<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Amer Al Sabaileh</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/aasabaileh/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sat, 26 May 2012 20:00:11 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>Iran, Siria, Turchia&#8230; dov&#8217;è la prossima guerra?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/21/iran-siria-turchia-dove-la-prossima-guerra/172084/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/21/iran-siria-turchia-dove-la-prossima-guerra/172084/#comments</comments> <pubDate>Mon, 21 Nov 2011 09:49:17 +0000</pubDate> <dc:creator>Amer Al Sabaileh</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Germania]]></category> <category><![CDATA[Giordania]]></category> <category><![CDATA[Guerra]]></category> <category><![CDATA[iran]]></category> <category><![CDATA[Israele]]></category> <category><![CDATA[Propaganda]]></category> <category><![CDATA[Siria]]></category> <category><![CDATA[Stati Uniti]]></category> <category><![CDATA[Turchia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=172084</guid> <description><![CDATA[Quasi tutto il mondo si è accorto della campagna globale della guerra contro l’Iran. Uno scenario di una guerra nucleare pareva come l’unica soluzione per affrontare il così detto “Iran diabolico e il suo male”. E’ interessante osservare come le notizie che hanno invaso tutte le agenzie dei media disegnavano lo scenario di guerra come...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Quasi tutto il mondo si  è accorto della campagna globale della <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/19/adesso-tocca-ai-giorni-delliran/171705/" target="_blank"><strong>guerra contro l’Iran</strong></a></span>. Uno scenario di una guerra nucleare pareva come l’unica soluzione per affrontare il così detto “Iran diabolico e il suo male”.</p><p>E’ interessante osservare come le notizie che hanno invaso tutte le agenzie dei media disegnavano lo scenario di guerra come una  necessità inevitabile. Il giornale londinese <em>Daily Mail</em> ha riportato nella sua edizione di giovedì dieci  novembre che i ministri del governo inglese sono stati informati  di attendersi  un <strong>attacco militare israeliano</strong> subito dopo il rapporto dell’Onu previsto nei giorni precedenti il Natale o all’inizio del nuovo anno e che l’azione militare contro i siti nucleari iraniani è “più vicina che lontana”. Tutto questo  con il sostegno logistico degli <strong>Stati Uniti</strong> che ovviamente sono preoccupati  maggiormente  del nucleare iraniano dato che potrebbe far venire, in successione, il desiderio di avere il proprio arsenale nucleare all’Arabia Saudita e alla Turchia.</p><p>Sembra che i vari rapporti militari mirino a offrire una <strong>preparazione psicologica</strong> per uno scenario di guerra molto crudele. Queste informazioni  assicurano che l’aereonautica israeliana  continua a condurre intense esercitazioni, di cui  l’ultima è avvenuta in Italia alla base Nato di <strong>Decimomannu</strong>, in Sardegna. Durante questi ultimi due anni gli israeliani hanno usato questa base come principale centro di esercitazioni a causa della  chiusura del cielo turco dopo le tensioni fra Turchia e <em></em>Israele. Secondo questi rapporti gli aerei israeliani hanno partecipato insieme agli aerei italiani e ai tornado F16 tedeschi.</p><p>Vale la pena di osservare che la comparsa della <strong>Germania </strong>nello scenario di guerra potrebbe essere materia di analisi, data la curiosità che provocherebbe il desiderio tedesco di apparire pubblicamente come  protagonista, contraddicendo il suo solito ruolo latente in Medioriente.</p><p>Pensando ad  alcune teorie di psicologia dei media, la diffusione di notizie riguardanti scenari di guerra tragici,  tipo una <strong>guerra nucleare</strong> che avrebbe delle  conseguenze catastrofiche,  preparerebbe l’opinione pubblica ad aspettarsi il peggio.</p><p>Oppure queste tattiche potrebbero mirare invece a ottenere il consenso per un altro tipo di guerra su un fronte completamente diverso. Seguendo questa logica, la minaccia di una guerra nucleare potrebbe facilitare l’accettazione  di una guerra tradizionale, dove il caso dell’Iran potrebbe essere minimizzato a una guerra in <strong>Siria </strong>senza molte polemiche: questo vorrebbe dire che non siamo tanto lontani da un intervento militare in Siria.</p><p>La realtà  preoccupante  sarebbe la forma nuova della vecchia <strong>guerra fredda</strong>. La <strong>Russia </strong>sembra ben decisa a rifiutare qualsiasi scenario di guerra contro la Siria. Il capo degli Hizbuallah ha mandato un messaggio chiaro della loro predisposizione ad andare in guerra minacciando che il conflitto non escluderebbe  nessuno nella regione. Riguardo alla posizione iraniana, è già molto chiara la solida alleanza fra Iran e Siria.</p><p>Strategicamente parlando, per lanciare un attacco militare contro  un paese come la Siria si dovrebbero  garantire almeno due linee di frontiera per condurre operazioni militari. Nel caso siriano, due linee su quattro sono totalmente  escluse considerando il rifiuto iracheno e libanese in questa  guerra. L’unica linea possibile della guerra sarebbe quella turca e giordana. Se la <strong>Turchia</strong> facesse  entrare le truppe dai propri confini potrebbe rischiare di aprire più di un fronte non solo con la Siria, ma anche con la realtà <strong>curda</strong>. La Siria  potrebbe  essere appoggiata non solo dai russi, ma anche dai <strong>cinesi</strong>.</p><p>La Turchia dovrebbe ponderare  molto prima di accettare un tale rischio.  A questo punto la domanda che si pone  è: sono pronti i turchi a un’avventura del genere?.</p><p>Nel caso della <strong>Giordania </strong>quale è la sua posizione? La scelta di entrare in guerra sarebbe  dei giordani o verrebbe imposta da altre forze? Ci sono delle conseguenze gravi che una tale posizione avrebbe  sulla sicurezza nazionale giordana. La Giordania è pronta per  affrontare una sfida del genere?</p><p>Da come sono state manipolate e riciclate le parole del re giordano nell’<span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.bbc.co.uk/news/world-middle-east-15730033" target="_blank">ultima intervista della Bbc</a></span>, trasformando l’esempio che ha fatto su se stesso in una richiesta del presidente siriano di lasciare il suo posto, mostra  chiaro che far entrare la <strong>Giordania in guerra contro la Siria</strong> fa parte dell’interesse di vari paesi e nello stesso tempo serve al progetto di trasformare il territorio  in una zona islamizzata alla “maniera americana”.</p><p>In questo momento  è difficile prevedere come si evolverà la situazione e non ci rimane che da riconoscere che la guerra in Siria <strong>non è sicuramente una guerra in Libia</strong>. Il crollo della Siria avrebbe delle conseguenze non limitate soltanto allo scenario siriano, ma anche a quello regionale e internazionale.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/21/iran-siria-turchia-dove-la-prossima-guerra/172084/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>22</slash:comments> </item> <item><title>Giordania, tante promesse e pochi fatti</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/27/giordania-tante-promesse-e-pochi-fatti/166535/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/27/giordania-tante-promesse-e-pochi-fatti/166535/#comments</comments> <pubDate>Thu, 27 Oct 2011 08:52:05 +0000</pubDate> <dc:creator>Amer Al Sabaileh</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Giordania]]></category> <category><![CDATA[monarchia]]></category> <category><![CDATA[riforma]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=166535</guid> <description><![CDATA[Anche se ho preferito non esprimere la mia impressione sugli ultima passi cosiddetti riformisti da parte della monarchia giordana, trovo indispensabile adottare le parole di Gramsci: “Il pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo della volontà”. Poiché dalla prospettiva di un riformista, in tutta questa faccenda non si vede nessun segnale positivo. Avevo accennato in vari articoli pubblicati...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Anche se ho preferito non esprimere la mia impressione sugli ultima passi cosiddetti riformisti da parte della <strong>monarchia giordana</strong>, trovo indispensabile adottare le parole di Gramsci: <em>“Il pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo della volontà”</em>. Poiché dalla prospettiva di un riformista, in tutta questa faccenda non si vede nessun segnale positivo.</p><p>Avevo accennato in vari articoli pubblicati sui giornali giordani che i cambiamenti del re dovrebbero rendere conto della serietà della situazione locale e della gravità che le trasformazioni regionali stanno provocando: non è solo un <strong>cambiamento </strong>di persone, ma di politiche, e non il gioco delle sedie tra vecchi e nuovi amici.</p><p>L’importante è ricordare che la monarchia giordana è un modello unico fuori dalle norme. Mentre, infatti, i modelli delle monarchie sono solitamente due (costituzionale e assoluta), nel mondo arabo esiste anche il modello <strong>familiare</strong>, nel quale originalmente la famiglia governante appartiene alla tribù più forte: ne abbiamo un esempio  nelle monarchie del golfo arabo, dove la famiglia dominante ha i suoi membri nei  posti di potere. Nel caso giordano, la monarchia ha le sue basi  su un patto sociale verbale tra una piccolissima famiglia dell’Arabia (quella attualmente governante) e le tribù locali, che le hanno dato il consenso di risiedere nel Paese e governarlo. Dunque l’insoddisfazione del popolo giordano potrebbe mettere in dubbio  la <strong>legittimità </strong>di questa famiglia.</p><p>Il cuore della riforma politica che i giordani stanno cercando parte dal concetto della <strong>distribuzione del potere</strong>. Mi sembra assurdo che nel 2011, quando si parla di riforma politica, si parla ancora di una monarchia completamente assoluta. Ci sorge una domanda:<em> </em>quali sono i segnali positivi che testimoniano la vera volontà di operare questa trasformazione democratica? Se ancora, nonostante  tutta la pressione del popolo, non soltanto il premier ma anche un governo, un senato e tutti gli altri ufficiali di alto livello sono nominati  senza nessun criterio visibile, senza mostrare le qualifiche, il come o il perché le decisioni vengano prese o i tesori dello Stato venduti?Addirittura, sembra una forma che risale alle monarchie del <strong>medioevo</strong>.</p><p>Ci chiediamo se la volontà espressa ogni giorno da parte del sovrano o del suo governo di portare avanti delle riforme ci possa lasciare lo spazio per arrivare  a questa conclusione tramite l’analisi e la logica dei fatti. Altrimenti  diventa un nostro diritto avere una specie di <strong>“Road Map” </strong>per capire quando e come o addirittura quale è la destinazione a cui loro ci portano.</p><p>In realtà gli intellettuali arabi hanno sempre sofferto dal <strong>divario </strong>tra la teoria politica che essi rappresentano e l’applicazione rappresentata dai loro regimi e governanti. E&#8217; solo una questione di potere e non di qualificazione, visto che il capace è governato dall’incapace, l’intelligente  dal banale e il saggio dall&#8217;ignorante. Questo è il caso di tutto il mondo arabo ed è stato uno dei motivi principali dell’esplosione dei desideri di cambiamento tra tutti i giovani arabi oppressi.</p><p>La gente giudica i <strong>fatti </strong>e non le intenzioni, questo lo testimonia la storia delle civiltà. Fino ad oggi, in Giordania, i fatti sono pochi, mentre le parole e le promesse sono infinite. In realtà quello che spaventa di più è che le decisioni contraddicono gli slogan proclamati.</p><p>I riformisti non possono essere sempre accusati di essere poco pazienti: noi intendiamo la <strong>riforma </strong>come distribuzione del potere, ma avremmo voluto un segnale positivo sul percorso che stiamo seguendo per arrivare al modello della monarchia costituzionale. Invece, l’unica cosa che attualmente vediamo è il maggior  potere praticato nel buio da parte di <strong>potenze illegittime</strong>.  Ci rimane, quindi, poca speranza nel vedere nel prossimo futuro uno sviluppo positivo: come dice un detto arabo, <em>“se deve piovere almeno ci dovrebbero essere le nuvole”</em>.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/27/giordania-tante-promesse-e-pochi-fatti/166535/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> <item><title>La tempesta globale non trova ascolto</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/03/06/la-tempesta-globale-non-trova-ascolto/95724/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/03/06/la-tempesta-globale-non-trova-ascolto/95724/#comments</comments> <pubDate>Sun, 06 Mar 2011 11:59:48 +0000</pubDate> <dc:creator>Amer Al Sabaileh</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[corruzione]]></category> <category><![CDATA[Giordania]]></category> <category><![CDATA[informazione]]></category> <category><![CDATA[libertà]]></category> <category><![CDATA[monarchia]]></category> <category><![CDATA[social network]]></category> <category><![CDATA[stampa internazionela]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=95724</guid> <description><![CDATA[La copertura mediatica internazionale degli eventi che hanno avuto luogo recentemente nell’area mediorientale ha catturato anche la Giordania. Giornali come New York Times, Washington Post, Foreign Policy, The Indipendent, Haaretz, The Guardian, Der Spiegel, solo per nominarne alcuni, e canali televisivi come Sky News e la Bbc si sono espressi sul destino del nostro paese. In...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>La copertura mediatica internazionale degli eventi che hanno avuto luogo recentemente nell’area mediorientale ha catturato anche la <strong>Giordania</strong>. Giornali come <em>New York Times</em>, <em>Washington Post</em>, <em>Foreign Policy</em>, <em>The Indipendent</em>, <em>Haaretz</em>, <em>The Guardian, Der Spiegel</em>, solo per nominarne alcuni, e canali televisivi come Sky News e la Bbc si sono espressi sul destino del nostro paese.</p><p>In tale contesto, risulta particolarmente interessante la dichiarazione del portavoce del Dipartimento di Stato americano, <strong>Philip Crowley</strong>, fatta durante una recente conferenza stampa per discutere il caso egiziano. Quando le domande si sono spostate sulla Giordania, Crowley ha stupito tutti i presenti con la sua risposta: <em>“Sono qui per rispondere a domande sull’Egitto, non sulla Giordania”</em>.</p><p>La Giordania è diventata un oggetto di conversazione da analizzare e sottoporre a dissezione, ma stranamente stiamo assistendo a una radicale trasformazione nel modo in cui i media offrono un resoconto su ciò che fino a pochi anni fa si era soliti chiamare <em>“la <strong>monarchia moderna e stabile</strong> nelle terre dell’autocrazia”</em>. Questa svolta riecheggia in tutti i reportage internazionali sui diritti civili, sulla democrazia e la libertà di parola, che hanno improvvisamente cominciato a muovere forti <strong>critiche </strong>all’indirizzo del Regno. E’ chiaro che non abboccano più all’idea del brillante regime modello.</p><p>Alcuni articoli riportano analisi piuttosto teoriche, ma altri riflettono l’esperienza personale di giornalisti che sono entrati direttamente in contatto con la popolazione. Nel suo ultimo articolo sul <em>NY Times</em>, <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.nytimes.com/2011/02/06/opinion/06friedman.html?_r=1" target="_blank">Thomas Friedman ha scritto</a></span>: <em>“Egitto, Giordania, Yemen e Tunisia oggi traboccano del tipo di persone più frustrate del mondo – gli <strong>&#8216;istruiti inoccupabili&#8217;</strong>. Questi posseggono una laurea sulla carta, ma in realtà non hanno le competenze che li renderebbero competitivi a livello globale”</em>.</p><p>Sebbene molte voci giordane abbiano richiamato l’attenzione sul tema, è importante citare le dichiarazioni di Friedman dopo la sua visita in Giordania. La nostra esperienza suggerisce semplicemente che le orecchie locali non sentono fin quando la fonte non proviene <strong>dall’estero</strong>. Si spera che la voce di Friedman colpisca le orecchie di chi prende le decisioni e che dia loro una svegliata sulle preoccupazioni della nostra gente, che il giornalista ha commentato nel suo intervento: <em>“Non torno in Giordania da un po’ di tempo, ma oggi risuonano al mio orecchio le <strong>lamentele </strong>sulla corruzione, l’insoddisfazione per il Re e la Regina, e il disgusto per l’enorme divario fra ricchi e poveri”</em>.</p><p>Se il punto in questione è la <strong>mancanza di ascolto</strong> verso le voci del nostro popolo, c’è un buon motivo. Un esempio si è avuto quando i funzionari giordani non hanno riconosciuto il Comitato Nazionale delle Forze Armate Personali e, come al solito, hanno scelto semplicemente di ignorare la loro esistenza. Per troppo tempo i funzionari giordani non hanno affrontato i problemi, preferendo nasconderli. L’ultimo rifugio consiste nel <strong>non ammettere l’esistenza di un problema</strong>, ignorarlo, anche quando chiunque altro se ne accorge. Per sensibilizzare l’opinione pubblica sui problemi e farci vedere ciò che non volevamo, sono dovuti intervenire dall’estero.</p><p>Robert Fisk, uno dei più famosi giornalisti della stampa internazionale, è venuto fin qua per intervistare i membri del Comitato, e le loro richieste sono finite in prima pagina sul britannico <em><strong>The Independent</strong></em>. Su qualsiasi quotidiano locale: nemmeno una parola. Oggi il Comitato sta ultimando il suo rapporto sulla corruzione e su tutti gli scandali relativi alla vendita del patrimonio giordano che impongono al Governo di rispondere seriamente. Per i giordani la storia si ripete nelle reazioni ufficiali ai problemi attuali. Cosa è successo quando Al Rifai ha voluto promulgare una legge autocratica che gli ha conferito il potere di <strong>reprimere tutte le voci di dissenso</strong> nei confronti suoi e del suo governo?</p><p>Di certo, non è stato preso in considerazione nessuno degli articoli che noi tutti abbiamo pubblicato in Giordania esprimendo preoccupazione circa la <strong>soppressione delle libertà fondamentali</strong> e per l’inderbolirsi dell’immagine del nostro paese, fino al momento in cui Janine Zacharia del <em>Washington Post</em> ha scritto sulle restrizioni e su come la Giordania stesse divenendo oppressiva.</p><p>Il problema è che i nostri <strong>media </strong>sono un riflesso della nostra politica. E anche che noi pensiamo ancora di vivere nei “secoli bui”. Quindi, quando qualcuno viene da fuori e produce notizie per il mondo con i suoi articoli, è portato a considerare solo due opzioni: chiudere gli occhi e continuare ad andare avanti in modo mansueto nonostante le difficoltà, oppure semplicemente decidere di cancellare o riassumere senza menzionare gli argomenti cruciali, buttar via la sostanza, e andare avanti lo stesso.</p><p>Twitter e Facebook hanno cambiato il mondo. I giovani entrano in contatto e interagiscono ovunque, condividendo i problemi nel tentativo di trovarne le soluzioni. Per i difensori dei “secoli bui” è giunta l’ora di usare i <strong>social network</strong> per ascoltare la voce della gente e fare qualcosa. Come minimo, potrebbero trovarli come un modo più utile per capire la gente, invece di usarli semplicemente come strumento di marketing per la loro propaganda.</p><p><em>“Stiamo vivendo in una grande menzogna”</em> diceva un beduino, citato dal <em>New York Times</em>, per descrivere la situazione attuale in Giordania. Se riflettiamo su cosa significa, è veriamente serio. La <strong>riforma </strong>dovrebbe nascere dall’interno. Ci dovrebbe spingere lontano da vuote promesse e condurre verso le iniziative che portano a fare concreti passi avanti. L’agenda della nostra riforma dovrebbe focalizzarsi sulla circolazione del potere, la distribuzione della ricchezza e la fine della politica stile “one man show”.</p><p>La gente dovrebbe essere coinvolta nell’attività politica, e il contrasto della <strong>corruzione </strong>dovrebbe apparire ovvio ed essere condotto onestamente. I giordani hanno perso la speranza di vedere puniti i corrotti. Vedono soltanto lo scenario organizzato e assistono ai giochi messi in atto dai loro governanti per vendetta o interessi personali. Se non cambierà, dovremo rassegnarci a considerare lo stato normale delle cose così come è stato descritto dal <em>Washington Post</em>: <em>“E&#8217; un club di businessmen al servizio dei loro interessi finanziari”</em>.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/03/06/la-tempesta-globale-non-trova-ascolto/95724/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>4</slash:comments> </item> <item><title>Modernizzare l&#8217;Islam o&#8230;</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/01/11/iraq-egitto-e-chi-dopo-2/85862/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/01/11/iraq-egitto-e-chi-dopo-2/85862/#comments</comments> <pubDate>Tue, 11 Jan 2011 17:24:32 +0000</pubDate> <dc:creator>Amer Al Sabaileh</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[algeria]]></category> <category><![CDATA[cristiani]]></category> <category><![CDATA[islam]]></category> <category><![CDATA[Maghreb]]></category> <category><![CDATA[modernità]]></category> <category><![CDATA[Tunisia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=85862</guid> <description><![CDATA[Di fronte alle orribili ondate di violenze contro i cristiani in Iraq e in Egitto, non possiamo non porci delle domande circa le cause che le hanno generate. E non dobbiamo riferirci solo all’Iraq e all’Egitto, ma analizzare i problemi in altri paesi per avere un quadro complessivo della situazione. Le vere cause di queste...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Di fronte alle orribili ondate di violenze contro i cristiani in Iraq e in Egitto, non possiamo non porci delle domande circa le cause che le hanno generate. E non dobbiamo riferirci solo all’Iraq e all’Egitto, ma analizzare i problemi in altri paesi per avere un quadro complessivo della situazione.</p><p>Le vere cause di queste trasformazioni sono soprattutto la <strong>decadenza democratica, l’oppressione e i problemi politici</strong>. Un’ondata di confusione e caos sta invadendo tutto il mondo arabo. Molti paesi vedono aumentare le violenze domestiche, ferocissime, che rendono il terreno fertile a maggiori e più vaste trasformazioni in senso autoritario. Segni di rivoluzione compaiono in Tunisia e in Algeria, seguite da disordini in altri paesi arabi, fino alla Giordania. La repressione politica e la mancanza di una vera volontà di fare qualsiasi tipo di riforma sono le cause fondamentali della trasformazione estremista.</p><p lang="it-IT">Un semplice sguardo alla mappa del Medio Oriente mostra chiaramente la trasformazione della regione verso un radicalismo profondo. Una scena drammatica: dall&#8217;Afghanistan al Pakistan, dalla Somalia all’Iraq (contro i musulmani stessi), al Mar Rosso e allo Yemen fino agli attacchi in Egitto. L&#8217;estremismo è una minaccia grave per il mondo intero. Dunque una domanda da porgere a tutti noi sarebbe: siamo pronti ad affrontare nuovi e feroci movimenti di radicalismo? Dobbiamo renderci conto che oggi la politica di emarginazione socio-economica che <strong>nega i bisogni delle persone</strong> è il fattore principale della nascita dei terroristi.</p><p lang="it-IT">Pertanto, bisognerebbe superare la debolezza istituzionale della società civile, assicurando la fortificazione delle strutture delle società stesse, e soprattutto spingere verso una vera riforma politica. I metodi di sicurezza militari non potranno controbattere la radicalizzazione. L’unica via sono i progetti di sviluppo e l’applicazione di processi di integrazione nei paesi arabi, tenendo però presenti le contraddizioni nei programmi dell’Unione Europea che riguardano i paesi arabi criticati sempre per l’assenza di democrazia.</p><p>Ma poi si scopre che nei paesi arabi la partecipazione politica esiste e che la “società civile” è molto attiva e che spesso è in conflitto con le proprie istituzioni nazionali, con le quali gli Stati europei sono in stretto rapporto. E allora si rifiuta in maniera contraddittoria di riconoscere questi aspetti.</p><p>L’argomento mondiale oggi è <strong>l’Islam</strong>, che viene confrontato, discusso, guardato da tutti i lati come se fosse la fonte dei tutti i problemi. Si parla dell’Islam come si parla di una cultura, una storia, un’ideologia, un sistema di governo e addirittura uno stile di vita. Tutto questo ha fatto sorgere nuovamente la domanda sulla possibilità di avere un Islam compatibile con lo stile di vita di oggi. Molti vogliono capire se questo è il vero ostacolo che rende difficile la convivenza e la comprensione tra le popolazioni dell’Est e quelle dell’Ovest. Una distanza di analisi e di pensiero sta aumentando e sta creando nel mondo due gruppi pronti a scontrarsi appena se ne presenta l’occasione. Per alcuni sono domande, per altri sono necessità, per molti addirittura minacce: <strong>modernizzare l’Islam o islamizzare la modernità?</strong></p><p lang="it-IT">Oggi la globalizzazione, paradossalmente rispetto al suo obiettivo proclamato, ha creato barriere e muri tra le varie culture, una svolta notevole verso un conservatorismo che isola le persone dentro i loro confini geografici, dove la chiusura e il fondamentalismo caratterizzano la vita attuale dell’uomo. Questo contraddice l&#8217;obiettivo dichiarato della modernità, generando delle conseguenze che potrebbero mettere a rischio il futuro dell’intera umanità.</p><p>Purtroppo nel mondo di oggi lo <strong>stereotipo</strong> della parola “religioso” è legato all’essere intollerante, arrogante e prevenuto a qualsiasi cambiamento. L’unica via d’uscita è lavorare per alzare il livello della coscienza politica e culturale dei cittadini dei paesi in via di sviluppo: ciò li renderà protagonisti attivi nei progetti che tendono a migliorare la situazione nei loro paesi e avrà un riflesso positivo sul resto del mondo. Solo questo ci potrebbe garantire una società in cui l’uomo si sente apprezzato, e così si può accettare l’altro e soprattutto il diverso da noi.</p><p>Per questo sarebbe un grande errore pensare agli attacchi contro i cristiani o le ondate di violenza domestica o addirittura la rivoluzione del Maghreb come atti individuali. Serve invece analizzarli al di là dell&#8217;intera situazione degradata. Dunque, la laica Francia non dovrebbe presentarsi come il difensore dei diritti di una minoranza religiosa, ma difendere i diritti di tutti <strong>senza nessuna distinzione</strong>.</p><p lang="it-IT">Sbaglia chi pensa che la rivolta del popolo tunisino e ora algerino sia un atto spontaneo di rifiuto. Oggi gli studiosi europei sono invitati ad immergersi nel sentimento di queste nazioni represse per porre le mani sui semi della rivoluzione e delle ribellioni che si sviluppavano silenziosamente e lentamente.</p><p lang="it-IT">In vari paesi, tra cui la Tunisia e l&#8217;Algeria, i venti della rivoluzione si trasformano in <strong>venti di cambiamento</strong> fino a diventare una vera e propria tempesta che sorprende tutti, in primo luogo le forze dominanti interne ed i suoi amici esterni. Inoltre, sicuramente queste rivolte non si fermeranno a questi paesi, ma si propagheranno in qualche altro, in un movimento di cui non vediamo la fine.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/01/11/iraq-egitto-e-chi-dopo-2/85862/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>39</slash:comments> </item> <item><title>Libano: possibile scenario di guerra?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/12/08/libano-possibile-scenario-di-guerra/79916/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/12/08/libano-possibile-scenario-di-guerra/79916/#comments</comments> <pubDate>Wed, 08 Dec 2010 14:09:50 +0000</pubDate> <dc:creator>Amer Al Sabaileh</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[hassan nasrallah]]></category> <category><![CDATA[Hezbollah]]></category> <category><![CDATA[Jeffrey Feltman]]></category> <category><![CDATA[Libano]]></category> <category><![CDATA[rafiq al hariri]]></category> <category><![CDATA[tribunale internazionale]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=79916</guid> <description><![CDATA[Grandi preoccupazioni e tensioni si aggirano sullo scenario politico libanese e su quello regionale a qualche giorno dalla prevista decisione del tribunale che indaga sull’omicidio dell’ex premier libanese Rafiq Al Hariri. Ci si aspetta che il giudizio sarà un atto di accusa contro il partito politico sciita Hezbollah. Il partito ha pubblicamente anticipato i risultati...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Grandi preoccupazioni e tensioni si aggirano sullo scenario politico libanese e su quello regionale a qualche giorno dalla prevista decisione del tribunale che indaga sull’omicidio dell’ex premier libanese <strong>Rafiq Al Hariri</strong>. Ci si aspetta che il giudizio sarà un atto di accusa contro il partito politico sciita <strong>Hezbollah</strong>. Il partito ha pubblicamente anticipato i risultati delle indagini, portando le prove della propria estraneità e, anzi, del coinvolgimento dei propri avversari nell’attentato.</p><p>Innanzitutto, Hezbollah ha denunciato il ricorso a <strong>false testimonianze</strong> da parte del tribunale internazionale. Lo stesso <strong>Hariri</strong>, figlio del premier assassinato e attuale primo ministro, aveva inizialmente sostenuto la tesi ufficiale basata su queste testimonianze, salvo poi esprimere dubbi nel merito, considerandole false e scagionando la Siria delle accuse.</p><p>Il leader di Hezbollah, <strong>Hassan Nasrallah</strong>, in un’altra occasione ha rivelato il coinvolgimento degli agenti  israeliani in collaborazione con i dipendenti di una società di telefonia mobile libanese, la Alfa. La collaborazione consisteva nella <strong>clonazione di schede sim</strong> di utenze telefoniche dei membri del partito di Hezbollah: queste schede sarebbero state usate nei luoghi dell’attentato, effettuando chiamate e inviando messaggi compromettenti in modo da dimostrare il coinvolgimento di Hezbollah. Ciò è stato confermato da parte del ministro delle Telecomunicazioni <strong>Sharbel Nahas</strong> durante una conferenza stampa martedì 23 Novembre 2010.</p><p>Inoltre, Nassrallah ha presentato delle foto di un <strong>aereo di spionaggio israeliano</strong> che avrebbe sorvolato il luogo dell’omicidio e le strade del percorso del defunto Hariri a Beirut, prima, durante e dopo l’attentato.</p><p>Il <strong>fallimento della guerra israeliana in Libano</strong> (luglio 2006), avrebbe dunque spinto l’America e i suoi alleati a sostenere la colpevolezza del partito sciita Hezbollah in modo da delegittimare le sue istanze politiche. Inizialmente, nel 2005, si era deciso di seguire il canale del tribunale per processare sia la Siria che Hezbollah: questo processo è fallito poiché il rapporto finale del tribunale era costruito su numerose false testimonianze da parte dell’ex giudice internazionale tedesco Detlev Mehlis.</p><p>Infine, è stato recentemente scoperto un discorso di <strong>Jeffrey Feltman</strong> (ex ambasciatore americano in Libano e attualmente  assistente del segretario di stato Hillary Clinton per gli affari mediorientali) con l’attuale ambasciatrice americana in Libano, in cui Feltman spiegava esplicitamente che la sua strategia mira a distruggere Hezbollah con mille colpi prima della decisione del tribunale, e che questo sarebbe il suo regalo di Natale ai suoi alleati. Lo stesso ex ambasciatore aveva affermato a luglio scorso che Hezbollah è un partito politico molto popolare e stimato non soltanto dagli sciiti, ma anche dai propri alleati cristiani; è anche un partito legittimo e fa parte dello scenario politico libanese, grazie alla propria presenza in Parlamento e nel governo. Questo ci aiuta a comprendere che il <strong>ritorno del tribunale</strong> avrebbe un motivo solo, cioè colpire Hezbollah e magari preparare il tirreno per una prossima guerra che mira eliminare il partito.</p><p>Il Libano, con la sua composizione assai complessa, è considerato la bussola politica che ci rivela gli indirizzi che la politica internazionale segue; in altre parole, è un piccolo <strong>auditorium della politica internazionale</strong>. Hezbollah e i suoi alleati, il generale <strong>Michaele Aoun</strong>, presidente del Movimento Patriottico Libero (considerato il partito cristiano piu grande), <strong>Waleed Junblat</strong>, presidente del Partito Sociale Progressista, <strong>Suleiman Franjieh</strong>, presidente del Movimento Al mrada, <strong>Talal Arslan</strong> e altri leader, insistono oggi che l’atto di accusa del tribunale internazionale non è altro che una causa della divisione  che potrebbe condurre  ad una prossima <strong>guerra</strong>.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/12/08/libano-possibile-scenario-di-guerra/79916/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>13</slash:comments> </item> <item><title>Elezioni in Giordania e decadenza democratica</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/11/23/giordania-le-elezioni-e-la-decadenza-democratica/78360/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/11/23/giordania-le-elezioni-e-la-decadenza-democratica/78360/#comments</comments> <pubDate>Tue, 23 Nov 2010 15:38:07 +0000</pubDate> <dc:creator>Amer Al Sabaileh</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[elezioni]]></category> <category><![CDATA[Giordania]]></category> <category><![CDATA[islam moderato]]></category> <category><![CDATA[riformisti]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=78360</guid> <description><![CDATA[Non era mia intenzione scrivere su un blog italiano delle elezioni giordane, ma dopo aver visto un servizio del Corriere delle Sera, mi sono sentito costretto a parlarne. L&#8217;articolo doveva informare sulle elezioni giordane invece, stranamente, finiva per parlare del compleanno della regina Rania. È un vero peccato leggere questi commenti banali e superficiali, soprattutto quando vengono da un paese...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Non era mia intenzione scrivere su un blog italiano delle <strong>elezioni giordane</strong>, ma dopo aver visto un servizio del <em>Corriere delle Sera</em>, mi sono sentito costretto a parlarne. L&#8217;articolo doveva informare sulle elezioni giordane invece, stranamente, finiva per parlare del compleanno della regina Rania.</p><p>È un vero peccato leggere questi commenti banali e superficiali, soprattutto quando vengono da un paese che crede nella democrazia come l&#8217;Italia. Avrei voluto vedere quantomeno una presentazione storica e politica del paese per comprendere il contesto nel quale si sono svolte le votazioni del 2010. Quindi, mi sento costretto ad illustrare al lettore italiano la storia politica che – purtroppo – anche tanti giordani oggi ignorano. Mi limiterò a citare alcuni esempi degli anni &#8217;50 e &#8217;60 per sottolineare addirittura la decadenza democratica in un paese che fino ad allora rappresentava un terreno fertile per costruire<strong> il modello più brillante di democrazia in medioriente</strong>.</p><p>Quando il Re Talal nel 1952 decise che il modello di governo più adatto era quello della <strong>monarchia costituzionale</strong>, i giordani votarono direttamente per il loro governo. Si notava allora una forte presenza di partiti politici, agende politiche e soprattutto ideologie. Le forze politiche dominanti erano quelle socialiste. Spero di non sorprendervi se vi dico che la società giordana aveva allora una tendenza più laica rispetto a quella contemporanea e che l’influenza islamica era minima. Il frutto di questa politica culminò nel 1956, quando i giordani votarono per il socialista Sulieman al Nabulsi, l’unico premier eletto nella storia del paese. Le preoccupazioni del Re Hussein a quell’epoca erano tante. Le ondate socialiste invadevano la regione, il premier eletto era socialista. A questo punto, <strong>il Re decise di sciogliere il governo</strong>, arrestare il premier e i suoi ministri e proibire i partiti politici. Nel 1963 ci fu il ritorno alla vita parlamentare senza i partiti politici, ma in quell’anno avvenne un altro evento importante: la votazione per la fiducia al governo di Samir al Rifai &#8211; il nonno dell’ attuale premier. Il governo cadde e il Re decise di dissolvere il parlamento. Atto giustificato affermando che questo parlamento non rappresentava più la volontà del popolo giordano.</p><p>Nonostante la vita parlamentare in una monarchia assoluta non abbia molta importanza, essa fu interrotta. Il paese fu governato con leggi di emergenza fino al 1989, l’anno in cui è scoppiata la rivoluzione del sud, conosciuta come la <strong>R</strong><strong>ivoluzione di aprile</strong>. Subito dopo, Re Hussein fu costretto a consentire un po’ di spazio democratico, e cosi si ritornò alle urne. La legge elettorale permise a vari personaggi islamici e nazionalisti di entrare in Parlamento e il governo si trovò di fronte ad un&#8217;opposizione abbastanza forte. Subito dopo, nel 1993, fu cambiata la legge elettorale, limitandola alla legge del voto unico. Questa legge è stata oggetto di critiche da parte di tutti i riformisti. Lo stato voleva evitare di trovarsi di nuovo di fronte ad un’opposizione feroce.</p><p>In Giordania <strong>la legge elettorale è una legge temporanea</strong> dal 1993, sempre quella del voto unico, che permette al cittadino un voto solo dentro la sua zona geografica. La legge viene anche accusata di essere la vera causa della decadenza del livello del parlamento, perché permette solamente a quelli che hanno un forte radicamento tribale o economico di vincere le elezioni. Specialmente in un paese dove i partiti politici non hanno una vera presenza nello scenario politico giordano. L’unico vero partito è quello dei Fratelli Musulmani, definiti come moderati, che presentano un orientamento assai pacifico.</p><p>Il Re Abdullah II, dal momento del suo arrivo al trono ha usato il potere garantito dalla costituzione di dissolvere il parlamento tre volte, in altre parole tutti e tre consigli della sua epoca. Come per le elezioni del 2007, criticate per essere state manipolate. L&#8217;ultima tornata elettorale, invece, è stata boicottata dai riformisti e dalla forza politica numero uno: gli islamisti. La causa non è solamente la stessa legge elettorale, ma anche la mancanza di credibilità del governo nel condurre elezioni trasparenti. Invece, <strong>il governo ha preferito escludere i riformisti e l’esempio moderato dell’Islam politico</strong>, che tra l’altro rappresenta la maggioranza.</p><p>La mancanza di una vera volonta’ per la riforma politica ha spinto il governo a non cambiare la legge del voto unico ma solamente a modificarla. L&#8217;intera modifica consiste nell&#8217;introduzione del sistema delle <strong>finte circoscrizioni elettorali</strong>, ormai considerato unanimamente l&#8217;eliminazione del desiderio popolare di progressivo cambiamento e sviluppo.A malincuore, la sensazione che si registra in queste ore è che le elezioni hanno avuto un chiaro intervento da parte del governo.</p><p>L&#8217;intervento del governo è avvenuto in due maniere. Una, quella diretta, come testimoniamo i tanti episodi di oggi. Mentre l&#8217;altra, indiretta, è consistita nel trucco delle finte circoscrizioni, che fino ad adesso è poco chiaro per quanto riguarda i criteri ed i fondamenti del sistema. Questo sistema presuppone che la circoscrizione elettorale sia divisa in due parti. Mentre il candidato della prima sezione potrebbe vincere con mille voti, per esempio, non basterebbero 80mila voti per il candidato della seconda sezione per poter vincere il seggio. Ed è sulla base di questo fatto che <strong>il prezzo delle elezioni, così manipolate, lo sta pagando oggi la società</strong> che sta subendo un&#8217;ondata feroce di violenza sociale.</p><p>Infine, sarebbe stato molto meglio non escludere le forze politiche nazionali, conservando il modello brillante degli islamisti moderati. Infatti, la loro esclusione potrebbe condurre alla loro radicalizzazione, soprattutto ora che l’esempio estremista si sta espandendo facilmente. <strong>La riforma politica è, oggi, una vera esigenza</strong>, e rimandarla vuol dire peggiorare la situazione; basta una veloce occhiata alla storia politica giordana per capire dove eravamo e dove siamo ora, e cosi non sarebbe difficile prevedere dove saremo domani.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/11/23/giordania-le-elezioni-e-la-decadenza-democratica/78360/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>22</slash:comments> </item> <item><title>Il dilemma palestinese</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/11/14/il-dilemma-palestinese/76929/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/11/14/il-dilemma-palestinese/76929/#comments</comments> <pubDate>Sun, 14 Nov 2010 14:47:51 +0000</pubDate> <dc:creator>Amer Al Sabaileh</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Gaza]]></category> <category><![CDATA[Giordania]]></category> <category><![CDATA[Israele]]></category> <category><![CDATA[Mubarak]]></category> <category><![CDATA[Palestina]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=76929</guid> <description><![CDATA[Gli osservatori dello scenario mediorientale sono consapevoli che la regione è sul punto di entrare in una nuova fase, soprattutto per quello che oggi è chiamato “il dilemma palestinese”. In fondo, notare i vari segni di una nuova, prossima guerra non è una impresa difficile. Una veloce occhiata allo scenario mediorientale rivela le ondate di...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Gli osservatori dello scenario mediorientale sono consapevoli che la regione è sul punto di entrare in una nuova fase, soprattutto per quello che oggi è chiamato “il dilemma palestinese”.</p><p>In fondo, notare i vari segni di una nuova, prossima guerra non è una impresa difficile. Una veloce occhiata allo scenario mediorientale rivela le ondate di sedizione, dal <strong>Bahrain al Kuwait</strong>,<strong> dall’Arabia Saudita al Libano</strong>, oltre al collasso della sicurezza e alla situazione politica in <strong>Iraq, in Afghanistan </strong>e addirittura anche in Yemen, perlopiù a causa della continua crescita di movimenti estremisti. A livello politico e diplomatico,si sta imponendo un nuovo scenario: le cosiddette vittorie della ”Fronte anti-americano”  (<strong>Siria, Iran e Hezbollah</strong>), particolarmente dopo la guerra, nel luglio 2006, il declino del ruolo egiziano, e la necessità dell’Arabia Saudita di schierarsi dal gruppo dei moderati e avvicinarsi invece alla Siria.  Tutto questo accompagnato dal crollo dell’immagine israeliana a livello internazionale sin dai giorni della guerra di Gaza fino all’assalto israeliano contro le navi pacifiste dirette a Gaza che hanno scatenato la Turchia,  il nuovo protagonista mediorientale. La Turchia, infatti, il vecchio alleato israeliano, sembra aver deciso di collocare questa alleanze nell’archivio del passato.</p><p style="text-align: justify;">Il 2 settembre scorso il mondo ha assistito al vertice di Washington. Un vertice anomalo di cui è importante notare la rapidità dell’organizzazione. A cui gli europei non hanno partecipato neanche formalmente.</p><p style="text-align: justify;">Una analisi  del ruolo dei partecipanti al vertice di Washington, faciliterà la comprensione   della soluzione futura che ovviamente sarà solamente una.</p><p>In primis, Israele si trova ad affrontare una delle peggiori crisi diplomatiche degli ultimi decenni. L&#8217;immagine ridimensionata di Israele a livello internazionale, dopo tanti episodi come la guerra di Gaza e il rapporto di <strong>Goldstone</strong>, l’assassinio di <strong>Mabhoh a Dubai</strong>,  l&#8217;attacco alla nave <strong>Flottiglia</strong> e l’aggressione ai pacifisti, tutto questo ha provocato non pochi problemi ad Israele. Inoltre, non è da sottovalutare la possibilità dello scoppio di una nuova terza Intifada, oltre al continuo declino dei rapporti bilaterali tra<strong> Israele e la Turchia</strong>, e lo sfilacciamento dei rapporti con l&#8217; amministrazione Obama. In questo modo, è logico pensare che Israele abbia avuto una forte necessità di andare al vertice  per respingere l’immagine negativa e distogliere l&#8217;attenzione dalla sua immagine di potenza occupante.</p><p>Sul fronte egiziano il messaggio che mandava il presidente Mubarak è altettanto chiaro. Cosa  potrebbe spingere il presidente egiziano ad andare a Washington, nonostante le sue gravi condizioni fisiche? La risposta è stata data dallo stesso presidente, quando ha deciso di essere accompagnato da suo figlio Gamal Mubarak e di  di incontrare con il premier israeliano <strong>Netanyahu</strong>.  L&#8217;estremo  desiderio di Mubarak è quello di risolvere la questione della successione e ottenere così la benedizione americana per tale desiderio.</p><p>Mentre invece l&#8217;Autorità palestinese rappresentata da <strong>Abbas</strong> ha partecipato senza un minimo di consenso palestinese. Nonostante il presidente Mahmoud Abbas abbia dichiarato molte volte che lui non avrebbe partecipato a nessun colloquio diretto con Israele finché continua la costruzione degli insediamenti sul territorio palestinese, stranamente lo troviamo lì insieme a <strong>Saeb Arikat</strong> che ripeteva spesso le stesse parole di Abbas. Però senza questa presa di posizione palestinese sarebbe stato possibile realizzare uno scenario per la pace?</p><p>A questo punto chiave è il ruolo della Giordania. I giordani in questo caso, cosa possono  portare al tavolo dei negoziati?</p><p>Oggi, in molte occasioni e luoghi, si nota la ripetizione crescente della parola &#8220;alternative country&#8221; e molti vedono la soluzione nella vecchia proposta israeliana della trasformazione della Giordania nella Palestina: la frequenza dell&#8217;uso della parola si associarebbe a progetti e piani che stanno per realizzarsi. Questo è confermato anche dalle ultime parole di un importante funzionario dell’<strong>UNRWA Andrew Whitley,</strong> il direttore dell’ufficio di New York al consiglio nazionale dei rapporti arabo-americani a Washignton il 22 ottobre 2010.</p><p>Sul fronte giordano interno, la dichiarazione rilasciata dal <strong>Comitato Nazionale dei Pensionati Militari </strong>il primo di maggio è stata &#8211; senza dubbio &#8211; la prima mossa politica sulla scena politica giordana che dichiara il pericolo di perdere l&#8217; identità giordana a favore del progetto del paese alternativo. Inoltre, queste preoccupazioni appaiono nell&#8217;articolo di <strong>Robert Fisk</strong> “Why Jordan Is Occupied By Palestinians”,  pubblicato su &#8220;The Independent&#8221; il 22 Luglio 2010, in cui lo scrittore raccoglie la dichiarazione e va oltre l&#8217;affermazione, tentando di analizzare l&#8217; intera situazione giordana che ha spinto questi militari a scrivere una lettera.</p><p>Il vero rischio giordano oggi consiste in due punti, il primo, e il più importante, e’ l’incapacità dello stato giordano di trattare con le nuove forze politiche, sia quelle nascenti o quelle già esistenti, spingendo molti a far parte dell’opposizione che rivendica una protezione dell’ identità giordana. Mentre il secondo punto sta nel vedere le questioni giordane diventare un oggetto di dibattito per la comunità internazionale. E questo sarà la fase che potrà rendere queste proposte più logiche, proposte che appaiono come l’unica soluzione del <strong>dilemma Palestinese.</strong></p><p lang="it-IT"><p lang="it-IT"> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/11/14/il-dilemma-palestinese/76929/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>53</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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