<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Andrea Pomella</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/apomella/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sat, 26 May 2012 20:00:11 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>Alfano fa lo struzzo nelle sabbie mobili</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/22/alfano-struzzo-nelle-sabbie-mobili/237658/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/22/alfano-struzzo-nelle-sabbie-mobili/237658/#comments</comments> <pubDate>Tue, 22 May 2012 08:48:42 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Pomella</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[angelino alfano]]></category> <category><![CDATA[elezioni amministrative 2012]]></category> <category><![CDATA[Movimento 5 Stelle]]></category> <category><![CDATA[pdl]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=237658</guid> <description><![CDATA[Fra le molte dichiarazioni post elettorali che si sono riversate sui media nelle ultime ventiquattro ore ce n’è una che fa quasi tenerezza. L’ha pronunciata il segretario del Pdl Angelino Alfano, dicendo una cosa così: “Il messaggio che arriva dagli elettori è fortissimo, chiedono una nuova offerta politica: siamo determinati a offrirla a loro e...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Fra le molte dichiarazioni post elettorali che si sono riversate sui media nelle ultime ventiquattro ore ce n’è una che fa quasi<strong> tenerezza</strong>. L’ha pronunciata il segretario del Pdl Angelino Alfano, <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/21/alfano-conferenza-senza-domande-giornalisti-daremo-nuova-politica/237408/" target="_blank">dicendo una cosa così</a>:<em> “Il messaggio che arriva dagli elettori è fortissimo, chiedono una nuova offerta politica: siamo determinati a offrirla a loro e al paese. Riteniamo che gli elettori di centrodestra restino ampiamente maggioritari nel Paese. Sono chiari due fatti: questi elettori non hanno scelto e non sceglieranno la sinistra e questa volta hanno massicciamente scelto l’astensione”</em>.</p><p>Andiamo nel dettaglio. Alfano, tanto per cominciare, parla di <strong>“offerta politica”</strong>. In economia, per offerta si intende la quantità di un certo bene o servizio che viene messa in vendita in uno specifico momento a un determinato prezzo. Allevato in un partito azienda, il buon Alfano non riesce più a svincolarsi dall’idea che gli elettori “si comprano” formulando un’offerta vantaggiosa, un’offerta cioè che non contempla un pacchetto di risposte o soluzioni ai problemi del paese, ma che si configura come un nuovo prodotto politico che viene immesso sul mercato a un prezzo conveniente (tradotto: cambio del nome del partito, nuovo brand e nuova identità visiva ad alto impatto populista).</p><p><em>“Riteniamo che gli elettori di centrodestra restino ampiamente maggioritari nel Paese”</em>. Tutto si può “ritenere”, per carità, ma in presenza di dati oggettivi – il Pdl ha perso due terzi dei comuni superiori ai quindicimila abitanti che amministrava prima di questa tornata elettorale, passando da 98 a 33 – si fa fatica a credere che in questo preciso momento storico in Italia esista (“ampiamente” poi) <strong>una maggioranza</strong> di centrodestra.</p><p><em>“Questi elettori non hanno scelto e non sceglieranno la sinistra”</em>. Probabile. Ma con tutti i “se” e i “ma” del caso (con buona pace di Bersani e dei suoi concitati toni trionfalistici), la sinistra ha comunque raddoppiato il bottino rispetto alle precedenti amministrative. Cosa voglia dire ce lo ha spiegato qualche anno fa proprio Massimo D’Alema: “La sinistra di per sé è un male. Soltanto l&#8217;esistenza della destra rende questo male <strong>sopportabile</strong>”.</p><p><em>“Questa volta</em> [gli elettori] <em>hanno massicciamente scelto l’astensione”</em>. La scarsa dimestichezza con i principi della democrazia tipica del partito che rappresenta fa qui cadere Alfano in una lettura dell’astensione in termini puerili e <strong>consolatori</strong>, dimenticando che l’astensione a rigor di logica non è una scelta di campo, ma una rinuncia, un’abdicazione che demanda ad altri il diritto/dovere di scegliere. Chiaro – sottintende Alfano – chi non ha votato è di destra; un’affermazione che non è (e non può essere) suffragata da alcun dato attendibile, proprio perché chi non vota non si esprime.</p><p>La dichiarazione di Alfano, per concludere, ha il pregio di marcare l’abisso tra una politica vecchia maniera e quella <strong><em>next big thing</em></strong> che si va via via affacciando sull’orizzonte politico italiano e di cui il Movimeno 5 Stelle, nelle sue modalità comunicative, rappresenta – a mio avviso – solo un prodromo. Insomma, Alfano fa lo struzzo (in perfetto stile prima repubblica), ignorando però che stavolta la testa l’ha infilata nelle sabbie mobili.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/22/alfano-struzzo-nelle-sabbie-mobili/237658/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>L&#8217;amore al tempo delle multinazionali della repressione</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/02/lamore-tempo-delle-multinazionali-della-repressione/216095/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/02/lamore-tempo-delle-multinazionali-della-repressione/216095/#comments</comments> <pubDate>Wed, 02 May 2012 16:58:30 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Pomella</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Daniela Ranieri]]></category> <category><![CDATA[iran]]></category> <category><![CDATA[multinazionali]]></category> <category><![CDATA[Nokia Siemens Networks]]></category> <category><![CDATA[precari]]></category> <category><![CDATA[Rainer Maria Rilke]]></category> <category><![CDATA[rivoluzione verde]]></category> <category><![CDATA[Tutto cospira a tacere di noi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=216095</guid> <description><![CDATA[Nel giugno del 2009 un articolo del Wall Street Journal accusò Nokia Siemens Networks (NSN) di aver fornito alle autorità iraniane una tecnologia in grado di individuare in rete gli attivisti che manifestavano contro la dittatura. Il software, attraverso l’uso di Deep Packet Inspection – un sistema di filtraggio dei pacchetti dati –, permetteva alle...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Nel giugno del 2009 <a href="http://online.wsj.com/article/SB124562668777335653.html" target="_blank">un articolo del <em>Wall Street Journal</em></a> accusò Nokia Siemens Networks (NSN) di aver fornito alle autorità iraniane una tecnologia in grado di individuare in rete gli attivisti che manifestavano <strong>contro la dittatura</strong>. Il software, attraverso l’uso di <em>Deep Packet Inspection</em> – un sistema di filtraggio dei pacchetti dati –, permetteva alle autorità iraniane di raccogliere informazioni sui singoli dissidenti e sulle loro comunicazioni via web e quindi di incarcerarli e torturarli.</p><p>Da parte sua, la Nokia Siemens Networks si affrettò a smentire sostenendo che un simile software non esisteva, e che in realtà il sistema di monitoraggio era in grado di intercettare solamente le conversazioni telefoniche. Ne seguì una campagna di <strong>boicottaggio</strong> dei prodotti Nokia promossa da alcuni blog. Negli Stati Uniti un gruppo di attivisti iraniani si spinse oltre, denunciò l’azienda sostenendo la tesi secondo la quale il produttore degli strumenti tecnologici utilizzati per commettere atti criminali è corresponsabile di quegli atti.</p><p>Sui regimi dittatoriali che fanno affari o traggono, direttamente o indirettamente, profitto da nebulose <em>joint venture</em> multinazionali è fiorita una letteratura che va dalle classiche <em>spy story</em> a vere e proprie opere di denuncia, come quelle che, tanto per fare un esempio, costarono la vita allo scrittore nigeriano <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ken_Saro-Wiwa" target="_blank">Ken Saro-Wiwa</a>.</p><p>Qui da noi quest’anno è uscito un romanzo molto particolare, la cui storia ruota proprio intorno ai legami segreti che intercorrono tra una piccola società di comunicazione con sede a Roma e una multinazionale della repressione. Si tratta dell’opera prima di Daniela Ranieri, romana, classe 1977, che porta un titolo derivato dalla seconda elegia duinese di Rainer Maria Rilke, <a href="http://www.ibs.it/code/9788862204415/ranieri-daniela/tutto-cospira-tacere.html" target="_blank"><em>Tutto cospira a tacere di noi</em></a> (editore Ponte alle Grazie).</p><p>Il romanzo racconta la storia d’amore tra Luigi Trevor, il membro di un gruppo sovversivo informatico, e Arianna, la donna che ha occupato prima di lui la postazione di lavoro nella società di comunicazione presso cui Trevor viene assunto. Arianna è scomparsa nel nulla dopo aver scoperto le infide connessioni criminali che legano la società di comunicazione a lontane realtà dittatoriali. I due non si incontrano mai, se non nel cosmo immateriale delle testimonianze, degli appunti, delle pagine di diario che Arianna ha lasciato nel suo computer.</p><p>Ne scaturisce una sontuosa raffigurazione di un mondo piccolo e meschino, quello delle aziende in cui si parlano linguaggi settoriali, gerghi che diventano vere e proprie chiavi di accesso sociali, in cui il sorriso dei manager è <strong>più freddo di un hardware</strong>, in cui il precariato non è solo una condizione contrattuale, ma assume i contorni di una solitudine mentale, dell’inutilità, della routine.</p><p>Scritto con un linguaggio sorprendente e ricchissimo, spesso ironico e irridente, pieno zeppo di riferimenti intertestuali a grandi capolavori della letteratura universale, quello di Daniela Ranieri è un romanzo inclassificabile, che affronta il tema cospiratorio tipico di tanta letteratura postmoderna preferendo però puntare l’attenzione sulla parte apparentemente meno intrigante, quella delle anime sole, minute, schiacciate dai grandi flussi affaristici e finanziari della storia. Una lettura a conti fatti tragica di un mondo, quello contemporaneo, che si fonda sul marketing più sfacciato e sullo sfruttamento delle intelligenze migliori di una generazione.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/02/lamore-tempo-delle-multinazionali-della-repressione/216095/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Stoner, l&#8217;epopea remissiva di un uomo</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/23/stoner-lepopea-remissiva-uomo/206541/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/23/stoner-lepopea-remissiva-uomo/206541/#comments</comments> <pubDate>Mon, 23 Apr 2012 09:05:23 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Pomella</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Piacere quotidiano]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[America]]></category> <category><![CDATA[antieroe]]></category> <category><![CDATA[John Williams]]></category> <category><![CDATA[romanzo]]></category> <category><![CDATA[Stoner]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=206541</guid> <description><![CDATA[Immagina una storia semplice, così semplice da apparire quasi insipida e convenzionale: per esempio, la vita ordinaria di un uomo vissuto in America tra gli anni Dieci e Cinquanta del secolo scorso, uno che nasce da una coppia di contadini poverissimi, che si iscrive all’università quasi per caso, che finisce per insegnare in quella stessa...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Immagina una storia semplice, così semplice da apparire <strong>quasi insipida e convenzionale</strong>: per esempio, la vita ordinaria di un uomo vissuto in America tra gli anni Dieci e Cinquanta del secolo scorso, uno che nasce da una coppia di contadini poverissimi, che si iscrive all’università quasi per caso, che finisce per insegnare in quella stessa università fino alla fine dei suoi giorni, che in tutta la vita ha due soli amici (uno dei quali muore in giovane età), due soli nemici (la moglie e un collega accademico molto potente), due soli amori (sua figlia e una sua studentessa), che si lascia lentamente massacrare dalla banalità della vita e delle persone senza opporre quasi mai resistenza, che infine muore, perché la storia semplice di un uomo inizia e finisce con una nascita e una morte, che non lascia di sé né traccia né ricordo.</p><p>Ora immagina che questa storia seduca uno scrittore di romanzi che decide di farne, appunto, un romanzo, e che poi seduca un editore, che a sua volta decide di trasformare quel romanzo in un libro di 320 pagine, e che infine seduca una schiera di lettori che danno a questa storia una dignità e un senso. Una volta immaginato tutto questo, prova a pensare per quale motivo una storia del genere, <strong>l’epopea remissiva di un uomo oppresso</strong>, riesca a superare tutti i passaggi, ad essere pubblicato, dimenticato, poi di nuovo riscoperto e acclamato, e che riesca alla fine a conquistare il mondo delle lettere. Ecco, ora hai davanti agli occhi un esempio fulgido e magnifico della perfetta insondabilità e del fascino imperscrutabile della grande narrativa d’invenzione.</p><p>Questo è <em><a href="http://www.ibs.it/code/9788864112367/williams-john-e-/stoner.html" target="_blank">Stoner</a></em>, il terzo romanzo di <strong>John Williams</strong> (1922-1994), pubblicato quest’anno per la prima volta in Italia da Fazi.</p><p>Uscito originariamente nel 1965 e ristampato solo a metà degli anni 2000 dalla New York Review of Books, è un racconto lungo una vita che ha l’incedere lento di una diligenza che attraversa la Monument Valley senza accorgersi quasi mai del sole che scalda la terra e del cielo che incombe, un affresco levigato e struggente di un <strong>antieroe americano</strong> e una riflessione amara sulle occasioni, sugli errori, sul senso profondo di un’esistenza vissuta come sopportazione. Scritto con un linguaggio preciso, dolcissimo e sapiente, <em>Stoner </em>ha la levatura di un grande classico della letteratura americana, si pone accanto ai capolavori imperituri di gente come Steinbeck, Faulkner e Dos Passos.</p><p>Per quale ragione sia rimasto sepolto e dimenticato per così tanti anni è un mistero la cui soluzione si può forse intravedere in una frase che a un certo punto pronuncia uno dei personaggi del libro: “Ci sono guerre, sconfitte e vittorie della razza umana che non sono di natura militare e non vengono registrate negli annali della storia”. Quelle guerre, quelle sconfitte e vittorie, sono nella vita di ognuno di noi, e forse solo la buona letteratura riesce a convincerci di tanto in tanto che possano essere perfino interessanti.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/23/stoner-lepopea-remissiva-uomo/206541/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Il boia e il poeta</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/15/boia-poeta/204615/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/15/boia-poeta/204615/#comments</comments> <pubDate>Sun, 15 Apr 2012 13:45:15 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Pomella</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Argentina]]></category> <category><![CDATA[com/posizioni]]></category> <category><![CDATA[desaparecidos]]></category> <category><![CDATA[Jorge Rafael Videla]]></category> <category><![CDATA[josé saramago]]></category> <category><![CDATA[Juan Gelman]]></category> <category><![CDATA[Julio Cortázar]]></category> <category><![CDATA[poesia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=204615</guid> <description><![CDATA[Qualche settimana fa ho ricevuto un piccolo libro. Ne voglio parlare perché il suo autore è un poeta, Juan Gelman, uno dei più importanti al mondo (non lo dico io, l’ha detto, tra i molti, uno che si chiamava José Saramago). Ne voglio parlare perché ho terminato di leggerlo proprio ieri, e ieri per Juan...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Qualche settimana fa ho ricevuto un piccolo libro. Ne voglio parlare perché il suo autore è un poeta, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Juan_Gelman" target="_blank"><strong>Juan Gelman</strong></a>, uno dei più importanti al mondo (non lo dico io, l’ha detto, tra i molti, uno che si chiamava José Saramago). Ne voglio parlare perché ho terminato di leggerlo proprio ieri, e ieri per Juan Gelman<strong> non è stato un giorno qualsiasi</strong>.</p><p>Gelman è argentino. È  vissuto a lungo in esilio durante gli anni della dittatura militare. In quegli anni ha visto sparire, inghiottiti nel gorgo depravato del fascismo di Stato, il figlio e la nuora, genitori a loro volta di una bimba che nacque in carcere e della quale, fino al 1999, si perse ogni traccia, salvo poi essere ritrovata presso una famiglia di Montevideo alla quale era stata data in adozione.</p><p>Per lui, sapere che ieri <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Jorge_Rafael_Videla" target="_blank">Jorge Rafael Videla</a>, il boia che fu a capo della <em>junta</em> fino al 1981, ha ammesso per la prima volta che <a href="http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2012/04/13/visualizza_new.html_184609613.html" target="_blank">durante la dittatura sono state uccise “sette-ottomila persone”</a> (nella trivialità dell’approssimazione c’è tutto il disprezzo che quest’uomo ottantaseienne tuttora nutre per la vita umana) rivelando che i loro corpi sono stati fatti scomparire per evitare che nel paese e nella comunità internazionale si sollevassero ondate di protesta, per lui – dicevo – dev’essere stato come ricevere una pugnalata nel cuore.</p><p>Il libro si intitola <em><a href="http://www.ibs.it/code/9788897325031/gelman-juan/com/posizioni.html" target="_blank">com/posizioni</a></em> (Rayuela Edizioni, traduzione di Laura Branchini), fu pubblicato originariamente in spagnolo nel 1986 da Ediciones del Mall (Barcellona), e si apre con un testo dell’81, commosso e appassionato, che reca la firma di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Julio_Cortázar" target="_blank">Julio Cortázar</a>. Vi si legge, tra l’altro: <em>“Quando Juan trasforma il sostantivo dittatura in un verbo, la prima reazione a una lettura veloce è di sorpresa e quasi di scandalo, si guarda al verso come se fosse abbruttito da un errore di stampa, e poi di colpo si fa il salto, e si scopre la ricchezza di tale metafora, tanto profondamente legata alla nostra realtà, nella quale tutto è dittaturato”</em>.</p><p>Le poesie che si succedono in questa raccolta sono di un genere speciale. Lo spiega lo stesso Gelman: <em>“chiamo com/posizioni le poesie che seguono, perché le ho com/poste, vale a dire, ho messo cose mie nei testi che grandi poeti scrissero secoli fa”</em>.  Traduzioni di antichi versi, in principio, che passando attraverso la voce di Gelman assumono una tonalità nuova, si rigenerano per sovrapposizione, diventano dialoghi poetici che grazie al mistero della parola umana <strong>valicano i millenni</strong>.</p><p>Un’operazione, quella del piccolo editore Rayuela, due volte benedetta, che spero contribuisca a far conoscere ancor di più in Italia un poeta straordinario, un cantore dell’amore, dell’esilio, della disillusione, un testimone rabbioso e commosso delle immani tragedie che hanno segnato il Novecento.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/15/boia-poeta/204615/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Il grande romanzo di un bracconiere di parole</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/13/grande-romanzo-bracconiere-parole/204187/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/13/grande-romanzo-bracconiere-parole/204187/#comments</comments> <pubDate>Fri, 13 Apr 2012 09:08:38 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Pomella</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Piacere quotidiano]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Il nome giusto]]></category> <category><![CDATA[libri]]></category> <category><![CDATA[roma]]></category> <category><![CDATA[sergio garufi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=204187</guid> <description><![CDATA[Se a distanza di quasi un anno dalla sua data di pubblicazione un libro continua a far parlare di sé, se quello stesso libro ti fa sentire l’urgenza di discuterne in pubblico e con i tuoi amici, se ti fa venire voglia di rintracciare all’interno delle sue pagine le assonanze misteriose che lo legano ad...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Se a distanza di quasi un anno dalla sua data di pubblicazione un libro continua a far parlare di sé, se quello stesso libro ti fa sentire l’urgenza di discuterne in pubblico e con i tuoi amici, se ti fa venire voglia di rintracciare all’interno delle sue pagine le assonanze misteriose che lo legano ad altri libri che hai letto in passato, se alla fine ti senti segretamente legato a quel libro come a un amico con cui hai condiviso qualcosa di fondamentale, è evidente che sei incappato in <strong>un’opera importante</strong>. Sto parlando di un romanzo italiano, <a href="http://www.ibs.it/code/9788862203579/garufi-sergio/nome-giusto.html/?SHOP=5277" target="_blank"><em>Il nome giusto</em> (Ponte alle Grazie)</a>, opera prima di <strong>Sergio Garufi</strong>.</p><p>È il romanzo di un invisibile – di questo, in fondo, si tratta – di un uomo morto, sfracellato sull’asfalto della circonvallazione Trionfale, a Roma, di uno spirito che segue in disparte il <strong>destino dei libri che gli sono appartenuti in vita</strong>, e che sua sorella si è affrettata a vendere in blocco, dopo la morte, a Lino, uno che ha una libreria dell’usato. <em>“Ero legato ai miei libri, è con loro che starò fino alla fine”</em>. Ne spia gli acquirenti, ne misura il grado di affidabilità, li pedina come un padre che scruta in segreto i movimenti dei figli lontano da casa.</p><p>Il vagabondare di questo angelo secolare<strong> in una Roma estranea e sospesa</strong> si intreccia con il ricordo di una vita, l’infanzia alla<strong> Edilnord </strong>di Milano, i feroci traumi familiari, il fallimento di un’impresa commerciale, gli amori, l’arte, la letteratura (Borges, Céline, Kafka, Leopardi, Wallace) da cui è attratto e alla quale vorrebbe dedicarsi in prima persona, come autore, pur mantenendo per lungo tempo un atteggiamento di riserbo, quasi di pudore (<em>“A volte mi portavo un taccuino, trascrivevo brandelli di conversazione, facevo il bracconiere di parole. Mi sembrava che in quel punto privilegiato la vita opponesse meno resistenza a tradursi in scrittura”</em>). Insomma, un post-vita in cui è completamente assente il senso dell’eternità, e in cui l’infinito è il passato, ciò che la vita è stato con i suoi affluenti di circostanze, di fatti, di persone.</p><p>Perché ho amato questo libro? Perché parla della solitudine, del chiodo della colpa, delle<strong> enormi tasche in cui stipiamo la vita</strong>, perché è scritto con una prosa misurata eppure ricchissima, e nelle sue imperfezioni  da <em>mémoire </em>risulta efferatamente sincero. Ma soprattutto perché con la forza di un veggente mi ha parlato di questo: di quando il fumo si dissipa e gli scenari della vita ci appaiono ridotti in tizzoni, e le persone che abbiamo amato e odiato coperte di nerofumo, eppure bellissime, per quanto, ormai, irraggiungibili.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/13/grande-romanzo-bracconiere-parole/204187/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Let it be, Giorgio Chinaglia</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/02/giorgio-chinaglia/201695/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/02/giorgio-chinaglia/201695/#comments</comments> <pubDate>Mon, 02 Apr 2012 07:00:26 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Pomella</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[Sport & miliardi]]></category> <category><![CDATA[Felice Pulici]]></category> <category><![CDATA[Giorgio Chinaglia]]></category> <category><![CDATA[Luciano Re Cecconi]]></category> <category><![CDATA[S.S. Lazio]]></category> <category><![CDATA[The Beatles]]></category> <category><![CDATA[Tommaso Maestrelli]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=201695</guid> <description><![CDATA[When I find myself in times of trouble / Mother Mary comes to me… Succede così, un amico ti manda un sms: “E&#8217; morto Chinaglia”. Non ci crederesti nemmeno se fosse il 29 febbraio di un anno bisestile, perché mai dovresti crederci il primo d’aprile? Così lasci passare qualche ora, poi vedi la faccia di...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>When I find myself in times of trouble / Mother Mary comes to me…</em></p><p>Succede così, un amico ti manda un sms: “<span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/01/addio-chinaglia-morto-florida-gioco-nella-lazio-nazionale/201672/" target="_blank"><strong>E&#8217;</strong><strong> morto Chinaglia</strong></a></span>”. Non ci crederesti nemmeno se fosse il 29 febbraio di un anno bisestile, perché mai dovresti crederci il primo d’aprile? Così lasci passare qualche ora, poi vedi la faccia di Felice Pulici alla Tv, e capisci che è vero. Un altro sms, sempre dello stesso amico: “In Inghilterra la Lazio del ’74 sarebbe un romanzo popolare”.</p><p>L’amico è romanista, ma che conta? È la pura e semplice verità. <strong>Un romanzo popolare</strong>, o un’epopea tragica che negli anni ha lasciato una scia di lutti, un dolore grande come la follia di quella squadra, undici uomini che non giocavano a calcio, scherzavano. Scherzavano con tutto, col pallone, con gli avversari, con le pistole, scherzavano con la vita. E quando poteva morire uno come Chinaglia se non il primo aprile di un anno bisestile?</p><p><em>And when the broken hearted people / Living in the world agree…</em></p><p>Te lo ricordi Cecco? Che finì sparato per scherzo, a ventott’anni, dal gioielliere Tabocchini? Te lo ricordi il Maestro? Che fece appena in tempo a vincere quello scudetto passandosi incredulo una mano sul viso in mezzo a un mare di bandiere, e quando quella mano si abbassò c’era già la faccia della malattia che lo guardava fisso negli occhi?</p><p>Tutto ha un ordine, anche la maledizione. E questa è l’unica storia calcistica al mondo in cui il tiro del destino è più imparabile di un calcio di rigore sparato nel sette. Mio zio mi ha chiamato alle cinque,<strong> è lui che mi accompagnò allo stadio la prima volta</strong>. Era un Lazio-Pistoiese di un secolo fa, era il vecchio Olimpico, senza copertura, con la gente che si riparava la testa dal sole facendosi i cappelli coi fogli di giornale. “Come stai?”. “Va bene, anche se martedì mi operano, ho dovuto interrompere la chemio”. Non sapeva niente manco lui di Chinaglia, presumo.</p><p><em>And when the night is cloudy / There is still a light that shines on me…</em></p><p>Ma adesso che lo sai, che cambia? <strong>È un altro pezzo di una storia mitica che svanisce</strong>. Ti avevamo perdonato tutto, Gio’, anche quel casino dell’85 quando credemmo che ci avresti portato l’America e invece ci lasciasti sull’orlo del baratro. Questa però no, Gio’, questa non te la perdono.</p><p><em>Let it be… Let it be…</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/02/giorgio-chinaglia/201695/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Suicidi di Stato</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/30/suicidi-stato/201162/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/30/suicidi-stato/201162/#comments</comments> <pubDate>Fri, 30 Mar 2012 07:00:21 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Pomella</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[Lavoro & precari]]></category> <category><![CDATA[crisi]]></category> <category><![CDATA[disoccupazione]]></category> <category><![CDATA[Mario Monti]]></category> <category><![CDATA[riforma del lavoro]]></category> <category><![CDATA[suicidi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=201162</guid> <description><![CDATA[Mentre Monti scrive una lettera al Corriere della Sera in cui dice, tra le varie cose, “gli italiani hanno capito che vale la pena di affrontare sacrifici rilevanti”, gli italiani – che sono, ormai da tempo immemore, alle prese con sacrifici che hanno tutta l’aria di diventare, nel medio termine, ancora più rilevanti – lo...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Mentre Monti scrive una <a href="http://www.corriere.it/politica/12_marzo_30/monti-lettera-meriti-partiti_8d600a74-7a27-11e1-aa2f-fa6a0a9a2b72.shtml" target="_blank">lettera al Corriere della Sera</a> in cui dice, tra le varie cose, “gli italiani hanno capito che vale la pena di affrontare sacrifici rilevanti”, gli italiani – che sono, ormai da tempo immemore, alle prese con sacrifici che hanno tutta l’aria di diventare, nel medio termine, ancora più rilevanti – lo prendono in parola e si sacrificano:<strong> dandosi fuoco</strong>.</p><p>Il <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/28/bologna-artigiano-50enne-fuoco-davanti-allagenzia-delle-entrate/200657/" target="_blank">gesto disperato dell’artigiano bolognese</a> che si è appiccato le fiamme all&#8217;interno della sua macchina davanti alla sede dell&#8217;Agenzia delle Entrate sembra infatti solo l’ultima (anzi la penultima, visto <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/29/senza-stipendio-mesi-fuoco-davanti-allarena-verona/200934/" target="_blank">l’episodio di Verona</a>) di una serie che si profila per il futuro, stando al bollettino di marzo, tragicamente lunga. <strong>L’autoimmolazione </strong>è una forma di suicidio tipica dei popoli soggiogati – i monaci tibetani, le donne afghane –,  è cioè una fuga rituale dalla violenza e dalla brutalità del potere. In Italia siamo alle prese non solo con una classe dirigente fautrice di una politica manesca e brutale nei confronti dei lavoratori, ma anche con una totale assenza di forze capaci di opporsi e di portare la bandiera dei più deboli. I gesti di autolesionismo sono il <strong>punto di non ritorno</strong> di una società allevata da trent’anni nell’individualismo più selvaggio, un individualismo che ha minato la democrazia in uno dei suoi fondamenti:<strong> la partecipazione</strong>. Le rivendicazioni di disoccupati, precari, piccoli imprenditori con l’acqua alla gola, non  trovano oggi risposte valide nei tradizionali strumenti di lotta collettivi. La crisi è soprattutto una crisi di uomini che affogano in solitudine. Così si spiegano, io credo, i gesti di autoimmolazione, i suicidi di Stato, di cui oggi tutti parlano.</p><p>Mi chiedo, allora, se i membri del governo, ansiosi di rendere più facili i licenziamenti, i giuslavoristi che si riempiono la bocca di parole come <em>mobilità </em>e <em>flessibilità</em> avendo scambiato uno dei diritti sacri dell’uomo con i muscoli atrofizzati (e quindi poco mobili e poco flessibili) di un vecchio atleta da pensionare, abbiano capito una cosa fondamentale: che per un uomo, per qualsiasi uomo, la fine del lavoro è la fine di una storia, di una condizione di vita, di un mondo.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/30/suicidi-stato/201162/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>L&#8217;unico scrittore buono è quello morto</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/18/lunico-scrittore-buono-quello-morto/198490/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/18/lunico-scrittore-buono-quello-morto/198490/#comments</comments> <pubDate>Sun, 18 Mar 2012 14:43:45 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Pomella</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Piacere quotidiano]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[estratti]]></category> <category><![CDATA[L'unico scrittore buono è quello morto]]></category> <category><![CDATA[libro]]></category> <category><![CDATA[Marco Rossari]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=198490</guid> <description><![CDATA[Ci sono recensioni che non si può fare a meno di titolare come il libro che si va a recensire, e questo perché tutti gli altri titoli possibili non potranno mai reggere il confronto. È il caso de L’unico scrittore buono è quello morto (edizioni e/o), uno di quei titoli, appunto, che non passano inosservati,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono recensioni che non si può fare a meno di titolare come il libro che si va a recensire, e questo perché tutti gli altri titoli possibili non potranno mai reggere il confronto. È il caso de <a href="http://www.ibs.it/code/9788866320845/rossari-marco/unico-scrittore-buono.html" target="_blank"><em>L’unico scrittore buono è quello morto</em> (edizioni e/o)</a>, uno di quei titoli, appunto, che non passano inosservati, soprattutto – mi sia concesso – se si è, o si è provato a essere, uno scrittore. Ma anche se si è qualcos’altro, per esempio un lettore, meglio se compulsivo, o semplicemente un appassionato di letteratura, ma talmente appassionato da <strong>aver perso la bussola</strong>.</p><p>Allora si immagini di andare a zonzo fra gli scaffali di una libreria e di imbattersi nella copertina di questo libro. L’autore è <strong>Marco Rossari</strong> – scrittore, traduttore e cento altre cose – milanese, classe ’73. Si resta intrappolati – si diceva – nel titolo. Quindi si afferra il libro, lo si volta, si leggono cinque brevi apologhi. Il primo fa: <em>“C’era uno scrittore che scriveva solo cose vere, ma tutti gli chiedevano cosa c’era di inventato. Non appena passò a scrivere cose inventate, tutti cominciarono a chiedergli cosa c’era di vero”</em>.</p><p>Ecco, questo è il tenore di quello che ci aspetta se a questo punto decidiamo di passare alla cassa, per rinchiuderci poi in salotto nei giorni a venire a leggere le<strong> infinite variazioni sul tema</strong> che costituiscono la materia di questo gustoso libro. Non un romanzo, non un saggio e a rigor di logica neppure una raccolta di racconti. Verrebbe meglio da dire una <strong>miscellanea di arguzie</strong>, <em>calembour</em>, parabole surreali (o iperreali) sulla letteratura e i suoi eroi, veri o presunti. Una spassosa carrellata di istantanee in cui capita di incontrare mostri sacri (tra gli altri un Tolstoj che va alla radio e un Joyce che le prova tutte per trovare il suo posto nel pantheon delle lettere) e mostri e basta.</p><p>Un esempio: <em>“«Légami» disse la fidanzata allo scrittore.  E finalmente riuscì a leggerle il suo capolavoro”</em>.</p><p>O ancora: <em>“C’era uno scrittore che non veniva a capo della sua mastodontica opera capitale, così se la legò al collo e si buttò nel fiume. In ogni caso, sarebbe stato un flop”</em>.</p><p>Roba così, insomma. Le parti che lo compongono sono <strong>estratti</strong>, per stessa ammissione dell’autore, di cose apparse in precedenza in una moltitudine di luoghi letterari – altri libri, blog, appendici, riviste – che qui si danno convegno per ritrovarsi in una forma compiuta. Il libro dunque, come scrive Rossari nella nota di chiusura, “è il plagio di se stesso”.</p><p>Va detto che la<strong> prosa di Rossari non si prende mai sul serio</strong>, e di questi tempi è già una gran cosa. Basti leggere la bandella della quarta di copertina in cui di solito compare la biografia dell’autore; qui c’è scritto: <em>“Marco Rossari è nato”</em>. E mi sembra un modo sintetico ed efficace per risolvere la faccenda.</p><p>Gusto del paradosso e vena umoristica a vagonate, quindi. Ma anche, e soprattutto, tragicomiche verità sul mestiere più ambito e più precario del mondo, quello dello scrittore.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/18/lunico-scrittore-buono-quello-morto/198490/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Le spose del carcere  di Buoncammino</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/01/spose-carcere-buoncammino/194776/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/01/spose-carcere-buoncammino/194776/#comments</comments> <pubDate>Thu, 01 Mar 2012 12:40:07 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Pomella</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Diritti]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[buoncammino]]></category> <category><![CDATA[cagliari]]></category> <category><![CDATA[carceri]]></category> <category><![CDATA[donne]]></category> <category><![CDATA[sovraffollamento delle carceri]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=194776</guid> <description><![CDATA[Sei a Cagliari, nella parte più alta della città, in cima al colle di San Lorenzo. Ci sei arrivato percorrendo una salita tortuosa, dopo aver visitato la cittadella dei Musei, e poi un lungo viale alberato disseminato di panchine affacciate sull’anfiteatro romano e sui tetti della città. Hai un libro sotto il braccio e una...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Sei a Cagliari, nella parte più alta della città, in cima al colle di San Lorenzo. Ci sei arrivato percorrendo una salita tortuosa, dopo aver visitato la <strong>cittadella dei Musei</strong>, e poi un lungo viale alberato disseminato di panchine affacciate sull’anfiteatro romano e sui tetti della città. Hai un libro sotto il braccio e una mezza bottiglia di minerale. Nella luce fresca del tardo pomeriggio ti fermi a guardare un edificio. È una specie di fortezza, con quattro garitte ottagonali coperte da cupolette a spicchi e imponenti mura di cinta che lo rinserrano da tutti i lati.</p><p><strong>È il Buoncammino</strong>, il carcere, un nome che ti risuona dentro come un sermone. Non puoi immaginare che abbiano costruito un carcere in un posto così, su un viale in cui soffia un vento docile e profumato e dove incontri universitari che amoreggiano e turisti che si riposano dopo aver scalato il quartiere di Castello.</p><p>Hai un po’ di tempo a disposizione prima del tramonto, e ti avvicini costeggiando le mura. All’improvviso senti una specie di richiamo, voci piene di sentimento, grida a tratti esasperate, e vuoi guardare, capire. Ti trovi di fronte a una scena che serberai nella memoria per molto tempo. Sulle prime pensi che sia un sit-in, ci sono donne che invadono un grande spiazzo di terra a ridosso del carcere, bambini dalle facce confuse, che forse vorrebbero dileguarsi, andare a giocare a pallone, e che invece sono costretti a stare là con le loro madri.</p><p>Queste donne portano <strong>appese al petto le foto di famiglia</strong>, alzano lenzuola coperte di scritte fatte con lo spray, le loro grida dall’inflessione cagliaritana fortissima hanno una gravità monotona. Più in là, distaccati, alcuni gruppetti isolati di ragazzine urlano all’indirizzo dei detenuti, sollevano bambini piccolissimi, li mostrano ai compagni reclusi. È una forma di comunicazione che sembra arrivare da un altro tempo, un momento privato che deve essere vissuto pubblicamente per cause di forza maggiore.</p><p>Raccontano così le loro giornate, cercano di restituire ai mariti un’idea vaga, un’impressione, di<strong> come sia la vita fuori dal carcere</strong>. Alcune di loro arrivano a raccontare l’intimità perduta, si agitano, si toccano i capelli, cercano di apparire desiderabili anche così, cercano di farsi ricordare, tra le loro frasi a volte spuntano parole oscene che descrivono una forma di amore prepotente e feroce.</p><p>Fa effetto vedere come nell’era della comunicazione globale queste donne siano costrette ad adoperare un<strong> linguaggio così antico e plateale</strong> per parlare coi loro cari. Non succede solo a Cagliari, ma anche in altre carceri italiane, e succede da sempre, è una consuetudine testimoniata già da certi vecchi film in bianco e nero. A parte questo, raramente se ne parla.  Eppure anche loro, pur non avendo debiti con la giustizia, scontano una pena,<strong> si portano addosso un pezzo di galera</strong>. Sono lì, dall’altra parte delle sbarre, magari perché una sola ora di visita non basta, o perché a parlare sotto lo sguardo di un agente di polizia penitenziaria non c’è la stessa intimità che trovano, invece, nel confidarsi urlando a voce piena tra la polvere di un terrapieno.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/01/spose-carcere-buoncammino/194776/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La neve a Roma: scene da un supermercato</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/05/neve-roma-scene-supermercato/189217/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/05/neve-roma-scene-supermercato/189217/#comments</comments> <pubDate>Sun, 05 Feb 2012 13:03:53 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Pomella</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[Cormac McCharty]]></category> <category><![CDATA[emergenza]]></category> <category><![CDATA[neve a Roma]]></category> <category><![CDATA[psicosi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=189217</guid> <description><![CDATA[Sono le undici e un quarto del mattino di sabato e il marciapiede è ricoperto di neve, tutto a Roma è ricoperto di neve, le macchine, gli alberi, le strade. Passano due signore tossendo e ansimando. Una delle due ha un paio di scarponi da montagna, sguardo da intenditrice; l’altra arranca con due bacchette da...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Sono le undici e un quarto del mattino di sabato e il marciapiede è ricoperto di neve, tutto a Roma è ricoperto di neve, le macchine, gli alberi, le strade. Passano due signore tossendo e ansimando. Una delle due ha un paio di scarponi da montagna, sguardo da intenditrice; l’altra arranca con due bacchette da sci, ha una pelliccia di fauna selvatica, occhiali a specchio, un cappello che sembra da aviatore giapponese. In mezzo alla strada ci sono i<strong> bambini che giocano a palle di neve</strong>, un signore sui sessanta che porta a spasso un cane magro e grigio e intanto scatta fotografie agli alberi.</p><p>Svolto l’angolo della strada e mi avvio verso la parte più animata del quartiere. Mentre avanzo, incontro facce adirate, signore che incedono con passo da ritirata dalla campagna di Russia, persone che parlano con tono di voce più alto del normale. Passo accanto a un cassonetto, è circondato da sacchi della spazzatura, immagino che i mezzi per la raccolta dei rifiuti oggi siano rimasti nei depositi, e invece avvicinandomi un po’ di più mi accorgo che il cassonetto è vuoto. La spiegazione forse è che la neve – evento insolito a Roma – ha creato un<strong> clima generalizzato di anarchia</strong>, una specie di sospensione di ogni norma di comportamento civile.</p><p>Arrivo in fondo alla via, sotto i portici vedo una fila di persone in attesa. Laggiù c’è una piccola rampa di una ventina di metri che porta <strong>all’ingresso del supermercato</strong>. Quasi non riesco a crederci, tutta quella gente vestita in maniera sommaria sta facendo la fila per entrare al supermercato. Mi avvicino e guardo con un po’ di attenzione, nella fila c’è perfino un tizio che impugna uno slittino primi novecento. I fortunati che escono dalla porta del supermercato spingono enormi carrelli carichi di spesa, sfilano davanti a quelli in attesa con facce perfide di soddisfazione.</p><p>Scatto una foto col cellulare e mi allontano. Cinquanta metri più in là succede qualcosa di peggio, c’è una giovane donna con un carrello stracolmo che ferma un signore sconsolato. Il signore ha appena desistito dal fare la fila. La donna lo attira verso di sé, a bassa voce gli domanda se abbia bisogno di qualcosa, gli dice che nell’eventualità avrebbe da vendergli pacchi di pasta, zucchero, olio, perfino della frutta. Il signore, più che sbalordito, sembra stralunato, nell’epoca e nel punto di mondo in cui si trova non avrebbe mai immaginato di imbattersi in qualcuno che fa la <strong>borsa nera</strong>. Neppure io, del resto. Perciò decido che posso anche andarmene a casa.</p><p>Nel pomeriggio però esco di nuovo, voglio tornare a vedere com’è la situazione al supermercato. La fila non c’è più. Entro. La scena che mi si presenta davanti agli occhi sembra la materializzazione di quello straziante, post-apocalittico, incubo descritto da <strong>Cormac McCarthy </strong>nel romanzo <em>La strada</em>. Intere file di scaffali vuoti, tappeti di uova rotte, qualcuno che ancora si attarda a fare razzie di pancarré. C’è una signora che arraffa pile elettriche, suo marito le chiede: “Che ce ne facciamo?”. E lei che lo fredda con uno sguardo da invasata: “Stai zitto, possono tornarci utili”. Mentre passo accanto ai fruscii e ai grugniti di due uomini che si azzuffano per l’ultima confezione sulla terra di tonno in scatola, penso che non ci siano <strong>piani di emergenza </strong>che possano aiutare questa città ad affrontare la neve. <strong>Forse sarebbe più utile uno psicanalista</strong>.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/05/neve-roma-scene-supermercato/189217/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Quando il comunismo finì a tavola</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/31/quando-comunismo-fini-tavola/188007/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/31/quando-comunismo-fini-tavola/188007/#comments</comments> <pubDate>Tue, 31 Jan 2012 15:25:54 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Pomella</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Piacere quotidiano]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Comunismo]]></category> <category><![CDATA[Fernando Coratelli]]></category> <category><![CDATA[sinistra]]></category> <category><![CDATA[slow food]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=188007</guid> <description><![CDATA[“Voglio raccontarti i tuoi trentatré anni divisi per undici, i trentatré anni in cui il comunismo è finito a tavola. Già, perché si è smesso di mangiare bambini e ci si è dati al cool, al gourmet, alla radicalizzazione chic”. Si leggono cose così in Quando il comunismo finì a tavola, un libro di Fernando...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>“Voglio raccontarti i tuoi trentatré anni divisi per undici, i trentatré anni in cui il comunismo è finito a tavola. Già, perché si è smesso di mangiare bambini e ci si è dati al cool, al gourmet, alla radicalizzazione chic”</em>.</p><p>Si leggono cose così in <em><a href="http://www.ibs.it/code/9788896989173/coratelli-fernando/quando-comunismo-fini.html" target="_blank"><strong>Quando il comunismo finì a tavola</strong></a></em>, un libro di Fernando Coratelli uscito in questi giorni per l’editore Caratterimobili. Una copertina rosa su cui campeggia la rivisitazione di una famosa icona pop degli anni Settanta, il viso radioso della donna dei dadi Star che porta alla bocca un cucchiaio pieno di minuscole falci e martelli, opera dell’illustratore Giuseppe Incampo.</p><p>Si parte dal 1978, l’anno del sequestro Moro, dei mondiali d’Argentina, della guerra in Libano, dei tre papi, ma anche dell’avvento sulle Tv italiane di Ufo Robot, e saltando di undici anni in undici si arriva ai giorni nostri. Il mondo cambia in fretta, le trasformazioni sono radicali, e testimone di questo magma è il <strong>cibo</strong>, rilevatore culturale come pochi. Si passa così dalle tavole degli anni Ottanta, debordanti di pennette alla vodka, tortellini panna e prosciutto e tartine al caviale, all’avvento dello slow food, passando per le mode etniche, il sushi e il sashimi.</p><p>È il racconto di oltre trent’anni della nostra storia, un racconto che si dipana attraverso l’uso di un particolare espediente narrativo. Un’aspirante giornalista di nome Federica chiede di fare un’intervista a uno scrittore quarantenne barese trapiantato a Milano. Lo scrittore invita la giornalista in un’enoteca. Davanti a un tagliere di formaggi e salumi e a una discreta quantità di vino si lascia andare a una narrazione fluviale, che ben presto si trasforma in un’amara requisitoria sulla svendita di quel patrimonio di idee e identità che un tempo fu la <strong>sinistra</strong>.</p><p>Il libro di Coratelli affronta con tono a tratti lieve e nostalgico quella che può essere definita come la biografia di <strong>un trentennio a tavola</strong>. Se l’uomo è davvero ciò che mangia, come sosteneva Feuerbach, la coincidenza tra essere e mangiare sembra ancor più valida per l’homo sinister. Ma la conclusione è impietosa: mentre si ponevano le basi per la grande crisi finanziaria di oggi, la sinistra che faceva? <em>“Inebetita</em> – risponde il protagonista del racconto – <em>frequentava salotti, assaggiava sapori della terra e scambiava ometti con il golfino per amichetti con cui andare a cena”</em>.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/31/quando-comunismo-fini-tavola/188007/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>I &#8220;messaggi culturali&#8221; di Michel Martone</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/25/messaggi-culturali-michel-martone/186298/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/25/messaggi-culturali-michel-martone/186298/#comments</comments> <pubDate>Wed, 25 Jan 2012 08:12:46 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Pomella</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Scuola]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[Charlie Chaplin]]></category> <category><![CDATA[fuori corso]]></category> <category><![CDATA[laurea]]></category> <category><![CDATA[Michel Martone]]></category> <category><![CDATA[sfigati]]></category> <category><![CDATA[studenti]]></category> <category><![CDATA[università]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=186298</guid> <description><![CDATA[Martone dice che servono “nuovi messaggi culturali”. Poi dice che “laurearsi dopo i 28 anni è da sfigati”. Non entro nel merito della questione dei fuori corso. Vorrei solo far notare che oggi si fa passare per “messaggio culturale” un insulto generico, “sfigato”, dei più squallidi, un termine che letteralmente ha a che fare con...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong>Martone </strong>dice che servono “nuovi messaggi culturali”. Poi dice che <em>“<a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/24/anni-laureato-sfigato-parola-viceministro-michel-martone/186094/" target="_blank">laurearsi dopo i 28 anni è da sfigati</a>”</em>. Non entro nel merito della questione dei fuori corso. Vorrei solo far notare che oggi si fa passare per “messaggio culturale” un insulto generico, “sfigato”, dei più squallidi, un termine che letteralmente ha a che fare con la mancanza di fortuna, sostanza volatile di cui al contrario il viceministro Martone, evidentemente, abbonda. Il “messaggio culturale” di Martone è dunque un’ingiuria,  una grettezza ereditata direttamente dagli anni del <strong>berlusconismo</strong>, dalla politica del linguaggio sboccato, dalla fraseologia livida dei leghisti, una volgarità gratuita, insomma, che trabocca come una scoria, come un liquame.</p><p>Quello che Martone non sa è che lui stesso rappresenta un messaggio culturale, un biglietto in una bottiglia che proviene da un’altra epoca e che rotola sulle spiagge devastate dei giorni nostri. Lui, il <strong>figlio di papà</strong>, il privilegiato, il beneficiario della fortuna che insulta quelli che la fortuna non ce l’hanno (e quindi magari sono costretti a lavorare e rallentare gli studi per pagarsi la retta all&#8217;università), lui che dovrebbe occuparsi di politiche sociali, ossia della prevenzione e riduzione delle condizioni di bisogno e disagio delle persone e delle famiglie, e che non riesce a rintracciare un termine più elegante di “sfigati” per trafiggere gli studenti fuori corso.</p><p>Ho fatto un pensiero stamattina mentre riflettevo su tutto questo. Nel discorso finale de<em> Il grande dittatore</em> Charlie Chaplin pronuncia le seguenti parole: <em>“La nostra scienza ci ha resi cinici; la nostra intelligenza, rigidi e mutilati nei sentimenti. <strong>Pensiamo troppo e sentiamo troppo poco</strong>. Più che di macchine, abbiamo bisogno di umanità. Più che d’intelligenza, abbiamo bisogno di amabilità e di cortesia. Senza queste qualità, la vita sarà violenta e tutto perso”</em>.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/25/messaggi-culturali-michel-martone/186298/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Il tempo in cui i poveri si nascondono nei fossi</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/18/tempo-poveri-nascondono-fossi/184658/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/18/tempo-poveri-nascondono-fossi/184658/#comments</comments> <pubDate>Wed, 18 Jan 2012 13:20:41 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Pomella</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[alessandro beretta]]></category> <category><![CDATA[crisi]]></category> <category><![CDATA[povertà]]></category> <category><![CDATA[sangue di cane]]></category> <category><![CDATA[Veronica Tomassini]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=184658</guid> <description><![CDATA[Stamattina, alle 6.40, da un fosso sotto la via Flaminia, saliva un fumo scuro. Da quelle parti, all’altezza del Raccordo Anulare, c’è un piccolo canale di scarico. Lì, circa un mese fa, è stato trovato il corpo assiderato e senza vita di un clochard di sessant’anni, è stata la prima vittima dell’inverno. A Roma ci...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Stamattina, alle 6.40, da un fosso sotto la via Flaminia, saliva un fumo scuro. Da quelle parti, all’altezza del Raccordo Anulare, c’è un piccolo canale di scarico. Lì, circa un mese fa, è stato trovato il corpo assiderato e senza vita di un<strong> </strong>clochard di sessant’anni, è stata la <strong>prima vittima dell’inverno</strong>. A Roma ci sono uomini che si battono per non congelare. Spesso, nei telegiornali o sulle agenzie di stampa, le notizie sui morti di freddo finiscono tra le previsioni del tempo. È un modo per rimarcare che il freddo è molto intenso e chi esce da casa farebbe bene a mettere sciarpa e cappello. Lo trovo più stupido che irriguardoso. È come se mettessero le notizie degli incidenti stradali nella pagina dell’oroscopo.</p><p>Ho incominciato a scrivere questo post dopo aver letto l’articolo di Alessandro Beretta apparso su <em>La lettura</em>, l’inserto culturale del <em>Corriere della Sera</em>, col titolo <em><a href="http://lettura.corriere.it/il-romanzo-della-crisi-l%E2%80%99occasione-d%E2%80%99oro-della-narrativa-italiana/" target="_blank">Il romanzo della crisi: l’occasione d’oro della narrativa italiana</a></em>. Nell’articolo ci si domanda se l’attuale crisi economica non possa rappresentare per gli scrittori italiani una nuova opportunità per raccontare la<strong> vivida realtà</strong> dei giorni nostri, una realtà fatta di <strong>licenziamenti, di rimozioni, di tracolli sociali</strong>. Mi chiedevo, allora, perché non compiere un passo ulteriore, perché non andare a spiare cosa succede in quei fossi da cui all’alba si innalzano i fumi scuri dei falò, perché non toccare con mano il grado zero della civiltà dei consumi e provare a raccontarne l’estrema propaggine, l’ultimo segmento, la frangia che termina l’uomo in quanto essere sociale.</p><p>Qualche tentativo in questa direzione è già stato fatto. Penso a quel bellissimo romanzo di Veronica Tomassini, <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/19/sangue-di-cane/72503/" target="_blank"><em><strong>Sangue di cane</strong></em></a>, uscito nel 2010 presso l’editore Laurana, in cui si narra dell’amore di una ragazza siciliana per un semaforista alcolizzato di nazionalità polacca. Le reazioni di molti lettori, spesso feroci, colpiti dalla crudezza di certe parti del racconto, mi hanno indotto a riflettere su <strong>quanto siamo impreparati ad affrontare il tema dell’indigenza assoluta,</strong> suprema, di come nel momento in cui i poli della civiltà e quelli dell’inciviltà prodotta dalla miseria si toccano, si scateni un cortocircuito ancora in larga parte insopportabile e indigesto.</p><p>Più che testimoniare la realtà visibile, allora, la narrativa contemporanea dovrebbe documentare l’invisibile, il tempo, appunto, in cui i poveri – ho in mente la povertà assoluta, quella più dura, la condizione di vita contraddistinta dall’incapacità di soddisfare i livelli minimi di sostentamento umano – si nascondono nei fossi, un tempo in cui la povertà fa più paura della delinquenza e della solitudine.<strong> Raccontare la crisi</strong> significa pensare a cosa succede quando la miseria conduce alla soppressione dello Stato inteso come garante della supremazia del diritto e delle libertà dell’uomo. Quando viene meno lo Stato, poiché nell’invisibilità non viene più riconosciuto alcun ordinamento superiore, cos’è che occupa il posto dello Stato? Può provare, insomma, la letteratura a <strong>dare risposte</strong> a tutto questo o dobbiamo rimanere per sempre vincolati a una superficiale, volubile, meditazione sulla crisi (l’ennesima) della società borghese?</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/18/tempo-poveri-nascondono-fossi/184658/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>In fuga da Castro verso la casa dei naufraghi</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/30/fuga-castro-verso-casa-naufraghi/180607/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/30/fuga-castro-verso-casa-naufraghi/180607/#comments</comments> <pubDate>Fri, 30 Dec 2011 08:37:26 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Pomella</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Comunismo]]></category> <category><![CDATA[cuba]]></category> <category><![CDATA[Fidel Castro]]></category> <category><![CDATA[Guillermo Rosales]]></category> <category><![CDATA[La casa dei naufraghi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=180607</guid> <description><![CDATA[Il giorno di Natale ho pensato a Fidel Castro. Non in termini elegiaci (non sono tra coloro che venerano il Líder máximo), né perché mi fosse venuto lo sfizio di desacralizzare le feste. Ci ho pensato perché il giorno di Natale ho letto un libro, tra i più belli e duri che mi siano capitati...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/12/casanauf.jpg?47e3a5"><img class="alignleft size-full wp-image-180743" title="casanauf" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/12/casanauf.jpg?47e3a5" alt="" width="170" height="244" /></a>Il giorno di Natale ho pensato a<strong> Fidel Castro</strong>. Non in termini elegiaci (non sono tra coloro che venerano il Líder máximo), né perché mi fosse venuto lo sfizio di desacralizzare le feste. Ci ho pensato perché il giorno di Natale ho letto un libro, tra<strong> i più belli e duri</strong> che mi siano capitati in questo 2011. Il libro è scritto da un esule cubano, uno dei tanti perseguitati dal regime de L’Avana. Si intitola <em><a href="http://www.ibs.it/code/9788860442291/rosales-guillermo/casa-dei-naufraghi.html?shop=5277" target="_blank">La casa dei naufraghi</a></em> (Fandango Libri, Traduzione di Chiara Brovelli). L’autore è <strong>Guillermo Rosales</strong>, la cui storia è un paradigma del Novecento e dei mostri che l’hanno abitato.</p><p>Rosales è stato un <strong>rivoluzionario della prima ora</strong>, uno di quelli che parteciparono alla campagna di alfabetizzazione sulla Sierra Maestra, nelle aree rurali dell’isola. Deluso dagli esiti della <em>revolución</em> subì il carcere come dissidente e finì al confino politico. Fuggito a Miami, dove visse in stato di totale indigenza nel ghetto della comunità ispanica, un posto chiamato<strong> La Pequeña Habana</strong>, dovette patire innumerevoli internamenti in manicomi e strutture psichiatriche, per via di una grave forma di schizofrenia. Proprio in una di queste “boarding home” Rosales trovò la forza di ambientare <em>La casa dei naufraghi</em>, l’unico romanzo salvato dalla furia auto-distruttrice che lo portò ad eliminare ogni traccia della sua produzione letteraria precedente, prima di uccidersi nel 1993 all’età di quarantasette anni.</p><p><em>La casa dei naufraghi</em> è in larga parte un <strong>romanzo autobiografico</strong>. È la storia di William Figueras, alter ego dell’autore, arrivato a Miami da Cuba con una valigia contenente esclusivamente le edizioni dei Romantici inglesi. Qui, dopo tre mesi, viene accompagnato da una vecchia zia in un luogo infernale: “<em>Il cartello recita “boarding home”, pensione privata, ma io so già che quella sarà la mia tomba”</em>. La casa è un luogo violento, abitato da malati di mente e disadattati – <em>“affinché non rovinino la vita ai parenti più fortunati, i trionfatori”</em> – lasciati a vivere come bestie dal proprietario della casa, il señor Curbelo, e dal suo braccio destro, un ottuso aguzzino di nome Arsenio.</p><p>Tra i naufraghi che condividono il destino di Figueras c’è Ida, la gran signora caduta in disgrazia – <em>“Era una borghese a Cuba, quando io ero un giovane comunista. Adesso, viviamo nello stesso posto. Il posto che ci ha assegnato la storia”</em> –, c’è il vecchio Reyes, che non fa altro che pisciare dappertutto, e soprattutto c’è Francis, la “matta nuova” che per un momento riaccende nel protagonista la speranza di una vita normale.</p><p>I riferimenti al passato-presente di Cuba sono scarni, spesso sarcastici. Fidel Castro entra nella storia soprattutto attraverso i<strong> sogni di Figueras,</strong> sogni grotteschi, strampalati. In uno di questi, Fidel viene trasportato dentro un’enorme bara, a un certo punto solleva una mano, poi il torso, e infine, uscendo dalla cassa con tutto il corpo, si sistema l’abito di gala e domanda ai presenti: “Niente caffè per me?”.</p><p>Considerato ormai un<strong> classico della letteratura cubana</strong>, <em>La casa dei naufraghi</em> è apparso in Italia solo quest’anno. Ovvio che non sia una lettura propriamente natalizia, a meno che non si voglia approfittare dei giorni di festa per riflettere sui mali del totalitarismo e sul fallimento della politica americana nei confronti di Cuba e dei cubani. È però a mio parere una di quelle letture che vengono definite “fondamentali”, come lo sono del resto quasi tutte le opere letterarie di denuncia politica e sociale. Leggere questo romanzo è allora – e non è poco – un doveroso atto di giustizia nei confronti di un<strong> autore tradito</strong>, come tanti altri suoi connazionali, da un sogno egualitario e rimasto stritolato fra le ruote dentate della storia.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/30/fuga-castro-verso-casa-naufraghi/180607/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Niente tagli al Risiko nazionale</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/07/niente-tagli-risiko-nazionale-2/175843/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/07/niente-tagli-risiko-nazionale-2/175843/#comments</comments> <pubDate>Wed, 07 Dec 2011 12:13:07 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Pomella</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Di Paola]]></category> <category><![CDATA[difesa]]></category> <category><![CDATA[manovra]]></category> <category><![CDATA[monti]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=175843</guid> <description><![CDATA[In tempi di capitalismo totalitario in cui la politica viene percepita come un imbroglio, i media pubblici e privati (in Italia si è ormai persa la distinzione) si sono imbarbariti, la classe operaia e quella dei precari e disoccupati è consumata e scagliata in un abisso senza presente e senza futuro, in tempi in cui...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>In tempi di capitalismo totalitario in cui la politica viene percepita come un imbroglio, i media pubblici e privati (in Italia si è ormai persa la distinzione) si sono<strong> imbarbariti</strong>, la classe operaia e quella dei precari e disoccupati è consumata e scagliata in un abisso senza presente e senza futuro, in tempi in cui il primo ministro è un mite accademico capace di<strong> inaspettati capolavori di comunicazione politica</strong> e il governo è alle prese con quella che, se non è la più pesante manovra degli ultimi cinquant&#8217;anni, è senz’altro quella che produrrà gli effetti più deturpanti sulle tasche degli italiani, il ministro della Difesa <strong>Di Paola</strong>, che di mestiere fa l’ammiraglio, ha dichiarato: <em>“Gli armamenti non si toccano”</em> – aggiungendo poi: <em>“Non è che la crisi fa venire meno funzioni fondamentali come la difesa”</em>.</p><p>Dunque, apprendiamo che in uno stato di cose come questo, acquistare nel 2012 cacciabombardieri f-35, aerei senza pilota, navi da guerra e sommergibili rientra tra le “funzioni fondamentali dello Stato”. Il collasso economico, le cui ragioni profonde rimangono enigmatiche per la maggioranza degli italiani (quelli che hanno votato il precedente governo, gli altri le conoscono benissimo), sarà accollato a inermi cittadini che non hanno ancora capito, per esempio, i motivi della <strong>“missione di pace” in Afghanistan</strong> (costo 525.600.000 euro all’anno &#8211; Fonte Ministero della Difesa, dati del 2009) il cui unico risultato tangibile, finora, è stata la morte di quarantaquattro Italiani, di cui ventotto uccisi in azione, sette in incidenti stradali, due di infarto, uno per un colpo partito accidentalmente durante il caricamento della propria arma, uno di malattia, uno in un incidente aereo e uno suicida.</p><p>Considerato che <strong>l’Italia non è a rischio imminente di invasione militare</strong> da parte di un altro stato confinante, né da dittatori con manie di grandezza e neppure da belligeranti razze aliene, e considerato che per gravi motivi di urgenza nazionale si potrebbe pure discutere sull’opportunità di mantenere l’impegno militare in Afghanistan, non bisogna essere per forza degli incalliti pacifisti per trovare<strong> quantomeno bizzarra</strong> la dichiarazione del ministro della Difesa, né tantomeno la naturalezza con cui il governo ha elegantemente schivato la seppur minima possibilità di effettuare tagli al Risiko nazionale.</p><p>Perciò, quando sento Mario Monti pronunciare il fatidico <em>“Chiediamo sacrifici, ma gli italiani capiranno”</em>, a me viene da risponde che, no, non capisco, non capisco se questa manovra tuteli i nostri interessi o quelli delle industrie belliche, del Vaticano che resta esentato dalla nuova Ici, e delle banche; non capisco la sinistra liberal che continua a schivare l’argomento del saccheggiamento del tesoro di Stato per finanziare assurde spese militari; non capisco un’idea di democrazia in cui hanno ragione sempre gli stessi, ossia gli<strong> evasori scudati</strong> che pagheranno l&#8217;una tantum dell’1,5% (negli Usa l’aliquota è del 25%, in Francia del 15%), e solo loro e basta. Fatelo voi, se volete,<strong> buon viso a questo cattivo gioco</strong>. Io no.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/07/niente-tagli-risiko-nazionale-2/175843/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Saremo capaci di essere poveri?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/23/saremo-capaci-essere-poveri/172660/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/23/saremo-capaci-essere-poveri/172660/#comments</comments> <pubDate>Wed, 23 Nov 2011 17:45:35 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Pomella</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Lavoro & precari]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[crisi economica]]></category> <category><![CDATA[diario di un senza fissa dimora]]></category> <category><![CDATA[marc augé]]></category> <category><![CDATA[povertà]]></category> <category><![CDATA[senza fissa dimora]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=172660</guid> <description><![CDATA[Anni fa, quando lavoravo nella redazione di un giornale di annunci immobiliari, conobbi un uomo che all’apparenza conduceva una vita normale. Faceva il venditore di spazi pubblicitari, veniva ogni mattina in ufficio perfettamente rasato, con l’abito, la camicia e la cravatta, l’orologio da polso e la borsa di pelle piena di contratti in bianco. Faceva...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Anni fa, quando lavoravo nella redazione di un giornale di annunci immobiliari, conobbi un uomo che all’apparenza conduceva una vita normale. Faceva il venditore di spazi pubblicitari, veniva ogni mattina in ufficio perfettamente rasato, con l’abito, la camicia e la cravatta, l’orologio da polso e la borsa di pelle <strong>piena di contratti in bianco</strong>. Faceva i suoi giri presso i clienti, rientrava in ufficio a pomeriggio inoltrato e si fermava fino a sera per lavorare al computer.</p><p>Tempo dopo seppi che quest’uomo<strong> aveva un segreto</strong>. A causa di un divorzio oneroso era finito con le spalle al muro e non poteva più permettersi di pagare l’affitto di una casa. Aveva venduto la macchina e si era tenuto un box nel quale tornava la notte per dormire. Per l’igiene personale usava i gabinetti di una stazione. I sabati, le domeniche e i giorni di festa li passava a spasso per la città.</p><p>Di recente mi è tornata in mente la storia di quest’uomo (del quale, finito il mio lavoro nella redazione di quel giornale, non ho più avuto notizie) perché mi sono imbattuto in un libro di grande interesse dal titolo <em>Diario di un senza fissa dimora</em> (Raffaello Cortina Editore). L’autore è il grande etnologo e antropologo francese <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Marc_Augé" target="_blank">Marc Augé</a>. Si tratta di un romanzo, o meglio, di un’«etnofiction», come la definisce lo stesso Augé, che racconta la storia di un vagabondo “di lusso” dei giorni nostri, un uomo che, arrivato all’età della pensione, non riesce più a far fronte alle spese e decide di fare a meno di una casa, del televisore, del cellulare e di tutto il resto, per rifugiarsi nella sua Mercedes e vivere in tutto e per tutto come un Senza Fissa Dimora.</p><p>Fin dall’introduzione del libro, Augé ci mette al corrente di un fenomeno sociale di cui, credo, molti non saranno a conoscenza: <em>“In questi ultimi anni, molti di coloro che operano nell’assistenza pubblica e nelle organizzazioni caritative segnalano la comparsa di una nuova categoria di poveri: <strong>hanno un lavoro, ma non un reddito sufficiente</strong> per pagare l’affitto. Alloggiano dove possono: in un centro d’accoglienza, presso amici o addirittura nella propria automobile”</em>. Si tratta, da quanto si intuisce, di un fenomeno in progressivo aumento, tanto più in tempi come questi caratterizzati da una feroce e prolungata crisi economica che forse non ha mostrato ancora il suo aspetto peggiore.</p><p>Ciò che maggiormente colpisce della vicenda messa in scena da Augé è la<strong> progressiva perdita del senso di identità </strong>e delle relazioni col mondo che gradualmente soffoca il protagonista della storia. <em>“Non essendo io più nessuno,”</em> – si legge a un certo punto – <em>“credo di percepire più intensamente di quanti hanno una vita più stabile e solida della mia l’assoluta gratuità della mia presenza in città; stavo per dire sulla terra, ma avrebbe un suono troppo metafisico…”</em>.</p><p>Credo che in giro, in questo momento, ci siano ben poche letture puntuali come questa nel tratteggiare i segni e i pericoli di un’epoca economica come la nostra. Un momento storico in cui non siamo più abituati a destreggiarci nelle situazioni di<strong> improvvisa indigenza</strong>, e in cui la povertà è qualcosa di diverso da quello che era una volta, ossia una realtà scomoda ma nella quale, in qualche modo, gli uomini riuscivano a barcamenarsi. La domanda che mi faccio da molto tempo, e che mi ripropongo dopo aver letto questo libro, è allora la seguente: assuefatti come siamo all’<strong>illusione della ricchezza</strong>, in un futuro prossimo saremo ancora capaci di essere poveri?</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/23/saremo-capaci-essere-poveri/172660/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>75</slash:comments> </item> <item><title>Hanno attraversato il deserto</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/10/hanno-attraversato-deserto/169690/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/10/hanno-attraversato-deserto/169690/#comments</comments> <pubDate>Thu, 10 Nov 2011 10:24:43 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Pomella</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[Berlusconismo]]></category> <category><![CDATA[dimissioni]]></category> <category><![CDATA[politici]]></category> <category><![CDATA[silvio berlusconi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=169690</guid> <description><![CDATA[Non ha resistito dal possedere un Suv, uno di quei macchinoni ideologicamente nefasti, che si aggirano per le strade strette del quartiere come una provocazione. Accosta davanti all’edicola e fa scivolare giù il finestrino con un fruscio che si confonde nei rumori del traffico di Roma nord. Tira fuori il gomito infasciato nella manica di...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Non ha resistito dal possedere un <strong>Suv</strong>, uno di quei macchinoni ideologicamente nefasti, che si aggirano per le strade strette del quartiere come una provocazione. Accosta davanti all’edicola e fa scivolare giù il finestrino con un fruscio che si confonde nei rumori del traffico di Roma nord. Tira fuori il gomito infasciato nella manica di una giacca di renna e fa un cenno all’altro, un tizio in doppio petto e foulard che porta a spasso un cagnolino di una razza aliena.</p><p>La conversazione è rapida, si salutano, due parole sul tempo, poi la politica. Parlano a mezza bocca, come per timore che qualcuno li riconosca. <em>“Adesso li voglio vedere”</em>, dice quello col cane. <em>“Hanno una fame. Hanno attraversato il deserto…”</em>, ribatte quello sul Suv. Si scambiano un ghigno carico d’odio. Sopra di loro c’è un manifesto di giornata, l’hanno messo quelli del Pd romano, c’è scritto: <em><strong>“Per il bene dell’Italia, Berlusconi dimettiti”</strong></em>. Sotto al manifesto ne spunta un altro più vecchio, su quest’altro c’è scritto: <em><strong>“Sagra della salsiccia”</strong></em>. Il tizio sul Suv indica i due manifesti, strizza l’occhio all’amico.<em> “Hai capito, eh?”</em>. L’associazione involontaria dei due messaggi è a parer loro inequivocabile.</p><p>Quello col cane fa un saluto e se ne va. L’altro scende dal Suv, con lui c’è una donna, scende anche lei, è vestita con un tailleur azzurro, sandali marroni con il tacco alto, non ha più di venticinque anni. <strong>Potrebbe essere sua figlia</strong>, però nel momento in cui si avviano verso la profumeria all’angolo lui le posa una mano sul c&#8230;, quindi non è sua figlia. Lei si volta, lo guarda e ride come se nulla fosse. Lui muove la testa di qua e di là, si guarda intorno compiaciuto. A cinquant’anni può permettersi di posare una mano sul c&#8230; della sua ragazza, di farlo in pubblico. Lei entra spedita nella profumeria, sa già cosa e quanto potrà saccheggiare, sa quello che si compra con l’amore.</p><p>Per lui che resta sulla soglia del negozio, le mani in tasca, il ghigno al soffitto, le questioni della politica sono già un orizzonte lontano. <strong>Non sa quanto la politica lo abbia devastato</strong>, quanto gli abbia mutato il corpo, la percezione del mondo, il modo in cui parla e si muove, non sa quanto gli abbia usurpato la personalità, quanto lo abbia invaso. Lui è convinto di essere al di sopra di tutto, di essere il padrone del mondo.</p><p>Nonostante le parole che ha appena scambiato con l’amico davanti all’edicola, lui non si sente minacciato dalla caduta di Berlusconi, né dal Pd e tantomeno dalla sagra della salsiccia, sa che la sua vita continuerà come sempre. <strong>Lui non muoverà un dito per Berlusconi</strong>, lui è disposto a lottare solo per difendere le sue particolari libertà corporative. Per lui che appartiene a quella razza di esponenti del <strong>fascismo sovrastorico</strong> (o fascismo della normalità) saranno sempre dispotici i governi che eroderanno i suoi privilegi e benedetti quelli che li accresceranno. E questo è ciò che precede e sopravvivrà al berlusconismo. Un quarto d’ora dopo, l’uomo e la donna escono a braccetto dalla profumeria, si confondono nei vortici di luce elettrica della sera.</p><p>La mattina del giorno dopo, all’alba, quando i negozi sono ancora chiusi, davanti alla profumeria sostano <strong>due donne</strong>. Hanno i capelli grigi e scompigliati, i visi gonfi e violacei, due coperte intorno ai corpi per difendersi dal freddo della notte. Nel raggiante quartiere borghese certi scandali li puoi scorgere solo alle cinque del mattino. Loro non sanno niente dello spread, delle dimissioni, della sagra della salsiccia, dei suv, non sanno quanto costa una boccetta di profumo Yves Saint Laurent. Se chiedi loro cosa sono disposte a fare per avere un posto caldo in cui dormire, probabilmente non ti risponderanno mai che si farebbero posare in pubblico una mano sul c&#8230;. Ma <strong>è così che va il mondo</strong>, gente.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/10/hanno-attraversato-deserto/169690/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>33</slash:comments> </item> <item><title>La giusta parte, storie dell’antimafia</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/31/la-giusta-parte-storie-dell%e2%80%99antimafia/167515/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/31/la-giusta-parte-storie-dell%e2%80%99antimafia/167515/#comments</comments> <pubDate>Mon, 31 Oct 2011 09:50:13 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Pomella</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Antimafia]]></category> <category><![CDATA[Caracò]]></category> <category><![CDATA[Cristina Zagaria]]></category> <category><![CDATA[La giusta parte]]></category> <category><![CDATA[mafie]]></category> <category><![CDATA[Mario Gelardi]]></category> <category><![CDATA[Mauro Rostagno]]></category> <category><![CDATA[Paolo Borsellino]]></category> <category><![CDATA[peppino impastato]]></category> <category><![CDATA[Raffaele Cantone]]></category> <category><![CDATA[Roberto Saviano]]></category> <category><![CDATA[Rosario Livatino]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=167515</guid> <description><![CDATA[Il primo novembre esce un libro importante. Si intitola La giusta parte – Testimoni e storie dell’antimafia. Viene pubblicato da un nuovo marchio, affiorato da poco nel panorama editoriale italiano, la napoletana Caracò, che ha l’ambizione di essere non solo una semplice casa editrice, ma un vero e proprio osservatorio civile sul presente. La giusta...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Il primo novembre esce un libro importante. Si intitola <em><strong>La giusta parte – Testimoni e storie dell’antimafia</strong></em>. Viene pubblicato da un nuovo marchio, affiorato da poco nel panorama editoriale italiano, la napoletana Caracò, che ha l’ambizione di essere non solo una semplice casa editrice, ma un vero e proprio osservatorio civile sul presente.</p><p><em>La giusta parte</em> è un antologia curata da <strong>Mario Gelardi</strong>, drammaturgo e regista, autore, tra le altre cose, della trasposizione teatrale di <em>Gomorra</em> di <strong>Roberto Saviano</strong>, e tra i fondatori di Caracò. Contiene le storie di chi lotta ogni giorno contro la criminalità organizzata – commercianti, testimoni di giustizia, insegnanti, sacerdoti, magistrati, giornalisti – con una dedica particolare <em>“a tutti quelli che credono che combattere le mafie sia sempre compito di qualcun altro”</em>.</p><p>Gli autori di questi racconti sono giornalisti, scrittori, registi, profondi conoscitori di quelle realtà territoriali infestate dai fenomeni mafiosi che fanno del meridione d’Italia un paese segregato. Fra i protagonisti ci sono nomi – come quelli di <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Rosario_Livatino" target="_blank">Rosario Livatino</a></span></strong>, <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Peppino_Impastato" target="_blank">Peppino Impastato</a></span></strong>, <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Mauro_Rostagno" target="_blank">Mauro Rostagno</a></span></strong> – che sono iscritti nella memoria collettiva di una nazione.</p><p>Sono racconti che da un punto di vista letterario si pongono nel solco tracciato da Roberto Saviano; non-fiction (o <strong><em>“faction”</em></strong>, come la definiva lo scrittore inglese Raymond Williams, fusione tra “fact” e “fiction”), scritture della realtà che non esitano tuttavia a sconfinare nella finzione. Come nel racconto <em>La linea</em>, di Cristina Zagaria, dove la storia del pm <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Raffaele_Cantone" target="_blank">Raffaele Cantone</a></span></strong> si intreccia all’immaginazione di un sogno, o un incubo, che lascia il magistrato <em>“come se avesse masticato sangue”</em>.</p><p>Leggendo questo libro si sente, prima di tutto, che le storie sono raccontate come un dovere. Ed è per questo che è importante che si pubblichino libri così. Perché si ha quasi l’impressione di sentire a ogni pagina il ripetersi di una frase di <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Borsellino" target="_blank">Paolo Borsellino</a></span></strong>: <em>“Non ho mai chiesto di occuparmi di mafia. Ci sono entrato per caso. E poi ci sono rimasto per un problema morale. La gente mi moriva attorno”</em>.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/31/la-giusta-parte-storie-dell%e2%80%99antimafia/167515/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Berlusconi, Bossi e la malafemmina</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/26/berlusconi-bossi-e-la-malafemmina/166430/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/26/berlusconi-bossi-e-la-malafemmina/166430/#comments</comments> <pubDate>Wed, 26 Oct 2011 09:52:51 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Pomella</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[josé manuel barroso]]></category> <category><![CDATA[lettera alla UE]]></category> <category><![CDATA[Peppino De Filippo]]></category> <category><![CDATA[silvio berlusconi]]></category> <category><![CDATA[Totò]]></category> <category><![CDATA[Umberto Bossi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=166430</guid> <description><![CDATA[La lettera di Berlusconi e Bossi all’Europa li farà di nuovo sganasciare dal ridere. Questo è certo. Più che se nella lettera ci fosse la famosa “Signorina veniamo noi con questa mia addirvi” che Totò e Peppino scrivevano alla malafemmina. Il livello di improvvisazione è più o meno lo stesso, la differenza sta nella classe...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/10/nat_lettera.jpg?47e3a5"><img class="alignnone size-medium wp-image-166451" title="Vignetta di Natangelo" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/10/nat_lettera-300x283.jpg?47e3a5" alt="" width="300" height="283" /></a><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/25/nessun-accordo-tra-berlusconi-e-lega-matteoli-e-bossi-si-rischia-la-crisi/166210/" target="_blank">La lettera di Berlusconi e Bossi all’Europa</a> li farà di nuovo sganasciare dal ridere. Questo è certo. Più che se nella lettera ci fosse la famosa <em>“Signorina veniamo noi con questa mia addirvi”</em> che Totò e Peppino scrivevano alla malafemmina. Il livello di improvvisazione è più o meno lo stesso, la differenza sta nella classe (immensa quella dei due attori napoletani). Siamo italiani e la farsa ce l’abbiamo nel sangue, niente di strano perciò che ci ridano dietro. Lo fanno da sempre.</p><p>Siamo quelli che nel medioevo formavano le compagnie di “joculatores” (buffoni) e giravano le corti tentando di sopravvivere coi propri spettacoli. Il medioevo è alle spalle, e la corte oggi è una sola: quella di Bruxelles. La differenza è che gli joculatores in Italia oggi hanno preso il trono del re e, dopo un quasi ventennio di abbuffate e oscenità di vario genere, oggi passano alla cassa tentando di spiegare con parole loro che i soldi per pagare il conto <strong>non ce li hanno</strong>.</p><p>Ho idea che quando le generazioni future ripenseranno a questi anni si meraviglieranno soprattutto di una cosa: del fatto che non solo abbiamo acconsentito a tutto questo, ma anche che alla fine abbiamo accettato di pagare il conto. Magari con quei soldoni grandi come tovaglie con cui Totò e Peppino pagavano la cena alle ballerine al Gran Milàn. E con una lettera a Barroso, che forse finisce così: <em>“Salutandovi indistintamente, i fratelli Caponi, (che siamo noi)”</em>.</p><p>(<span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.facebook.com/photo.php?fbid=308939189120334&amp;set=a.137729829574605.26457.132707500076838&amp;type=1&amp;theater" target="_blank">Vignetta di Natangelo</a></span>)</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/26/berlusconi-bossi-e-la-malafemmina/166430/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>28</slash:comments> </item> <item><title>&#8220;Non cambia nulla, andiamo avanti&#8221;</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/05/non-cambia-nulla-andiamo-avanti/162239/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/05/non-cambia-nulla-andiamo-avanti/162239/#comments</comments> <pubDate>Wed, 05 Oct 2011 08:14:28 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Pomella</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[dimissioni]]></category> <category><![CDATA[italia]]></category> <category><![CDATA[Moody’s]]></category> <category><![CDATA[rating]]></category> <category><![CDATA[silvio berlusconi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=162239</guid> <description><![CDATA[Come può succedere che un paese sull&#8217;orlo di un baratro economico, sociale e morale, non sia in grado di deporre una volta per tutte il principale responsabile di questa rovina? Per quale misteriosa ragione un paese occidentale e democratico come il nostro dimostra di non possedere gli anticorpi per espellere l’agente patogeno che lo sta...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Come può succedere che un paese sull&#8217;orlo di un baratro economico, sociale e morale, non sia in grado di <strong>deporre </strong>una volta per tutte il principale responsabile di questa rovina? Per quale misteriosa ragione un paese occidentale e democratico come il nostro dimostra di non possedere gli anticorpi per espellere l’agente patogeno che lo sta divorando dall’interno?</p><p>Questo non è, come si legge da più parti, il tramonto infinito del ventennio berlusconiano. Questa è la <strong>lenta agonia di una nazione</strong> che marcisce. Temo che la storia, come già accaduto in passato, ci aspetti al varco, che il passaggio a una nuova era politica non potrà avvenire se non in maniera traumatica, con una catastrofe finanziaria a cui nessuno, me compreso, si sta preparando. La vita strettamente quotidiana, dopotutto, scorre assente, con la complicità di un’opposizione che si sforza a parole di conquistare le masse indifferenti, quei ceti sociali che ormai navigano oltre l’antipolitica, in una terra di nessuno in cui vale solamente il tornaconto del giorno, senza chiedersi che cosa significhi veramente “essere indifferenti”.</p><p><strong>Berlusconi</strong>, come prima di lui molti altri <em>&#8216;autocrati&#8217;</em> (così lo definì il <em>Financial Times</em> lo scorso febbraio), reclama su di sé una specie di diritto di possesso sulla nazione, un principio divino basato sull’identificazione totale tra il leader e il popolo, un postulato riassumibile in una formula semplice: <strong>se cade il leader, cade il popolo</strong>.</p><p>Non si tratta quindi di evocare il senso di <strong>responsabilità</strong>, come si sente spesso negli appelli (sempre troppo deboli) alle dimissioni che vengono rivolti a questo governo. Qui non è in gioco la “responsabilità” in quanto consapevolezza o coscienza del proprio ruolo. La “responsabilità” come dovere nei confronti di una società di uomini, è stato dimostrato fino alla nausea, non si confà alla composizione genetica del premier. L’uomo ormai non crede più neppure alle cause deformi e deformate dall’ego per le quali si è battuto nel corso della sua storia, tuttavia se ne sta arroccato in un bunker dal quale si proclama indifferente alla crisi economica (<strong><em>“</em><a style="font-style: italic;" href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/04/crisi-moodys-declassa-il-rating-dellitalia-incertezze-economiche-e-politiche/162125/" target="_blank">Non cambia nulla, andiamo avanti</a><em>”</em></strong>, ha dichiarato ieri alla notizia del declassamento del rating italiano certificato da Moody’s), incitando, non si sa bene chi, a vincere una guerra ormai drammaticamente perduta.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/05/non-cambia-nulla-andiamo-avanti/162239/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>41</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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