<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Alessandro Oppes</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/aoppes/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sat, 26 May 2012 20:00:11 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>Il buco segreto nei conti della Spagna, le Regioni della destra inguaiano Rajoy</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/19/buco-segreto-conti-della-spagna-regioni-destra-inguaiano-rajoy/234896/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/19/buco-segreto-conti-della-spagna-regioni-destra-inguaiano-rajoy/234896/#comments</comments> <pubDate>Sat, 19 May 2012 14:25:22 +0000</pubDate> <dc:creator>Alessandro Oppes</dc:creator> <category><![CDATA[Zonaeuro]]></category> <category><![CDATA[Banche]]></category> <category><![CDATA[Bankia]]></category> <category><![CDATA[buco]]></category> <category><![CDATA[Caja]]></category> <category><![CDATA[Calatrava]]></category> <category><![CDATA[Gurtel]]></category> <category><![CDATA[Rajoy]]></category> <category><![CDATA[Spagna]]></category> <category><![CDATA[valencia]]></category> <category><![CDATA[Zapatero]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=234896</guid> <description><![CDATA[La frecciata arriva sotto forma di &#8220;tweet&#8221;, e reca la firma di Alfredo Pérez Rubalcaba: &#8220;Ma non era Zapatero ad aver ingannato Rajoy?&#8221;. Domanda retorica, ovviamente, quella del leader socialista, dopo che, a sorpresa, il governo è stato costretto a rivedere al rialzo il deficit già disastroso del 2011: non più l&#8217;annunciato 8,5 per cento (che...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>La frecciata arriva sotto forma di &#8220;tweet&#8221;, e reca la firma di<strong> Alfredo Pérez Rubalcaba</strong>: &#8220;Ma non era Zapatero ad aver ingannato Rajoy?&#8221;. Domanda retorica, ovviamente, quella del leader socialista, dopo che, a sorpresa, il governo è stato costretto a rivedere al rialzo il deficit già disastroso del 2011: non più l&#8217;annunciato 8,5 per cento (che sforava comunque in modo clamoroso il tetto del 6 per cento previsto dal precedente esecutivo del Psoe) ma addirittura 8,9, che tradotto in euro fanno 4 miliardi in più. Tutta colpa dei conti delle amministrazioni regionali, e guarda caso proprio di quelle controllate dai popolari, il partito del presidente. A cominciare da Madrid, guidata dalla &#8220;lady di ferro&#8221; della destra spagnola, <strong>Esperanza Aguirre</strong>, che si vantava di essere l&#8217;unica ad aver fatto &#8220;bene i compiti&#8221;, mantenendosi abbondantemente al di sotto dell&#8217;obiettivo dell&#8217;1,3 per cento fissato dal governo: &#8220;Abbiamo chiuso l&#8217;esercizio all&#8217;1,1&#8243;, annunciava trionfante la &#8220;Espe&#8221;, ma a conti fatti il disavanzo è stato esattamente il doppio, 2,2 per cento. Particolare curioso: quello che doveva essere il &#8220;guardiano del rigore&#8221; del governo regionale, l&#8217;assessore all&#8217;Economia Antonio Beteta, nel frattempo è stato promosso da Rajoy vice-ministro della pubblica amministrazione, con il compito di vigilare sui bilanci delle autonomie locali.</p><p>Stesso discorso &#8211; anzi molto più grave &#8211; per la Comunità Valenciana, che per anni era stata indicata proprio dall&#8217;attuale premier come esempio di &#8220;buona gestione&#8221;. Erano i tempi dei progetti faraonici, quando sembrava che con i proventi della speculazione immobiliare si potesse finanziare qualunque stravaganza: dal fiasco del parco di divertimenti Terra Mitica al Gran Premio d&#8217;Europa di Formula1 (con condizioni capestro fissate da <strong>Bernie Ecclestone,</strong> che a questo punto renderebbero molto più gravoso per le casse pubbliche recedere dal contratto che continuare a organizzare una manifestazione diventata un lusso insostenibile).</p><p>E poi la Ciutat de les Arts i de les Ciències, sfavillante fiore all&#8217;occhiello della città, però costata molto più del previsto (come tutte le grandi opere dell&#8217;architetto Santiago Calatrava) e rimasta incompiuta. E ancora l&#8217;America&#8217;s Cup di vela, la visita di Papa <strong>Benedetto XVI</strong> nel 2006 (sulla quale indaga la magistratura) e l&#8217;aeroporto fantasma di Castellón, dal quale non è mai decollato un aereo. Opere finanziate generosamente dai tre istituti del sistema finanziario locale, che non a caso sono tutti scomparsi. Il <strong>Banco de Valencia</strong> e la cassa di risparmio Cam sono state commissariate dal Banco de España, mentre Bancaja si è unita a Caja Madrid nella fusione che ha dato vita a Bankia e che rischia di trasformarsi in un abbraccio mortale. Costretto alle dimissioni il presidente regionale degli sprechi, Francisco Camps &#8211; processato e poi assolto dall&#8217;accusa di aver ricevuto in regalo dodici abiti e alcune cravatte dai responsabili della trama di corruzione finanziaria Gurtel &#8211; il nuovo capo del governo locale Alberto Fabra ha trovato le casse vuote e ha dovuto mettere mano alla scure dei tagli: dai funzionari pubblici alla sanità all&#8217;educazione e ai trasporti. Ma qualunque piano d&#8217;austerità sembra insufficiente. I &#8220;bonos&#8221; regionali sono stati classificati come &#8220;spazzatura&#8221; dalle grandi agenzie di rating. E Valencia viene già indicata come la &#8220;Grecia spagnola&#8221;, un territorio sull&#8217;orlo della bancarotta.</p><p>Ma, se questo è il caso più clamoroso, anche i bilanci di altre regioni generano inquietudine. <strong>Rajoy</strong> sa bene che, a parte le difficoltà del sistema bancario intossicato dagli asset della bolla immobiliare, la galassia delle autonomie locali è l&#8217;altro elemento che mette a rischio la credibilità spagnola sui mercati e nella comunità internazionale. Per questo la vice-premier<strong> Soraya Sáenz de Santamaría</strong> ha giudicato &#8220;estremamente positivo&#8221; l&#8217;accordo raggiunto venerdì con le Comunità Autonome in seno al Comitato di politica fiscale e finanziaria: un&#8217;intesa in base alla quale le regioni si impegnano a realizzare un piano d&#8217;austerità da 18 miliardi, per chiudere l&#8217;anno con un deficit dell&#8217;1,5 per cento, così come concordato con <strong>Bruxelles</strong>.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/19/buco-segreto-conti-della-spagna-regioni-destra-inguaiano-rajoy/234896/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Spagna, il ritorno Indignato</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/13/spagna-ritorno-indignato/228142/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/13/spagna-ritorno-indignato/228142/#comments</comments> <pubDate>Sun, 13 May 2012 10:27:24 +0000</pubDate> <dc:creator>Alessandro Oppes</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[crisi]]></category> <category><![CDATA[Democracia Real Ya]]></category> <category><![CDATA[indignados]]></category> <category><![CDATA[Puerta del Sol]]></category> <category><![CDATA[Rajoy]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=228142</guid> <description><![CDATA[L’orgoglio di poter dire: eccoci, ci siamo ancora. 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Allora, erano in parecchi a dire che il fenomeno sarebbe evaporato con la stessa rapidità con cui – a sorpresa – era nato. E invece no. Per capire come spaventino ancora il potere, e in particolare il governo centrale passato nel frattempo dai socialisti di Zapatero alla destra dei popolari di Rajoy, bastava vedere <strong>l’impressionante schieramento di forze di polizia</strong> che, dal primo pomeriggio di ieri, hanno preso il controllo del centro di Madrid. Duemila agenti in assetto anti-sommossa , parecchi di loro con piccole telecamere montate sui caschi. Uno spiegamento massiccio (persino più di quello realizzato in occasione dello sciopero generale del 29 marzo scorso) che è stato molto criticato dai partiti di sinistra, per le tensioni che potrebbe contribuire ad alimentare.</p><p>La vera incognita, tanto nella capitale come nelle altre 80 città spagnole scese in piazza, riguarda l’eventualità che gruppi di dimostranti decidano di montare in nottata – proprio come un anno fa – accampamenti improvvisati con tende da campeggio e sacchi a pelo. Sarebbero “atti illegali”, fa sapere il ministro dell’Interno Jorge Fernández Díaz. Ma l’esecutivo sa bene che un’operazione violenta di sgombero contro migliaia di manifestanti pacifici avrebbe conseguenze devastanti sull’immagine del paese a livello internazionale. <strong>È già successo di recente</strong>, quando le foto di giovani sanguinanti, colpiti dalla polizia a Valencia e Barcellona, sono finite sulle prime pagine della grande stampa internazionale. È il cosiddetto “effetto New York Times”, che terrorizza Mariano Rajoy, già estremamente preoccupato per l’enorme fragilità del paese sui mercati. Ed è la stessa crisi, ogni giorno più grave, ad aver <strong>ridato fiato</strong> a un movimento sorto nella fase del tramonto del governo Zapatero. Negli slogan degli “indignados”, un anno fa, Psoe e Pp venivano accomunati nel giudizio di condanna contro le storture del sistema politico. Oggi, nonostante la linea del movimento sia ancora la stessa, cresce il rifiuto nei confronti della politica economica del centrodestra: dalla durissima riforma del mercato del lavoro ai tagli indiscriminati alle spese per sanità ed educazione, le ricette di Rajoy sono viste come il più serio attacco mai realizzato <strong>contro le conquiste dello stato sociale</strong>.</div><p>Ma nonostante tutto, gli “indignados” – che pure sono scesi in piazza quando i sindacati hanno convocato uno sciopero generale &#8211; non fanno una chiara scelta di campo. <strong>Non sostengono formalmente alcun partito</strong> e sono contrari a qualunque tipo di organizzazione verticistica. E infatti, non più di due settimane fa con una decisione assembleare hanno espulso dal movimento alcuni dei fondatori di Democracia Real Ya, il nucleo originario delle proteste di un anno fa. La loro colpa: aver fondato un’associazione, con tanto di statuto e responsabili regolarmente registrati. Tutto il contrario della struttura “orizzontale” sviluppata finora dal nord al sud della Spagna: assemblee, riunioni di quartiere, piattaforme di dibattito su Internet, migliaia di proposte per “aggiornare il sistema”. Il futuro si decide per alzata di mano.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 13 maggio 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/13/spagna-ritorno-indignato/228142/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Crolla Bankia e la Spagna scopre di essere sull&#8217;orlo di una terribile crisi bancaria</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/08/bankia-rotta-spagna-sullorlo-nuova-crisi-finanziaria/223675/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/08/bankia-rotta-spagna-sullorlo-nuova-crisi-finanziaria/223675/#comments</comments> <pubDate>Tue, 08 May 2012 20:03:04 +0000</pubDate> <dc:creator>Alessandro Oppes</dc:creator> <category><![CDATA[Zonaeuro]]></category> <category><![CDATA[Aznar]]></category> <category><![CDATA[Bankia]]></category> <category><![CDATA[Berlusconi]]></category> <category><![CDATA[bolla]]></category> <category><![CDATA[Caixa]]></category> <category><![CDATA[Merkel]]></category> <category><![CDATA[Rajoy]]></category> <category><![CDATA[Rodrigo Rato]]></category> <category><![CDATA[Spagna]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=223675</guid> <description><![CDATA[Questa volta è vero allarme rosso. Sprofonda sotto il peso degli attivi tossici Bankia, l&#8217;istituto di credito che controlla il dieci per cento dei depositi spagnoli. E per scongiurare una bancarotta che potrebbe portare l&#8217;intero paese sull&#8217;orlo del crack finanziario, il governo di Mariano Rajoy è costretto a correre ai ripari con una terapia d&#8217;urto nella quale ad...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Questa volta è vero allarme rosso. Sprofonda sotto il peso degli attivi tossici <strong>Bankia</strong>, l&#8217;istituto di credito che controlla il dieci per cento dei depositi spagnoli. E per scongiurare una bancarotta che potrebbe portare l&#8217;intero paese sull&#8217;orlo del crack finanziario, il governo di <strong>Mariano Rajoy</strong> è costretto a correre ai ripari con una terapia d&#8217;urto nella quale ad alcuni punti fermi si accavallano pericolose indiscrezioni incontrollate. Nessuna conferma, almeno per il momento, all&#8217;informazione anticipata dal sito <strong>El Confidencial</strong> che anticipava l&#8217;imminente nazionalizzazione dell&#8217;istituto, nato due anni fa dalla fusione tra<strong> Caja Madrid</strong>, <strong>Bancaja</strong> e altre cinque piccole casse di risparmio e quotato in Borsa dal luglio dello scorso anno. Un&#8217;operazione che ha finito per rivelarsi fallimentare per la miscela esplosiva tra una cattiva gestione, le scarse entrate e l&#8217;eccessiva esposizione ai crediti del settore delle costruzioni entrato in crisi a partire dal 2008.</p><p>Il risultato è che, da quando Bankia è quotata alla Borsa di Madrid, il valore delle sue azioni si è ridotto di oltre il 40 per cento, da 3,75 a circa 2 euro. Con un totale di 31 miliardi e 800 milioni di attivi immobiliari problematici, questa banca è considerata l&#8217;anello più debole di un sistema finanziario già in sofferenza come quello spagnolo. A lanciare l&#8217;allarme è stato, con una mossa che non ha precedenti, lo stesso<strong> Fondo Monetario Internazionale</strong>, in un rapporto che a detta di diversi osservatori è direttamente ispirato dal ministero dell&#8217;Economia spagnolo. In sostanza, si tratterebbe di una scelta strategica che dovrebbe facilitare l&#8217;adozione di una soluzione drastica e immediata. La prima conseguenza dell&#8217;avvertimento dell&#8217;Fmi è stata l&#8217;uscita di scena forzata dell&#8217;attuale presidente di Bankia, <strong>Rodrigo Rato</strong>, imposta lunedì dal governo dopo una breve e drammatica trattativa. Il caso vuole che il manager messo alla porta senza tanti complimenti sia proprio l&#8217;ex direttore del Fondo (predecessore nell&#8217;incarico di <strong>Dominique Strauss-Kahn</strong>). Ma non solo. Rato, compagno di partito di Rajoy, è stato vice-premier economico ai tempi del governo di<strong> José Maria Aznar</strong>. A lungo venne indicato come il possibile successore designato del presidente quando l&#8217;allora leader della destra annunciò nel 2004 il ritiro dall&#8217;attività politica. Ma alla fine Aznar gli preferì proprio Rajoy.</p><p>A questo punto, non è un mistero che la sua uscita di scena pilotata sia direttamente legata alla sua appartenenza politica: per salvare Bankia avrebbe infatti pensato a un&#8217;iniezione di fondi da un minimo di 7 fino a un massimo di 10 miliardi di euro. Un&#8217;operazione destinata in ogni caso a suscitare polemiche, ma che risulterebbe molto più imbarazzante se ai vertici dell&#8217;istituto ci fosse un autorevole compagno di partito di Rajoy quale è appunto Rato. Il capo dell&#8217;esecutivo ha così accettato dallo stesso presidente uscente un “suggerimento” sul nome del successore: si tratta di <strong>José Ignacio Goirigolzarri</strong>, ex amministratore delegato del Bbva, che andò in pensione nel 2009 con una liquidazione di 68,7 milioni di euro. Ce n&#8217;è abbastanza, insomma, per riaccendere la fiamma della polemica su un settore, come quello bancario, che continua a ricevere ricche sovvenzioni mentre il governo applica implacabile la scure sullo stato sociale. Se è vero che Bankia verrà salvata con un aiuto di 10 miliardi di euro, si tratta proprio della stessa cifra a cui ammontano i tagli alla sanità e all&#8217;educazione annunciati nelle scorse settimane. E&#8217; per questo che, mentre i socialisti criticano la gestione fallimentare della banca, il gruppo della sinistra parlamentare <strong>Izquierda Unida</strong> chiede che si opti per la nazionalizzazione dell&#8217;istituto. Come sempre, a rischiare di più sono i risparmiatori. Sono garantiti solo i depositi fino ai 100mila euro. In caso di bancarotta, si rischia un “<strong>corralito</strong>” sul modello della crisi argentina di dieci anni fa.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/08/bankia-rotta-spagna-sullorlo-nuova-crisi-finanziaria/223675/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Downgrade del debito e disoccupazione, primi due voti di sfiducia a Rajoy</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/28/spagna-declassata-standardpoor%e2%80%99s-sfiducia-governo-rajoy/211977/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/28/spagna-declassata-standardpoor%e2%80%99s-sfiducia-governo-rajoy/211977/#comments</comments> <pubDate>Sat, 28 Apr 2012 14:59:33 +0000</pubDate> <dc:creator>Alessandro Oppes</dc:creator> <category><![CDATA[Zonaeuro]]></category> <category><![CDATA[austerità]]></category> <category><![CDATA[crisi]]></category> <category><![CDATA[Fmi]]></category> <category><![CDATA[mercato immobiliare]]></category> <category><![CDATA[Rajoy]]></category> <category><![CDATA[Spagna]]></category> <category><![CDATA[Standard&Poor’s]]></category> <category><![CDATA[tagli]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=211977</guid> <description><![CDATA[Una spirale senza fine. Più Rajoy insiste nella rigida politica di austerità che dovrebbe riequilibrare i conti pubblici, meno la Spagna convince i mercati e gli investitori. Standard&#38;Poor’s vede nero e declassa di due gradini il rating del debito iberico, dal livello A al BBB+, con &#8220;prospettive negative&#8221;. Avvertimento inquietante, perché ci si avvicina sempre...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Una spirale senza fine. Più <strong>Rajoy</strong> insiste nella rigida politica di austerità che dovrebbe riequilibrare i conti pubblici, meno la Spagna convince i mercati e gli investitori. Standard&amp;Poor’s vede nero e declassa di due gradini il rating del debito iberico, dal livello A al BBB+, con &#8220;prospettive negative&#8221;. Avvertimento inquietante, perché ci si avvicina sempre più al baratro del &#8220;bono basura&#8221;, ovvero &#8220;spazzatura&#8221; come nel caso di Portogallo e Grecia.</p><p>La scure dell’agenzia Usa colpisce Madrid proprio nelle ore in cui i nuovi dati sulla disoccupazione confermano come il paese sia sprofondato in una crisi sociale senza precedenti. In appena tre mesi, il numero dei senza lavoro cresce di oltre 365mila unità, fino a raggiungere un tasso del 24,4 per cento, quasi due volte e mezzo la media europea. In tutto, <strong>i disoccupati sono più di 5 milioni e 600mila, la cifra più alta degli ultimi vent’anni</strong>. Un tracollo temuto e in qualche modo previsto. Soprattutto da parte delle grandi organizzazioni sindacali, Ugt e Comisiones Obreras, che sin dal primo momento avevano denunciato come la nuova riforma del mercato del lavoro, varata due mesi fa dall’esecutivo di centro-destra, riducendo gli indennizzi ad appena 20 giorni per anno lavorato (e un massimo di 12 mensilità), avrebbe finito per favorire i <strong>licenziamenti</strong>.</p><p>Ed è quello che è accaduto, con grande rapidità, tanto che ora persino il governo teme che possa saltare il tetto dei <strong>sei milioni di disoccupati</strong> previsto per la fine dell’anno. Sarà probabilmente inevitabile, se si confermano le catastrofiche previsioni che hanno indotto S&amp;P a declassare il rating spagnolo. L’agenzia ha rivisto nettamente al ribasso le proprie stime sull’andamento dell’economia. Se le previsioni precedenti parlavano di una crescita del Pil dello 0,3 per cento per quest’anno e dell’1 per cento nel 2013, ora il timore è che la recessione si protragga ancora a lungo: contrazione dell’1,5 per cento nel 2012 e dello 0,5 nel prossimo esercizio.</p><p>In un contesto simile, è chiaro che le speranze di invertire la rotta sul fronte dell’occupazione sono pressochè nulle. Ma Standard&amp;Poor’s va anche più in là, esprimendo forti dubbi sugli effetti del piano di consolidamento fiscale del governo Rajoy. In altre parole, l’obiettivo del deficit al 5,3 per cento imposto da Bruxelles, nonostante sia molto meno esigente rispetto al 4,4 inizialmente previsto, resta comunque una meta difficile da raggiungere per il 2012 &#8220;a causa della situazione economica e finanziaria&#8221;.</p><p>Un elemento destinato a incidere sicuramente in modo negativo è legato alle difficoltà delle banche spagnole, alle quali Madrid potrebbe essere costretta a garantire un ulteriore sostegno fiscale. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, le maggiori banche del paese &#8220;appaiono sufficientemente capitalizzate&#8221; e hanno una forte redditività per sostenere il deterioramento della situazione economica. Resta però <strong>la forte incognita legata agli attivi tossici del settore immobiliare</strong>. Una spada di Damocle che ha provocato, negli ultimi giorni, una riapertura del dibattito sull’opportunità di creare un &#8220;banco malo&#8221;, una &#8220;bad bank&#8221; dove raccogliere i prestiti immobiliari a rischio.</p><p>Solo voci per il momento, sulle quali non esiste nessuna conferma da parte dell’esecutivo. Secondo alcune indiscrezioni pubblicate dalla stampa iberica, il piano al quale stanno lavorando il governo e il Banco de España prevede che gli istituti di credito più esposti sul fronte degli asset tossici creino società immobiliari &#8220;di liquidazione&#8221; con il compito di isolare i rischi vincolati al &#8220;mattone&#8221;. L’obiettivo sarebbe quello di trovare investitori privati che assumano il controllo di queste nuove imprese, che dovrebbero esaurire il loro compito in un termine massimo di dieci anni.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/28/spagna-declassata-standardpoor%e2%80%99s-sfiducia-governo-rajoy/211977/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Altro che Spagna, il Portogallo è la bomba finanziaria sotto lo spread</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/23/altro-spagna-portogallo-bomba-finanziaria-sotto-spread/206193/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/23/altro-spagna-portogallo-bomba-finanziaria-sotto-spread/206193/#comments</comments> <pubDate>Mon, 23 Apr 2012 08:37:31 +0000</pubDate> <dc:creator>Alessandro Oppes</dc:creator> <category><![CDATA[Zonaeuro]]></category> <category><![CDATA[crisi]]></category> <category><![CDATA[deficit]]></category> <category><![CDATA[disoccupazione]]></category> <category><![CDATA[mercato del lavoro]]></category> <category><![CDATA[Pedro Passos Coelho]]></category> <category><![CDATA[Portogallo]]></category> <category><![CDATA[Troika]]></category> <category><![CDATA[Ue]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=206193</guid> <description><![CDATA[Mai illudersi di aver toccato fondo. 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Ma il bombardamento incessante di ricette d’austerità imposte dalla troika Fmi-Ue-Bce al nuovo esecutivo di centro-destra uscito dal voto anticipato del giugno 2011, non ha finora consentito al paese di risollevare la testa. Anzi, <strong>i risultati sono francamente sconfortanti</strong>, tanto che non ha sorpreso l’ammissione del primo ministro <strong>Pedro Passos Coelho</strong> che, in un articolo pubblicato sul <em>Financial Times</em>, riconosce di non poter escludere l’eventualità di dover ricorrere nuovamente al sostegno “dei nostri soci internazionali”. Esistono, a detta del premier, “circostanze aliene al nostro controllo”, che potrebbero impedire il ritorno del paese sui mercati finanziari nei tempi previsti, cioè nell’autunno del 2013.</p><p>E’ un modo per tentare di condividere la responsabilità dei problemi con le istituzioni europee che hanno commissariato l’economia portoghese. Quel che Passos Coelho non ricorda, però, è che sin dal momento del suo insediamento, dieci mesi fa, non solo si impegnò a rispettare punto per punto le indicazioni della troika, ma disse che sarebbe andato anche “al di là delle misure richieste”. E così ha fatto, con il risultato di deprimere ulteriormente un’economia già sull’orlo del precipizio. Un anno dopo,<strong> il bilancio è: più disoccupati, più debiti, più recessione</strong>. Il divario tra le classi più ricche e più povere della società è diventato una voragine in seguito a una raffica di misure d’austerità che fanno vacillare le fondamenta del welfare: incremento dell’Iva e dell’Irpef, soppressione delle paghe extra per funzionari e pensionati (ora ne riscuotono 12, contro le 14 del passato), tagli ai sussidi di disoccupazione, aumento delle tasse sui servizi sanitari (per una visita medica normale si è passati da 2,5 a 5 euro, per le urgenze da 8,5 a 15), aumento dei prezzi di gas, carburanti, elettricità, trasporti pubblici. Ma la “macelleria sociale” non finisce qui. Con la riforma del mercato del lavoro varata a gennaio, si era già ridotta da 30 a 20 giorni per anno lavorato l’indennizzazione in caso di licenziamento. Ora, però, il governo ritorna alla carica e annuncia un nuovo, drastico taglio: su proposta della troika, il nuovo tetto per gli indennizzi verrà fissato fra gli 8 e i 12 giorni.</p><p>Tutto ciò con un panorama occupativo sempre più inquietante: i senza lavoro sono passati negli ultimi dodici mesi dal 12 al 15 per cento, e si prevede che a fine anno saranno già più di 700mila. Inutile sperare in un’inversione di tendenza a breve termine, perché dopo una caduta del Pil del 2,8 per cento nel 2011, si teme che la contrazione dell’economia per l’anno in corso possa essere superiore al 3 per cento. <strong>L’unico risultato tangibile è la riduzione del deficit di tre punti e mezzo</strong>, che autorizza l’Fmi a sperare che si possa rispettare per il 2012 l’obiettivo del 4 per cento. Ma, nonostante l’aiuto finanziario internazionale, il paese non è riuscito a ridurre la pressione dei mercati, tanto che ora è costretto a pagare un interesse del 12 per cento per i titoli a dieci anni, contro il 7 per cento di dodici mesi fa. Il debito pubblico ha superato il 100 per cento del Pil e, pur in piena recessione, il tasso d’inflazione è al 3,3.</p><p>Con gli investimenti pubblici sacrificati sull’altare dell’austerità (niente alta velocità, cancellato il progetto per il nuovo aeroporto di Lisbona) la speranza di far ripartire lo sviluppo diventa sempre più una chimera. La reazione sociale – due scioperi generali in appena tre mesi – non ha smosso di un millimetro il premier di centro-destra. Di fronte all’assoluta mancanza di prospettive, chi ne ha il coraggio prende la via dell’espatrio:<strong> sono 150mila i portoghesi che hanno lasciato il paese dall’inizio della crisi</strong>, molti di loro altamente qualificati che vanno alla ricerca di uno sbocco professionale in Africa o in Sudamerica.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/23/altro-spagna-portogallo-bomba-finanziaria-sotto-spread/206193/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Altri guai per la Spagna, l&#8217;Argentina vuole espropriare a Madrid il gruppo petrolifero Ypf</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/14/colonia-largentina-alza-testa-difende-padroni-spagnoli/204303/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/14/colonia-largentina-alza-testa-difende-padroni-spagnoli/204303/#comments</comments> <pubDate>Sat, 14 Apr 2012 13:05:48 +0000</pubDate> <dc:creator>Alessandro Oppes</dc:creator> <category><![CDATA[Zonaeuro]]></category> <category><![CDATA[Argentina]]></category> <category><![CDATA[compagnia petrolifera]]></category> <category><![CDATA[crisi diplomatica]]></category> <category><![CDATA[Cristina Fernández de Kirchner]]></category> <category><![CDATA[greggio]]></category> <category><![CDATA[Mariano Rajoy]]></category> <category><![CDATA[Repsol]]></category> <category><![CDATA[Spagna]]></category> <category><![CDATA[Ypf]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=204303</guid> <description><![CDATA[Non è solo una questione di orgoglio nazionale. 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La presidente argentina <strong>Cristina Fernández de Kirchner</strong> minaccia di nazionalizzare la compagnia, attualmente in mano (per il 57 per cento) all’iberica Repsol. Ma il governo di <strong>Mariano Rajoy</strong> non ci sta: prima il ministro dell’Industria <strong>Soria</strong> prospetta ritorsioni, poi la vice-premier <strong>Saenz de Santamaría</strong> ringhia che “la Spagna difenderà i propri interessi con tutti gli strumenti a sua disposizione”. Infine, in un crescendo dai toni sempre più apertamente bellici, il capo della diplomazia <strong>García Margallo</strong> assicura che l’esproprio sarebbe considerato da Madrid come “un atto d’aggressione”. Possibile conseguenza: una “rottura dei rapporti non solo economica”, che minerebbe alla base “la relazione fraterna” esistente tra i due paesi.</p><p>Sono davvero lontani i tempi in cui l’Argentina – pur fingendo insofferenza per rivendicare in qualche modo l’orgoglio patrio – accettava con entusiasmo la nuova ondata di colonialismo economico proveniente dall’ex “madrepatria”. Le privatizzazioni di<strong> Carlos Menem</strong> si trasformarono in una svendita a prezzi di realizzo. Affari d’oro per<em> </em>Telefónica, le grandi banche Santander e Bbva, e persino il fragile Grupo Marsans, che prese il controllo di Aerolineas Argentinas finendo per aggravarne la crisi. Tutto il contrario di Repsol, che sbarcò a Buenos Aires nel 1999 con intenzioni più che serie.<strong> Investì 13 miliardi e mezzo di euro</strong>, comprando prima il 15 per cento di Ypf, e in seguito lanciando un’Opa. Questo consentì alla compagnia di diventare in poco tempo l’ottavo  produttore di greggio nel mondo e la quindicesima compagnia energetica.</p><p><strong>Il problema è che, per gli argentini, Ypf è da sempre uno dei simboli nazionali irrinunciabili</strong>. Lo capì subito <strong>Antonio Brufau</strong> quando – nel 2004 – fu nominato alla guida di Repsol. Favorì l’apertura a soci locali, con la cessione del 25 per cento delle azioni al gruppo Petersen. Ma non è bastato per evitare la recente, drammatica resa dei conti. Buenos Aires accusa gli spagnoli di non aver investito a sufficienza nella compagnia, e attribuisce al “mancato rispetto dei piani di produzione” il deficit di idrocarburi in Argentina che obbliga il paese ad aumentare le importazioni. Repsol replica di aver realizzato 20 miliardi di dollari di investimenti in dodici anni (3266 milioni solo nel 2011). Ma forse il vero problema è un altro. L’annuncio, un anno fa, della scoperta di un enorme giacimento di petrolio e gas nella zona della Vaca Muerta, nelle province di Neuquén e Mendoza, potrebbe aver indotto il governo a valutare la convenienza di gestire in proprio un business così succulento.</p><p>Sullo sfondo, c’è la prospettiva di triplicare le riserve del paese e garantirne in futuro l’autosufficienza energetica. Poco importa che sia stata la tecnologia spagnola ad aprire questo spiraglio di speranza. <strong>La bozza di legge per l’esproprio di Ypf è già pronta</strong>. Se non è stata ancora presentata, si deve probabilmente alle fortissime pressioni che Kirchner ha ricevuto nelle ultime ore. Di sicuro dal presidente della Commissione Ue <strong>Durão Barroso</strong>. Ma non solo. Madrid ha chiesto aiuto al Dipartimento di Stato Usa e al governo messicano (presidente di turno del G20). E mentre, nel trentennale del conflitto delle Malvine, paventa oscure “ritorsioni”, cerca di esercitare nei confronti dell’Argentina anche un estremo ricatto morale: ricordando di quando, ai tempi del “corralito”,<strong> Aznar</strong> corse in soccorso di un paese in bancarotta con un credito da un miliardo di dollari.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/14/colonia-largentina-alza-testa-difende-padroni-spagnoli/204303/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Scuola e sanità, i tagli di Rajoy che cambieranno la vita degli spagnoli</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/11/scuola-sanita-tagli-rajoy-cambieranno-vita-degli-spagnoli/203717/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/11/scuola-sanita-tagli-rajoy-cambieranno-vita-degli-spagnoli/203717/#comments</comments> <pubDate>Wed, 11 Apr 2012 14:25:42 +0000</pubDate> <dc:creator>Alessandro Oppes</dc:creator> <category><![CDATA[Zonaeuro]]></category> <category><![CDATA[austerità]]></category> <category><![CDATA[Catalogna]]></category> <category><![CDATA[crisi]]></category> <category><![CDATA[default]]></category> <category><![CDATA[Rajoy]]></category> <category><![CDATA[recessione]]></category> <category><![CDATA[Spagna]]></category> <category><![CDATA[spread]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=203717</guid> <description><![CDATA[Si fa presto a dire dieci miliardi. 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Un “<strong>tijeretazo</strong>” (una sforbiciata) di queste proporzioni, applicata a due settori chiave ed estremamente delicati come la sanità e l’educazione, vuol dire fare un passo decisivo verso lo smantellamento dello stato sociale. Ma non solo. In Spagna significa anche rimettere completamente in discussione il “<strong>modelo autonómico</strong>”, il decentramento regionale. Sono stati i governi locali della Catalogna e del Paese Basco (due tra i pochissimi non ancora caduti sotto il controllo del Partito Popolare) a ricordarlo con forza al premier <strong>Mariano Rajoy</strong>. L’annuncio di questo nuovo piano di austerità – il terzo in poco più di cento giorni di amministrazione del centro-destra – è venuto infatti dal governo centrale, ma sanità ed educazione sono due tra le principali competenze trasferite alle <strong>Comunidades</strong>. Anzi, per dirla tutta, sono proprio ciò che dà un senso compiuto all’esistenza delle Regioni. E a dar corpo al sospetto che tra i progetti della destra ci sia anche quello di rivedere in maniera sostanziale la stessa organizzazione dello Stato, arriva il “suggerimento” di <strong>Esperanza Aguirre,</strong> ultraliberista presidente regionale di Madrid: restituire all’esecutivo centrale le competenze su sanità ed educazione (e anche sulla giustizia). In questo modo, dice la “lady di ferro” del Pp, si potrebbero risparmiare 48 miliardi di euro (una stima tutta da verificare).</p><p>A parte questi esercizi di ingegneria istituzionale, il problema impellente è reperire questi 10 miliardi di euro. Sette dovranno venire dal taglio delle spese sanitarie. Un’enormità. Basti pensare che, fino ad ora, il più drastico piano d’austerità applicato al settore fu quello deciso da Zapatero nel 2010, per un importo di 3 miliardi. In quell’occasione, circa la metà del rispar1mio fu determinata da un taglio del 5 per cento dei salari. Una misura che Rajoy assicura di non voler adottare. Ma questo non esclude che finisca per adottarla (in appena tre mesi di governo gli spagnoli hanno constatato più volte l’estrema disinvoltura con la quale il premier smentisce se stesso). Il presidente del <strong>Cesm</strong>, la confederazione dei sindacati dei medici, ricorda al capo dell’esecutivo che negli ultimi due anni i loro salari si sono già ridotti del 20 per cento, tra riduzioni delle guardie e tagli agli stipendi dei funzionari. Ma è anche vero che un risparmio di sette miliardi è estremamente difficile da realizzare senza mettere mano alle spese per il personale, che rappresentano quasi la metà del bilancio della sanità.</p><p>E allora, dove si può andare a colpire? Diverse le ipotesi allo studio. Si pensa all’introduzione del <strong>ticket</strong> (anche in questo caso Rajoy aveva detto di “non essere favorevole”) sia sulle ricette, per le quali il pagamento avverrebbe in funzione del reddito, sia sull’assistenza sanitaria (si potrebbe richiedere il pagamento di alcuni servizi a chi ha un reddito superiore ai 100mila euro). Di sicuro verrà ridefinito l’elenco dei servizi che il “<strong>sistema nacional de salud</strong>” offre in maniera gratuita: è probabile che si continui a garantire le prestazioni fondamentali come visite mediche, interventi chirurgici, trapianti, campagne di vaccinazione, ma verrebbero eliminati i trattamenti di riproduzione assistita e le operazioni per il cambiamento di sesso (una delle conquiste del movimento transessuale degli anni di governo Zapatero). Non è escluso però che si ricorra a una linea ancora più dura: pagamento sia per le visite al pronto soccorso sia per i ricoveri in ospedale. Si pensa poi di limitare il “<strong>turismo sanitario</strong>” (sono molti i cittadini europei che vanno in Spagna per ricevere gratuitamente trattamenti che sono molto costosi nei loro Paesi). Tutte misure che, una volta indicate da Madrid, dovrebbero essere concretamente applicate dalle regioni, a cui formalmente spetta la competenza del settore. Senza escludere possibili rivolte da parte di amministrazioni “ribelli”, come quella dell’<strong>Andalusia</strong>, rimasta sotto il controllo della sinistra dopo il voto del 25 marzo scorso.</p><p>Stesso discorso vale anche nel campo dell’educazione, dove il taglio da 3 miliardi si andrà ad aggiungere ai 3400 milioni di spesa ridotti negli ultimi due anni. E questo nonostante il consistente aumento del numero di studenti (500mila in più). Anche qui, il panorama che si prospetta è desolante. L’aumento delle ore di lezione per tutti i docenti (dalle elementari alle superiori) è una delle misure più probabili. A questo si aggiungerà quasi sicuramente un incremento del numero di studenti per classe, in modo da poter sfoltire il numero di classi. Inutile dire che gli esperti sono fortemente contrari, perché il rischio è che il rendimento degli studenti – già altamente deficitario rispetto agli standard europei – subisca un ulteriore contraccolpo. Ultima minaccia: quella di far pagare l’accesso ai master e ritoccare le tasse universitarie.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/11/scuola-sanita-tagli-rajoy-cambieranno-vita-degli-spagnoli/203717/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Spagna, le sofferenze dell&#8217;infinito dopo-bolla di un mercato immobiliare dopato</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/26/spagna-corsa-ribasso-immobiliare/199869/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/26/spagna-corsa-ribasso-immobiliare/199869/#comments</comments> <pubDate>Mon, 26 Mar 2012 10:08:39 +0000</pubDate> <dc:creator>Alessandro Oppes</dc:creator> <category><![CDATA[Zonaeuro]]></category> <category><![CDATA[Aznar]]></category> <category><![CDATA[Berlusconi]]></category> <category><![CDATA[bolla immobiliare]]></category> <category><![CDATA[crisi]]></category> <category><![CDATA[euro]]></category> <category><![CDATA[Grecia]]></category> <category><![CDATA[Rajoy]]></category> <category><![CDATA[Spagna]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=199869</guid> <description><![CDATA[Il calo è lento, ma costante. E nessuno è in grado di prevedere per quanto tempo ancora potrà proseguire. Forse quattro, cinque anni. Di sicuro, fino a quando non verrà smaltito integralmente lo “stock” d’invenduto, che pesa come un macigno non solo sul settore ma sul complesso dell’economia spagnola. L’immobiliare, a lungo il motore del...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/03/case-in-vendita.jpg?47e3a5"><img class="alignnone size-full wp-image-200149" title="case in vendita_interna" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/03/case-in-vendita.jpg?47e3a5" alt="" width="295" height="152" /></a>Il calo è lento, ma costante. E nessuno è in grado di prevedere per quanto tempo ancora potrà proseguire. Forse quattro, cinque anni. Di sicuro, fino a quando non verrà smaltito integralmente lo “stock” d’invenduto, che pesa come un macigno non solo sul settore ma sul complesso dell’economia spagnola. L’immobiliare, a lungo il motore del boom, l’artefice di una crescita scomposta e drogata, è ora il grande malato che si cerca di tenere in vita a tutti i costi, pur sapendo che non potrà più recuperare una salute smagliante. Calano i prezzi delle case, ma non ancora tanto quanto ci si potrebbe aspettare. L’ultimo dato dell’<strong>Ine</strong> (<strong>Instituto Nacional de Estadística</strong>) parla di una <strong>riduzione dell’11,2 per cento </strong>nel valore degli immobili di nuova costruzione per il quarto trimestre del 2011. <strong>In tre anni, il crollo è stato del 21,9 per cento</strong>. Ma è ancora troppo poco, se si considera che in Spagna ci sono ancora un milione e mezzo di appartamenti nuovi invenduti, secondo i calcoli del portale Fotocasa. Una cifra a cui bisogna aggiungere circa altri tre milioni di immobili vuoti.</p><p>Un’eredità pesante, frutto della “<strong>burbuja</strong>”, la bolla speculativa favorita dalla “ley del suelo” del 1998, ai tempi del governo di <strong>José Maria Aznar</strong>. Anni in cui il mattone sembrava una inesauribile fonte di ricchezza, i palazzinari iberici devastavano la costa mediterranea, dalla Comunità Valenciana all’Andalusia, e le banche concedevano crediti facili, anzi facilissimi. Tanto ai privati, con mutui fino al cento per cento (che poi la crisi si è incaricata di trasformare in impegni impossibili da onorare per migliaia di famiglie che hanno perso il posto di lavoro) come alle grandi imprese immobiliari, alcune delle quali sono state costrette a dichiarare bancarotta negli ultimi quattro anni.</p><p>Per toccare con mano le conseguenze di questa situazione, basta vedere l’elenco dei partecipanti al prossimo <strong>Salone immobiliare internazionale (Sima)</strong>, che riunirà a Madrid a metà aprile le principali imprese del settore. In prima fila, con il loro ingombrante “stock” di circa 150mila case da mettere sul mercato, ci sono tutte le grandi banche, con <strong>le loro società create “ad hoc”</strong> per gestire un business che hanno subìto più che cercato: Altamira Santander, Bankia Habitat, Bbva Vivienda, Servihabitat (Caixabank). E ancora Casaktua (controllata da Banesto), Catalunya Caixa Inmobiliaria e Solvia, filiale del Sabadell. L’obiettivo degli istituti di credito è quello di sbarazzarsi al più presto degli appartamenti di cui &#8211; praticamente loro malgrado &#8211; sono tornati in possesso (per il fallimento dei costruttori o i debiti dei privati).</p><p>L’operazione non è per niente semplice. Con l’economia ormai in piena recessione, sono sempre meno gli spagnoli disposti ad acquistare una casa. Nonostante il calo dei prezzi, <strong>il numero di transazioni immobiliari ha registrato una pesante caduta (meno 29,3 per cento) nel 2011, con appena 347mila case vendute</strong>. Ai tempi d’oro del “boom”, nel 2005 e nel 2006, se ne vendevano 900mila l’anno. Ma era anche l’epoca in cui in Spagna si costruiva tanto quanto in Francia, Germania e Regno Unito insieme. Una “febbre” della quale si pagano ancora le conseguenze, anche dal punto di vista dell’occupazione (con la distruzione-record di oltre 2 milioni e mezzo di posti di lavoro solo in questo settore). <strong></strong></p><p><strong>Il governo Rajoy ha cercato in qualche modo di correre ai ripari con la riforma finanziaria varata all’inizio di febbraio</strong>, che dovrebbe servire a riattivare il credito da tempo paralizzato e a ridurre ulteriormente i prezzi dell’edilizia abitativa. La riforma obbliga le banche e le casse di risparmio a realizzare uno sforzo addizionale in accantonamenti finanziari per ripulire i bilanci dagli attivi immobiliari potenzialmente tossici, che ammontano a 175 miliardi di euro. Un impegno complessivo di circa 50 miliardi, distribuito fra l’anno in corso e, solo per gli istituti che sono in fase di fusione, rinviato al più tardi a fine 2013. E’ per questo che, al più presto, <strong>le banche avranno bisogno di liberarsi dell’invenduto</strong>, sia per ridurre i rischi sia per disporre di maggiore liquidità. La corsa al ribasso dei prezzi potrebbe così influenzare molto presto anche il resto del mercato, spingendo le compagnie immobiliari a fare lo stesso. Secondo il presidente del G-14, la “lobby” dei grandi costruttori, <strong>Fernando Rodríguez-Avial</strong>, il cammino per risanare il settore sarà “lungo e difficile”. Ma di sicuro è inevitabile. Basti pensare che tra il 1996 e il 2006 il valore degli immobili si è rivalutato del 160 per cento. E da allora ha perso solo il 20 per cento.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/26/spagna-corsa-ribasso-immobiliare/199869/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Cina, chiude il reality dei condannati a morte</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/14/cina-chiude-reality-condannati-morte/197098/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/14/cina-chiude-reality-condannati-morte/197098/#comments</comments> <pubDate>Wed, 14 Mar 2012 08:40:41 +0000</pubDate> <dc:creator>Alessandro Oppes</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[bbc]]></category> <category><![CDATA[condanne a morte Cina]]></category> <category><![CDATA[Dead Man Talking]]></category> <category><![CDATA[Interviste prima dell’esecuzione]]></category> <category><![CDATA[pena di morte Cina]]></category> <category><![CDATA[reality Cina]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=197098</guid> <description><![CDATA[Fine di uno spettacolo morboso e crudele. C’è voluto un documentario di un regista australiano, trasmesso lunedì dalla Bbc con il titolo &#8220;Dead Man Talking&#8221; – che parafrasa il film con Susan Sarandon e Sean Penn – per convincere i produttori della tv cinese della provincia di Henan a interrompere la programmazione del loro reality...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Fine di uno spettacolo morboso e crudele. C’è voluto un documentario di un regista australiano, trasmesso lunedì dalla Bbc con il titolo &#8220;Dead Man Talking&#8221; – che parafrasa il film con Susan Sarandon e Sean Penn – per convincere i produttori della tv cinese della provincia di Henan a interrompere la programmazione del loro reality più seguito: &#8220;Interviste prima dell’esecuzione&#8221;, andato in onda dal 18 novembre 2006 fino a venerdì, ha portato davanti alle telecamere per duecento puntate altrettanti <strong>condannati a morte</strong>, in genere proprio nell’ultimo giorno della loro vita. Un successone, con quaranta milioni di spettatori incollati ai teleschermi ogni sabato sera, e uno straordinario trampolino di lancio per la giornalista Ding Yu, non a caso conosciuta come &#8220;la Bella con le Bestie&#8221;.</p><p>La polemica – totalmente assente in Cina – è esplosa solo ora che il caso è arrivato <strong>sui media occidentali</strong> proprio grazie al documentario della Bbc (che sarà trasmesso prossimamente anche su Pbs International). Secondo il network americano Abc, che cita un portavoce della catena di Henan, il programma verrebbe soppresso a causa di non meglio precisati &#8220;problemi interni&#8221;. E dire che fino a ieri i realizzatori del reality erano convintissimi della bontà della loro trovata. E la stessa presentatrice Ding andava orgogliosa del suo lavoro. La giornalista nega che sia &#8220;crudele&#8221;<strong> intervistare un criminale</strong> che sta per morire. &#8220;Al contrario, vogliono essere ascoltati – spiega – Alcuni mi hanno detto: sono contento, in carcere non c’era nessuno con cui potessi parlare&#8221;. E poi assicura di non sentire nessuna simpatia per i condannati: &#8220;Se lo meritano&#8221;.</p><p>L’idea dei produttori era quella di raccontare casi che servissero d’esempio, quasi un monito per la popolazione. La Cina è il paese <strong>dove si eseguono più condanne</strong> a morte al mondo. La pena è applicata a 55 tipi di reato, tra cui omicidio, traffico di droga, corruzione, alto tradimento, ribellione armata, rapina. Ma la maggior parte dei condannati che comparivano davanti alle telecamere erano accusati di <strong>omicidio</strong>. Tra i duecento intervistati, mai un prigioniero politico.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 14 Marzo 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/14/cina-chiude-reality-condannati-morte/197098/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Le mosse di Rajoy per evitare che la Spagna diventi la prossima Grecia</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/08/mosse-rajoy-evitare-spagna-diventi-prossima-grecia/196212/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/08/mosse-rajoy-evitare-spagna-diventi-prossima-grecia/196212/#comments</comments> <pubDate>Thu, 08 Mar 2012 15:48:07 +0000</pubDate> <dc:creator>Alessandro Oppes</dc:creator> <category><![CDATA[Zonaeuro]]></category> <category><![CDATA[crisi]]></category> <category><![CDATA[deficit]]></category> <category><![CDATA[Rajoy]]></category> <category><![CDATA[Spagna]]></category> <category><![CDATA[Ue]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=196212</guid> <description><![CDATA[Parla poco, molto poco, fiuta il vento, e alla fine fa di testa sua, scegliendo sempre la soluzione che pensa possa garantirgli il massimo reddito politico. E’ il “metodo Rajoy”, il suo marchio di fabbrica, quello che gli ha consentito di sopravvivere otto anni come leader dell’opposizione e, al momento opportuno, dare l’assalto decisivo alla...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/03/large_120301-235321_to010312est_104781.jpg?47e3a5"><img class="alignnone size-full wp-image-196244" title="large_120301-235321_to010312est_10478" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/03/large_120301-235321_to010312est_104781.jpg?47e3a5" alt="" width="295" height="152" /></a>Parla poco, molto poco, fiuta il vento, e alla fine fa di testa sua, scegliendo sempre la soluzione che pensa possa garantirgli il massimo reddito politico. E’ il “metodo <strong>Rajoy</strong>”, il suo marchio di fabbrica, quello che gli ha consentito di sopravvivere otto anni come leader dell’opposizione e, al momento opportuno, dare l’assalto decisivo alla conquista del potere. In Spagna ormai lo conoscono bene, ma a Bruxelles il suo esordio farcito con colpo di mano a tradimento ha sorpreso non poco. Il neo-premier popolare, ancora apparentemente spaesato in sede comunitaria (influisce anche la sua nota allergia per le lingue straniere) ha rovesciato il tavolo appena tre ore dopo aver firmato insieme ad altri 24 leader Ue il “fiscal compact”, il patto sul rigore finanziario che si suppone vincolante.</p><p><strong>L’annuncio </strong><strong>– venerdì 2 marzo &#8211; in conferenza stampa,</strong><strong> senza aver consultato preventivamente i partner europei:</strong><strong></strong><strong> </strong><strong>la Spagna fissa</strong><strong> </strong><strong>in modo unilateral</strong><strong></strong><strong>e </strong><strong>l’obiettivo del deficit per il 2012 al</strong><strong> </strong><strong>5,8 per cento, anzichè il 4,4</strong><strong> richiesto dalla Commissione</strong><strong>.</strong> Una scelta “sensata e ragionevole”, nelle parole del capo del governo di Madrid. Valutazione dalla quale dissente il guardiano del rigore, il commissario<strong> Olli Rehn</strong>, che la definisce “grave” e invita la Spagna a definire al più presto una strategia credibile che permetta di raggiungere entro il prossimo anno l’obiettivo irrinunciabile del 3 per cento.</p><p>Mariano Rajoy sa di giocare una partita delicatissima, ma cerca sempre di calcolare freddamente il rapporto costi-benefici. Il 2011 si era chiuso con un deficit dell’8,5 per cento, due punti e mezzo in più rispetto alle previsioni del governo Zapatero. <strong>Accettare supinamente le regole di Bruxelles avrebbe significato dover imporre un piano d’austerità da 40 miliardi di euro.</strong> Una cura da cavallo eccessiva, improponibile per un Paese che è già entrato in recessione e che, secondo l’ultimo quadro macroeconomico esposto dal ministro Luis de Guindos, dovrebbe registrare una caduta del Pil dell’1,7 per cento a fine 2012. In questo contesto, anche le prospettive sul fronte dell’occupazione sono sempre più nere: secondo le previsioni dell’esecutivo verranno distrutti altri 630mila posti di lavoro e il tasso di disoccupazione arriverà al 24,3 per cento, quasi due volte e mezzo la media europea.</p><p>Con il suo “no” a Bruxelles, Rajoy spera così di dover fronteggiare un rischio limitato: un’eventuale sanzione della Ue, ancora per niente scontata, e un probabile aggravarsi del nervosismo dei mercati, che ha già avuto i primi ricaschi sull’andamento dello spread tra i bonos e i bund tedeschi. <strong>Il nuovo obiettivo di deficit fissato dal governo di centro-destra comporta comunque un pesante piano d’austerità da circa 30 miliardi </strong><strong>(comprensivi dei 15 del primo pacchetto di misure varate il 30 dicembre scorso, quando venne imposto un forte aumento dell’Irpef)</strong>.</p><p>Questa volta, nei piani di Rajoy, il peso dei sacrifici dovrebbe ricadere soprattutto sulle amministrazioni regionali, in gran parte responsabili del fatto che il tetto del deficit dello scorso anno sia stato abbondantemente sforato. La maggior parte delle Regioni sono governate dal Pp, il partito del premier, ma questo non ha impedito all’esecutivo di attribuire a <strong>Zapatero</strong> e ai socialisti le colpe di una gestione poco accurata della finanza pubblica. Chiunque sia il responsabile di questa situazione, se i tagli peseranno principalmente a livello locale, il rischio è che a pagarne le spese possano essere settori delicati come la sanità, l’educazione o l’assistenza agli invalidi.</p><p>Ma i dettagli non si conosceranno prima della fine di marzo, quando il governo presenterà – con un ritardo più volte criticato dalla Commissione europea – la nuova legge di bilancio. Anche in questo caso, Rajoy ha fatto bene i suoi calcoli: il 25 si vota in Andalusia e nelle Asturie, meglio evitare annunci-choc che potrebbero compromettere il risultato<strong>. Per il momento, il ministro dell’Economia Guindos si limita ad annunciare un taglio di spesa complessivo del 4,7 per cento, che nel caso dei ministeri arriverà al 12,5 per cento, mentre gli investimenti pubblici verranno ridotti del 40 per cento.</strong> Fredde percentuali, che non fanno presagire nulla di buono. I sindacati, già sul piede di guerra per una riforma del mercato del lavoro che rende molto più facili i licenziamenti e penalizza la contrattazione collettiva, sono pronti a riconquistare le piazze. Il primo sciopero generale dell’era Rajoy potrebbe scattare molto presto.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/08/mosse-rajoy-evitare-spagna-diventi-prossima-grecia/196212/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Berlino: il museo sulla Ddr riapre vecchie ferite</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/20/berlino-e-la-triste-disneyland-comunista/185160/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/20/berlino-e-la-triste-disneyland-comunista/185160/#comments</comments> <pubDate>Fri, 20 Jan 2012 17:26:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Alessandro Oppes</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[ddr]]></category> <category><![CDATA[Muro di Berlino]]></category> <category><![CDATA[Stasi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/20/berlino-e-la-triste-disneyland-comunista/185160/</guid> <description><![CDATA[È un enorme blocco di cemento grigio dall’aspetto sinistro sulla Normannenstrasse, a poche decine di metri dalla Karl Marx Allee, quel lungo viale che è il tributo più pacchiano alla megalomania della Ddr, dove Erich Honecker e i gerarchi del regime sfilavano nelle imponenti parate militari, tra cigolìo dei carriarmati e sfrecciare dei caccia sovietici....]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>È un <strong>enorme blocco di cemento grigio </strong>dall’aspetto sinistro sulla Normannenstrasse, a poche decine di metri dalla Karl Marx Allee, quel lungo viale che è il tributo più pacchiano alla megalomania della <strong>Ddr</strong>, dove Erich Honecker e i gerarchi del regime sfilavano nelle imponenti parate militari, tra cigolìo dei carriarmati e sfrecciare dei caccia sovietici. Incute ancora timore la vecchia sede della <strong>Stasi</strong>, oggi che Der Mauer, il Muro di Berlino, non c’è più, e la Cortina di Ferro è solo un ricordo lontano. Così lontano che la maggior parte dei giovani della Germania unita (di sicuro tutti i liceali, ma ormai anche buona parte degli universitari) hanno notizia di quell’epoca solo grazie a vecchi filmati e ai racconti dei loro padri. Ma tra chi ha vissuto quegli anni, chi ha sofferto la dittatura dell’Est, la notizia dell’apertura al pubblico del lugubre quartier generale della polizia di Stato, è un evento che <strong>riapre vecchie ferite</strong> e suona come un’inopportuna operazione di marketing. “<em>Un circo di cattivo gusto, una mancanza di rispetto nei nostri confronti”, dice alla Reuters un ex meccanico, Manfred, 71 anni, che riceve dallo Stato una “pensione di vittima</em>”, la miseria di 250 euro al mese.</p><p>C’è chi la chiama già “una Disneyland comunista”. Hanno speso 11 milioni di euro per ristrutturare quelle tetre stanze<strong> dove si pianificava la repressione di Stato</strong>, e ne hanno fatto un polemico museo della memoria. All’ingresso della Haus 1 – quello stesso edificio nel quale una folla indignata fece irruzione il 15 gennaio 1990 – ci si trova subito di fronte a un imponente busto di Karl Marx. Ma bisogna salire al primo piano per immergersi nel mondo dello spionaggio meticolosamente organizzato, tra pareti in legno color senape, grandi tappeti e poltroncine azzurre. Arredamento triste e modesto di una dittatura povera. Qui, da queste stanze, si teneva d’occhio un’intera nazione. Per i leader della Sed, il partito unico, era l’efficacissimo strumento di terrore e oppressione che gli consentiva di mantenere saldo il controllo del potere. “Lo scudo e la spada” era l’espressione che loro stessi avevano coniato per definire lo Staatssicherheit, il Servizio per la sicurezza statale. Per tutti, semplicemente, Stasi. Che era un insieme di polizia segreta, agenzia centrale d’intelligence e ufficio d’investigazione criminale.</p><p>Ai vertici, per oltre trent’anni, e sino alla caduta del regime, nel 1989, il temibile <strong>Erich Mielke</strong>. Era l’uomo che teneva in scacco un intero paese, grazie a 91 mila agenti e 173 mila informatori non ufficiali. Nel suo ufficio, spicca la sobrietà comunista, ma anche gli strumenti – per l’epoca – tecnologicamente avanzati. Un grande telefono con un’infinità di tasti, sofisticati registratori, un vecchio televisore Philips che gli permetteva di vedere le tv occidentali. La scrivania è la stessa sulla quale Mielke firmò la condanna a morte per tantissimi oppositori. Nelle altre sale, sono esposti gli strumenti impiegati nello <strong>spionaggio</strong>. Ci sono telecamere nascoste in cisterne d’acqua, o all’interno di pietre, e microfoni occultati alla bell’e meglio dietro cravatte. Cose che fanno persino sorridere, viste con gli occhi odierni, ma che è probabile vengano osservate con distacco solo dai turisti stranieri. Ma che rischiano di apparire un affronto alle vittime del terrore. Così come quei gadget – magliette, bandiere, accendini, portachiavi – con i simboli della Ddr, disponibili un po’ ovunque nei negozi di souvenir di Berlino.</p><p>La capitale tedesca è permeata di ricordi della sua storia spesso tragica. E questa costante insistenza nel riesumare il passato <strong>continua a scuotere le coscienze</strong>. A molti non è piaciuta per niente l’idea, lanciata la scorsa estate dall’ex sindaco Eberhard Diepgen, di riedificare il Muro “per dare a tutti la possibilità di rivivere la storia”. E anche la ricostruzione, che costerà 590 milioni, dell’antico castello degli Hoenzollern sul sito dove il regime comunista aveva eretto il Palazzo della Repubblica, continua a suscitare polemiche.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 20 gennaio 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/20/berlino-e-la-triste-disneyland-comunista/185160/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> <item><title>Fraga, morto il franchista &#8220;buono&#8221;</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/17/fraga-morto-il-franchista-buono/184320/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/17/fraga-morto-il-franchista-buono/184320/#comments</comments> <pubDate>Tue, 17 Jan 2012 10:07:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Alessandro Oppes</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[dittatura]]></category> <category><![CDATA[franco]]></category> <category><![CDATA[Manuel Fraga Iribarne]]></category> <category><![CDATA[Spagna]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/17/fraga-morto-il-franchista-buono/184320/</guid> <description><![CDATA[Un protagonista della storia di Spagna. Manuel Fraga Iribarne, morto 89 enne a Madrid, è stato per sessant’anni in prima linea, nel bene e (soprattutto) nel male. “La nostra più perfetta versione di dottor Jekyll e Mister Hyde”, l’ha definito la scrittrice Rosa Montero. Campione della destra più pura, ambiguamente a cavallo tra dittatura e...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Un protagonista della storia di Spagna. <strong>Manuel Fraga Iribarne</strong>, morto 89 enne a Madrid, è stato per sessant’anni in prima linea, nel bene e (soprattutto) nel male. “La nostra più perfetta versione di dottor Jekyll e Mister Hyde”, l’ha definito la scrittrice Rosa Montero. Campione della destra più pura, <strong>ambiguamente a cavallo tra dittatura e democrazia</strong>.</p><p>Con <strong>Francisco Franco</strong>, fu il ministro dell’Informazione che riformò la legge sulla stampa mettendo fine alla censura preventiva (ma non alla censura, tanto che si dilettava di chiudere giornali ed espellere corrispondenti stranieri). Morto il tiranno, riuscì a riciclarsi come “padre della patria”, non prima di aver utilizzato il pugno di ferro da ministro dell’Interno. È tra gli artefici della Costituzione democratica, fonda il Partito popolare, ma fallisce l’obiettivo di riunire intorno a sè la destra e il centro (in seguito all’irresistibile ascesa dei socialisti di Felipe González).</p><p>Per gestire il potere si rifugia nella sua <strong>Galizia</strong>, dove lo eleggono presidente per quattro legislature. Già gravemente malato, forse non si è neppure reso conto che, due settimane fa, in seguito alla decisione della magistratura argentina di aprire un’inchiesta sui crimini del franchismo, un’associazione di vittime della dittatura aveva inviato a Buenos Aires un corposo dossier chiedendo che venisse imputato per le sue responsabilità in seno a un “governo genocida”.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 17 Gennaio 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/17/fraga-morto-il-franchista-buono/184320/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>&#8220;Fondi per l&#8217;Aids a un suo amico&#8221;In Francia è bufera su Carla Bruni</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/07/carl-toccata-dallo-scandalo-fondi-per-laids-a-un-suo-amico/182144/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/07/carl-toccata-dallo-scandalo-fondi-per-laids-a-un-suo-amico/182144/#comments</comments> <pubDate>Sat, 07 Jan 2012 06:00:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Alessandro Oppes</dc:creator> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Carla Bruni]]></category> <category><![CDATA[Eliseo]]></category> <category><![CDATA[Frédéric Martel]]></category> <category><![CDATA[hillary clinton]]></category> <category><![CDATA[Julien Civange]]></category> <category><![CDATA[Marianne]]></category> <category><![CDATA[michel kazatchkine]]></category> <category><![CDATA[nazioni unite]]></category> <category><![CDATA[Nicolas Sarkozy]]></category> <category><![CDATA[Patrice Debré]]></category> <category><![CDATA[première dame]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/07/carl-toccata-dallo-scandalo-fondi-per-laids-a-un-suo-amico/182144/</guid> <description><![CDATA[Il rischio, come minimo, è che possa essere messa in dubbio la sincerità e la buona fede della première dame. Ma le rivelazioni del settimanale francese Marianne – nel numero da oggi in edicola – potrebbero avere un effetto devastante sulla reputazione di Carla Bruni, con imprevedibili conseguenze sul futuro politico del consorte-presidente, Nicolas Sarkozy....]]></description> <content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_182202" class="wp-caption alignleft" style="width: 305px"><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/01/carla-bruni_nicolas-sarkozy_interna.jpg?47e3a5"><img class="size-full wp-image-182202" title="carla bruni_nicolas sarkozy_interna" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/01/carla-bruni_nicolas-sarkozy_interna.jpg?47e3a5" alt="" width="295" height="152" /></a><p class="wp-caption-text">Carla Bruni e Nicolas Sarkozy</p></div><p>Il rischio, come minimo, è che possa essere messa in dubbio la sincerità e la buona fede della <em>première dame</em>. Ma le rivelazioni del settimanale francese <strong><em>Marianne</em></strong> – nel numero da oggi in edicola – potrebbero avere un effetto devastante sulla reputazione di <strong>Carla Bruni</strong>, con imprevedibili conseguenze sul futuro politico del consorte-presidente, <strong>Nicolas Sarkozy</strong>. Ambasciatrice di buona volontà dell&#8217;Onu, madrina della ricerca contro l&#8217;Aids, Carlà avrebbe approfittato della sua straordinaria influenza per ottenere cospicui finanziamenti a favore di alcune società appartenenti a un suo carissimo amico, il musicista e imprenditore <strong>Julien Civange</strong>, che della Bruni è stato testimone di nozze.</p><p>Un&#8217;operazione &#8220;ai margini della legalità&#8221;, come la definisce il giornalista <strong>Frédéric Martel</strong>, che ha condotto la sua inchiesta per mesi in diversi paesi e negli uffici delle <strong>Nazioni Unite</strong>, arrivando a questa conclusione: 3 milioni e mezzo di dollari sono stati versati dal Fondo mondiale per la lotta contro l&#8217;Aids sui conti delle società di Civange, consigliere della <em>première dame</em> che ha il suo ufficio proprio al palazzo dell&#8217;<strong>Eliseo</strong>, sede della presidenza della Repubblica.</p><p>Secondo il direttore esecutivo del Fondo, <strong>Michel Kazatchkine</strong>, è stata la stessa Bruni a &#8220;dirgli personalmente che aveva totale fiducia in Julien Civange&#8221;, al quale aveva &#8220;delegato il dossier sull&#8217;Aids&#8221;. Nel 2009, l&#8217;ex modella e cantante creò la sua Fondazione, il cui scopo doveva essere quello di &#8220;facilitare l&#8217;accesso all&#8217;educazione, alla cultura e alle pratiche artistiche&#8221;. Nelle intenzioni iniziali, si doveva occupare soprattutto della lotta contro l&#8217;analfabetismo, ma presto si lanciò in un&#8217;altra battaglia, della quale da tempo parla spesso nei suoi interventi pubblici: quella della ricerca sull&#8217;Aids, malattia della quale sei anni fa morì suo fratello maggiore. E&#8217; così che Carlà ha ottenuto rapidamente un grande credito internazionale su questo tema, fino a ottenere il più alto riconoscimento con la nomina ad ambasciatrice dell&#8217;<strong>Onu</strong>.</p><p>Ma l&#8217;inchiesta di Marianne mette sotto esame e solleva forti dubbi sull&#8217;attività filantropica della <em>première dame</em>. A cominciare dal funzionamento stesso della Fondazione da lei istituita. &#8220;Di fondazione ha solo il nome&#8221;, scrive <strong>Martel</strong>. &#8220;In realtà, non ha alcuna esistenza giuridica reale e non ha personalità morale. E&#8217; ospitata e agisce sotto l&#8217;egida della <em>Fondation de France</em>. Non ha contabilità propria né conto in banca&#8221;. Ad avere svariati conti, però, è l&#8217;amico e consigliere di Bruni, al quale sarebbero state versate ricche sovvenzioni. Una vicenda, a quanto assicura il settimanale, che ha già portato alla caduta di due teste. L&#8217;<em>affaire</em>, rivelato al consiglio d&#8217;amministrazione del Fondo mondiale contro l&#8217;Aids ad Accra, nel <strong>Ghana</strong>, &#8220;è costato il posto a un ambasciatore francese, <strong>Patrice Debré</strong>, rimosso da Sarkozy&#8221;. E lo stesso direttore esecutivo del Fondo, <strong>Kazatchkine</strong>, è stato rimosso su iniziativa di <strong>Hillary Clinton</strong>.</p><p>Sulla vicenda, tuttavia, stamattina è intervenuta direttamente la diretta interessata, che ha smentito le accuse rivoltele dal settimanale francese. In un messaggio pubblicato sul suo sito web, la moglie di <strong>Nicolas Sarkozy</strong> ha affermato di &#8220;non aver mai ricevuto denaro pubblico&#8221;, sostenendo che &#8220;l&#8217;insinuazione secondo cui dei fondi sarebbero stati ottenuti da partner pubblici è completamente infondata&#8221;. Per la <em>première dame</em>, &#8220;la Fondazione ha, eccome, una sua contabilità, consolidata nella Fondation de France, come circa 700 fondazioni in Francia la cui probità e legittimità non vengono messe in discussione&#8221;.  Una smentita sul livello del contributo del Fondo mondiale sull&#8217;Aids e sulla non correttezza delle procedure per gli appalti era già arrivata ieri sera dall&#8217;organizzazione internazionale.</p><p><strong><em>da Il Fatto Quotidiano del 7 gennaio 2012</em></strong></p><p><strong><em>aggiornato da Redazione web il 7 gennaio alle ore 14.20</em></strong></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/07/carl-toccata-dallo-scandalo-fondi-per-laids-a-un-suo-amico/182144/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>Zapatero l’appestato</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/18/zapatero-l%e2%80%99appestato/171585/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/18/zapatero-l%e2%80%99appestato/171585/#comments</comments> <pubDate>Fri, 18 Nov 2011 11:28:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Alessandro Oppes</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Alfredo Perez Rubalcaba]]></category> <category><![CDATA[economia]]></category> <category><![CDATA[elezioni]]></category> <category><![CDATA[José Luis Zapatero]]></category> <category><![CDATA[Pp]]></category> <category><![CDATA[Spagna]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=171585</guid> <description><![CDATA[Più mesto non poteva essere, l’addio del premier che sarà ricordato per i 5 milioni di disoccupati, l’economia boccheggiante e il rischio default. Proprio qui, nel profondo sud andaluso che ha dato i natali a Felipe González, il leader carismatico del socialismo spagnolo che lui, José Luis Rodríguez Zapatero, non è mai riuscito a eguagliare....]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Più mesto non poteva essere, l’addio del premier che sarà ricordato per i 5 milioni di disoccupati, l’economia boccheggiante e il rischio default. Proprio qui, nel profondo sud andaluso che ha dato i natali a <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Felipe_Gonz%C3%A1lez" target="_blank">Felipe González</a></span>, il leader carismatico del socialismo spagnolo che lui, <strong>José Luis Rodríguez Zapatero</strong>, non è mai riuscito a eguagliare.</p><p>E per giunta a <strong>Malaga</strong>, terra dei record negativi, con il 30% di senza lavoro, il triplo rispetto ad appena quattro anni fa. L’hanno tenuto ai margini, in questa campagna elettorale che si presentava tremendamente complicata sin dall’inizio. E viene da pensare che la scelta di questo palco, nel capoluogo della Costa del Sol, città già sotto la guida dei rivali del <strong>Pp</strong>, come forse domani lo sarà la Spagna intera, abbia quasi il sapore di una penitenza che gli hanno voluto infliggere.</p><p>Per una volta, e solo una, il candidato premier <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Alfredo_P%C3%A9rez_Rubalcaba" target="_blank">Alfredo Pérez Rubalcaba</a></span> </strong>accetta di farsi accompagnare in un <em>mitin </em>di partito da quello che – fino a quattro mesi fa – era il suo diretto superiore nella sala del Consiglio dei ministri alla Moncloa: proprio lui, che era il vice-presidente e portavoce del governo, tanto da essere considerato il vero “delfino” di Zapatero, ora si tiene a debita distanza, per evitare una <strong>storica disfatta</strong>. Non più di dieci giorni fa, lo sgarbo peggiore, quando riconobbe di aver trascorso accanto a Felipe González i momenti migliori della sua carriera politica.</p><p>Eccolo Felipe, dopo aver accompagnato Rubalcaba in tutta la campagna elettorale, c’è anche questa volta: interviene in video con un messaggio registrato, ad animare ancora i militanti a fare l’ultimo sforzo. Il suo è un appello al <strong>“voto utile”</strong>, per arginare l’avanzata travolgente della destra, ma è anche un modo per marcare il territorio, far capire che il partito, nei momenti difficili, può contare su di lui. E probabilmente ne avrà bisogno per rimettere insieme i cocci, a partire da lunedì prossimo.</p><p>Tutto il contrario della sensazione che ispira Zapatero. Si presenta con un sorriso spento, e con una battuta carica di malinconia: <em>“Vi parla il presidente del governo”</em>. I militanti gli tributano l’onore delle armi, lo accolgono con grande sventolìo di bandiere rosse, lo applaudono quando rivendica le conquiste sociali di questi otto anni, lo assecondano nella sua difesa delle misure richieste e imposte, un anno e mezzo fa, da Bruxelles, quando con una <strong>brusca virata della sua politica economica</strong> sconvolse la base socialista spiegando che lo faceva<em> “per salvare il Paese”</em>.</p><p>Lo disse chiaro, in quei giorni terribili, nel presentare davanti alle Cortes il più duro pacchetto d’austerità in oltre trent’anni di democrazia spagnola. <em>“Costi quel che costi, mi costi quel che mi costi”</em>. A lui, ormai è chiaro, è costata la<strong> fine della carriera politica</strong>, al Psoe – salvo sorprese clamorose – costerà una sonora batosta elettorale. Ma il Paese, è ancora la sua strenua linea di difesa, ha evitato di seguire almeno per il momento l’amaro destino della Grecia, del Portogallo e dell’Irlanda.</p><p>Si consolerà così, nel suo <em>buen retiro </em>di <strong>León</strong>, la città natale, dove da mesi ha avviato i lavori per una nuova casa nell’elegante quartiere residenziale di Cantón Blanco. Una villetta su due piani, con cinque camere da letto e una piscina semi-coperta su un terreno di 670 metri quadri con un alto muro di cinta e una torretta per la video-vigilanza. Come si conviene a un ex capo del governo.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 18 novembre 2011 </em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/18/zapatero-l%e2%80%99appestato/171585/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>38</slash:comments> </item> <item><title>Spagna, la Destra spaventa i gayLoro: &#8220;Si sposi chi può&#8221;</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/13/spagna-la-destra-spaventa-i-gay-loro-si-sposi-chi-pu/170383/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/13/spagna-la-destra-spaventa-i-gay-loro-si-sposi-chi-pu/170383/#comments</comments> <pubDate>Sun, 13 Nov 2011 06:00:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Alessandro Oppes</dc:creator> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Alfredo Perez Rubalcaba]]></category> <category><![CDATA[elezioni]]></category> <category><![CDATA[Jun]]></category> <category><![CDATA[Mariano Rajoy]]></category> <category><![CDATA[matrimoni gay]]></category> <category><![CDATA[omosessuali]]></category> <category><![CDATA[Spagna]]></category> <category><![CDATA[Zapatero]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/13/spagna-la-destra-spaventa-i-gay-loro-si-sposi-chi-pu/170383/</guid> <description><![CDATA[Ci ha provato in tutti i modi, il candidato premier del Partito socialista Alfredo Pérez Rubalcaba. Nel faccia a faccia televisivo di lunedì scorso con il suo avversario Mariano Rajoy ha chiesto a più riprese di rassicurare i gay spagnoli, quelli che si sono già sposati e quelli che hanno intenzione di farlo in un...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/11/Gay_interna.jpg?47e3a5"><img class="alignleft size-full wp-image-170702" title="Gay_interna" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/11/Gay_interna.jpg?47e3a5" alt="" width="295" height="152" /></a>Ci ha provato in tutti i modi, il candidato premier del Partito socialista <strong>Alfredo Pérez Rubalcaba</strong>. Nel faccia a faccia televisivo di lunedì scorso con il suo avversario <strong>Mariano Rajoy </strong>ha chiesto a più riprese di rassicurare i gay spagnoli, quelli che si sono già sposati e quelli che hanno intenzione di farlo in un prossimo futuro. Ma il leader popolare, lo sguardo perso tra i suoi foglietti di appunti, ha evitato accuratamente di dare una risposta. Se domenica prossima – come indicano tutti i sondaggi – sarà eletto presidente, nessuno è in grado di dire quale sarà il destino della legge che autorizza i matrimoni tra le persone dello stesso sesso varata dal <strong>governo Zapatero</strong> il 30 giugno del 2005.</p><p>È per questo che, da almeno due mesi, si è scatenata tra le coppie omosessuali una forsennata corsa contro il tempo. Una corsa all’insegna dello slogan “aiuto, si sposi chi può!”. Nozze-express, prima che sia troppo tardi. Sono state le stesse organizzazioni che difendono i diritti di gay e lesbiche a lanciare l’allarme sin dall’estate scorsa, quando il divario nei sondaggi tra le quotazioni del Pp e quelle dei socialisti cominciava ad assumere le dimensioni di una voragine. E i risultati si sono visti molto presto: a settembre, le richieste di matrimoni gay erano aumentate del 40 per cento rispetto ad agosto, soprattutto nelle principali città, da Madrid a Barcellona a Valencia. Il rischio, tuttavia, è che le lentezze della burocrazia possano mandare in fumo i programmi di parecchie coppie. Così la comunità gay ha accolto con grande entusiasmo l’iniziativa di <strong>José Antonio Rodríguez</strong>, socialista, sindaco di Jun, un piccolo Comune (appena 3500 abitanti) nella provincia andalusa di Granada: “Se conoscete qualche coppia gay che si voglia sposare prima del 20 novembre e abbia problemi nel suo municipio, li sposo rapidamente”.</p><p>È bastato che diffondesse, ai primi di ottobre, questo messaggio su Twitter per trasformarlo in un baleno nel quinto politico più seguito di Spagna sul social network, superato solo dal presidente basco <strong>Patxi López</strong>, da Rajoy, Rubalcaba e Zapatero: il suo twit è stato rilanciato, in appena 24 ore, da 190 mila internauti. E il suo Comune è stato subito ribattezzato come la nuova “Las Vegas rosa”. Più di sessanta le “ceremonias exprés” previste prima del fatidico 20 novembre, mentre finora, dal 2005 ad oggi, nella sala consiliare di Jun, erano state celebrate solo 11 nozze gay. La metà dei matrimoni si svolgono in questo fine settimana, con la presenza degli sposi in municipio. Il resto – ed è un’altra novità assoluta architettata dal sindaco – avverrà in videoconferenza.</p><p>Qualunque stratagemma va bene, pur di bruciare i tempi. Perché il timore degli omosessuali spagnoli è che, a partire dalla prossima settimana, tutto possa diventare molto più complicato. Nessuno dimentica che, nel 2005, il Pp non solo votò in Parlamento contro la legge, ma subito dopo – mentre i vescovi portavano in piazza la rabbia dei cattolici ultraconservatori – presentò anche un ricorso al Tribunale costituzionale. Che, sei anni più tardi, non ha ancora emesso il proprio verdetto. Resta da capire, nel caso in cui la norma dovesse essere abrogata, se verrà annullata anche la validità delle 24 mila nozze celebrate finora. Ma, forse, gli spagnoli stenterebbero a capire: i sondaggi dicono che il 70 % sono favorevoli al matrimonio gay.</p><p>da <em>Il Fatto Quotidiano</em> del 13 novembre 2011</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/13/spagna-la-destra-spaventa-i-gay-loro-si-sposi-chi-pu/170383/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>93</slash:comments> </item> <item><title>La finta democrazia vincente del dittatore Lukashenko</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/12/18/la-finta-democrazia-vincentedel-dittatore-lukashenko/82555/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/12/18/la-finta-democrazia-vincentedel-dittatore-lukashenko/82555/#comments</comments> <pubDate>Sat, 18 Dec 2010 06:12:03 +0000</pubDate> <dc:creator>Alessandro Oppes</dc:creator> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Aleksandr Lukashenko]]></category> <category><![CDATA[Biellorussia]]></category> <category><![CDATA[dittatura]]></category> <category><![CDATA[Minsk]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=82555</guid> <description><![CDATA[Bat’ka non si scompone. E non ha neppure bisogno di darsi un gran daffare. Il “padre venerato” – così Aleksandr Lukashenko ama farsi chiamare in patria, e guai a contraddirlo – sa bene che oggi la Bielorussia lo confermerà ancora una volta, la quarta, alla presidenza della Repubblica, senza neppure doversi spendere in una campagna...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2010/12/20101218_332587.jpg?47e3a5"><img src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2010/12/20101218_332587.jpg?47e3a5" alt="" /></a><br /> Bat’ka non si scompone. E non ha neppure bisogno di darsi un gran daffare. Il “padre venerato” – così <strong>Aleksandr</strong> <strong>Lukashenko</strong> ama farsi chiamare in patria, e guai a contraddirlo – sa bene che oggi la Bielorussia lo confermerà ancora una volta, la quarta, alla presidenza della Repubblica, senza neppure doversi spendere in una campagna elettorale. Ha trovato la formula perfetta: <strong>fingere la democrazia per perpetuare la dittatura</strong>. È così dal 1994. Anno fatidico: mentre lui, ex direttore di un sovkhoz, una fattoria di Stato, costruiva il suo potere personale sulle ceneri dell’Urss, in Italia si imponeva il fenomeno Berlusconi sulle ceneri della Prima Repubblica. Da allora, tra i due, è stato un crescendo di passioni, fino all’ormai celebre “il popolo ti ama” proferito dal <strong>Cavaliere</strong> un anno fa a <strong>Minsk</strong> per lo sbigottimento generale delle cancellerie occidentali.</p><p>Cosa pensi davvero di lui il popolo bielorusso, in realtà, nessuno lo sa, perché sono ben pochi a permettersi di esprimere opinioni contrarie al regime, pena il rischio di pesanti ritorsioni. Qui i servizi segreti si chiamano ancora <strong>Kgb</strong>, a differenza di quanto è accaduto a Mosca il regime non ha avuto neppure il pudore di inventarsi una nuova sigla, quantomeno per rimuovere dalla memoria collettiva decenni di nefandezze dell&#8217;era sovietica. Del resto, Lukashenko è cresciuto a quella scuola  e sembra andarne ancora orgoglioso. La <strong>Bielorussia</strong> continua a essere l&#8217;unico paese europeo escluso dal <strong>Consiglio d&#8217;Europa</strong>, l&#8217;organizzazione con sede a Strasburgo che dal 1949 vigila sul rispetto dei diritti umani nel continente.</p><p>Nonostante la pressione occidentale, il regime continua a emettere condanne a morte (le ultime due esecuzioni sono di marzo). Le manifestazioni pubbliche sono vietate, i flebili tentativi di organizzare proteste pacifiche vengono stroncati dalla polizia con detenzioni arbitrarie e maltrattamenti. Ma <strong>Amnesty</strong> <strong>International</strong>, nel suo ultimo rapporto, va anche più in là nella denuncia: “Sono stati limitati i diritti alla libertà di associazione ed espressione. Le misure di contrasto alla violenza contro le donne sono state inadeguate. È proseguito il controllo dello Stato sugli organi di informazione”. Già in occasione delle precedenti presidenziali, nel 2006, il voto venne inquinato da pesanti sospetti di frode. Lukashenko si impose con l&#8217;80% dei suffragi. Tutto lascia pensare che, nel clima di terrore che regna a Minsk, l&#8217;esperienza si ripeterà anche questa volta. Proprio una settimana fa la procura generale bielorussa ha deciso di riaprire – anche in seguito alle durissime proteste del presidente dell&#8217;Europarlamento <strong>Jerzy</strong> <strong>Buzek</strong> e del rappresentante dell&#8217;Osce per i media – l&#8217;inchiesta sulla misteriosa morte del giornalista <strong>Oleg</strong> <strong>Bebenin</strong>, trovato impiccato il 3 settembre nella sua casa di campagna. Bebenin, fondatore del sito web Charter97 critico con il potere, faceva parte dello staff che doveva organizzare la campagna elettorale di <strong>Andrej</strong> <strong>Sannikov</strong>, principale candidato dell&#8217;opposizione. Il sospetto è che si sia trattato di un omicidio politico.</p><p>Proprio la delicata situazione dell&#8217;informazione è uno dei principali motivi di preoccupazione della comunità internazionale. Nell&#8217;ultima classifica della libertà di stampa diffusa da <strong>Reporters sans Frontières</strong>, il paese si  colloca al 151° posto al mondo su 175. E il suo presidente-padrone è uno dei volti fissi che continuano a comparire nell&#8217;infamante lista dei “predatori” della libertà d&#8217;espressione stilata ogni anno da Rsf. Lo sviluppo di Internet è visto come una pericolosa minaccia dal regime, tanto che le autorità di Minsk hanno ammesso di ispirarsi al “<strong>modello cinese</strong>” nel tentativo di lottare contro “l&#8217;anarchia” a loro dire imperante sulla Rete. La maggioranza dei media restano sotto il controllo dello Stato. E anche se i due giornali indipendenti <strong>Narodnaja</strong> <strong>Vola</strong> (La volontà del popolo) e <strong>Nasha Niva</strong> (Il nostro campo di grano) sono stati nuovamente autorizzati a usare il sistema distributivo statale, il boicottaggio al quale sono sottoposti dagli inserzionisti pubblicitari e le minacce che subiscono i loro giornalisti non lasciano molto spazio alla speranza. E allora, di fronte alla “mancanza di progressi tangibili” nel campo dei diritti umani, i ministri degli Esteri Ue hanno dovuto mettere da parte, ancora una volta, le timide misure di apertura politica nei confronti di Minsk: restano in vigore, così si è deciso un mese fa in Lussemburgo, le restrizioni di viaggio imposte ai funzionari bielorussi. Lukashenko, manco a dirlo, è benvenuto solo a Roma, unica capitale europea ad accoglierlo negli ultimi 15 anni.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/12/18/la-finta-democrazia-vincentedel-dittatore-lukashenko/82555/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>77</slash:comments> </item> <item><title>Omofobia per tutti i gusti</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/07/omofobia-per-tutti-i-gusti/37476/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/07/omofobia-per-tutti-i-gusti/37476/#comments</comments> <pubDate>Wed, 07 Jul 2010 15:03:31 +0000</pubDate> <dc:creator>Alessandro Oppes</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[diritti]]></category> <category><![CDATA[Forza]]></category> <category><![CDATA[gay]]></category> <category><![CDATA[nuova]]></category> <category><![CDATA[Omofobia]]></category> <category><![CDATA[Spagna]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=37476</guid> <description><![CDATA[Omofobia per tutti i gusti. Se in Italia si fanno chiamare – nome impegnativo – “Militia Christi”, e brandiscono nientemeno che il “Sacro Cuore di Gesù” nelle loro campagne volgari e offensive, gli ultimi arrivati sulla scena spagnola (emuli della Falange, di Fuerza Nueva e quant’altro) hanno un nome a prima vista fuorviante: Intereconomia. Che...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Omofobia per tutti i gusti. Se in Italia si fanno chiamare – nome impegnativo – “Militia Christi”, e brandiscono nientemeno che il “Sacro Cuore di Gesù” nelle loro campagne volgari e offensive, gli ultimi arrivati sulla scena spagnola (emuli della Falange, di Fuerza Nueva e quant’altro) hanno un nome a prima vista fuorviante: Intereconomia. Che c’entra l’economia? Nulla.</p><p>Si tratta di un gruppo editoriale attivo in vari campi: tra l’altro, hanno preso un vecchio quotidiano economico, “La Gaceta de los negocios” (la gazzetta degli affari) che versava in condizioni pietose e l’hanno trasformato in un giornale, diciamo così, d’informazione generale. Che per loro significa semplicemente sputare veleno su qualunque cosa non sappia di rancido, non puzzi di estrema destra. E poi hanno una tv, che porta appunto il nome della casa: Intereconomia. E’ qui che, un anno fa, per promuovere la catena hanno avuto la brillantissima idea di diffondere uno spot con questo simpatico testo: “364 giorni di orgoglio della gente normale”.</p><p>Il tutto mentre sullo schermo scorrevano le immagini di quel che accade nel 365esimo giorno dell’anno. Scene di ordinaria festa durante le sfilate del gay pride. Come dire: il giorno della gente anormale. La differenza tra Italia e Spagna? E’ che qui, a Madrid, il Ministero dell’Industria ha imposto ai responsabili della rete televisiva una multa esemplare di 100mila euro. Scatenando, questo sì, ogni tipo di reazione omofoba da parte dei cugini de “La Gaceta”, con il supporto dell’artiglieria pesante dell’estrema destra mediatica, da “La Razón” a “Abc”. Ma, intanto, la multa resta.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/07/omofobia-per-tutti-i-gusti/37476/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>I socialisti di Zapatero che il Pd si sogna</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/03/i-socialisti-acciaccati-di-zapatero-che-il-pd-si-sogna/35905/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/03/i-socialisti-acciaccati-di-zapatero-che-il-pd-si-sogna/35905/#comments</comments> <pubDate>Sat, 03 Jul 2010 14:19:46 +0000</pubDate> <dc:creator>Alessandro Oppes</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[italia]]></category> <category><![CDATA[pd]]></category> <category><![CDATA[socialisti]]></category> <category><![CDATA[Spagna]]></category> <category><![CDATA[Zapatero]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=35905</guid> <description><![CDATA[Ci sono paesi dove l’inutile dibattito sui nomi, sui simboli e sui colori dei partiti non è mai stato – per fortuna – all’ordine del giorno. In Spagna i socialisti si chiamano socialisti, non hanno mai pensato di rinunciare al rosso fuoco e vanno orgogliosi della loro rosa nel pugno. Con Zapatero, sono ininterrottamente al...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono paesi dove l’inutile dibattito sui nomi, sui simboli e sui colori dei partiti non è mai stato – per fortuna – all’ordine del giorno.</p><p>In Spagna i socialisti si chiamano socialisti, non hanno mai pensato di rinunciare al rosso fuoco e vanno orgogliosi della loro rosa nel pugno. Con Zapatero, sono ininterrottamente al governo da sei anni. Un po’ acciaccati, per via della crisi economica, ma sempre lì.</p><p>E se il premier riuscirà a evitare le elezioni anticipate, tra due anni, quando l’economia avrà ripreso a girare, nulla esclude che possa puntare alla rielezione. Comunque, pure in caso di sconfitta, neppure le previsioni più catastrofiche vedono il partito al di sotto del 35 per cento. Stesso discorso per il Portogallo.</p><p>Il Ps (socialisti, simbolo rosso, la rosa, il pugno) ha governato per 13 degli ultimi 15 anni: dal 1995 al 2002 con Antonio Guterres e dal 2004 ad oggi con José Socrates. Il quale, nel suo primo mandato, ha ottenuto addirittura la maggioranza assoluta, mentre alle ultime legislative, nel settembre scorso, si è dovuto “accontentare” del 36,5 per cento. Perché a Lisbona c’è anche un “blocco di sinistra” capace di raccogliere il 10 per cento dei consensi, mentre i comunisti, che si chiamano sempre comunisti, sfiorano l’8 per cento.</p><p>Ma vi immaginate i salti di gioia che farebbero nel Pd se riuscissero anche solo a sfiorare le “performance” iberiche? Però no, ora se ne viene fuori un tal Pierluigi Castagnetti (qualcuno ricorda ancora i passaggi fondamentali della sua travolgente carriera politica?) con un altolà perentorio: “Basta con il Partito socialista europeo”. E perché mai? Perché il socialismo è morto.</p><p>E vabbè. E pure la socialdemocrazia ha concluso la sua “missione storica”. Chissà. Lui, che ha le idee chiare, è passato dalla Democrazia Cristiana al Ppi all’Ulivo all’Unione alla Margherita fino ad approdare al Pd. E ora è lì a chiedersi, forse, che ci fa dentro questo partito dove qualcuno osa ancora proclamarsi di sinistra.</p><p>E un provocatore si azzarda persino in pubblico a utilizzare il termine “compagni”. Che obbrobrio. Berlusconi è inamovibile, il Pd non sa ancora di che pasta è fatto, però la cosa fondamentale, secondo l’insigne statista, è che “la ricetta socialista non è credibile”.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/03/i-socialisti-acciaccati-di-zapatero-che-il-pd-si-sogna/35905/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>3</slash:comments> </item> <item><title>A Genova &#8220;Lo Sbarco&#8221; della nave dei diritti</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/06/27/a-genova-lo-sbarco-della-nave-dei-diritti/31997/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/06/27/a-genova-lo-sbarco-della-nave-dei-diritti/31997/#comments</comments> <pubDate>Sun, 27 Jun 2010 10:33:15 +0000</pubDate> <dc:creator>Alessandro Oppes</dc:creator> <category><![CDATA[Cervelli in fuga]]></category> <category><![CDATA[barcellona]]></category> <category><![CDATA[emigranti]]></category> <category><![CDATA[Erri de Luca]]></category> <category><![CDATA[genova]]></category> <category><![CDATA[nave dei diritti]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=31997</guid> <description><![CDATA[“La nostra terra inghiottita non esiste sotto i piedi. Potete respingere, non riportare indietro, è cenere dispersa la partenza, noi siamo solo andata”. All’una del pomeriggio, quando il sole picchia forte sul ponte di poppa della “Majestic”, Katia legge al megafono le parole di Erri De Luca. Il popolo degli “sbarchini” applaude, c’è anche chi...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>“La nostra terra inghiottita non esiste sotto i piedi. Potete respingere, non riportare indietro, è cenere dispersa la partenza, noi siamo solo andata”. All’una del pomeriggio, quando il sole picchia forte sul ponte di poppa della “Majestic”, Katia legge al megafono le parole di Erri De Luca. Il popolo degli “sbarchini” applaude, c’è anche chi si commuove in questo momento in cui – per la prima volta a metà della navigazione – ci si ritrova tutti insieme. Per commemorare i caduti in mare, per ricordare chi ha tentato invano di sfuggire alla miseria del Maghreb o dell’Africa sub-sahariana cercando fortuna in Europa. Ma anche per denunciare, attraverso un viaggio simbolico di ritorno verso l’Italia che hanno lasciato da anni, il declino di un paese in preda alla corruzione, al malaffare, al clientelismo, all’intolleranza, persino alla xenofobia. Italiani emigrati, non più per pura necessità di sopravvivenza, come avveniva per i nostri padri: ma anche chi è partito inseguendo semplicemente un’occasione professionale, alla fine ammette che la distanza invita alla riflessione, ti spinge a vedere con maggiore distacco le storture del sistema.</p><p>Paola Manno vive a Bruxelles da quattro anni. Qui emigrarono i suoi nonni negli anni Cinquanta. Per questo ha deciso di andare a ritroso, di indagare sul passato, cercare di capire. Ha girato un documentario, “Lu core suttaterra”. Storie tragiche di una coppia di minatori, e di una vedova il cui marito morì di silicosi. Esperienze di un passato ormai tramontato, quando “era la donna che seguiva l’uomo, mentre ora va a lavorare nelle istituzioni, ricopre ruoli importanti”. Emigra, ma a volte rientra in patria. “Io, dopo 4 anni, ho deciso di tornare – dice Paola – Sono pugliese, vedo che si stanno muovendo molte cose, voglio provare”. Lei ripone qualche speranza in Vendola, ma poi c’è un piccolo gruppo arrivato dalla Sardegna per dire che le cose sull’isola governata da Cappelacci, vanno male.</p><p>Ecco, lo spirito della “nave dei diritti” è proprio questo. Ognuno dei passeggeri – più di quattrocento – che si sono imbarcati venerdì notte a Barcellona su questo traghetto proveniente da Tangeri, può portare la sua esperienza, raccontare un caso, arricchire l’agenda delle rivendicazioni. “All’inizio avevamo individuato cinque pilastri, i temi di riflessione che ci sembravano più importanti – confessa Andrea, uno degli organizzatori de “Lo Sbarco” – Lavoro, casa, istruzione, sanità, cittadinanza”. Ma poco a poco il dossier dei diritti da difendere si è esteso. Ci sono i promotori della campagna referendaria contro la privatizzazione dell’acqua voluta dal governo Berlusconi. C’è chi presenta l’iniziativa “La Rai siamo noi”, lanciata dai lavoratori della sede torinese della tv pubblica, ma che si sta estendendo a tutta Italia per denunciare come si stia progressivamente distruggendo “la più grande azienda culturale” del nostro paese, ormai “preda delle aggressioni della politica”. Migliaia di esuberi dichiarati per affidare la maggior parte delle produzioni all’esterno, ad aziende private. C’è chi denuncia le contraddizioni della politica di immigrazione di un paese che proclama la “tolleranza zero”, ma poi tollera, sempre più spesso, gli atti di xenofobia.</p><p>La traversata è lunga, sono quasi venti ore dalla Catalogna alla Liguria, ma il tempo vola, tra mostre, dibattiti, proiezioni di documentari, e momenti musicali, con Tonino Carotone che fa da mattatore, e il tributo a Fabrizio De André. E’ già tarda sera quando le luci del porto di Genova appaiono all’orizzonte. Un popolo pacifico si prepara allo sbarco, armato solo di idee, di fantasia e un po’ di nostalgia. Sul ponte più alto della nave, si canta “Bella ciao” e si piange.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/06/27/a-genova-lo-sbarco-della-nave-dei-diritti/31997/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>4</slash:comments> </item> <item><title>Il silenzio di Zapatero</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/06/25/il-silenzio-di-zapatero/31338/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/06/25/il-silenzio-di-zapatero/31338/#comments</comments> <pubDate>Fri, 25 Jun 2010 17:29:26 +0000</pubDate> <dc:creator>Alessandro Oppes</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Istat]]></category> <category><![CDATA[Merkel]]></category> <category><![CDATA[Prodi]]></category> <category><![CDATA[Spagna]]></category> <category><![CDATA[Zapatero]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=31338</guid> <description><![CDATA[In fondo, non sono passati che due anni e mezzo. Ma questa volta Zapatero si è guardato bene dallo sbilanciarsi in inutili celebrazioni, che sarebbero per giunta risultate patetiche. Secondo le cifre diffuse da Eurostat, la Spagna mantiene la sua posizione di vantaggio rispetto all’Italia quanto a reddito pro capite, e addirittura si avvicina alla...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>In fondo, non sono passati che due anni e mezzo. Ma questa volta <strong>Zapatero </strong>si è guardato bene dallo sbilanciarsi in inutili <strong>celebrazioni</strong>, che sarebbero per giunta risultate patetiche. Secondo le cifre diffuse da <strong>Eurostat</strong>, la Spagna mantiene la sua posizione di vantaggio rispetto all’<strong>Italia </strong>quanto a reddito pro capite, e addirittura si avvicina alla Francia. Stranezze degli istituti di statistica.</p><p>Quando, alla vigilia di <strong>Natale </strong>del 2007, venne per la prima volta ufficializzato il “<strong>sorpasso</strong>” iberico, il premier non stava nella pelle. Durante il tradizionale ricevimento di fine anno con la stampa estera, si fermò a lungo a <strong>chiacchierare </strong>con i giornalisti italiani, dando lezioni a <strong>Prodi</strong>, <strong>Sarkozy </strong>e persino <strong>Merkel</strong>. Sì, perché il seguente obiettivo era quello di superare la <strong>Germania</strong>.</p><p>A pochi metri di distanza, nel grande salone della <strong>Moncloa</strong>, uno stretto collaboratore del presidente mi diceva quasi sottovoce: “No hay quien se lo crea”, non ci crede nessuno. I primi <strong>segnali </strong>di crisi cominciavano a fare capolino, ma <strong>Zapatero </strong>faceva finta di non vedere. Oggi, con i suoi quattro milioni e mezzo di disoccupati, la <strong>Spagna </strong>è un paese con l’acqua alla gola. E di fronte ai numeri di <strong>Eurostat</strong>, il premier decide per la prima volta di fare la cosa giusta: <strong>tacere</strong>.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/06/25/il-silenzio-di-zapatero/31338/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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Page Caching using memcached (User agent is rejected)
Object Caching 1694/1750 objects using memcached
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