faccio in modo che capiti, anche perché, occupandomi di cinema, per me Parigi è un luogo ideale per lavorare (Italo Calvino diceva che per lui Parigi...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Apro il <em><strong>Pariscope</strong></em>, come faccio ogni volta che sbarco a <strong>Parigi</strong> per qualche giorno, quando riesco a ritagliarmi un piccolo spazio. Mi succede non tanto spesso quanto vorrei, ma faccio in modo che capiti, anche perché, occupandomi di cinema, per me Parigi è un luogo ideale per lavorare (Italo Calvino diceva che per lui Parigi era come la campagna dove si fugge ogni volta che si può, magari per lavorare meglio: lui la sua campagna l’aveva trovata al centro di Parigi, e ci abitava stabilmente).</p><p>Il <em>Pariscope</em> è l’Eldorado di chi ama lo spettacolo (ma anche la cultura, le mostre, i ristoranti e tanto altro): promette tutto quello che si vorrebbe avere e che, visto da lontano, sembra irraggiungibile. <strong>A Parigi pare che nulla sia irraggiungibile</strong>: voglio vedere un film di Manoel De Oliveira del 1962? Eccolo: ci vado, in un pomeriggio di giorno feriale, e, sorpresa, trovo la sala piena. Non che i parigini siano sfaccendati: semplicemente per loro il cinema entra nel circolo sanguigno della vita quotidiana, ne fa parte così come il pane o il caffè della mattina. Quindi lo consumano a tutte le ore. Perché se è vero che il cinema, come diceva Truffaut, <strong>“mi ha salvato la vita”</strong>, perciò stesso gli devo devozione, amore, passione.</p><p>Visto da Parigi questo stato di cose sembra quasi “naturale”. Invece non è così. Nulla capita per caso, nemmeno questo trasporto per il cinema che in Francia va da sé. Infatti, come avviene anche per le altre cose, tutto avviene nei primi anni di vita: fin da bambini i francesi sono abituati a un <strong>rapporto “ecologico” con il cinema</strong>. Per dire, il mercoledì pomeriggio e il sabato i ragazzi francesi non vanno a scuola. Che succede allora? Succede che<strong> tutte le istituzioni culturali sono mobilitate</strong> per arricchire lo spettro di interessi dei ragazzi.</p><p>Non si tratta di “parcheggiare” in qualche modo i ragazzi mentre i genitori sono al lavoro: si tratta invece di completare la formazione dei futuri cittadini nella consapevolezza che l’interazione tra l’azione della scuola e l’azione di altre agenzie formative è essenziale. Così il <em><strong>Forum des images</strong></em> – un cinema d’essai che funziona anche come cineteca – propone tutti i mercoledì e i sabato “il pomeriggio dei ragazzi”, dove si possono vedere film recentissimi ma anche film del passato lontano (in questo modo i ragazzi si abituano a naturalizzare anche il cinema<strong> in bianco e nero</strong>, che invece da noi è stato quasi demonizzato, da quando anni fa la tv decise che tutto ciò che era in bianco e nero andava bandito dalla programmazione standard). Non solo: al <em>Forum des images</em> si possono anche consultare le collezioni a partire da terminali video collegati con un maxi computer: tra le varie proposte, nel dépliant per i ragazzi di questo mese si pubblicizza <strong>un film comico del 1908</strong> (!!!), un piccolo film muto di un autore sconosciuto ai più, Romeo Bosetti.</p><p>Tutto ciò non ha una ricaduta immediata, non si guadagna niente <strong>né si mangia con questa cultura</strong>. Però si crea una sensibilità, si allena il pensiero a veleggiare per larghi mari e non solo in anguste riserve, si costituisce un’attenzione che nel domani dei bambini o ragazzi di oggi sarà l’humus su cui crescerà un rapporto equilibrato con le immagini, non solo cinematografiche. Perché in Italia non si può ripartire da qui, da una formazione ecologica delle giovani generazioni, per pensare a lungo termine alla costruzione di una comunità fondata sull’uso del pensiero critico?</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/10/nostro-cinema-quotidiano/378288/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Scandali della politica: l&#8217;ora di dire basta alla cultura cafonal-trash</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/09/25/scandali-della-politica-lora-di-dire-basta-alla-cultura-cafonal-trash/363374/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/09/25/scandali-della-politica-lora-di-dire-basta-alla-cultura-cafonal-trash/363374/#comments</comments> <pubDate>Tue, 25 Sep 2012 15:48:24 +0000</pubDate> <dc:creator>Augusto Sainati</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[Franco Fiorito]]></category> <category><![CDATA[Nanni Moretti]]></category> <category><![CDATA[Regione Lazio]]></category> <category><![CDATA[Renata Polverini]]></category> <category><![CDATA[Rottamatori]]></category> <category><![CDATA[Trash]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=363374</guid> <description><![CDATA[“VOI gridavate cose orrende e violentissime e VOI siete imbruttiti, IO gridavo cose giuste e ora sono uno splendido quarantenne”.   Di fronte ai finti mea culpa di qualche radical-chic che si accorge solo ora dei guasti prodotti dalla promozione indiscriminata del trash a modello culturale unico, l’unica reazione che viene in mente è riappropriarsi...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>“<strong>VOI gridavate cose orrende e violentissime e VOI siete imbruttiti, IO gridavo cose giuste e ora sono uno splendido quarantenne”</strong>.</p><p> <iframe style="margin-top: 10px;" width="630" height="375" src="http://www.youtube.com/embed/aRgVOFl458M" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><div class="clear"></div></p><p>Di fronte ai <strong>finti mea culpa</strong> di qualche radical-chic che si accorge solo ora dei guasti prodotti dalla promozione indiscriminata del <strong>trash</strong> a modello culturale unico, l’unica reazione che viene in mente è riappropriarsi della voglia di differenza, del rigore e della ricercata solitudine del Nanni Moretti di <em>Caro diario</em>. Qualche mese fa <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/13/cult-stracult-l%E2%80%99emergenza-culturale/228484/" target="_blank">avevo scritto un post nel quale segnalavo i pericoli del dilagare di mode da stracult, mode che per un vezzo “meta” si fanno vanto di promuovere gli Alvaro Vitali, i Thomas Milian, i Bombolo e Cannavale a eroi della cultura.</a> <strong>Ora che i Bombolo hanno assunto l’aspetto rivestito da consiglieri regionali</strong> gli artefici di quelle mode gridano alle proprie colpe (cfr. <em>Il fatto quotidiano</em> di oggi), accorgendosi di averla combinata grossa e parlando di un fallimento generazionale.</p><p>Ora, è ben vero che aver denigrato per decenni la cultura critica e la necessità di passare da una cultura critica per favorire un’autentica crescita sociale ha portato alla <strong>deificazione dei Suv, delle ostriche e delle feste sguaiate</strong> (che quest’opera di denigrazione fosse dovuta a una reazione “di pancia” proveniente da destra o a una reazione “di noia” proveniente da settori della sinistra poco importa). Ma è vero anche che non tutta quella generazione ha sostenuto una simile opera di frantumazione culturale, <strong>non tutti hanno gridato cose orrende per anni</strong>. Così, chi si sente in qualche modo colpevole di aver prodotto questi guasti culturali che hanno un immediato e inevitabile riflesso sul piano della politica potrebbe avere <strong>l’eleganza di farsi da parte</strong>, dopo aver avuto la finta onestà di ammetterlo. E d’altra parte chi invece non ha assecondato questa deriva, ma si è tenuto un po’ snobisticamente da parte per non farsi contaminare dall&#8217;imperversare del trash potrebbe ora mettersi al lavoro e provare a ricostruire un po’ di paesaggio.</p><p>Bisogna avere finalmente il coraggio di lavorare per una svolta, che però non porti dalle parti di <strong>facili rottamatori</strong> privi di passione per un’autentica cultura critica. E’ l’ora che la sinistra recuperi – dopo decenni di tentennamenti, di occhiolini strizzati a destra e a manca – <strong>le ragioni della propria esistenza</strong>, anche contro chi dice che ormai destra e sinistra pari sono e che sono categorie prive di senso. Altrimenti dopo un Fiorito altri fiori velenosi cresceranno nel giardino disastrato dell’Italia.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/09/25/scandali-della-politica-lora-di-dire-basta-alla-cultura-cafonal-trash/363374/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Cadono gli Alberoni del Centro Sperimentale di Cinematografia</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/09/15/cadono-alberoni-del-centro-sperimentale-di-cinematografia/353444/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/09/15/cadono-alberoni-del-centro-sperimentale-di-cinematografia/353444/#comments</comments> <pubDate>Sat, 15 Sep 2012 10:19:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Augusto Sainati</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[Cinecittà]]></category> <category><![CDATA[Cineteca]]></category> <category><![CDATA[Francesco Alberoni]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=353444</guid> <description><![CDATA[Finisce il decennio di Alberoni al Centro Sperimentale di Cinematografia: finalmente una buona notizia per il cinema italiano. E’ una specie di 25 luglio quello che si vive in queste ore, dopo la notizia della nomina di Stefano Rulli alla presidenza della più prestigiosa scuola di cinema d’Italia. Da dieci anni, sotto una patina peraltro...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Finisce il decennio di <strong>Alberoni</strong> al <strong>Centro Sperimentale di Cinematografia</strong>: finalmente una buona notizia per il cinema italiano. E’ una specie di 25 luglio quello che si vive in queste ore, dopo la notizia della nomina di <strong>Stefano Rulli</strong> alla presidenza della più prestigiosa scuola di cinema d’Italia. Da dieci anni, sotto una patina peraltro sempre più sbiadita di efficientismo <strong>Berlusconi-style</strong>, il Centro era intorpidito in un clima di rassegnazione che faceva presagire un magro destino. Due mesi fa, infatti, il governo aveva provato a ridisegnare con la <strong><em>spending review</em></strong> l’assetto del Centro Sperimentale immaginandolo come un Istituto Centrale dipendente dal <strong>Ministero dei Beni Culturali</strong> e privandolo di fatto della <strong>Cineteca</strong>, che sarebbe passata al Luce. Poi, in sede di conversione del decreto, la marcia indietro del governo. E oggi la nomina che sembra aprire una nuova era.</p><p>Rulli è un uomo di cinema completo: già critico militante, è uno dei migliori sceneggiatori italiani (tra l’altro di Amelio, Bellocchio, Giordana, Luchetti) ed è il presidente dei 100 autori. La scelta di <strong>Ornaghi</strong> è dunque felice, e le <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.paesesera.it/Cultura-e-spettacolo/Cinema/Centro-sperimentale-cinema-Rulli-presidente-Piu-risorse-a-didattica">prime parole</a></span></span> del neo-presidente, che si dice pronto a ripensare i modelli formativi per adeguarli alle nuove esigenze del cinema, lasciano ben sperare. Ma il Centro Sperimentale non è solo il presidente: ci sono molti dirigenti che potrebbero essere agevolmente ridotti (solo loro costano più di un milione degli undici milioni e mezzo di bilancio del Centro!), ci sono servizi che andrebbero ripensati dalle fondamenta per fare del Centro Sperimentale la vera fucina non solo delle nuove leve professionali del cinema – è questa la sua <em>mission</em> principale – ma anche della vita cinematografica nel suo complesso, nel momento in cui il cinema sta cambiando pelle sotto tutti i punti di vista (il Centro non ha da dire nulla su fenomeni come<strong> Youtube</strong> o sulle smart cities? E come pensa di gestire la Cineteca il prossimo <strong>passaggio al digitale</strong>?).</p><p>Per far questo occorrono poche ma serie misure capaci di imprimere alla gestione del Centro una decisa svolta: ci vuole un <strong>Consiglio d’amministrazione</strong> i cui membri non siano succubi dei partiti (e i primi nomi che circolano fanno ben sperare), ci vuole un Comitato scientifico che faccia di questa bellissima e gloriosa istituzione un fiore all’occhiello della cultura italiana e non soltanto un carrozzone slabbrato, ci vuole una dirigenza essenziale ma davvero guidata da un progetto culturale forte, in grado di riorganizzare la vita interna dei diversi settori. Ci vuole soprattutto una capacità di immaginare il cinema non con gli occhi rivolti al passato né soltanto con la mano al portafogli, ma con la fiducia nel gesto creativo e un po’ folle, come diceva François Truffaut, che lo anima.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/09/15/cadono-alberoni-del-centro-sperimentale-di-cinematografia/353444/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Venezia 2012- Il fast-food e lo slow-food del cinema</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/09/07/venezia-2012-fast-food-e-slow-food-del-cinema/346017/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/09/07/venezia-2012-fast-food-e-slow-food-del-cinema/346017/#comments</comments> <pubDate>Fri, 07 Sep 2012 17:28:49 +0000</pubDate> <dc:creator>Augusto Sainati</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Cinema]]></category> <category><![CDATA[Fast Food]]></category> <category><![CDATA[Mostra del Cinema di Venezia]]></category> <category><![CDATA[Satellite]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=346017</guid> <description><![CDATA[Quadro difficile da interpretare per il futuro del cinema in Italia. Tutto sta cambiando alla velocità della luce, e non sempre le strutture del mercato sono pronte a reagire convenientemente a questi mutamenti. In questi giorni alla Mostra del Cinema di Venezia un susseguirsi di convegni ha tracciato scenari complessi per il futuro e fatto luce...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Quadro difficile da interpretare per il futuro del <strong>cinema in Italia</strong>. Tutto sta cambiando alla velocità della luce, e non sempre le strutture del mercato sono pronte a reagire convenientemente a questi mutamenti. In questi giorni alla <strong>Mostra del Cinema di Venezia</strong> un susseguirsi di convegni ha tracciato scenari complessi per il futuro e fatto luce anche sull’evoluzione recentissima del mercato.</p><p>Stiamo uscendo da un’estate in cui il cinema di fatto ha<strong> chiuso per ferie</strong>: moltissime sale non sono restate aperte non perché – come accadeva una volta – il pubblico non va a vedere gli spettacoli al chiuso (ora quasi tutte le sale sono climatizzate e spesso si starebbe meglio a vedere un film al fresco che non a farsi opprimere dall’umidità e dall’afa), ma perché, incredibile a dirsi, non c’era prodotto da vendere. Da metà giugno, per una scelta poco comprensibile delle grandi case di distribuzione, soprattutto americane, non sono (quasi) più usciti film di richiamo capaci di produrre incassi. Un po’ come se i macellai da giugno a settembre non avessero carne. Il paradosso è che film disponibili per coprire le programmazioni ci sarebbero, ma restano ai margini del mercato perché nessuno scommette sulla loro capacità di attrarre <strong>grandi masse</strong>, e quindi la distribuzione non li fa uscire.</p><p>Questo primo elemento ha l’effetto di accentuare la <strong>concentrazione oligopolistica</strong> del mercato già in atto. Le monosale, spesso situate nei centri storici delle grandi città o in piccole città, stanno sparendo una dopo l’altra, qualche volta accompagnate da petizioni, marce, manifestazioni ecc. per la loro sopravvivenza. Per di più, tra poco più di un anno (dal gennaio 2014) dovremo dare l’addio definitivo alle vecchie “pizze” 35 mm. <strong>Tutto il cinema passerà al digitale</strong>, e si rende ora necessario attrezzare le sale con nuove costose apparecchiature. Anche questo contribuisce a condannare a morte i piccoli cinema perché in Italia, contrariamente a quanto sta accadendo in altri paesi, non c’è un programma statale di aiuti alle sale. Come sempre, si sta allora disegnando una mappa a macchia di leopardo. Alcune regioni, più attente a questi problemi, hanno emanato bandi e stanno distribuendo aiuti, altre no.</p><p>Infine, ultimo aspetto del quadro che si delinea per il prossimo futuro, una volta che tutto il cinema sarà convertito al digitale, la distribuzione potrà funzionare<strong> via satellite</strong>, e non più attraverso corrieri, camion ecc. Anche questo avrà un effetto sul mercato del cinema: vi immaginate una major americana che da Los Angeles distribuisce un film via satellite in cento paesi del mondo e in cinquantamila sale del pianeta? Il rischio è che, una volta che l’evoluzione del sistema sarà completata, il pubblico sia indotto ancor più a consumare solo <strong>fast-food cinematografico</strong>, cioè un prodotto sempre più legato a standard regolati dalla grande industria. In prospettiva è la stessa esistenza delle <strong>cinematografie nazionali</strong> ad essere a rischio, in primis quella del cinema italiano, che ha strutture industriali sostanzialmente deboli. Non basteranno certo i sussidi alla produzione (che già ci sono) per mantenere in vita un’industria destinata a fornire prodotti che nessuno vorrà vedere e quindi distribuire.</p><p>E’ ovvio che è molto difficile reagire a questa tendenza alla concentrazione, e non serve a niente piangere sulle sale che chiudono (così come lamentarsi della pirateria web). Per far sopravvivere un mercato diversificato occorre invece costruire un pubblico esigente e preparato. Se accanto al fast-food prosperano <strong>i ristoranti slow-food</strong> (che costano di più, ma offrono una qualità incomparabilmente migliore), se oltre allo <strong>spritz</strong> posso gustare un buon bicchiere di vino in un’enoteca, perché non potrei poter fare lo stesso per il cinema? La distribuzione via satellite, invece di costituire una minaccia monopolistica, potrebbe rendere più facile accedere a immensi magazzini di film conservati dalle cineteche il cui nuovo ruolo potrebbe essere decisivo. Ma fin d’ora occorre fare molto per la costruzione di un gusto raffinato, di un saper vedere che sia critico e non solo epidermico: non si va in enoteca se si è sempre bevuto un vino adulterato…</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/09/07/venezia-2012-fast-food-e-slow-food-del-cinema/346017/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>L’Università di Cagliari e gli strani diritti dei sardi</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/08/30/l%e2%80%99universita-di-cagliari-e-strani-diritti-dei-sardi/337922/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/08/30/l%e2%80%99universita-di-cagliari-e-strani-diritti-dei-sardi/337922/#comments</comments> <pubDate>Thu, 30 Aug 2012 08:57:57 +0000</pubDate> <dc:creator>Augusto Sainati</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Scuola]]></category> <category><![CDATA[Cagliari]]></category> <category><![CDATA[Ricercatori]]></category> <category><![CDATA[Riforma Gelmini]]></category> <category><![CDATA[Università]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=337922</guid> <description><![CDATA[In questa Italia martoriata dalla crisi del lavoro, in questa Sardegna dove per difendere i posti di lavoro minacciati i minatori sono costretti a chiudersi a quattrocento metri di profondità e a tagliarsi i polsi, in questa Università dove il diritto al lavoro sembra spesso sopraffatto da altre pratiche che mortificano il merito e la parità delle opportunità, accadono...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>In questa Italia martoriata dalla crisi del lavoro, in questa<strong> Sardegna</strong> dove per difendere <strong>i posti di lavoro minacciati</strong> i minatori sono costretti a chiudersi a quattrocento metri di profondità e a tagliarsi i polsi, in questa Università dove <strong>il diritto al lavoro sembra spesso sopraffatto</strong> da altre pratiche che mortificano il merito e la parità delle opportunità, accadono cose strane.</p><p>Un bando di concorso dell’<strong>Università di Cagliari</strong>, tuttora aperto (i termini per iscriversi a quel concorso scadono il 10 settembre), apre otto posti di <strong>Ricercatore a Tempo Determinato</strong> (detto anche Rtd), la nuova figura – precaria – che ha sostituito, a seguito della<strong> riforma Gelmini</strong> dell’Università, la vecchia figura del Ricercatore (a tempo indeterminato) spingendo ancor più l’Università sulla via di una precarizzazione massiccia delle figure che vi operano. Fin qui nulla di strano: anzi, in tempi di vacche magre, è bene che ci sia un Ateneo che in un solo bando istituisce otto posti. Ed è anche bene che il bando in questione sia rivolto a giovani altamente formati e in possesso di un’esperienza di ricerca all’estero di almeno tre anni. Così si fa per <strong>favorire il rientro dei cervelli</strong> e valorizzare le loro competenze.</p><p>La cosa singolare è invece che quei posti sono aperti <strong>solo ai sardi o ai figli di sardi</strong> (o comunque ai residenti in Sardegna), alla faccia delle pari opportunità di accesso. Non sono un giurista, ma ho il vago sospetto che quel bando puzzi di incostituzionalità (articoli 4 e 120): di questo aspetto non posso dunque occuparmi direttamente. Ciò che invece mi preme è rilevare l’enormità politica di questa scelta: se un ateneo lombardo o veneto avesse emanato un bando analogo si sarebbero levate senza dubbio mille e mille voci di biasimo, di condanna, di protesta, si sarebbero smossi i partiti e i loro leader per gridare all’attentato alla libera circolazione del sapere, si sarebbe preso lo spunto per deprecare <strong>l’imbarbarimento culturale cui ci conduce la cultura leghista</strong> (basterebbe ricordare le proteste che si levarono – anche e soprattutto dalle <strong>regioni del Mezzogiorno</strong>, tradizionali esportatrici di manodopera culturalmente qualificata &#8211; quando proprio da parte della Lega venne la proposta di limitare l’accesso all’insegnamento ai laureati indigeni). Questa stessa pratica, adottata dalla Sardegna, diventa invece “normale”. Inoltre, quasi beffardamente, il <a href="http://bandi.miur.it/jobs.php/public/job/id_job/7581" target="_blank">sito del Ministero dell’Università che dà notizia di tutti i bandi di concorso</a> di questo tipo, pubblica <strong>gli estremi del bando anche in inglese</strong>, quasi a suggerire l’apertura internazionale che l’Università italiana vuol darsi.</p><p>Si dirà che i posti di Rtd non sono veri e propri posti di ruolo, proprio perché sono a tempo, e che quindi l’Università ha interesse a favorire il rientro dei giovani legati alla sua area di influenza. Ma nell’ordinamento attuale la figura del Rtd non è affatto una figura “in formazione”, come potrebbe essere quella legata a una borsa di studio: è invece di fatto <strong>la porta di accesso al lavoro universitario</strong> (tanto che il bando prevede che i vincitori abbiano anche precisi obblighi di docenza e di didattica in seno all’ateneo cagliaritano), e non si vede perciò il motivo per cui i giovani sardi dovrebbero avere più opportunità dei giovani di altre regioni. In base a quale principio nell’era della globalizzazione si emettono ancora bandi di concorso che evocano pratiche daziarie più che società liquide?</p><p>Sarebbe immaginabile un bando del genere pubblicato dall’Università di Harvard o dal Mit di Boston, dalla Sorbona di Parigi o da un’università indiana?</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/08/30/l%e2%80%99universita-di-cagliari-e-strani-diritti-dei-sardi/337922/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La distanza del Pd dai lettori del Fattoquotidiano.it</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/08/26/distanza-del-pd-dai-lettori-del-fattoquotidiano-it/334232/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/08/26/distanza-del-pd-dai-lettori-del-fattoquotidiano-it/334232/#comments</comments> <pubDate>Sun, 26 Aug 2012 09:07:41 +0000</pubDate> <dc:creator>Augusto Sainati</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Dibattito]]></category> <category><![CDATA[Festa del PD]]></category> <category><![CDATA[Idee]]></category> <category><![CDATA[Ilfattoquotidiano.it]]></category> <category><![CDATA[Internet]]></category> <category><![CDATA[Partecipazione Democratica]]></category> <category><![CDATA[PD]]></category> <category><![CDATA[Pier Luigi Bersani]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=334232</guid> <description><![CDATA[Nel momento in cui scrivo questo post i commenti presenti sui blog del sito del Fattoquotidiano che stanno sulla homepage del giornale sono la bellezza di tremiladuecentosei. Tremiladuecentosei commenti suddivisi in quaranta post (tanti sono quelli ospitati sulla homepage): ciò significa che ogni post raccoglie in media ottanta commenti. Questo dato però copre una realtà...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Nel momento in cui scrivo questo post i commenti presenti sui blog del sito del Fattoquotidiano che stanno sulla homepage del giornale sono<strong> la bellezza di tremiladuecentosei</strong>. Tremiladuecentosei commenti suddivisi in quaranta post (tanti sono quelli ospitati sulla homepage): ciò significa che ogni post raccoglie in media ottanta commenti. Questo dato però copre una realtà molto eterogenea, poiché alcuni post raccolgono parecchie centinaia di commenti, altri pochissimi o nessuno. Ciò vuol dire che alcuni post sono migliori di altri? No di certo. <strong>Non è un criterio quantitativo che fa la qualità di un articolo di giornale, di un libro o di un post</strong>, nemmeno un eventuale criterio legato a pollici alzati, a <em>like</em> o a numero di fan sulla pagina di un social network. Del resto se dovessi giudicare la qualità con parametri quantitativi dovrei dire che la stampa scandalistica è migliore delle riviste di nicchia o che un libro di Bruno Vespa è migliore di un libro di filosofia, o ancora che il fast food è migliore dello slow food…</p><p>Invece, quello che mi interessa è capire un fenomeno che caratterizza – quello sì – il sito del Fattoquotidiano, ovvero <strong>l’altissima partecipazione dei lettori</strong>. Partecipazione che si può anche misurare in termini di accessi (qualche tempo fa il direttore del giornale indicava in 500mila i visitatori unici giornalieri, fenomeno abbastanza unico per un giornale che esiste da tre anni), ma che soprattutto è segnata da una intensa<strong> interattività</strong> dei lettori, i quali commentano moltissimo non solo i post dei blogger ma anche gli articoli del sito. E’ una partecipazione che non ha eguali in altri siti, nemmeno in quelli molto consultati. Perché i lettori del Fattoquotidiano.it partecipano così intensamente? C’è certamente la facilità allo scambio indotta dall’abitudine alla <strong>socializzazione virtuale.</strong></p><p>Ma all’origine di questa domanda di partecipazione intercettata dal Fattoquotidiano credo ci siano altri due fattori. Da un lato un bisogno antico, radicato nella cultura di sinistra, alla quale in un modo o in un altro il giornale fa riferimento: il <strong>bisogno di confrontarsi</strong> <strong>per mettere alla prova le proprie convinzioni</strong>, o anche per cercarle, per misurarle, per metterle a punto. La scomparsa di tutti i luoghi classici dell’elaborazione del pensiero di sinistra (dalle sezioni del Partito Comunista alle Case del Popolo, su su fino ai circoli del cinema o ai club più esclusivi, tipo la casa editrice Einaudi vecchia maniera) ha lasciato un vuoto che il Partito Democratico non ha mai ritenuto necessario colmare: è impressionante in questo senso <strong>la chiusura del Pd al dibattito autentico</strong>, inteso come luogo di coinvolgimento partecipante della gente di sinistra. Ed è singolare la <strong>distanza antropologica e culturale</strong> di quel partito dall’esperienza di partecipazione dei lettori di questo sito.</p><p>Dall’altro lato c’è invece un bisogno molto contemporaneo di <strong>elaborare collettivamente idee nuove in forme nuove</strong>, o che cercano di essere tali: qui più che la matrice di sinistra gioca invece l’influenza dell’innovazione introdotta – sia pure con zone tuttora oscure, come mostrano le recenti vicende emiliane – dal <strong>Movimento 5 Stelle</strong>. La cui fortuna è stata favorita proprio dall’affievolirsi della partecipazione dal basso nei partiti tradizionali (o dalla sua totale assenza nei partiti del berlusconismo).</p><p>Invece di fotografare il segretario in compagnia delle cuoche della sua festa di partito, il Pd potrebbe riflettere su questo <strong>bisogno di partecipazione</strong> della gente di sinistra, mai come ora orfana del tempo delle idee.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/08/26/distanza-del-pd-dai-lettori-del-fattoquotidiano-it/334232/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>I concorsi della scuola e i quiz della tv. Che fine ha fatto la cultura?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/26/i-concorsi-della-scuola-e-la-cultura-a-quiz/307152/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/26/i-concorsi-della-scuola-e-la-cultura-a-quiz/307152/#comments</comments> <pubDate>Thu, 26 Jul 2012 15:21:43 +0000</pubDate> <dc:creator>Augusto Sainati</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Scuola]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Concorsi]]></category> <category><![CDATA[Cultura]]></category> <category><![CDATA[Insegnamento]]></category> <category><![CDATA[Scuole]]></category> <category><![CDATA[Test]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=307152</guid> <description><![CDATA[Rimbalzano in rete lamentele multiple sulle prove per l’accesso ai TFA (Tirocini Formativi Attivi), corsi di preparazione all’insegnamento nelle scuole secondarie. Sono in corso in questi giorni le prove pre-selettive preparate dal Ministero, superando le quali i candidati potranno sostenere ulteriori prove scritte e orali. Sotto accusa sono molte cose: da errori grossolani nella compilazione dei...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Rimbalzano in rete lamentele multiple sulle prove per l’accesso ai <strong>TFA</strong> (Tirocini Formativi Attivi), corsi di preparazione all’insegnamento nelle scuole secondarie. Sono in corso in questi giorni le prove pre-selettive preparate dal Ministero, superando le quali i candidati potranno sostenere ulteriori prove scritte e orali. <strong><a href="http://www.corriere.it/cronache/12_luglio_24/tfa-segnalazioni-proteste_5f6158fe-d598-11e1-8344-73c80d6dcb3d.shtml" target="_blank">Sotto accusa sono molte cose</a></strong>: da errori grossolani nella compilazione dei quiz al fatto che in qualche caso sono state ripescate, senza nessuna fantasia, domande già formulate per precedenti concorsi, sia pure non TFA, fino al mancato coinvolgimento di specialisti universitari nell’elaborazione dei quiz.</p><p>Le proteste sono in gran parte fondate, ma al di là dei fatti specifici tutta la vicenda mette in evidenza alcune linee generali che devono far riflettere sui <strong>modelli di sviluppo della formazione e della cultura</strong> che oggi sono perseguiti in Italia.</p><p>C’è un dato eclatante: alcune classi di concorso hanno avuto una percentuale infima di ammessi alle fasi successive. Per <strong>Filosofia</strong>, su base nazionale, sono stati ammessi 144 candidati a fronte di ben 4091 respinti. Il 96,60 per cento dei candidati è stato giudicato, secondo questi quiz, <strong>indegno di insegnare in una scuola</strong>. Se i quiz fossero affidabili, dovremmo porci una domanda ovvia: che razza di laureati escono dalle università italiane? Sono <strong>tutti filosofi asini</strong> coloro che escono da università anche prestigiose? Oppure dobbiamo pensare (magari!) che i filosofi migliori sono tutti catturati dalle aziende e dal mercato privato e alla povera scuola pubblica non resta che la terza o quarta scelta? E ancora: a che pro laureare oltre quattromila persone che poi non potranno entrare nel mercato del lavoro sulla base della loro laurea?</p><p>Il fatto è che la vicenda dei quiz-killer lascia intravedere altri problemi, troppo a lungo trascurati. In primo luogo: <strong>che razza di cultura è quella dei quiz</strong>, per la quale si decide se un candidato potrà pretendere o meno di fare l’insegnante sulla base di prove puramente nozionistiche (date di bolle papali, editori che hanno rifiutato certi romanzi, ecc.)? Per esempio, se si deve accertare una qualche competenza della civiltà francese non si chiede di provare una conoscenza anche minima della musica prodotta in quel paese (che so, da Berlioz a Debussy). No, si chiede invece in quale arrondissement di Parigi si trova la vecchia Opéra Garnier (nemmeno la nuova di Bastille, che un melomane ha più possibilità di frequentare oggi). Cioè: il modello perverso imposto dal <strong>sistema “culturale”-televisivo del berlusconismo</strong> ha ormai contaminato anche i centri che dovrebbero formare un sapere critico. Il problema è lo stesso che spesso ho sollevato riguardo al consumo sempre più omologato di <strong>cinema</strong>: <strong>il fast-food culturale </strong>si è sostituito al cibo elaborato, alla cultura della diversità.</p><p>C’è poi un secondo aspetto della questione, che riguarda la valorizzazione dei laureati: è possibile che per accedere all’insegnamento si debbano conoscere <strong>nozioni cervellotiche</strong> e non si privilegino invece titoli ben più pesanti e “costosi” in termini di fatica, di impegno intellettuale, di studio (e anche di soldi) come quelli di dottorato di ricerca? E’ possibile, ad esempio, che un laureato della <strong>Normale di Pisa</strong>, magari pure fornito di <strong>Perfezionamento</strong> (che è il dottorato erogato dalla Normale) non si veda riconosciuta nel mercato del lavoro la professionalità acquisita e, se vuole insegnare, sia di fatto costretto a giocare con <strong>quiz simil-televisivi</strong>?</p><p>Non è umiliante per il concetto di cultura, per la promozione di una scuola che ambisse a esser capace di costituire l’asse portante di una rinascita del paese, dover fare i conti con queste forme di pseudo-selezione? E’ possibile che nemmeno con un governo di professori nessuno in sede parlamentare, politica, ministeriale ponga mai frontalmente il problema della valorizzazione delle competenze? <strong>Gramsci</strong> scriveva che occorreva “disabituarsi e smettere di concepire la cultura come sapere enciclopedico, in cui l&#8217;uomo non è visto se non sotto forma di recipiente da empire e stivare […] Questa forma di cultura […] serve solo a creare degli spostati, della gente che crede di essere superiore al resto dell&#8217;umanità perché ha ammassato nella memoria una certa quantità di <strong>dati e di date</strong>, che snocciola ad ogni occasione per farne quasi una barriera fra sé e gli altri”. Invece, osservava Gramsci, “<strong>la cultura è una cosa ben diversa</strong>. È organizzazione, disciplina del proprio io interiore, è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri”. Non sarebbe l’ora che al Ministero dell’Istruzione qualcuno rileggesse Gramsci?</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/26/i-concorsi-della-scuola-e-la-cultura-a-quiz/307152/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Al bar Casablanca con il signor G.</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/21/al-bar-casablanca-con-il-signor-g/301362/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/21/al-bar-casablanca-con-il-signor-g/301362/#comments</comments> <pubDate>Sat, 21 Jul 2012 16:53:52 +0000</pubDate> <dc:creator>Augusto Sainati</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Festival]]></category> <category><![CDATA[Giorgio Gaber]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=301362</guid> <description><![CDATA[D’estate quasi tutte le sere passo davanti al Bar Casablanca, in passeggiata, a Viareggio. Vado a vedere il tramonto sul mare, con il sole che si immerge verso il golfo di La Spezia e le prime propaggini della Liguria a fargli da quinta. Ogni volta che passo davanti a quel luogo mi riaffiora alle labbra...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>D’estate quasi tutte le sere passo davanti al <strong>Bar Casablanca</strong>, in passeggiata, a <strong>Viareggio</strong>. Vado a vedere il tramonto sul mare, con il sole che si immerge verso il golfo di <strong>La Spezia</strong> e le prime propaggini della Liguria a fargli da quinta. Ogni volta che passo davanti a quel luogo mi riaffiora alle labbra il motivo del pezzo di <strong>Giorgio Gaber</strong> dedicato proprio al Bar Casablanca.</p><p><iframe style="margin-top: 10px;" width="630" height="375" src="http://www.youtube.com/embed/Re7mzbvFY-w" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><div class="clear"></div></p><p>C’è tutto Gaber nelle poche parole di quel pezzo: ci sono l’ironia e la disillusione, la capacità di osservare e di dissacrare, <strong>lo sguardo disincantato e il retrogusto amaro</strong>. Sfiorare il bar Casablanca d’estate è uno dei tanti modi per continuare a farmi accompagnare da Gaber nel quotidiano. Perché Gaber non rivive solo una volta l’anno, proprio a Viareggio, <strong>in occasione del Festival</strong> intitolato al suo nome che si tiene in questi giorni. No, Gaber vive (e forse dovrebbe vivere ancor di più) nella vita di ognuno tutti i giorni, instillando <strong>il piacere del pensiero doppio</strong>, serio e ironico, singolare e plurale, quasi a ricordarci che gli opposti non solo si toccano ma spesso paradossalmente convivono. Tutti i giorni sperimentiamo malamente, anche sulle nostre spalle, quanto sia difficile mantenere aperto lo sguardo critico, e tenere alta la barriera contro la routine, gli stereotipi, i tic mentali tanto facili da seguire. In questa lotta contro il pensiero circolare Gaber è lì, come – per chi per privilegio di nascita lo ha visto recitare in teatro – era lì negli anni Settanta e Ottanta.</p><p>Gli spettacoli di Gaber me li ricordo: assistendovi, ogni volta si entrava nel luogo di <strong>una gigantesca psicanalisi collettiva</strong>. Ed era allora che arrivava la sorpresa: quello che sembrava un compagno di strada si rivelava un po’ meno “compagno” e un po’ più <strong>inquieto</strong>. Faceva l’impegnato ma sentiva di essere piuttosto un non so. Ne nascevano monologhi, qualche volta in forma di dialoghi con se stessi, al limite del surreale, che mettevano a nudo il cuore e la mente di quella generazione. Forse per capire gli anni Settanta bisogna chiamare in causa gli spettacoli di Gaber, la loro ritualità, <strong>il senso del corpo</strong> che promanava dal <strong>fisico dinoccolato</strong> di quel singolare attore-menestrello. E avere in mente la straordinaria energia che si liberava alla fine di ogni replica, nei lunghi, lunghissimi <strong>bis</strong>, in cui ciò che costituiva il vero momento di spettacolo non era tanto l’ennesimo brano cantato da un Gaber ormai sfinito dalla fatica, ma la sua <strong>gestualità energetica</strong>, quel serrare i pugni con le braccia tese e urlare in un moto quasi liberatorio rivolto a tutta la platea. Il suo entrare in quinta per un momento per asciugarsi il sudore e uscirne come ricaricato di una <strong>vitalità e intensità corporee</strong> che poi passavano all’intero teatro, quasi a costituire il vero luogo di una comunione fisica con tutti e con ciascuno. Era lì, dopo due ore, qualche volta quasi tre ore, di uno spettacolo teso, intenso, traboccante di stimoli che facevano pensare, ma che provocavano anche ansia e allegria, rabbia e senso di frustrazione o di impotenza, era in quel momento che l’energia che usciva dal corpo di Gaber ricompattava il pubblico, gli dava la certezza di essere in una particolarissima condizione di <strong>sovrapercezione</strong>.</p><p>Uno spettacolo di Gaber non era come un concerto di un cantautore, né come una conferenza o un momento di politica conclamata. Era invece il luogo in cui le contraddizioni della nostra contemporaneità venivano tutte fuori, come rigurgiti improvvisi di <strong>un universo che si stava abituando a mangiare troppo</strong>: troppe idee, troppi miti, troppo cibo, troppe illusioni, troppe frasi fatte… Lo spettacolo era il momento della <strong>digestione di questa alimentazione disordinata</strong>, fatta di pietanze a volte indigeribili, il momento in cui ci si rendeva conto di aver ingurgitato malamente, in fretta e senza il gusto dell’assaporare, tutto ciò che la mensa dell’ideologia facile proponeva. E allora <strong>tutto tornava su</strong>, come raccontava lo stesso Gaber ne <em><strong>La nave</strong></em>, un pezzo rivoltante sotto molti punti di vista, disforico più che euforico, e forse proprio per questo collocato alla fine di uno spettacolo del ’74.</p><p><iframe style="margin-top: 10px;" width="630" height="375" src="http://www.youtube.com/embed/eHS9vflXavw" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><div class="clear"></div></p><p>Perché <strong>la teatralità di Gaber era tutto tranne che consolatoria</strong>, si usciva dallo spettacolo con la testa che ribolliva di domande, di nuovi stupori, di musica anche. Soprattutto si usciva con la felice e drammatica impressione che <strong>tutte le certezze</strong> della platea erano saltate, tutti i bisogni di <em>reductio ad unum</em> di una realtà che si faceva più opaca perché mostrava apertamente le contraddizioni di una crescita impetuosa erano vani. Ed è proprio per questa capacità di <strong>tenere in scacco la realtà interrogandola in controcampo</strong> che Gaber è ancora oggi attuale, pur essendo la pratica del pensiero critico oggi messa spesso al bando. Sembra quasi che Gaber ci accompagni ancora, nonostante siano dieci anni che ci manca. Dieci anni senza Gaber, tutti i giorni con lui.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/21/al-bar-casablanca-con-il-signor-g/301362/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>L’agonia delle strutture del cinema italiano</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/13/l%e2%80%99agonia-delle-strutture-del-cinema-italiano/293265/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/13/l%e2%80%99agonia-delle-strutture-del-cinema-italiano/293265/#comments</comments> <pubDate>Fri, 13 Jul 2012 16:19:58 +0000</pubDate> <dc:creator>Augusto Sainati</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[Cinecittà]]></category> <category><![CDATA[Cinema]]></category> <category><![CDATA[istituto Luce]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=293265</guid> <description><![CDATA[Poco più di un mese fa avevo scritto un post nel quale sollevavo domande circa il futuro del Centro Sperimentale di Cinematografia, il cui presidente Alberoni ha il mandato in scadenza. In quell’occasione sostenevo la necessità che la nuova dirigenza fosse scelta con criteri di assoluta e indiscutibile competenza in materia di cinema e di...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Poco più di un mese fa avevo scritto un <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/06/04/quale-futuro-per-il-centro-sperimentale-di-cinematografia/251305/" target="_blank">post nel quale sollevavo domande circa il futuro del <strong>Centro Sperimentale di Cinematografia</strong>, il cui presidente <strong>Alberoni</strong> ha il mandato in scadenza</a>. In quell’occasione sostenevo la necessità che la nuova dirigenza fosse scelta con criteri di assoluta e indiscutibile competenza in materia di cinema e di formazione, essendo il Centro un’istituzione deputata alla formazione delle nuove leve di cineasti.</p><p>Nel frattempo ne sono successe di cotte e di crude: il decreto sulla <em>spending review</em> è intervenuto <strong>con l’accetta sul Centro Sperimentale</strong>, così come – fatto forse ancor più grave – <strong>sulla Cineteca Nazionale</strong>, che fa parte del Centro, e <strong>sulla Discoteca di Stato</strong>, che da qualche anno era stata ribattezzata <strong>Istituto Centrale per i Beni Sonori e Audiovisivi</strong>. La Discoteca è abolita con un tratto di penna, come fosse l’ente per lo studio delle razze asinine (con tutto il rispetto per gli asini e per chi li studia). La Cineteca è invece trasferita di peso alla società Istituto Luce Cinecittà, una srl (con capitale 15.000 euro!) a partecipazione interamente pubblica, ma governata secondo criteri privati, e soprattutto guidata da un ex amministratore di società Mediaset e da due produttori.</p><p>Pochi giorni prima era intanto scoppiata <strong>la questione Cinecittà</strong>: gli studi gloriosi da anni stanno lavorando relativamente poco, e la società che li amministra (Cinecittà Studios) ha predisposto una ristrutturazione pesante, che prevede riordino dei servizi, soprattutto per il supporto alla produzione e per il digitale, e parziale utilizzo dell’area di Cinecittà per costruire strutture ricettive (dagli alberghi ai centri benessere!). Insomma un <strong>ridimensionamento sostanzioso</strong> del complesso produttivo. Di qui le preoccupate proteste dei lavoratori di Cinecittà, sostenuti da numerose associazioni di categoria e da molti nomi illustri del cinema, e lasciati invece abbastanza in balia di se stessi dal Ministero dei Beni Culturali. Tra le molte manifestazioni di solidarietà giunte in questi giorni, spicca la posizione degli <strong>autori di cinema francesi</strong>, che commentano l’idea di costruire un centro fitness sottolineando che “<strong>dimagrire a spese del patrimonio e della cultura è simbolico</strong>: neanche sotto Berlusconi si era osato tanto”.</p><p>In tutte queste vicende le questioni scottanti sono molte: alcune toccano aspetti strettamente sindacali (che fine fanno i lavoratori di questo comparto, alcuni dei quali destinati a passare sotto il MiBac, altri ad essere assorbiti da nuove società? come si difendono i livelli occupazionali? ecc. ecc.); altre – forse ancor più decisive per il bene pubblico – riguardano la <strong>logica complessiva</strong> che sta dietro a queste misure. Di fatto ciò che è in gioco è l’intero patrimonio audiovisivo e sonoro dell’Italia del Ventesimo secolo. E’ immaginabile che un paese civile lo disperda o lo affidi a società poco capitalizzate così alla leggera? Sarebbe come se la <strong>Biblioteca Nazionale Centrale</strong> di Firenze o l’<strong>Archivio Centrale dello Stato</strong> di Roma fossero soppressi dalla prossima legge finanziaria, o passassero d’un colpo sotto la cura di una casa editrice. E’ una forma di <strong>tutela del patrimonio culturale</strong> (compito prescritto dalla Costituzione) quella di cancellare o di smembrare un’istituzione che conserva per legge quel patrimonio, fino a raccogliere il <strong>deposito legale</strong>? Ed è normale assistere allo smantellamento di un polo produttivo anziché vedere lo stato impegnato in azioni di promozione e valorizzazione? </p><p>Di fatto le misure previste dalla <em>spending review</em> dietro una giustificazione economica lasciano intravedere anche una scelta politica: nell&#8217;Italia del 2012, <strong>ben plasmata dall’era berlusconiana</strong> (la quale cominciò ben prima del famoso discorso della calza che segnò la “discesa in campo” del Cavaliere) ciò che non produce immediato reddito è destinato a morire. Così, il Centro Sperimentale, trasformato in Fondazione nel 1997, sarebbe dovuto fin da allora diventare un centro propulsivo e un luogo di aggregazione di tutte le forze professionali legate al cinema: forze artistiche, forze formative, forze scientifiche. In quest’ottica era stato creato in anni lontani un Comitato Scientifico che era il vero motore delle attività del Centro. L’era Alberoni ha progressivamente <strong>isterilito</strong> l’attività del Comitato, togliendogli autorevolezza e spazi di movimento, e molte iniziative hanno perso forza. In cambio però si sono moltiplicate le sedi e i lauti compensi dei troppi dirigenti, molti dei quali prendono stipendi da centodieci a centocinquantamila euro l’anno.</p><p>Finché la cultura sarà considerata un peso insopportabile – nei luoghi del cinema, ma anche in tanti altri luoghi: dagli archivi, come ha denunciato Giuseppe Galasso pochi giorni fa, all&#8217;università, dai musei alle soprintendenze – non ci saranno misure di contenimento efficaci. <strong>Saper risparmiare senza saper pensare serve a poco</strong>.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/13/l%e2%80%99agonia-delle-strutture-del-cinema-italiano/293265/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Se il grido Italia Italia c’è solo alle partite</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/01/se-il-grido-italia-italia-c%e2%80%99e-solo-alle-partite/280577/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/01/se-il-grido-italia-italia-c%e2%80%99e-solo-alle-partite/280577/#comments</comments> <pubDate>Sun, 01 Jul 2012 14:22:36 +0000</pubDate> <dc:creator>Augusto Sainati</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[Europei 2012]]></category> <category><![CDATA[Italia – Spagna]]></category> <category><![CDATA[Mario Balotelli]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=280577</guid> <description><![CDATA[Stasera vedrò la finale degli Europei, come quasi tutti gli italiani. E ovviamente tiferò per l’Italia. Ma mi sento scippato: senza che me ne accorgessi, negli anni sono stato un po’ derubato della mia identità nazionale. Non mi sento più italiano. Soprattutto non mi sento italiano in frangenti come questi. Mi accorgo dello scippo proprio...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Stasera vedrò la finale degli Europei, come quasi tutti gli italiani. E ovviamente tiferò per l’Italia. Ma mi sento scippato: senza che me ne accorgessi, negli anni sono stato un po’ derubato della mia identità nazionale. <strong>Non mi sento più italiano</strong>. Soprattutto non mi sento italiano in frangenti come questi. Mi accorgo dello scippo proprio quando dovrei avvertire meglio un senso di appartenenza. Perché l’appartenenza non è soltanto <strong>“l’attaccamento alla maglia”</strong>, come pessimamente si dice nel gergo dei commenti televisivi da bar sport. L’appartenenza è un sentimento di fratellanza, è l’essere parte di una <em>communitas</em>, riconoscere nell’altro se stessi e riconoscere gli altri in se stessi. Ora, è vero che la nazionale stessa registra nella sua composizione l’intreccio di etnie che connota la nostra società (e <strong>l’abbraccio tra Balotelli e la madre</strong> resterà un segno indelebile di questo passaggio epocale). Tuttavia, come diceva Giorgio Gaber, “io non mi sento italiano” perché mi pare che il grido “Italia Italia” ci sia davvero solo alle partite. Poi niente più.</p><p><iframe style="margin-top: 10px;" width="630" height="375" src="http://www.youtube.com/embed/5aWYkwV-pn0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><div class="clear"></div></p><p>Lo scippo del quale sono stato vittima – e come me, sospetto, milioni di miei fratelli &#8211; si è consumato lentamente. Ero cresciuto negli anni in cui l’appartenenza era un fatto sociale, il sentirsi parte di una rete era sperimentato tutti i giorni sulla pelle, nella carne del vissuto, nel sofferto formarsi di una coscienza politica, nel confronto continuo su alcuni snodi della morale che cambia, nell’intersezione tra politica e cultura, infine. In questo la mia generazione, quella dei cinquantenni di oggi, è cresciuta come parte di una comunità. E – ancora con Gaber – in questo la mia generazione ha perso.</p><p>Oggi non mi piace che la comunità come luogo di incontro reale sia avvertita quasi esclusivamente nei luoghi dello sport e sia fatta perlopiù di tic sociali, di <strong>riti obbligatori</strong>, del nostro essere consumati consumatori. Ha più senso la comunità virtuale della rete, che ci accompagna nella giornata attraverso tutte le forme di socializzazione isolata prodotte dal web.</p><p>Assistere alla partita non è un gesto festivo, tutto si è ferializzato nell’espansione onnivora del consumo di beni. Nel flusso di esperienze che è il nostro vivere quotidiano <strong>tutto c’è tutti i giorni</strong>, e non ha senso aspettare il rito di una partita che domani sarà sostituita da un’altra partita, e poi da quella dopo.</p><p>Se incappo in un noiosissimo commento televisivo a una partita mi soffermo e guardo con un po’ di tristezza quelle <strong>maschere che si fingono sportivamente onniscienti</strong>. Il consumo forzoso anche di calcio mi ha scippato del senso di comunità: dovrei guardare tutto, i campionati di serie A e B, poi quelli minori, quelli delle leghe estere, sapere tutto di tutti. In questo non c’è più comunità, appartenenza, incertezza, c’è solo un magma indistinto, in cui finirei per non sapere niente di nessuno.</p><p>E comunque stasera incrocio le dita…</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/01/se-il-grido-italia-italia-c%e2%80%99e-solo-alle-partite/280577/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Inediti, se Chaplin continua a darci le sue perle</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/06/29/inediti-se-chaplin-continua-a-darci-le-sue-perle/278692/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/06/29/inediti-se-chaplin-continua-a-darci-le-sue-perle/278692/#comments</comments> <pubDate>Fri, 29 Jun 2012 06:15:37 +0000</pubDate> <dc:creator>Augusto Sainati</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Charlie Chaplin]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=278692</guid> <description><![CDATA[Buone notizie su Charlie Chaplin. La Cineteca di Bologna, che da dieci anni cura il recupero e il restauro dei film e dei materiali chapliniani, ha ritrovato un manoscritto inedito relativo a un progetto di film ispirato al ballerino russo Vaclav Nijinsky. &#160; &#160; Foto © ROY EXPORT COMPANY EST Foto © ROY EXPORT COMPANY...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/06/29/inediti-se-chaplin-continua-a-darci-le-sue-perle/278692/limelight_inedita_02_copyright_roy_export_est/" rel="attachment wp-att-278697"><img class="alignleft size-medium wp-image-278697" title="Limelight_inedita_02_copyright_Roy_Export_Est" src="http://www.ilfattoquotidiano.it/wp-content/plugins/lazy-load/images/1x1.trans.gif?adf349" id="no-script-hide" data-lazy-src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/06/Limelight_inedita_02_copyright_Roy_Export_Est-300x196.jpg?adf349" alt="Limelight inedita di Chaplin" width="300" height="196" /><noscript><img class="alignleft size-medium wp-image-278697" title="Limelight_inedita_02_copyright_Roy_Export_Est" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/06/Limelight_inedita_02_copyright_Roy_Export_Est-300x196.jpg?adf349" alt="Limelight inedita di Chaplin" width="300" height="196" /></noscript></a>Buone notizie su Charlie Chaplin. La <strong>Cineteca di Bologna</strong>, che da dieci anni cura il recupero e il restauro dei film e dei materiali chapliniani, ha ritrovato un <strong>manoscritto inedito</strong> relativo a un progetto di film ispirato al ballerino russo Vaclav Nijinsky.</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p><strong>Foto © ROY EXPORT COMPANY EST</strong></p><p style="text-align: left;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/06/29/inediti-se-chaplin-continua-a-darci-le-sue-perle/278692/chaplin_manoscritto_inedito_p_1_copyright_roy_export_est/" rel="attachment wp-att-278693"><img class="size-medium wp-image-278693" title="Chaplin_manoscritto_inedito_p_1_copyright_Roy_Export_Est" src="http://www.ilfattoquotidiano.it/wp-content/plugins/lazy-load/images/1x1.trans.gif?adf349" id="no-script-hide" data-lazy-src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/06/Chaplin_manoscritto_inedito_p_1_copyright_Roy_Export_Est-228x300.jpg?adf349" alt="Manoscritto inedito Chaplin" width="228" height="300" /><noscript><img class="size-medium wp-image-278693" title="Chaplin_manoscritto_inedito_p_1_copyright_Roy_Export_Est" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/06/Chaplin_manoscritto_inedito_p_1_copyright_Roy_Export_Est-228x300.jpg?adf349" alt="Manoscritto inedito Chaplin" width="228" height="300" /></noscript></a><strong></strong></p><p style="text-align: left;"><strong>Foto © ROY EXPORT COMPANY EST</strong></p><p style="text-align: left;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/06/29/inediti-se-chaplin-continua-a-darci-le-sue-perle/278692/chaplin_manoscritto_inedito_p_2_copyright_roy_export_est-2/" rel="attachment wp-att-278698"><img class="alignleft size-medium wp-image-278698" title="Chaplin_manoscritto_inedito_p_2_copyright_Roy_Export_Est" src="http://www.ilfattoquotidiano.it/wp-content/plugins/lazy-load/images/1x1.trans.gif?adf349" id="no-script-hide" data-lazy-src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/06/Chaplin_manoscritto_inedito_p_2_copyright_Roy_Export_Est1-228x300.jpg?adf349" alt="Manoscritto inedito Chaplin" width="228" height="300" /><noscript><img class="alignleft size-medium wp-image-278698" title="Chaplin_manoscritto_inedito_p_2_copyright_Roy_Export_Est" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/06/Chaplin_manoscritto_inedito_p_2_copyright_Roy_Export_Est1-228x300.jpg?adf349" alt="Manoscritto inedito Chaplin" width="228" height="300" /></noscript></a></p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p><strong>Foto © ROY EXPORT COMPANY EST</strong></p><p>Il ritrovamento è avvenuto durante le ricerche su un altro film, il grande e crepuscolare <em>Luci della ribalta</em>, realizzato giusto sessant’anni fa, nel 1952, di cui pure sono venute alla luce alcune foto inedite che ritraggono Chaplin con Buster Keaton. Certi elementi di questo film sembrano infatti <strong>ripresi dal soggetto ora ritrovato</strong>, e non è un caso che il ritrovamento sia avvenuto in questa occasione. Anche <em>Luci della ribalta</em> è ambientato nell’universo dello spettacolo, e sia nel film che nel soggetto inedito c’è un artista in là con gli anni preoccupato per la carriera e il destino di una ballerina più giovane di lui. Inoltre il tema umanista del soggetto è tipicamente chapliniano: “Il tema è il fatto che la carriera non è il compimento dei desideri dell’uomo, ma solo <strong>una strada che lo conduce al suo destino</strong>”.</p><p>Chaplin aveva conosciuto Nijinsky negli anni Dieci, durante la lavorazione di uno dei suoi cortometraggi, <em>Easy street</em>. L’incontro deve aver lasciato il segno, se è vero che a distanza di alcuni decenni il regista scrisse questo soggetto, il cui personaggio principale era un danzatore che nella finzione avrebbe dovuto chiamarsi, guarda un po’, Naginsky.</p><p>Il ritrovamento è prezioso in sé, e quello di Chaplin, da sempre custode rigoroso dei suoi materiali, è un <strong>vero giacimento culturale</strong> forse unico al mondo. Ma la scoperta suggerisce che anche per il cinema vale ciò che vale per la letteratura, la pittura, l’architettura ecc. Ogni film è il risultato di un <strong>lavorio infinito</strong>, di una serie di concrezioni, di <strong>scaglie di lavoro e di tempo</strong> che si addizionano le une sulle altre, di correzioni continue che non si esauriscono mai e che seguono vie spesso misteriose. Il lavoro di ricerca in profondità fatto dalla Cineteca di Bologna prosegue quello avviato anni fa da un ricercatore come Kevin Brownlow, e confluito poi in un film di montaggio, <em>Unknown Chaplin</em>. Utilizzando molte riprese realizzate da Chaplin e poi rimaste inutilizzate, Brownlow aveva già mostrato <strong>il grado di perfezione che Chaplin perseguiva per ogni gag</strong>, per ogni soluzione scenica: spesso Chaplin <strong>modificava durante le riprese</strong> la struttura comica della scena, e ci sono spezzoni di film che raccontano la genesi e l’evoluzione di un’idea, come si trattasse di varianti successive di una poesia o di una tela.</p><p><iframe style="margin-top: 10px;" width="630" height="375" src="http://www.youtube.com/embed/9A7xza366-g" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><div class="clear"></div></p><p>Nel 1929 in un <em>home movie</em> girato da Douglas Fairbanks vediamo Chaplin giocare a inventarsi situazioni che poi sarebbero ritornate anni dopo nel <em>Dittatore</em>.</p><p><iframe style="margin-top: 10px;" width="630" height="375" src="http://www.youtube.com/embed/cesmR2kqDRM" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><div class="clear"></div></p><p><strong>La Scuola Normale di Parigi</strong> da anni studia il cinema da un punto di vista genetico, mostrando proprio le vie tortuose dei percorsi della creazione, che peraltro questi ritrovamenti miracolosi mettono a nudo. E alcune università americane accolgono importanti fondi di materiali inediti (incredibile a dirsi, ma gli inediti di Fellini stanno in America…). Perché la stessa cosa non si fa nelle università italiane e si delegano per queste ricerche solo le Cineteche? In fondo una Scuola Normale c’è anche in Italia…</p><p><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/06/29/inediti-se-chaplin-continua-a-darci-le-sue-perle/278692/chaplin_manoscritto_inedito_p_10_copyright_roy_export_est/" rel="attachment wp-att-278699"><img class="alignleft size-medium wp-image-278699" title="Chaplin_manoscritto_inedito_p_10_copyright_Roy_Export_Est" src="http://www.ilfattoquotidiano.it/wp-content/plugins/lazy-load/images/1x1.trans.gif?adf349" id="no-script-hide" data-lazy-src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/06/Chaplin_manoscritto_inedito_p_10_copyright_Roy_Export_Est-228x300.jpg?adf349" alt="Manoscritto inedito Chaplin" width="228" height="300" /><noscript><img class="alignleft size-medium wp-image-278699" title="Chaplin_manoscritto_inedito_p_10_copyright_Roy_Export_Est" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/06/Chaplin_manoscritto_inedito_p_10_copyright_Roy_Export_Est-228x300.jpg?adf349" alt="Manoscritto inedito Chaplin" width="228" height="300" /></noscript></a></p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p><strong>Foto © ROY EXPORT COMPANY EST</strong></p><p><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/06/29/inediti-se-chaplin-continua-a-darci-le-sue-perle/278692/chaplin_manoscritto_inedito_p_11_copyright_roy_export_est/" rel="attachment wp-att-278700"><img class="alignleft size-medium wp-image-278700" title="Chaplin_manoscritto_inedito_p_11_copyright_Roy_Export_Est" src="http://www.ilfattoquotidiano.it/wp-content/plugins/lazy-load/images/1x1.trans.gif?adf349" id="no-script-hide" data-lazy-src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/06/Chaplin_manoscritto_inedito_p_11_copyright_Roy_Export_Est-228x300.jpg?adf349" alt="Manoscritto inedito Chaplin" width="228" height="300" /><noscript><img class="alignleft size-medium wp-image-278700" title="Chaplin_manoscritto_inedito_p_11_copyright_Roy_Export_Est" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/06/Chaplin_manoscritto_inedito_p_11_copyright_Roy_Export_Est-228x300.jpg?adf349" alt="Manoscritto inedito Chaplin" width="228" height="300" /></noscript></a></p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p><strong>Foto © ROY EXPORT COMPANY EST</strong></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/06/29/inediti-se-chaplin-continua-a-darci-le-sue-perle/278692/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La distanza che ci separa da &#8220;Berlinguer ti voglio bene&#8221;</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/06/23/la-distanza-che-ci-separa-da-berlinguer-ti-voglio-bene/272996/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/06/23/la-distanza-che-ci-separa-da-berlinguer-ti-voglio-bene/272996/#comments</comments> <pubDate>Sat, 23 Jun 2012 14:22:28 +0000</pubDate> <dc:creator>Augusto Sainati</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Cinema Italiano]]></category> <category><![CDATA[Giuseppe Bertolucci]]></category> <category><![CDATA[Roberto Benigni]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=272996</guid> <description><![CDATA[La recente scomparsa di Giuseppe Bertolucci, maestro di un cinema italiano intelligente e impegnato nella ricerca di nuovi percorsi così come attento al proprio passato (era stato tra l’altro per molti anni presidente della Cineteca di Bologna), sta facendo riemergere in questi giorni di ricordi e di testimonianze un film-culto, adorato da un’intera generazione di...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>La recente scomparsa di <strong>Giuseppe Bertolucci</strong>, maestro di un cinema italiano intelligente e impegnato nella ricerca di nuovi percorsi così come attento al proprio passato (era stato tra l’altro per molti anni presidente della Cineteca di Bologna), sta facendo riemergere in questi giorni di ricordi e di testimonianze un film-culto, adorato da un’intera generazione di spettatori cresciuti negli anni Settanta, ma amato moltissimo anche dagli spettatori più giovani: <em><strong>Berlinguer, ti voglio bene</strong></em>. Fu il primo film per il cinema di cui Bertolucci firmò la regia e il primo film interpretato da <strong>Roberto Benigni</strong>.</p><p>Bertolucci e Benigni lo scrissero insieme, sull’onda del mitico monologo <em>Cioni Mario di Gaspare fu Giulia</em>, che aveva fatto conoscere Benigni attraverso il circuito delle case del popolo e delle cantine. Rivederlo ora fa impressione perché vi traspare tutta l’energia di cui il <strong>cinema italiano</strong> era portatore e che oggi sembra smarrita. C’è in quel film naturalmente la forza vitale di Benigni, che all’epoca (siamo nel ’77) sconvolse il panorama della produzione comica italiana apportandovi la linfa che veniva dalla cultura contadina nutrita del contatto con la materia, con la terra, con i ritmi e i cicli delle cose naturali. Quella cultura che rendeva necessariamente tattili tutte le cose, sicché anche il mitico <strong>monologo sboccato</strong> di Cioni Mario nel campo, subito dopo la notizia della morte della madre e il contestuale naufragio di un’avventura galante appena iniziata in una sala da ballo, perdeva ogni volgarità malgrado l’uso abbondantissimo del turpiloquio e acquistava la <strong>concretezza delle cose</strong> corporali qui quasi rese oggetto sacro.</p><p><iframe style="margin-top: 10px;" width="630" height="375" src="http://www.youtube.com/embed/CeiR6Q2Yonk" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><div class="clear"></div></p><p>Ma c’è anche la forza di invenzione di una regia fresca, capace di sciogliere i vincoli narrativi un po’ stantii della commedia italiana dell’epoca, di liberare la<strong> scrittura</strong> facendo del film più il luogo di un’esplosione di vitalità, più la manifestazione di un<strong> bisogno</strong> (bisogno di cosa? forse non si sa nemmeno bene, ma bisogno comunque: di rivoluzione, di comunismo, di donne, di mamma, di sesso, di tutto insieme senza ordine…) che il racconto di una storia.</p><p>E c’è poi tutta l’<strong>energia politica</strong> che animava la società italiana ancora quarant’anni fa. Il<strong> comunismo </strong>visto un po’ fideisticamente e molto fisicamente come il luogo di un godimento quasi orgasmico. Un luogo che si sarebbe materializzato d’improvviso, un giorno, facendo diventare adulta quella società che fremeva dalla voglia di lasciare la propria condizione infantile, ma che non sapeva attrezzarsi da sola per farlo.</p><p><iframe style="margin-top: 10px;" width="630" height="375" src="http://www.youtube.com/embed/4REpEFPdUk8" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><div class="clear"></div></p><p>Forse <em>Berlinguer ti voglio bene</em> è il primo e anche l’ultimo film in cui il <strong>corpo</strong>, il <strong>cinema</strong> e la <strong>politica</strong> sono guardati con un atteggiamento di amore laico e carnale: quasi che solo la congiunzione di questi tre elementi fosse capace di produrre una forza propulsiva, di cui la società e il cinema invertebrati di oggi sentono molto la mancanza.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/06/23/la-distanza-che-ci-separa-da-berlinguer-ti-voglio-bene/272996/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Quale futuro per il Centro Sperimentale di Cinematografia?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/06/04/quale-futuro-per-il-centro-sperimentale-di-cinematografia/251305/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/06/04/quale-futuro-per-il-centro-sperimentale-di-cinematografia/251305/#comments</comments> <pubDate>Mon, 04 Jun 2012 07:42:20 +0000</pubDate> <dc:creator>Augusto Sainati</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Cinema]]></category> <category><![CDATA[Francesco Alberoni]]></category> <category><![CDATA[Governo Berlusconi]]></category> <category><![CDATA[Lorenzo Ornaghi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=251305</guid> <description><![CDATA[Una recente interrogazione presentata alla Camera dall’onorevole Daniele Galli (Fli) al Ministro Ornaghi solleva la questione della governance del Centro Sperimentale di Cinematografia, gloriosa, gloriosissima scuola che ha formato intere generazioni di cineasti e intellettuali in Italia e non solo (per dire, Michelangelo Antonioni e Gabriel García Márquez sono usciti di lì). Il Centro esiste...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://banchedati.camera.it/sindacatoispettivo_16/showXhtml.Asp?idAtto=54508&amp;stile=6&amp;highLight=1 " target="_blank">Una recente interrogazione presentata alla Camera dall’onorevole Daniele Galli (Fli) al Ministro Ornaghi</a> solleva la questione della governance del <strong>Centro Sperimentale di Cinematografia</strong>, gloriosa, gloriosissima scuola che ha formato intere generazioni di cineasti e intellettuali in Italia e non solo (per dire, <strong>Michelangelo Antonioni</strong> e <strong>Gabriel García Márquez</strong> sono usciti di lì). Il Centro esiste dalla metà degli anni Trenta, è un’istituzione dalla quale in un modo o in un altro – come allievo o docente o come collaboratore a vario titolo &#8211; è passata gran parte dell’intellighenzia italiana. Da sempre ha avuto una natura molto particolare, perché le materie che vi si insegnano sono la regia, la recitazione, la fotografia, la scenografia, il montaggio ecc. Ma anche la storia del cinema, la storia dell’arte ecc. Da dieci anni il presidente del Centro Sperimentale è <strong>Francesco Alberoni</strong>, sociologo, professore, firma storica del <em>Corriere della sera</em> e ora del <em>Giornale</em>.</p><p>Quando Alberoni fu nominato dal <strong>governo Berlusconi</strong>, prese il posto di Lino Miccichè, grande figura di animatore culturale irriducibile a una sola funzione (fu critico dell’<em>Avanti!</em>, poi di Rai3, professore di Storia del cinema a Siena e poi a Roma, direttore di riviste, organizzatore di festival, presidente della Biennale di Venezia ecc.). L’interrogazione dell’on. Galli invita il ministro a verificare i <strong>criteri di gestione del Centro</strong>, apparentemente non sempre improntati a trasparenza (Galli segnala per esempio che il direttore della sede milanese del Centro Sperimentale è il genero di Alberoni e mette il dito sui super stipendi di alcuni dirigenti, pagati fino a 150.000 euro l’anno). Ma tutta la vicenda serve anche a riportare l’attenzione sulla scuola, proprio nel momento in cui sta scadendo il mandato di Alberoni e si dovrà procedere alla nomina di una nuova dirigenza.</p><p>Alla nomina di Alberoni nel 2002 ci fu chi – pur non mettendo in discussione il profilo scientifico e culturale del professore – si chiese che cosa ci facesse un sociologo al Centro Sperimentale. <strong>“</strong>Sarebbe come mettere un astrologo al dipartimento di italianistica<strong>”</strong>, commentò ad esempio Carlo Lizzani. Ora per il rinnovo delle cariche è auspicabile che venga seguita la <strong>prassi dei <em>curricula</em></strong> inaugurata dal governo per nominare la nuova dirigenza Rai. Ma, data per scontata la necessità di una competenza specifica, bisogna anche chiedersi quale profilo di cineasti si intende formare. <strong>Truffaut</strong> diceva che <span style="color: #222222;">i film dei registi della sua generazione rischiavano di essere giudicati da qualcuno che poteva non aver mai visto un film di Murnau. Oggi, quasi quarant’anni dopo quelle parole di Truffaut, il rischio è che siano i cineasti di domani, e non solo gli spettatori, a non aver mai visto un film di Murnau. </span></p><p><span style="color: #222222;">Come sempre, l’alternativa è tra un modello formativo più attento ai bisogni del mercato (capace cioè di formare dei buoni professionisti, punto e basta) e </span><span style="color: #222222;">un <strong>modello più attento alla formazione</strong> di una consapevolezza critica</span><span style="color: #222222;"> accanto a quella tecnica, un modello cioè che riporti alla tradizione originale del Centro. Il cinema italiano ha bisogno di figure colte oltre che tecnicamente preparate, altrimenti </span><span style="color: #222222;">tutto sarà sempre “medio”</span><span style="color: #222222;">. In questo senso stupisce la recente presa di posizione dell’<strong>associazione dei </strong></span><span style="color: #222222;"><strong>100 Autori</strong></span><span style="color: #222222;"> (una delle principali associazioni dei professionisti del cinema), la quale in un comunicato si augura che si interrompa la tradizione di nominare un professore universitario alla presidenza del Centro. Il problema non è questo. E’ invece quello di pensare che un’istituzione deputata alla formazione deve dare gli strumenti essenziali della formazione stessa: capacità tecniche ed educazione al pensiero critico (e non si vede perché uno sceneggiatore o un montatore dovrebbe essere </span><span style="color: #222222;"><em>a priori</em></span><span style="color: #222222;"> meglio di un professore). Sapendo peraltro che la grande Arte non si insegna in nessuna scuola, ma ha bisogno di percorsi eccentrici e autonomamente originali.</span></p><p><span style="color: #222222;">Altrimenti saremo sempre condannati ad avere un cinema “carino”.</span></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/06/04/quale-futuro-per-il-centro-sperimentale-di-cinematografia/251305/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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