<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Antonio Armano</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/aarmano/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sat, 26 May 2012 20:00:11 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>Giornalisti, brutta razza</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/25/giornalisti-brutta-razza/242042/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/25/giornalisti-brutta-razza/242042/#comments</comments> <pubDate>Fri, 25 May 2012 15:19:50 +0000</pubDate> <dc:creator>Antonio Armano</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Bel Ami]]></category> <category><![CDATA[Cinema]]></category> <category><![CDATA[giornalisti]]></category> <category><![CDATA[L'esclusiva]]></category> <category><![CDATA[L'inviato Speciale]]></category> <category><![CDATA[letteratura]]></category> <category><![CDATA[The Rum Diary]]></category> <category><![CDATA[Waugh]]></category> <category><![CDATA[William Boot]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=242042</guid> <description><![CDATA[È tornata di moda la figura del giornalista in libreria e al cinema, nonostante i mass media non godano di buona fama. Ma i buoni romanzi sull&#8217;argomento sono rarissimi e le poche volte che riescono di solito se ne fa un brutto film. Einaudi ha pubblicato L&#8217;esclusiva, di Annalena McAfee, fondatrice della Guardian Riview, moglie...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>È tornata di moda la figura del <strong>giornalista</strong> in libreria e al cinema, nonostante i mass media non godano di buona fama. Ma i buoni romanzi sull&#8217;argomento sono rarissimi e le poche volte che riescono di solito se ne fa un brutto film. Einaudi ha pubblicato <em>L&#8217;esclusiva</em>, di Annalena McAfee, fondatrice della Guardian Riview, moglie di Ian McEwan. È la storia di <strong>Tamara Sim</strong>, giovane precaria che scrive di gossip e vede in un difficile incarico la possibilità di riscatto. Un prestigioso supplemento culturale le commissiona un&#8217;intervista con la decana del giornalismo britannico, <strong>Honor Tait</strong>. Bridget Jones vs Oriana Fallaci. Risultato è prevedibile ma lei non demorde e scopre una macchia nella vita dell&#8217;ottuagenaria. Si chiama Daniel e fa il gigolò. In un corpo a corpo con la “fonte”, Tamara scopre che la Tait ha abusato di lui quand&#8217;era ragazzino. Il finale, da telenovela, riserva un colpo di scena. Ma per arrivarci dovete sciropparvi 300 pagine insulse e senza ironia. Alcuni ingredienti sono presi da romanzi ben più riusciti: <em>L&#8217;inviato speciale</em> di Evelyn Waugh (Bompiani) e <em>Igiene dell&#8217;assassino</em> di Amélie Nothomb (Guanda): l&#8217;articolo commissionato per sbaglio, la scoperta dello scheletro nell&#8217;armadio.</p><p>Meglio (ri)leggersi <em>L&#8217;inviato speciale</em>, meritoriamente ristampato da Bompiani, anche se la prefazione egolatrica di Mario Fortunato è una pisciata fuori dal vaso. Ferocemente ironico come tutti i libri di<strong> Waugh</strong>, è la storia di <strong>William Boot</strong>, oscuro corrispondente di campagna che per errore viene mandato in Africa alla vigilia d&#8217;un conflitto. Anche se il romanzo è buono, si diceva, se ne fa spesso un film non all&#8217;altezza. <br /><em>The Rum Diary</em>, dove Johnny Depp interpreta un cronista finito in un quotidiano americano a Porto Rico, tradisce il libro (Hunter S. Thompson, <em>Le cronache del rum</em>, Baldini &amp; Castoldi, 2007), soprattutto nel finale, e non ha fatto sfracelli al botteghino. Una storia di fallimento, disillusione, follia e corruzione viene virata in happy ending: lo scalcinato reporter ruba una barca, torna a New York, sposa la bella di turno e diventa un giornalista di successo, terrore di tutti i bastardi! E dire che Depp ha finanziato il funerale dell&#8217;amico Thompson facendone sparare in cielo le ceneri.</p><p>Pure<strong><em> Bel Ami</em></strong> è andato male a dispetto del cast col vampiro di Twilight, Robert Pattinson, idolo delle ragazzine, nel ruolo del seduttore che si fa strada a Parigi nel giornalismo conquistando una donna dietro l&#8217;altra. Neanche Uma Thurman, Christin Scott Thomas e Christina Ricci, le dame che gli ronzano intorno, bastano a salvare il film. Le donne non rivestivano ruoli di potere, ma contavano nella Francia dell&#8217;800. Erano gli uomini, i toy boy di turno, a infilarsi nei loro letti per arrivismo. Il giornalismo è uno dei tanti gironi dell&#8217;inferno del mondo moderno. Fin dalla prima narrazione sul tema:<em> Illusioni perdute</em>, classico di Balzac non a caso evocato spesso da Giuliano Ferrara nella sua estetica un po&#8217; cinica del mestiere (il direttore del <em>Foglio</em> ha tra l&#8217;altro di recente invocato la costituzione del premio Non è giornalismo e si è candidato come vincitore). La Comédie humaine contrapposta a quella divina. A volte, come nel caso della McAfee, il supplizio tocca al lettore.</p><p>Per scrivere un buon romanzo sul giornalismo, serve <strong>uno scrittore che sia stato giornalista</strong>. Come Thompson. O Sergej Dovlatov, che nel bellissimo<em> Il giornale invisibile</em> (Sellerio, 2009) racconta la sua breve avventura come direttore di un giornale russo a New York: “E quello stesso giorno occupammo due stanze all&#8217;angolo tra la Broadway e la Quattordicesima. Esattamente di fronte alla casa d&#8217;appuntamenti <em>Le ostriche allegre</em>. Nel giardinetto adiacente fioriva un vivace commercio di marijuana. Eppure eravamo felici”. Eppure? La redazione viene distrutta da un incendio, nonostante l&#8217;intervento dei pompieri chiamati dalle “ostriche allegre”. Colpo di grazia per un giornale boicottato dall&#8217;altra testata russa di New York: più che dal Kgb Dovlatov doveva guardarsi dagli altri dissidenti. Ma non si fa alibi e scrive: “Purtroppo la nostra vita viene scritta senza brutta copia&#8230; Correggere i refusi non sarà possibile”.</p><p>La vita dei giornalisti è soggetta al<strong> refuso</strong>, non solo quella professionale. Raramente si riesce a raccontarla, soprattutto quella ambientata in tempi recenti, priva com&#8217;è di riverberi romantici.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 23 Maggio 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/25/giornalisti-brutta-razza/242042/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Moretti legge Parise, ascolta l&#8217;anticipazione</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/10/moretti-legge-parise-ascolta-lanticipazione/203511/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/10/moretti-legge-parise-ascolta-lanticipazione/203511/#comments</comments> <pubDate>Tue, 10 Apr 2012 16:35:56 +0000</pubDate> <dc:creator>Antonio Armano</dc:creator> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Adelphi]]></category> <category><![CDATA[Emons]]></category> <category><![CDATA[moretti]]></category> <category><![CDATA[Parise]]></category> <category><![CDATA[Sillabari]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=203511</guid> <description><![CDATA[S&#8217;intitola Lavoro il racconto di Goffredo Parise che fa parte dei Sillabari e parla d&#8217;uno strano vecchio che gira in bici per le campagne del Veneto rubando rami di salice per farne fantasiosi mobili che sembrano scheletri. 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L&#8217;inseguono talvolta i contadini che si vedono sottratta la materia prima per la manutenzione della vigna&#8230; E s&#8217;intitola <em>Altri</em> il racconto dei <em>Sillabari</em> che parla di un altro strano incontro: nella spiaggia dell&#8217;hotel Des Bains al Lido di Venezia, un bambino scopre un intruso, un uomo che ha scavalcato la rete per bagnarsi i piedi e vedere il mare per la prima volta. Di notte il bambino si chiede chi sia quell&#8217;uomo, perché non ha mai visto il mare, e se ha una famiglia. Non riesce a dare delle risposte a quelle domande e questo gli fa capire l&#8217;esistenza degli “altri”. L&#8217;autore del <em>Ragazzo morto e le comete</em> – scomparso nell&#8217;86 lasciando inedito il romanzo <em>L&#8217;odore del sangue</em> – ha scritto cinquantatré racconti corrispondenti a diversi sentimenti. Da <em>Amore</em> a <em>Solitudine</em>. Passando per <em>Cuore</em>, <em>Estate</em>, <em>Fascino, Libertà</em>. Cinquantatré brevi storie simili a sogni che sono confluite nei <em>Sillabari</em>. Dettagliate ed enigmatiche come un flusso onirico. Arbasino ha detto che Parise scriveva “come su seta”. Ed è allora un po&#8217; spiazzante che Nanni Moretti abbia voluto – con la sua voce spigolosa e ispida – cimentarsi in un audiolibro in cui sono racchiusi i racconti dei <em>Sillabari</em>.</p><p>L&#8217;audiolibro, edito da Emons (Emonsaudiolibri.it), esce l&#8217;11 aprile e se ne possono ascoltare in anteprima tre assaggi (<em>Età</em>, <em>Carezza</em>, <em>Bacio</em>). Dunque giudicate voi se il regista e interprete di <em>Bianca</em> – cioè il Moretti più intimista e malinconico &#8211; riesce a dare una lettura convincente di un libro poco classificabile come del resto tutta l&#8217;opera di Parise che Adelphi sta ristampando. Ma la lettura morettiana funziona bene proprio perché spiazza, perché è una interpretazione personale, d&#8217;autore, qualcosa che non ti aspetti. Un po&#8217; come a teatro per Sabrina Impacciatore e la Ginzburg di E&#8217; stato così. Oltre a <em>Sillabari</em>, per Adelphi, sono già usciti <em>Lontano</em>, <em>Il padrone</em>, <em>Il prete bello</em>, <em>L&#8217;eleganza è frigida</em> e <em>Guerre politiche</em>. Quest&#8217;ultimo è una raccolta dei reportage in Vietnam, Cile, Laos, Africa. Il racconto dei <em>Sillabari</em> intitolato <em>Fame</em> è ambientato in Biafra &#8211; staterello africano diventano sinonimo delle disperata mancanza di cibo alla fine degli anni &#8217;60 – e descrive un bambino che lotta contro la mancanza di energie e costruisce una catasta per arrostirvi un topo mentre si sente mancare le forze per la denutrizione. Più d&#8217;un romanzo i racconti dei <em>Sillabari</em> – in cui si è cimentato di recente a teatro <strong>Paolo Poli</strong> con esito più ironico e istrionico &#8211;  si prestano a una lettura, all&#8217;oralità. Coi <em>Sillabari</em>, che scorrono fino a <em>Solitudine</em>, Parise doveva arrivare all&#8217;ultima lettera dell&#8217;alfabeto. Ma si è fermato prima perché “alla lettera S, nonostante i programmi, la poesia mi ha abbandonato”.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/10/moretti-legge-parise-ascolta-lanticipazione/203511/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Il pedofilo peer to peer</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/26/pedofilo-peer-peer/200146/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/26/pedofilo-peer-peer/200146/#comments</comments> <pubDate>Mon, 26 Mar 2012 09:52:19 +0000</pubDate> <dc:creator>Antonio Armano</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[forza Chiara]]></category> <category><![CDATA[Internet]]></category> <category><![CDATA[pedofilia]]></category> <category><![CDATA[peer to peer]]></category> <category><![CDATA[video]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=200146</guid> <description><![CDATA[S’intitolava Forza Chiara da Perugia &#8211; anzi si intitola perché Internet è il regno dove l’effimero diventa eterno e il file gira ancora – il video dove una ragazzina ritrosa viene invitata dal fidanzato a concedersi davanti alla telecamera. Risale al 2002 e rappresenta uno spartiacque nella storia della pedofilia in Italia. Segnala per la...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>S’intitolava Forza Chiara da Perugia &#8211; anzi si intitola perché Internet è il regno dove l’effimero diventa eterno e il file gira ancora – il video dove una ragazzina ritrosa viene invitata dal fidanzato a concedersi davanti alla telecamera. Risale al 2002 e rappresenta uno spartiacque nella <strong>storia della pedofilia in Italia</strong>. Segnala per la prima volta l’esistenza d’una massa di persone che non si fanno scrupoli a scaricare video con minori ripresi in atti sessuali. Circa 500 gli indagati. Insomma non pervertiti “consapevoli” come quelli che il 25 aprile festeggiano la <strong>giornata dell’orgoglio pedofilo </strong>essendo il giorno in cui il reverendo Lewis Carroll incontrò Alice Liddel. Ma persone convinte di avere solo scaricato qualcosa che circola e dunque è pubblico, comune, globale, innocuo.</p><p>Ormai chiunque può trovare, su un comunissimo programma di condivisione file come eMule un quantità impressionante di materiale pedopornografico. Magari ci finisce dentro quasi per caso (si fa per dire) cercando un porno più o meno normale. La velocità di connessione sempre più alta e la diffusione di Internet hanno consentito un’evoluzione: dalle foto (anni ’90) ai video diffusi attraverso programmi di filesharing (normalmente usati per scambiarsi canzoni e film) e persino in clouding con siti come Gigatribe o nei nodi inaccessibili della rete Tor creata per proteggere l’anonimato dei blogger d’opposizione nei regimi dittatoriali. Ma sono soprattutto i programmi peer to peer (tipo eMule, il Mulo digitale) a rappresentare la svolta. Basta digitare nella finestra di ricerca parole chiave generiche come Lolita o più tecniche come pthc (preteen hardcore, pornografia con preadolescenti) o R@ygold,  per veder piovere sul proprio schermo di tutto e di più.</p><p>«Ma che male ho fatto? Ho solo scaricato un video che gira su Internet, non ho mai sfiorato un bambino». Quando viene arrestato un soggetto che guarda video pedofili le forze dell’ordine si sentono spesso rispondere qualcosa del genere. Difesa ipocrita o percezione diffusa che scaricare immagini o video pedoporno sia una faccenda banale, che<strong> su Internet tutto è concesso</strong> e nessuno è colpevole e rintracciabile? C’è stato un boom e una banalizzazione della pedofilia online. Un fenomeno al cui centro c’è un utente della Rete che parla inglese, magari di bell’aspetto e con una buona posizione sociale. Esiste una banca dati in Italia che si chiama <strong>Cets</strong> e dove vengono inserite le informazioni sugli indagati per evitare sovrapposizioni investigative. La polizia postale, corpo preposto ai reati informatici, insegue tracce immateriali che non sono localizzate, quindi non può sapere in anticipo dove andrà a parare con le indagini, chi si nasconde dietro un ip, il codice identificativo di ogni utenza della Rete e attraverso il quale è possibile risalire al titolare della connessione. Ebbene guardando la localizzazione degli indagati nel database del Cets emerge una concentrazione lungo<strong> l’asse Torino-Venezia</strong>, il più evoluto dal punto di vista delle telecomunicazioni. In mezzo la Lombardia, zona grigia, a più alta concentrazione di reati, in particolare Milano.</p><p>Ma la banalizzazione della pedofilia nasconde un rovescio. Utilizzare programmi di condivisione file comporta molti rischi. I video sono facilmente rintracciabili da parte della polizia – e altre forze dell’ordine &#8211; che monitora sotto copertura. Di più. I programmi peer to peer sono impostati in modo che non ci si limiti a scaricare ma <strong>si diventi potenzialmente diffusori</strong>. E si può essere incriminati anche per diffusione materiale pedoporno. Con pene più gravi rispetto alla detenzione punita con reclusione fino a tre anni in base all’articolo 600-quater (legge n. 38 del febbraio 2006). E come si evince anche dalla giurisprudenza, è punibile pure la «pedopornografia virtuale». Immagini realizzate con bambini veri, chessò fotografati per strada mentre mangiano un gelato, accostati con fotomontaggio a adulti nudi in modo che sembri che abbiano un rapporto con loro. Vedi sentenza dell’11 novembre 2010 del tribunale di Milano con condanna in appello che attende la Cassazione.<br /> Certo (soprattutto per le indagini che riguardano un grande numero di persone), magari il titolare della connessione non è colui che scarica i video e non ne sa nulla perché si tratta del figlio o di qualcun altro che usufruisce della sua linea. Ma difendersi può risultare costoso perché la legge non è al passo con i tempi. Ottenere la copia di un cd rom costa. Ma l’assurdo si ha, lamentano gli avvocati, quando si chiede al tribunale la copia della memoria di un computer (hard-disk). La cifra supera i trentamila euro. Chissà per un nodo Tor!</p><p>Ma non bisogna credere che il boom della pedofilia riguardi solo “guardoni”: una parte di loro si procura ragazzini nei paesi tradizionali per questo tipo di traffici: Romania, ex Urss, Oriente, Brasile&#8230; Emblematica la carriera di un pedofilo italiano nella cui abitazione sono stati trovati migliaia di foto e video da lui stesso girati. A Costanza, sul Mar Nero, per venti euro al giorno otteneva la compagnia di ragazzini. A procurargliela erano ex minori abusati da turisti stranieri. Poco prima di essere arrestato, aveva messo in piedi una società di produzione con cui rendeva disponibili i video a pagamento. Prima si limitava a condividerli su <strong>Gigatribe.</strong> Era in contatto con altri pedofili e ne ha incontrato uno (norvegese) a Milano. Si scambiava su chat informazioni con loro assumendo una ventina di personalità diverse, tra cui quella di un giovane fotomodello russo. Tornando a Forza Chiara, la ragazza ha tentato il suicidio, ha dovuto cambiare nome e città eppure in Internet qualcuno ipotizza persino che si tratti di una leggenda metropolitana. Il confine <strong>tra reale e virtuale</strong> si confonde come quello tra bene e male? Forza Chiara è uno spartiacque epocale anche per un altro motivo: quando viene perquisito il computer di un pedofilo, persino gay, non di rado ha quel video in archivio.</p><p><em>Saturno, 17 Marzo 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/26/pedofilo-peer-peer/200146/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Intervista ad Arbasino&#8220;Perché non ho mai firmato un manifesto&#8221;</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/09/intervista-arbasinoperche-firmato-manifesto/196396/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/09/intervista-arbasinoperche-firmato-manifesto/196396/#comments</comments> <pubDate>Fri, 09 Mar 2012 15:57:31 +0000</pubDate> <dc:creator>Antonio Armano</dc:creator> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[alberto arbasino]]></category> <category><![CDATA[Gruppo 63]]></category> <category><![CDATA[manifesti culturali]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=196396</guid> <description><![CDATA[In tempi non sospetti, quando i manifesti (non solo culturali) erano all’ordine del giorno e ben prima dell’attuale retour de flamme firmatario, Alberto ‍Arbasino ha preso le distanze dalla “moda” spiegando che non gli andava di mettere il suo nome sotto programmi scritti da altri e scritti spesso male. 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Chi si firma è perduto? «Ho sempre firmato i miei giudizi e pareri – dice <strong>‍Arbasino </strong>-, sotto forma di articoli. E che cosa sono i manifesti, se non articoli? Se inoltre sono scritti male, tanto peggio per loro. (È il caso di aggiungere l’ormai screditato “signora mia”? In calce a tanti manifesti, ci starebbe proprio bene. E magari anche un “tiè”)».</p><p><strong>Come si svolgeva la raccolta firme? La campagna acquisti&#8230; Molestie telefoniche? Imboscate nei salotti? È cambiato qualcosa? C’erano, come oggi, firmatari a “loro insaputa”?</strong></p><p>«Non lo so, né so se ci sono “insapute” o “imboscate”. Da decenni ho una segreteria telefonica che prega di inviare un fax. A questo punto, mettono giù».</p><p><strong>Perché? Visibilità? Conformismo? Spirito gregario?</strong></p><p>«Tutt’e tre. Inoltre, bisogna poi calcolare l’attrazione di qualunque sfilata o fiaccolata. Per qualunque causa: protesta, denuncia, giubilo, processione per chiedere grazie o ringraziare la Madonna».<br /> <strong><br /> Il “Sole-24 Ore” ha pubblicato un manifesto, dal titolo <em>Niente cultura, niente sviluppo</em>, che auspica una costituente (sinergia tra ministeri, collaborazione tra pubblico e privato) per fare della cultura un volano anche economico per lo sviluppo. Tra i firmatari politici (Ornaghi, Passera), funzionari (Carandini ), intellettuali e artisti (Settis, Ronconi, Abbado, Servillo), imprenditori ecc. Le è stato chiesto di firmare? E se sì, perché ha detto di no?</strong></p><p>«Auspicare un volano fa sempre piacere, e non costa niente. Se per auspicare un volano mi si chiede una firma (giacché non si può leggere tutto, e io non ho uffici), occorre inviare una e-mail all’Agenzia Letteraria Internazionale, a Milano, spiegando soprattutto il volano economico. Per lo sviluppo, come si intende procedere?»<br /> <strong><br /> Pochi tra i firmatari gli scrittori. La letteratura è meno importante del patrimonio artistico, del cinema e della musica? Fa girare meno soldi?</strong></p><p>«Certamente la letteratura fa volare meno soldi, tranne che per i bestseller. E allora perché chiamare a raccolta gli scrittori? E i precari?»<br /> <strong><br /> È tornata la moda dei manifesti, la militanza e l’impegno sociale degli artisti e intellettuali&#8230; I tagli fanno male? Occupy il Valle come Wall Street? Il Valle ai privati mai e poi mai?</strong></p><p>«Al Valle ci sono stato a lungo molti anni fa, perché lì abbiamo provato e rappresentato Prova inammissibile di John Osborne, per lo Stabile di Roma diretto da Vito Pandolfi. Lì, come al cinema, mi sono reso conto di essere inadatto a lavorare in équipe. Al Valle mi sono invece divertito molto quando Laura Betti cantava le sue canzoni, su testi anche miei».</p><p>(Tra queste la celebre Seguendo la flotta: «Ossigenarsi a Taranto / è stato il primo errore:/ l’ho fatto per amore/ di un incrociatore/ e sono finita, su un rimorchiatore», disponibile anche su Youtube).<br /> <strong><br /> Fa ancora discutere la frase di Tremonti: «Con la cultura non si mangia». È così?</strong></p><p>«Sul mangiare, non so. Vedo piuttosto che ogni contributo e intervento viene domandato gratis, ogni giorno. Se dico di chiedere all’Agenzia cadono veramente dalle nuvole: mentre non si sognerebbero di disturbare direttamente un suonatore o un cantante».<br /> <strong><br /> Lo stato deve aiutare e sostenere la cultura? O in tempi di crisi meglio che si occupi di lavoro, pensioni, infrastrutture, sanità? </strong></p><p>«Vecchio eterno problema: le crisi aguzzano il cosiddetto ingegno?»<br /> <strong><br /> Cosa pensa dell’intervento dei privati nel patrimonio artistico? Vedi presunta svendita del restauro del Colosseo di Della Valle&#8230; Il mecenatismo è sempre meglio del degrado?</strong></p><p>«In America, i “trustees” sponsorizzano le istituzioni culturali con donazioni cospicue e pretese magari balorde. In Europa, dove le donazioni mancano, si “patrimonializzano” i beni culturali, preferendo appunto il mecenatismo al degrado».<br /> <strong><br /> Lei è un intellettuale cosmopolita, quale le sembra l’esempio più virtuoso all’estero?</strong></p><p>«Vedi sopra. Ma dipende soprattutto dalla pubblicità».</p><p><strong>Cosa pensa dei TQ, <a title="Sito Generazione TQ" href="http://www.generazionetq.org/" target="_blank">collettivo di scrittori trenta-quarantenni impegnati?</a> Diversamente dal Gruppo 63 si concentrano sull’aspetto sociale. Tempi diversi? Allora giravano più soldi? (il boom ecc.). Last but not least&#8230; è contento del ritorno di Brecht a teatro?</strong></p><p>«Non sono più tanto al corrente coi giovani. Si occupano anche del passato italiano? Trattando dei nostri ieri, va benissimo anche il ritorno di Brecht».</p><p>Tra l’altro il Gruppo 63, avanguardia letteraria che prende il nome dall’anno fondativo e annovera oltre ad <strong>‍Arbasino</strong>, <strong>Eco</strong>, <strong>Manganelli</strong>, <strong>Giuliani</strong>, <strong>Guglielmi</strong>, e altri, non ebbe mai un manifesto (forse anche per divergenze di visione). Ma dopo tutto gli articoli e i libri di ‍Arba‍‍sino sono i suoi manifesti. Dai meravigliosi precetti di vestiario dell’<strong>Anonimo Lombardo</strong> («Le scarpe bianche semplicemente non esistono», «Abbi calzetti scozzesi, ma bellissimi e pochissimi») fino alla satira sull’ambiente culturale in <em>Fratelli d’Italia</em>, opera fondamentale di quel periodo. Per non parlare delle note civili successive come <em>In questo Stato</em> e <em>Un Paese senza</em>.</p><p><em>Saturno, 9 marzo 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/09/intervista-arbasinoperche-firmato-manifesto/196396/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Vota il morto del mese</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/17/vota-morto-mese/191924/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/17/vota-morto-mese/191924/#comments</comments> <pubDate>Fri, 17 Feb 2012 11:17:59 +0000</pubDate> <dc:creator>Antonio Armano</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Claudio Velardi]]></category> <category><![CDATA[Gheddafi]]></category> <category><![CDATA[Lucio Magri]]></category> <category><![CDATA[morto del mese]]></category> <category><![CDATA[Ovini Bokini]]></category> <category><![CDATA[Pusuke]]></category> <category><![CDATA[Tura Satana]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=191924</guid> <description><![CDATA[Domanda: «Ma non vi vergognate a prendere in giro i morti?» Risposta: «Certo che ci vergogniamo». Domanda: «Ma non avete proprio un cazzo da fare?» Risposta: «No non ce l’abbiamo». La sezione Faq (domande frequenti) del mortodelmese.com (iMdM) è ancora più esilarante del resto del sito, dedicato ai necrologi irriverenti, una specie di Dagospia dark....]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Domanda: «Ma non vi vergognate a prendere in giro i morti?» Risposta: «Certo che ci vergogniamo». Domanda: «Ma non avete proprio un cazzo da fare?» Risposta: «No non ce l’abbiamo». La sezione Faq (domande frequenti) del <strong>mortodelmese.com</strong> (<strong>iMdM</strong>) è ancora più esilarante del resto del sito, dedicato ai necrologi irriverenti, una specie di Dagospia dark. Terzo punto delle Faq: «Ehi, questo era mio zio, come vi permettete? Vi denuncio, vi faccio menare, etc.» Risposta: «Senti, nel necrologio di tuo zio non c’è scritto niente che non sia riportato in quello di Repubblica, quindi non rompere i coglioni, non è colpa nostra se a tuo zio piaceva scoparsi i bambini e poi mangiarseli».</p><p>Naturalmente quelli di iMdM sono defunti celebri («Muoiono sempre i soliti», diceva Totò), o fuori del comune: pornostar, wrestler, cani supervecchi e altri fenomeni&#8230; Come <strong>Tura Satana</strong>, che ha insegnato il movimento pelvico a Elvis, interpretato la prostituta di Irma la dolce ed è in pole position per il titolo di morto dell’anno 2011. Ma come nasce ilmortodelmese.com? In principio fu <strong>Ovini Bokini</strong>, presidente del gran consiglio dei capi alle isole Fiji&#8230; Racconta uno dei ragazzi di iMdM – il quale non rivela il nome o la città dove vive per timore di facilitare la vita ai querelanti &#8211;  che l’idea del sito nacque nel gennaio 2009 quando gli utenti di un forum appresero che era morto un capo di stato con quel nome e si scatenarono. In luglio il sito esordì.</p><p>Che nasca un sito dedicato a qualcosa di strano succede spesso. Ma capita di rado che sopravviva. Per ilmortodelmese.com il rischio è ancora maggiore, per definizione deve essere aggiornato tutti i mesi, se no che morto del mese sarebbe? La classifica dove un defunto viene messo sul podio tipo F1 è votata dagli utenti. Nel dicembre 2011 la vittoria è andata a <strong>Kim Jong-il</strong>. Definito «guardatore di cose» per la quantità di foto ufficiali in cui veniva ritratto mentre assisteva a qualcosa sempre senza combinare niente. Altri vincitori <strong>Peter Falk </strong>«orbo», <strong>Gheddafi</strong> «inventore del bunga bunga», <strong>Mario Vanni</strong> «compagno di merende», <strong>Mike Bongiorno</strong> «testimonial di Infostrada», Alda Merini «70 sigarette al giorno»&#8230;</p><p>Da dove viene questa costanza, questo entusiasmo per l’<strong>umorismo macabro</strong>? Non si stufano le vostre donne a vedervi al computer che cercate notizie sui morti? E a parte l’entusiasmo per il povero Bokini, qual è il senso del sito? «Io vivo con una ragazza – dice uno degli autori di <strong>iMdM </strong>- ma lei ci ha fatto l’abitudine. Il senso del sito è quello di poter dire la verità anche su chi muore. Mi chiedo perché quando una persona muore non si possa parlarne con sincerità, non capisco tutta questa ipocrisia». Non per niente sui giornali i necrologi si chiamano coccodrilli anche se non mancano esempi contrari come il pezzo del perfido Claudio Velardi su Lucio Magri. Nel ricordare Scalfaro iMdM mette molto in risalto la scenataccia con schiaffo in un ristorante romano di cui fu vittima una donna con spalle scoperte. Avete mai ricevuto minacce legali? «In alcuni casi». Com’è finita? «Abbiamo tolto il morto in questione». E di chi si trattava? «Preferiamo non dirlo». Indirizzo del sito è www1.ilmortodelmese.com, perché www1? «Quello normale ha subito attacchi e in Italia è finito fuoriuso».</p><p>Condito con una grafica accattivante – il simbolino di Twitter per segnalare un contenuto di  iMdM sul socialnetwork è il classico uccellino blu ma stramazzato &#8211; il sito è piuttosto frequentato. Nel dicembre 2011 hanno votato in 2804, col 27.89 per cento dei voti al dittatore coreano, 9.91 per Don Verzè, 1.46 per Mirko Tremaglia «ragazzo di Salò». Ha corso anche <strong>Pusuke</strong>, vissuto in Giappone, «cane di razza ignota che ha avuto l’ardire di sopravvivere per ben 26 anni, raggiungendo l’ambito titolo di nono cane più vecchio della storia (c’è anche la classifica, cosa credete). La proprietaria, secondo un’usanza locale verrà seppellita insieme al cane, sostiene che Pusuke aveva non uno ma ben cinque segreti per la longevità: esercizio regolare, checkup frequenti, vestirlo in maniera ridicola, vitamine e amore (me ne sono inventato solo uno, lo giuro)». Il segreto inventato è vestirlo in maniera ridicola, tanto che Pusuke viene definito anche cane gay. Difficile scucire informazioni  sugli autori del sito. Vengono da zone diverse e fanno lavori diversi, prevalentemente al Sud. Nessuno guadagna una lira, non ci sono naturalmente pubblicità sul sito ma tra le Faq c’è quella che riguarda la possibilità di fare uno stage presso iMdM. Risposta: «No, ma puoi scriverlo sul tuo curriculum vitae».  Avete qualcosa a che fare con totomorti.com, sito di scommesse sulle prossime dipartite? «No». Visto il periodo in cui sta morendo un sacco di gente, da Wyslawa Szymborska a Etta James passando per Carlo Fruttero, fate gli straordinari? «Occupandomi da anni del sito, mi sono reso conto che muore sempre un sacco di gente».</p><p><em>Saturno, 13 febbraio 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/17/vota-morto-mese/191924/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Bolaño e il romanzo postumo</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/09/bolano-romanzo-postumo/182516/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/09/bolano-romanzo-postumo/182516/#comments</comments> <pubDate>Mon, 09 Jan 2012 14:36:45 +0000</pubDate> <dc:creator>Antonio Armano</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Adelphi]]></category> <category><![CDATA[Andrew Wylie (lo Scicallo)]]></category> <category><![CDATA[Carmen Balcells]]></category> <category><![CDATA[Carolina López]]></category> <category><![CDATA[Ghost]]></category> <category><![CDATA[I dispiaceri del vero poliziotto]]></category> <category><![CDATA[necrofilia]]></category> <category><![CDATA[Patrick Swayze]]></category> <category><![CDATA[Roberto Bolaño]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=182516</guid> <description><![CDATA[Solo Roberto Bolaño (1953-2003) con la sua scrittura delirante, delicata e ironica poteva cavarsela meravigliosamente in un racconto di necrofilia. S’intitola Il ritorno e fa parte della raccolta Puttane assassine (Sellerio) ed è la storia d’un impiegato parigino che gli prende un colpo mentre balla con la bella Cecile. Pur odiando Ghost, si ritrova in una situazione simile a quella...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/01/roberto-bolano-street-art.jpg?47e3a5"><img class="alignleft size-medium wp-image-182520" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/01/roberto-bolano-street-art-300x225.jpg?47e3a5" alt="" width="300" height="225" /></a>Solo <strong>Roberto Bolaño</strong> (1953-2003) con la sua scrittura delirante, delicata e ironica poteva cavarsela meravigliosamente in un racconto di <strong>necrofilia.</strong> S’intitola Il ritorno e fa parte della raccolta <strong>Puttane assassine</strong> (Sellerio) ed è la storia d’un impiegato parigino che gli prende un colpo mentre balla con la bella Cecile. Pur odiando <strong>Ghost</strong>, si ritrova in una situazione simile a quella di <strong>Patrick Swayze</strong> nel film: dall’alto vede il suo cadavere. Ma altro che melensaggini hollywoodiane: Cecile se la dà a gambe, il cadavere viene rimosso e la gente riprende a ballare. Sempre dall’alto il tipo vede il proprio povero corpo trasportato alla morgue e quindi – la mattina successiva &#8211; trafugato da due infermieri nella villa dello stilista Jean-Claude Villenueve. La bella notizia, scrive Bolaño, è che esiste la vita dopo la vita; la brutta che Villenueve è necrofilo. E non fa piacere vedere che quel che resta di te sta per essere inchiappettato.</p><p>Il riferimento al racconto è per dire che non sei mai sicuro del tuo culo neanche da morto. A febbraio esce il “nuovo ” romanzo di Bolaño (<strong>I dispiaceri del vero poliziotto</strong>) e leggendo la nota della vedova dello scrittore cileno, <strong>Carolina López</strong> &#8211; nella versione spagnola edita da Anagrama che mi sono procurato su Amazon.es –, apprendo che è un’operazione di riesumazione letteraria. Il testo è stato recuperato in parte da un dattiloscritto, in parte da una stampa da computer senza memoria e in parte da un computer normale (filologia dell’assurdo contemporaneo molto alla Bolaño). Non mancano, nella nota, i ringraziamenti al potente agente letterario newyorchese <strong>Andrew Wylie</strong>, lo <strong>Sciacallo</strong>, già al centro di un’operazione simile con un altro suo cliente, Vladimir Nabokov (L’originale di Laura). È perciò lecito avere qualche dubbio sulla correttezza dell’operazione. Bolaño ha conosciuto il grande successo solo da morto ma non fino a questo punto. Di più: la López ha ceduto i diritti a Wylie solo dopo la scomparsa del marito mollando la mitica agente spagnola <strong>Carmen Balcells</strong>.</p><p>Fin qui le cattive notizie. Ora bisogna dire che Bolaño è talmente bravo che scrive bene anche da morto e la natura frammentaria e aperta della sua opera si adatta molto di più a operazioni di necrofilia letteraria di quanto succeda per un Nabokov. <strong>Los sinsabores del verdadero policía</strong> ha tutta l’aria di un regalo per i lettori a partire dalla prima pagina dove Padilla, giovane poeta di Barcellona, sostiene che la poesia è omosessuale (il romanzo invece etero) e i poeti si dividono varie correnti: froci (maricones), checche (maricas), checchine (mariquitas), pazze (locas), busoni (bujarrones) ecc. Whitman frocio, Neruda checca. La poesia italiana, secondo Padilla, autore d’un poema in versi alessandrini su cinquanta modi di masturbarsi, uno più doloroso dell’altro, è poesia di checche. Checche <strong>Ungaretti</strong>,<strong> Montale</strong>, <strong>Quasimodo</strong> (el trío de la muerte), frocio <strong>Leopardi</strong>&#8230; <strong>Pavese era una pazza triste</strong> (loca triste). Padilla finisce a letto con un professore, Amalfitano, dopo avere ascoltato con lui un reading di Pavese, Dialoghi con Leucò. Amalfitano viene cacciato dall’università di Barcellona per sodomia e finisce in Messico.</p><p>Tra poeti scombinati e persi per le strade del mondo, delitti messicani, progetti artistici assurdi (un film su Leopardi con Vargas Llosa nella parte del conte Monaldo), amori e liquori di tutti tipi (poteva mancare il mezcal Los Suicidas?), Los sinsabores del verdadero policía rimanda all’ultimo (si fa per dire) romanzo del picaresco e visionario scrittore cileno, <strong>2066</strong>, ma anche a <strong>Detective selvaggi</strong>&#8230; E possiamo dire che lo sciacallo Wylie non ha infierito sul cliente. Come lo stilista di Putas asesinas che risparmia al cadavere l’estremo oltraggio, e il fantasma, sempre dall’alto, tira un sospiro di sollievo per il mancato inchiappettamento. Peccato non esista una vita dopo la vita e Bolaño dall’alto non veda. O forse meglio così.</p><p>Roberto Bolaño, I dispiaceri del vero poliziotto, Adelphi, pagg. 224, € 18,50; in libreria dall’8 febbraio</p><p><em>Saturno, 30 dicembre 2011</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/09/bolano-romanzo-postumo/182516/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Viaggio a Cernivci, città delle badanti</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/20/viaggio-cernivci-ucraina-citta-delle-badanti/178813/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/20/viaggio-cernivci-ucraina-citta-delle-badanti/178813/#comments</comments> <pubDate>Tue, 20 Dec 2011 10:28:29 +0000</pubDate> <dc:creator>Antonio Armano</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[badanti]]></category> <category><![CDATA[Cernivci]]></category> <category><![CDATA[couchsurfing]]></category> <category><![CDATA[Czernowitz]]></category> <category><![CDATA[Graviton]]></category> <category><![CDATA[Paul Celan]]></category> <category><![CDATA[Roman Vlad]]></category> <category><![CDATA[ucraina]]></category> <category><![CDATA[Von Rezzori]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=178813</guid> <description><![CDATA[A Cernivci volevo andare con l’autobus delle badanti che parte da Milano e arriva in due giorni di viaggio. Ma poi scopro che la Malev ha un volo per Iasi (Romania, 225 km da Cernivci), e la faccenda si presenta meno impegnativa. Scopo del viaggio è vedere la città da dove vengono molte badanti comprese...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>A Cernivci  volevo andare con l’autobus delle badanti che parte da Milano e arriva in due giorni di viaggio. Ma poi scopro che la Malev ha un volo per Iasi (Romania, 225 km da Cernivci), e la faccenda si presenta meno impegnativa. Scopo del viaggio è vedere <strong>la città da dove vengono molte badanti</strong> comprese quelle che si sono succedute nell’assistenza di mia nonna &#8211; entrate come turiste, rimaste come clandestine per un paio d’anni e regolarizzate con le sanatorie, l’ultima in articulo mortis &#8211; ma anche la città di cui parla Gregor von Rezzori in vari libri, in particolare &#8220;<em>Un ermellino a Cernopol&#8221;</em> (Guanda).</p><p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/12/carretti-contadini.jpg?47e3a5"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-178815" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/12/carretti-contadini-150x150.jpg?47e3a5" alt="" width="150" height="150" /></a></p><p><strong>Von Rezzori</strong> e mia nonna hanno una sola cosa in comune: la data di nascita, il ‘14. Per il resto non credo che il dandy che seduceva le compagne di rifugio sotto le bombe a Berlino abbia avuto badanti di Cernivci: quand’è morto nel ‘98 l’emigrazione era solo agli inizi, ma sarebbe stato un bello scherzo del destino. Come racconta in Tracce sulla neve, mise piede a Cernivci l’ultima volta nell’89, quando faceva parte dell’Urss e <strong>si chiamava Cernovci in russo</strong>. Tra le due guerre prese il nome di Cernauti e fu annessa alla Romania. E prima ancora <strong>Czernowitz</strong>, <strong>capitale della Bukovina</strong>, fantasiosa propaggine asburgica donata a Vienna dagli ottomani per l’impegno nella guerra russo-turca. Un casino storico che gli fornì materia per scrivere e farsi largo nella società letteraria tedesca prima di ritirarsi in una torre in Toscana con la baronessa Beatrice Monti che ora anima un premio letterario dedicato al marito. Oltre a lui l’emigrazione d’antan da Cernivci annovera <strong>Paul Antschel</strong>, in arte <strong>Paul Celan</strong>, morto <strong>suicida</strong> a Parigi nel ‘70 e autore di poesie come <strong>Fuga di morte</strong>, uno dei pochi che ha saputo fare versi sulla Shoà e ha vissuto la contraddizione d’essere ebreo, perdere la madre nel lager, scrivere in tedesco e pubblicare in Germania con successo. E pure <strong>Roman Vlad</strong>, 93enne compositore rumeno, emigrato in Italia nel ‘38, che ha da poco dato allo stampe il racconto autobiografico &#8220;<em>Vivere la musica&#8221;</em> (Einaudi).</p><p><object width="400" height="300"><param name="flashvars" value="offsite=true&#038;lang=it-it&#038;page_show_url=%2Fphotos%2Filfattoquotidiano%2Fsets%2F72157628499400691%2Fshow%2F&#038;page_show_back_url=%2Fphotos%2Filfattoquotidiano%2Fsets%2F72157628499400691%2F&#038;set_id=72157628499400691&#038;jump_to="></param><param name="movie" value="http://www.flickr.com/apps/slideshow/show.swf?v=109615"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><embed type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.flickr.com/apps/slideshow/show.swf?v=109615" allowFullScreen="true" flashvars="offsite=true&#038;lang=it-it&#038;page_show_url=%2Fphotos%2Filfattoquotidiano%2Fsets%2F72157628499400691%2Fshow%2F&#038;page_show_back_url=%2Fphotos%2Filfattoquotidiano%2Fsets%2F72157628499400691%2F&#038;set_id=72157628499400691&#038;jump_to=" width="400" height="300"></embed></object></p><p>Da <strong>Iasi</strong> a Cernivci non esiste collegamento diretto. Devo prendere un furgone trasformato in autobus e cambiare a Suceava attraversando una campagna dalla terra nera tra carretti trainati da cavalli. Mezzo di trasporto tornato in voga. La biada costa meno della benzina. A <strong>Suceava</strong> prendo un vecchio torpedone Ikarus: scritte in russo, tende di velluto, sedili stinti, vetri sporchi: una macchina del tempo che riporta al periodo comunista. Entrando in Ucraina spuntano ville in stile Disneyland, costruite, mi dicono, con le rimesse degli emigrati. Non le badanti ma quelli che hanno fatto fortuna negli Usa. Von Rezzori forse l’avrebbe capito: è stato lui a individuare nel kitsch l’essenza americana, si veda &#8220;<em>Uno straniero nella terra di Lolita&#8221;</em>.</p><p>A Cernivci dovrei dormire da  Ljuba Zinevich, conosciuta su <strong>couchsurfing.com</strong>, sito di scambio ospitalità che non trascura nessuna parte del mondo. Abita nel quartiere Graviton ma quando trovo il palazzo suono inutilmente. Me ne torno in centro seguito da un tizio con fiato alcolico che mi racconta la storia della città, mostrandomi una via di casette del periodo rumeno, una piazza dove stanno ristrutturando <strong>l’hammam col contributo della Turchia</strong> e spiega che il quartiere <strong>Graviton</strong> si chiama  così perché Mosca aveva costruito qui una fabbrica <strong>aerospaziale</strong>. Il centro ha una grazia asburgica, dalla farmacie ai tombini con scritto Czernowitz passando per l’Opera, ma ci sono influenze d’ogni tipo come testimonia la cattedrale armena, la chiesa greco-cattolica e l’imponente e delirante palazzo del Metropolita, oggi sede dell&#8217;università e progettato dal boemo Josef Hlavka. È stata <strong>distrutta la sinagoga</strong>. La comunità ebrea contava 28mila persone nel 1910, un terzo della popolazione. Tra nazismo e comunismo il minestrone multietnico si è semplificato nella predominanza del tipo ucraino che prima, scrive Von Rezzori, rappresentava il solo 30 per cento. In una via di abitazioni abbandonate dagli ebrei c’è un Internet point. Entro e finisco in mezzo a un compleanno. Si socializza col <strong>cognac della Crimea</strong> e finisco a cena dai proprietari, due fratelli, uno dei quali è il festeggiato. L’appartamento è nel quartiere Graviton, manco a dirlo. Il padre mi racconta che lavorava nell’esercito, ha vissuto in Germania Est e spiato l’Ovest. Nessuno di loro ha sentito nominare Von Rezzori ma ci sono diverse badanti in Italia nella parentela. Verso le due, dopo essersi trangugiati una bevanda tipo Red Bull davanti alla statua del <strong>poeta rumeno Eminescu</strong>, prima di entrare all’Hard Rock Cafe i due fratelli mi lasciano all’<strong>hotel Bukovina</strong>, enorme falansterio comunista. In molte famiglie le madri sono lontane e la notte si fa bisboccia. Ricordo  tristi telefonate delle badanti ai figli; per anni (fino all’ottenimento del permesso di soggiorno) non potevano tornare e vederli. La loro durezza di donne postsovietiche si stemperava al telefono.</p><p>Quando riparto per Iasi, il torpedone viene fermato a lungo alla frontiera con la Romania, dove comincia l’Ue e una volta finiva l’Urss. I passeggeri ucraini sono anziani e tentano di fare <strong>contrabbando di detersivo</strong> e altri generi. Un vecchietto mi affida una stecca di sigarette dandomi qualche moneta per il servizio. Se lo respingeranno, dice, devo consegnare la stecca a qualcuno degli altri passeggeri rimasti a bordo e farmi una birra alla sua salute. Pochi scampano ai controlli. Restiamo a bordo quasi solo io e l’autista. Si chiama <strong>Karlampi, nome d’origine greca</strong>: vuol dire luce gioiosa. La moglie fa la badante a Milano.</p><p><em>Saturno, 16 dicembre 2011</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/20/viaggio-cernivci-ucraina-citta-delle-badanti/178813/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Saremo mai un paese normale?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/02/saremo-paese-normale/174827/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/02/saremo-paese-normale/174827/#comments</comments> <pubDate>Fri, 02 Dec 2011 16:06:29 +0000</pubDate> <dc:creator>Antonio Armano</dc:creator> <category><![CDATA[Archivio]]></category> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Angelo d'Orsi]]></category> <category><![CDATA[Berlusconi]]></category> <category><![CDATA[Cadorna]]></category> <category><![CDATA[David Gilmour]]></category> <category><![CDATA[Emilio Gentile]]></category> <category><![CDATA[Francesco Perfetti]]></category> <category><![CDATA[Galli della Loggia]]></category> <category><![CDATA[Garibaldi]]></category> <category><![CDATA[Gattopardo]]></category> <category><![CDATA[giuliano ferrara]]></category> <category><![CDATA[Lavitola]]></category> <category><![CDATA[Marcegaglia]]></category> <category><![CDATA[Mario Isnenghi]]></category> <category><![CDATA[Ostellino]]></category> <category><![CDATA[paese del cucù]]></category> <category><![CDATA[Pigi Battista]]></category> <category><![CDATA[Rino Formica]]></category> <category><![CDATA[trancredismo]]></category> <category><![CDATA[trasformismo]]></category> <category><![CDATA[Vaticano]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=174827</guid> <description><![CDATA[Festeggiamo i 150 anni dell’Unità passando, come dice David Gilmour (vedi intervista di Alessio Altichieri su The Pursuit of Italy), dall’anomalia Berlusconi all’eccezione Mario Monti: saremo mai un paese normale? Cambierà qualcosa o tutto cambia solo in apparenza come nella migliore tradizione trasformista e gattopardista? Guardando a ritroso: Tangentopoli e gli attentati a Falcone e...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Festeggiamo i 150 anni dell’Unità passando, come dice <strong>David Gilmour</strong> <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/02/intervista-david-gilmour-politica-immobile/174617/">(vedi intervista di Alessio Altichieri su The Pursuit of Italy</a>), dall’anomalia <strong>Berlusconi</strong> all’eccezione <strong>Mario Monti</strong>: saremo mai un paese normale? Cambierà qualcosa o tutto cambia solo in apparenza come nella migliore <strong>tradizione</strong> trasformista e <strong>gattopardista</strong>? Guardando a ritroso: Tangentopoli e gli attentati a <strong>Falcone</strong> e <strong>Borsellino</strong>, quasi mezzo secolo di Dc senza alternanza, il terrorismo, il Fascismo&#8230; Dimentichiamo qualcosa: P2? Gladio? Bisogna tornare al <strong>Risorgimento</strong> per ritrovare l’orgoglio? In altre parole: di che ci stupiamo? Bè non è che – da destra a sinistra, da <strong>Francesco Perfetti</strong> ad <strong>Angelo d’Orsi</strong> passando per <strong>Emilio Gentile</strong> e <strong>Mario Isnenghi</strong> – una visione così apocalittica sia accettata: «C’è da temere che un libro come quello di Gilmour  abbia successo – dice Gentile, docente alla Sapienza &#8211; sono luoghi comuni, cose dette e ridette. Non mi stupisco che nessuno voglia pubblicarlo qui».</p><p>«Non soffro di un senso di anormalità. Anormalità rispetto a quale modello?», dice Isnenghi, professore all’università di Venezia e autore di Dieci lezioni sull’Italia contemporanea, in uscita per <strong>Donzelli</strong>.</p><p>Gentile contesta l’accusa di gattopardismo rivolta all’Italia a partire dall’espressione stessa: «Sarebbe più corretto parlare di <strong>tancredismo</strong>, attribuire il <strong>trasformismo</strong>, la volontà di cambiare tutto affinché nulla cambi, a Tancredi, nipote del Gattopardo. Il Gattopardo, il Principe di Salina, è tutto tranne che trasformista, è un disgraziato che si trova a vivere a cavallo di due epoche. Il romanzo, la filosofia dell’autore, piuttosto è nichilista. Si apre col ritrovamento del cadavere del soldato in giardino e si chiude con la carcassa del cane Benedicò scagliata dalla finestra che si trasforma in polvere. Purtroppo l’espressione gattopardismo si è radicata anche se sbagliata ma non si può riferire al Principe di Salina né al romanzo».</p><p>Perfetti, docente di storia alla Luiss e firma del “Giornale”, non ama fare analisi di lungo periodo, accostamenti tra epoche e figure distanti, preferisce concentrarsi su singoli momenti e vede aspetti positivi nel berlusconismo (pur prendendo atto del fallimento): «Berlusconi ha saputo convogliare l’<strong>antipolitica</strong> in politica nel momento difficile di Tangentopoli. Ha ristabilito l’alternanza al governo. Prima avevamo un situazione bloccata. Ha rimesso in circolo i voti della <strong>destra missina</strong> che si trovavano in frigo. L’aspetto negativo è stato entrare in politica anche per interesse personale. Dobbiamo però distinguere. Tra il primo governo Berlusconi e l’ultimo c’è una bella differenza. La componente liberale che aveva dato la spinta e anche l’immagine, è stata accantonata».</p><p>Per Angelo d’Orsi, docente di storia all’università di Torino, il trasformismo in Italia è un fenomeno che riguarda gli intellettuali: «<strong>Giuliano Ferrara</strong> lo manderei in <strong>Siberia</strong> visto che conosce la realtà russa, gli farebbe bene anche alla linea. Lui è stato un campione nel giustificare qualsiasi cosa facesse Berlusconi. E gran parte degli editorialisti del “<strong>Corriere</strong>” hanno aspettato troppo per sganciarsi da Berlusconi. Hanno fatto anche loro gli equilibristi: sì è vero in questo sbaglia però&#8230; <strong>Ernesto Loggia Delle Galline</strong>, ehm <strong>Galli Della Loggia</strong>, <strong>Piero Ostellino</strong>, <strong>Pigi Battista</strong>». L’<strong>idealtipo del rinnegato</strong>, dell’intellettuale passato da sinistra a destra (la direzione del trasformismo), per d’Orsi è <strong>Mussolini</strong> già direttore dell’“<strong>Avanti!</strong>”. Quotidiano finito nelle mani di <strong>Lavitola</strong> e che ora si pretende, in modo ridicolo, «di far rinascere affidandolo a <strong>Rino Formica!</strong>».</p><p>Su un punto tutti concordano: se esiste un’<strong>anomalia italiana</strong>, <strong>innegabile</strong>, <strong>congenita</strong>, <strong>strutturale</strong>, è il <strong>Vaticano</strong>. Per Gentile, la presenza nel territorio italiano di una piccola città dotata di una grande potere spirituale crea problemi per la laicità dello stato. Ma invita a non fare troppa dietrologia: «Se pensassi che dietro a ogni azione del governo sia possibile rintracciare un disegno del Vaticano smetterei di fare questo mestiere. A che servirebbe? Il Vaticano appoggia tutti i governi in carica. È ministeriale per vocazione. Per un’ambiguità di fondo. Il Papa è anche capo di Stato».</p><p>Perfetti riconosce l’anomalia vaticana, rispetto alle democrazie di stampo anglosassone ma anche a Francia e Spagna; e dice: «Il mondo cattolico ha sempre appoggiato Berlusconi, a parte una frangia legata al vecchio dossettismo. Poi, per reazione a certi comportamenti privati, l’ha mollato. E pure per il <strong>liberismo selvaggio</strong>. Ora credo che dopo la caduta del governo esista un disegno per ricreare la democrazia cristiana, un blocco dei cattolici in politica che possa esercitare almeno il ruolo di ago della bilancia».</p><p>Rincara la dose d’Orsi: «In questo governo si vede una forte impronta vaticana, un progetto di egemonia cattolica, il tentativo di dettare l’agenda politica. Non più soltanto un potere d’indirizzo. Da tempo le dichiarazioni della Cei e del Papa sono quotidiane. Il Vaticano concede appoggi in cambio di esenzioni e privilegi. Il finanziamento alla scuola cattolica è uno scandalo. La vera anomalia italiana è questa. Ci indigniamo tanto per quel che accade nei paesi islamici e non per quel che succede in Italia. La religione deve tornare a essere un fatto privato. Le gerarchie cattoliche hanno esitato a lungo prima di prendere le distanze da Berlusconi, hanno aspettato che si muovessero prima altri poteri forti. La <strong>Marcegaglia</strong> è stata più coraggiosa e dura del Papa».</p><p>Per quanto tutti attacchino Gilmour, la visione che emerge è piuttosto desolante. Almeno nell’età moderna, Risorgimento a parte: «Nella mia Storia d’Italia – dice Isnenghi &#8211; insegno a essere fieri del Risorgimento. La Germania, che si viene formando in parallelo, non ha un <strong>Mazzini</strong> o un <strong>Garibaldi</strong>. Dobbiamo vergognarci meno di noi stessi. Me la prendo con alcuni stereotipi. Come quello del <strong>paese da operetta</strong>. Siamo un paese tragico. Abbiamo avuto un regicidio, l’assassinio <strong>Matteotti</strong>,  <strong>piazzale Loreto</strong>&#8230; Ecco, se una cosa si può dire di Berlusconi, è che ha fatto molto per identificarci con lo stereotipo del paese da operetta. Con il comportamento che ha tenuto all’estero soprattutto. Siamo diventati “il <strong>paese del cucù</strong>”&#8230; In Italia si mescola l’elemento tragico e quello operettistico, pizza, mandolino e stragi di mafia&#8230; Abbiamo intere regioni in mano alla criminalità organizzata ma giudici che chiedono di essere mandati là per combatterla. Io ragionerei in termini di dualismo, di conflitto, non di normalità e anormalità. Normalità e anormalità rispetto a quale modello?»</p><p>Per quanto esalti il Risorgimento, Isnenghi vede una costante storica nella figura del dittatore pro tempore, Garibaldi, <strong>Cadorna</strong>, il <strong>Duce</strong>, Berlusconi. Un bisogno di affiliazione, di una figura forte e affascinante da adorare. Tutto discende dal Papa. Poi diventa una versione attualizzata del (Santo) padre: «Un padre giovane, con cui andare al bar, all’osteria o al casino». Al casino in particolare. Gentile invita infine a tenersi lontano dalle eccessive generalizzazioni e lamentazioni: le anomalie toccano ogni paese e gli italiani sono molto cambiati in 150 anni di storia. A non cambiare mai è la classe politica: «Quando <strong>Obama</strong> incontra <strong>Napolitano</strong> penso che il nostro presidente era già in parlamento quando quello americano non era ancora nato».</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/02/saremo-paese-normale/174827/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Il telefono puntato alla tempia</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/25/telefono-puntato-alla-tempia-2/173144/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/25/telefono-puntato-alla-tempia-2/173144/#comments</comments> <pubDate>Fri, 25 Nov 2011 14:42:13 +0000</pubDate> <dc:creator>Antonio Armano</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[13 Tzameti]]></category> <category><![CDATA[Gela Babluani]]></category> <category><![CDATA[iphone]]></category> <category><![CDATA[Lermontov]]></category> <category><![CDATA[mal di dandy]]></category> <category><![CDATA[Martynov]]></category> <category><![CDATA[Pjatigorsk]]></category> <category><![CDATA[Puskin]]></category> <category><![CDATA[roulette russa]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=173144</guid> <description><![CDATA[Le etimologie sono spesso fantasiose, difficili da provare ma anche affascinanti. 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Dove il sottotenente Vulic sfida il destino, convinto com’è della sua ineluttabilità: stacca dal muro una pistola senza sapere se è carica o no, se la punta alla fronte e spara.</p><p>Se Vulic è il simbolo d’una generazione, quella post-decabrista, sfiduciata e rassegnata e magari malata di <strong>mal di dandy</strong>, più difficile attribuire un qualche significato al fatto che esista l’<strong>applicazione roulette russa per iPhone</strong>. L’applicazione – una delle tante di roulette russa &#8211;  si chiama iRevoler ed è uno strumento (gratuito) per simulare il funzionamento d’una pistola a tamburo. Chiaro che l’utilizzo come roulette russa è l’unico che offra interesse e prevale nei video caricati su Youtube. Si può scegliere il numero di proiettili da lasciare nella pistola, si gira il tamburo e si preme il grilletto mettendoci il dito sopra. Dopo essersi puntati l’iPhone alla tempia.</p><p>Più pertinente dal punto di vista generazionale, rispetto a Un eroe del nostro tempo, il riferimento a <strong>13 Tzameti</strong>, del georgiano Gela Babluani, premiatissimo film del 2005 in attesa di sequel americano, dove il protagonista risponde a un’inserzione di <strong>lavoro ben pagato</strong> e si trova coinvolto in un giro di scommesse clandestine di roulette russa. Come tempia in affitto. Vista la carenza di lavoro che c’è in giro&#8230;</p><p>D’origine russa sono i cinque amici del <strong>Cacciatore</strong> di <strong>Michael Cimino</strong> che si ritrovano in Vietnam, vengono fatti prigionieri e sono costretti a giocare alla roulette russa. Un’altra versione generazionale del gioco. E sempre russa o giù di lì. Forse le etimologie hanno origini poco chiare, bastarde, risulta impossibile un test di paternità, ma le ipotesi si riverberano sull’immaginario in modo proficuo dal punto di vista creativo. Peraltro, tornando all’origine, il sottotenente Vulic se la cava (la pistola non doveva sparare), ma viene ucciso quella stessa notte da un cosacco ubriaco di <em>cikir</em> con la stessa spada con cui ha appena squartato un maiale. Lermontov muore in un duello con il tenente <strong>Nikolaj Martynov </strong>l&#8217;anno dopo l&#8217;uscita di Un eroe del nostro tempo, nel 1841, a <strong>Pjatigorsk</strong>, località termale del Caucaso. Tre anni dopo la morte in duello di <strong>Puskin</strong> che aveva celebrato in un poema e di cui era considerato l&#8217;erede. Il solito sarcasmo di Lermontov aveva fatto imbufalire il tenente, sua vecchia conoscenza. Lermontov muore all&#8217;istante e il corpo resta a lungo sotto la pioggia a causa d&#8217;un selvaggio temporale.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/25/telefono-puntato-alla-tempia-2/173144/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Caso Charlie Hebdo: si può sfottere la religione?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/14/caso-charlie-hebdo-sfottere-religione/170546/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/14/caso-charlie-hebdo-sfottere-religione/170546/#comments</comments> <pubDate>Mon, 14 Nov 2011 10:40:04 +0000</pubDate> <dc:creator>Antonio Armano</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Charlie Hebdo]]></category> <category><![CDATA[disegni]]></category> <category><![CDATA[Faceburqa]]></category> <category><![CDATA[Forattini]]></category> <category><![CDATA[Il Male]]></category> <category><![CDATA[male]]></category> <category><![CDATA[Misfatto]]></category> <category><![CDATA[Pat Carra]]></category> <category><![CDATA[sergio staino]]></category> <category><![CDATA[Vauro]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=170546</guid> <description><![CDATA[&#8220;Non dobbiamo arretrare sulla libertà di satira, lasciare spazio all’oscurantismo. È  terribile quel che è successo in Siria, le dita spezzate a Ferzat, ricorda i tempi della dittatura in Cile. Il caso Charlie Hebdo è gravissimo ma non ha avuto spazio sui media italiani, per questo non c’è stata solidarietà. Altrimenti avrei fatto una vignetta...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Non dobbiamo arretrare sulla libertà di satira, lasciare spazio all’oscurantismo. È  terribile quel che è successo in Siria, le dita spezzate a Ferzat, ricorda i tempi della dittatura in Cile. Il caso Charlie Hebdo è gravissimo ma non ha avuto spazio sui media italiani, per questo non c’è stata solidarietà. Altrimenti avrei fatto una vignetta come per la Fatwa contro i disegnatori danesi&#8221;: <strong>Sergio Staino</strong>, fondatore di <strong>Tango</strong>, padre di <strong>Bobo</strong>, e storico vignettista dell&#8217;Unità, ha una posizione netta di fronte all’incendio della redazione di <strong>Charlie Hebdo</strong> dopo il numero che ironizzava sull’integralismo e l&#8217;<strong>esito delle elezioni in Tunisia</strong>. Ma non manca di notare che quel giornale non è più lo stesso, si è un po’ spento. Una molotov dei fanatici  l’ha riacceso e ora, nei locali messi a disposizione da Libération, è uscito un nuovo numero dove si rincara la dose e il direttore slingua con un islamico in copertina.</p><p>&#8220;Non condivido la posizione di <strong>Vauro</strong> che ai tempi della fatwa contro i disegnatori danesi ha detto che i popoli musulmani già sono bombardati e non dobbiamo anche ironizzare sull’Islam. Una cosa è l’aggressione imperialista, un’altra il diritto di satira: che va difeso, finché non diventa offesa gratuita ai simboli religiosi, mezzaluna, stella a sei punte o croce che sia&#8221; dice Staino. (Peraltro sulla croce se ne fa in abbondanza di satira&#8230;)</p><p>La pensa come Staino <strong>Stefano Disegni</strong>, direttore del <strong>Misfatto</strong>, che sottolinea l’importanza di ironizzare con intelligenza e pone, più in generale, la questione del diritto di prendere in giro le religioni: &#8220;Dove inizia questo diritto? Posso fare satira sugli ebrei che non mangiano i gamberetti perché temono la punizione divina certo&#8230; È una discussione che stiamo facendo al giornale.  Stiamo discutendo della circoncisione, per esempio. Una mutilazione maschile&#8230; non è così? Capisco se uno sceglie liberamente ma se viene imposta a un minore?&#8221;</p><p>Tra l’altro la fanno anche i musulmani, non solo gli ebrei&#8230;<br /> Ma non c’è anche un riflesso terzomondista della satira di sinistra, un relativismo per cui tutto quello che riguarda certe aree geopolitiche non si può criticare, in particolare Medio Oriente, Palestina?</p><p>&#8220;Non c&#8217;è dubbio – dice Disegni -, che ci sia un certo <strong>terzomondismo</strong>, il burqa viene visto come  affermazione d’identità. Ma io lo vedo come una <strong>vessazione della donna</strong>. Il giorno che lo porteranno anche gli uomini dirò che è un’affermazione d’identità. Per Charia Hebdo non ho visto grandi slanci di solidarietà in Italia, è vero. Ci sono due canali di lettura. Fare satira su certi argomenti è oggettivamente pericoloso. Non siamo tutti eroi. E il confine tra rispetto per le religioni  e diritto di satira non è facile da tracciare. Dove finisce uno e inizia l’altro? Mi piacerebbe che accadesse anche il contrario, che i religiosi prendessero in giro gli atei e gli agnostici&#8221;.</p><p>Una che ha disegnato molti burqa nelle sue tavole – un po’ come Charlie Hebdo con <strong>Burqalembours</strong>, infinite ed esilaranti variazioni sul tema in puro stile Jacovitti -, è <strong>Pat Carra</strong>. Per esempio nel suo bellissimo <strong>Sex of humour</strong> (Fandango) c’è un trans, sotto al burqa, che cerca in questo modo di spacciarsi per donna e adescare&#8230; &#8220;Volevo ironizzare sui puttanieri, non sul burqa &#8211; dice -. Noi occidentali abbiamo una visione distorta del burqa, del velo. Come dicono loro, <strong>la taglia 42 è il nostro burqa</strong>. Nei Paesi islamici c’è una lotta femminile, sotto al burqa ci sono fior di femministe. Ho cominciato a disegnare donne col burqa sotto le bombe americane. Il burqa giustifica le bombe? Sono andati là per liberare le donne dal burqa&#8221;. Insomma, come dice una vignetta di Carra, &#8220;il velo è mio e me lo gestisco io&#8221;. Quanto a Charlie Hebdo, fatta salva la dovuta solidarietà, &#8220;Questo tipo di provocazioni, non m’appartiene. Sono <strong>sfide falliche</strong>. Non è il mio tipo di satira. Sono sicura che ci avranno pensato prima di farla. La reazione era prevedibile. Io non sono una paladina dei diritti, il diritto di satira, il diritto di&#8230;&#8221;.</p><p>&#8220;Se lavorassi ancora per qualche giornale avrei fatto una vignetta sull’attentato – dice <strong>Giorgio Forattini</strong>, un libro in uscita la prossima settimana per Mondadori -. Io vivo tra Milano, Roma e Parigi, quando sono a Parigi compro sempre Charlie Hebdo&#8230; Ho fatto una vignetta per solidarizzare e l’ho mandata al mio amico Plantu (disegnatore di Le Monde). Quando ho disegnato <strong>Khomeini con la barba che brucia</strong> sono dovuto andare all’estero per le reazioni degli integralisti&#8230; Mi hanno detto che ero in pericolo&#8230;&#8221;.</p><p>In qualche modo Vauro (e <strong>Vincino</strong>) sul <strong>Male</strong> oggi in edicola solidarizzano   (forse) con Charlie Hebdo”. Si può fare satira sulla religioni e il Male la fa sui <strong>buddhisti</strong>: quelli &#8220;al massimo si danno fuoco loro&#8221;. E sul numero scorso hanno premiato un aspirante vignettista per un disegno su <strong>Faceburqa</strong>, versione afghana del social network.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/14/caso-charlie-hebdo-sfottere-religione/170546/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>47</slash:comments> </item> <item><title>Provate per voi: custodie magiche</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/28/provate-per-voi-custodie-magiche/167030/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/28/provate-per-voi-custodie-magiche/167030/#comments</comments> <pubDate>Fri, 28 Oct 2011 13:37:17 +0000</pubDate> <dc:creator>Antonio Armano</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[iphone]]></category> <category><![CDATA[Saturno 2.0]]></category> <category><![CDATA[tecnologia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=167030</guid> <description><![CDATA[«Nella tua data di nascita ci sono tre sei! Il numero dell’Anticristo!»: la cassiera della libreria Fnac di Milano, mentre compilo la tessera a punti e compro una power case (custodia con batteria supplementare) periPhone, si stupisce della coincidenza numerica. Aumento il carico: «Sì e la mia firma, uno scarabocchio orizzontale interrotto da tre segni...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>«Nella tua data di nascita ci sono tre sei! Il numero dell’Anticristo!»: </em>la cassiera della libreria Fnac di Milano, mentre compilo la tessera a punti e compro una <strong>power case</strong> (custodia con batteria supplementare) periPhone, si stupisce della coincidenza numerica. Aumento il carico: «Sì e la mia firma, uno scarabocchio orizzontale interrotto da tre segni verticali, somiglia alle tre croci sul Golgota». Grafologia e numerologia a parte, chi sceglie una power case come la<strong> Mophie Juice Pack Plus</strong> potrebbe trovarsi bene in casi di esorcismo o di Sabba in aperta campagna, chiese abbandonate o altri luoghi dove non ci sono prese di corrente e circostanze avventurose che sottopongono il telefono a traumi.</p><p>Infatti rispetto alle versioni normali è più massiccia e quindi protettiva e <strong>ha una carica quasi doppia</strong> (2000 mAh) che dovrebbe garantire un paio di giorni di lavoro. Costa anche di più naturalmente: <strong>99 euro</strong>. La società italianaVaVeliero ne produce una molto ma molto più leggera (praticamente ingombra come una normalissima cover per iPhone), gradevole esteticamente ed economica: 64.99 euro. Si può ordinare dal sito ( vaveliero.com  ) e si trova, come la Mophie Juice, nella grande distribuzione legata alla tecnologia (Mediaworld , Fnac, Mondadori).</p><p>Le power case si ricaricano insieme all&#8217;iPhone e permettono di<strong> aumentare l’autonomia di utilizzo</strong> del telefono quasi del doppio (quelle da 1400 mAh, come VaVeliero) o ancora di più, vedi <strong>Mophie Plus</strong>. Ma quest’ultima è troppo cara e grossa: sembra un sarcofago con batteria e talvolta rende alcune funzioni dell’i-Phone difficoltose (tasti volume suoneria). Da non comprare. Meglio una custodia normale e meno cara tipo la VaVeliero. A meno che uno non lo usi in circostanze particolari, avventurose, estreme.</p><p><em>Pubblicato sul numero 32 di Saturno- venerdi 28 ottobre in edicola con Il Fatto Quotidiano</em></p><div id="attachment_167031" class="wp-caption alignnone" style="width: 305px"><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/10/mophie-juice-pack-plus-sito.jpg?47e3a5"><img class="size-full wp-image-167031" title="mophie-juice-pack-plus-sito" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/10/mophie-juice-pack-plus-sito.jpg?47e3a5" alt="" width="295" height="151" /></a><p class="wp-caption-text">Mophie Juice Pack Plus</p></div> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/28/provate-per-voi-custodie-magiche/167030/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>Retromania digitale</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/19/retromania-digitale/158506/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/19/retromania-digitale/158506/#comments</comments> <pubDate>Mon, 19 Sep 2011 19:21:25 +0000</pubDate> <dc:creator>Antonio Armano</dc:creator> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Giorgio Bocca]]></category> <category><![CDATA[indro montanelli]]></category> <category><![CDATA[Instagram]]></category> <category><![CDATA[iphone]]></category> <category><![CDATA[niccolò Ammaniti]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=158506</guid> <description><![CDATA[Immaginiamo la futura casa-museo di Niccolò Ammaniti: un iPad con attaccate delle grandi cuffie colorate e una custodia di pelle consumata, un computer portatile Apple, per esempio i primi iBook, sotto una teca di cristallo insieme al floppy-disk con sopra scritto a mano Fango &#8211; prima stesura. 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Non potrebbe mancare un video dove passano foto private fatte con l’<strong>iPhone</strong>, applicazione <strong>Instagram</strong>, che consente risultati stile vecchia Kodak e va molto. Il quadro generazionale regge? Tornando indietro un secolo prendiamo la famosa foto di <strong>Montanelli</strong> seduto sopra una pila di libri con la macchina da scrivere sulle ginocchia. La macchina da scrivere meccanica più di ogni altro dettaglio caratterizza l’epoca ed è l&#8217;elemento originale dell&#8217;immagine, il feticcio fotogenico perfetto.</p><p>Ricordo, per contrasto, un ritratto a colori di <strong>Giorgio Bocca </strong>anni &#8217;80 con un&#8217;enorme macchina da scrivere elettrica ma non credo sia rimasto impresso a molti. Alberto Arbasino la macchina da scrivere elettrica la usa ancora; e il fax. Tutto molto anni &#8217;80 e inadatto a iconizzarsi e museizzarsi: “Cosa resterà/ di questi anni &#8217;80?” cantava Raf&#8230; Di sicuro non gli oggetti, il design industriale: le orribili Fiat Ritmo della nostra giovinezza – che però si potevano guidare sbronzissimi nell&#8217;era pre-palloncino salvo morire in una tipica “strage del sabato sera”- o le Uno bianche passate tristemente alla cronaca nera grazie ai fratelli Savi, o appunto le macchine da scrivere elettriche, esangui eredi di quelle meccaniche. Negli anni &#8217;90 sono arrivati in massa i computer, scatole di plastica che si cambiano e buttano senza alcun rimpianto e forse per quello li fanno così brutti, per invogliarti a cambiarli spesso. Il successo di Apple sta invece nell&#8217;aver intercettato il bisogno generazionale di oggetti da amare e poi collezionare, non solo per il presente ma per una sorta di nostalgia preventiva, di nostalgia del futuro: il bisogno di concretezza della generazione virtuale. Se si è creato un attaccamento all&#8217;oggetto digitale – il cui sintomo è il collezionismo, il mercato dell&#8217;usato – è solo con il <strong>Nuovo Millennio</strong>.</p><p>Gli anni &#8217;80, esteticamente improponibili, sono stati saltati diversamente che nella musica e sono passati eccome. Quello che contraddistingue gli ultimi tempi è la tecnologia digitale ed è sorto dunque il bisogno di personalizzare il personal computer che è quanto di più impersonale. Tutto è iniziato con gli Apple portatili, i primi iBook, quelli che sembravano un giocattolo (o l&#8217;asse del cesso), sempre molta plastica d&#8217;accordo, ma bianca e con un po&#8217; di morbida gomma colorata, una forte personalità e addirittura la maniglia. Non a caso è l&#8217;unico computer che ho – come credo molti altri &#8211; conservato. Su Youtube il video di<strong> Steve Jobs</strong> ancora in carne che li presenta nel &#8217;99 ripetendo il mantra &#8220;beautiful&#8221; ha totalizzato quasi 500mila visite con commenti come: “Aggiornateli e fateli tornare!” E non a caso ci sono video tutorial che insegnano come adattarli agli usi contemporanei, con pochi accorgimenti o magari mettendoci dentro l&#8217;anima di un portatile nuovo. I più recenti <strong>iBook</strong> in metallo – come le macchine da scrivere meccaniche – in futuro potrebbero subire la stessa sorte. Magari essere tramandati da una generazione all&#8217;altra, conservati per sempre, almeno il “clamshell”, il guscio. Del resto sugli iPod si   può incidere una dedica. Un iPod è per sempre?</p><p>La retromania digitale, che risponde a un bisogno generazionale di concretezza, calore e attaccamento in un mondo sempre più fluttuante, trova espressione non solo in queste forme di collezionismo, ma anche nella già citata applicazione per iPhone Instagram. Le foto virtuali non invecchiano? Non si stampano? Al massimo vanno su <strong>Facebook</strong> o in un portafoto digitale? E allora ecco lo strumento per invecchiarle, seppiarle, dargli una patina “calda” che prende piede nella prima generazione che scatta e autoscatta ovunque ma deve convivere col dubbio che tutti i ricordi visivi immagazzinati potrebbero scomparire per un virus o il furto del telefonino o del computer.</p><p>Una nevrosi da leggere nel più ampio complesso generazionale di essere inconsistenti, evanescenti, di non imprimere tracce di sé nel mondo, tantomeno figli, di passare sulla terra senza lasciare impronte. Ci sono anche applicazioni come 8mm per fare i video, sempre col telefono, nello stile dei primi filmini familiari. E in questo senso vanno anche forse i manifesti vintage che usano la grafica dei vecchi manifesti di propaganda americani o inglesi taroccando gli slogan governativi: “Mantenete la calma e andate avanti”, pensato in periodo bellico dal governo britannico, diventa “Mantenete la calma e andate avanti a bloggare”; al classico “State su col morale in tempo di guerra” si aggiunge “&#8230; e guardate i cartoni animati su Youtube”. C&#8217;è un grafico del Massachusetts, <strong>Aaron Wood</strong>, specializzato nel mischiare poster di propaganda e mondo digitale (in particolare i social media, Facebook, <strong>Twitter</strong>) e si possono ordinare dal sito per attaccarli alle pareti (costo otto dollari, circa sei euro), perfetti per le case della de-generazione digitale nel loro contrasto tra nuovo e modernariato, tra messaggio virtuale e grafica vintage. Parafrasando <strong>Platonov</strong>: dal villaggio globale in memoria del futuro.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/19/retromania-digitale/158506/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>16</slash:comments> </item> <item><title>L&#8217;Italia al primo posto per l&#8217;evasione fiscale cinese</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/18/litalia-al-primo-posto-per-levasione-fiscale-cinese/152233/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/18/litalia-al-primo-posto-per-levasione-fiscale-cinese/152233/#comments</comments> <pubDate>Thu, 18 Aug 2011 16:40:42 +0000</pubDate> <dc:creator>Antonio Armano</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Associazione Italiana Contribuenti]]></category> <category><![CDATA[Esatri]]></category> <category><![CDATA[evasione fiscale cinesi in Italia]]></category> <category><![CDATA[guardia di finanza]]></category> <category><![CDATA[imposte non pagate]]></category> <category><![CDATA[Napoli]]></category> <category><![CDATA[non rinnovo permesso di soggiorno per motivi fiscali]]></category> <category><![CDATA[prato]]></category> <category><![CDATA[Vittorio Carlomagno]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=152233</guid> <description><![CDATA[L&#8217;Associazione Contribuenti Italiani sforna frequenti e indefesse indagini – anche ad agosto! &#8211; per esempio sui nullatenenti che possiedono yacht di venti metri o cassette di sicurezza a Lugano, sulle migliaia di auto blu della Casta, ma anche, ultimamente, sugli imprenditori e commercianti cinesi che non pagano le tasse. E fanno figurare l&#8217;Italia al primo...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;<strong>A<span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.contribuenti.it/" target="_blank">ssociazione Contribuenti Italiani</a></span></strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.contribuenti.it/" target="_blank"> </a></span>sforna frequenti e indefesse indagini – anche ad agosto! &#8211; per esempio sui nullatenenti che possiedono yacht di venti metri o cassette di sicurezza a Lugano, sulle migliaia di auto blu della Casta, ma anche, ultimamente, sugli imprenditori e commercianti cinesi che non pagano le tasse. E fanno figurare l&#8217;Italia al <strong>primo posto in Europa per l&#8217;evasione fiscale della comunità cinese</strong> il che è tutto dire (nelle classifiche deteriori siamo sempre in testa, in quelle su parametri virtuosi arretriamo).  Il presidente dell&#8217;Associazione, <strong>Vittorio Carlomagno</strong>, propone addirittura di “<em>Non rinnovare il <strong>permesso di soggiorno</strong> a tutti gli immigrati che non risultano in regola con il pagamento di imposte e contributi</em>” alzando il tiro forse un po&#8217; troppo.</p><p>Una proposta che sembra più una provocazione e ne accompagna un&#8217;altra più sensata:“<em>Analizzando i dati </em>– dice Carlomagno &#8211; <em>emerge che nei distretti dove la comunità cinese è maggiormente presente, è stato rilevato un </em><strong><em>indice di evasione fino al 98%</em></strong><em>. Bisogna subito rafforzare i poteri di verifica e controllo fiscali conferendo poteri di Polizia tributaria ai Vigili urbani ed ai Carabinieri. Da sola la Guardia di Finanza, che da tempo opera con successo sul fronte dell&#8217;evasione fiscale, non può fronteggiare un&#8217;evasione così diffusa</em>”.</p><p>A Milano il fenomeno è piuttosto evidente. Eppure nella settimana di ferragosto e dintorni, le attività commerciali cinesi sono le uniche aperte mentre nei negozi italiani i manichini impellicciati attendono il ritorno dei vacanzieri nella vana speranza di scucire loro qualche soldo per l&#8217;abbigliamento autunno-inverno nonostante i tagli della finanziaria. I cinesi non vanno mai in ferie e aiutano a mantenere l&#8217;aspetto civile della città, come e ancora più degli arabi o turchi che arrostiscono kebab o dei sudamericani che vendono verdura e frutta.</p><p>Continuano a lavorare ristoranti cinesi che servono sushi “<em>all you can eat</em>” – dove si mangia tutto quello che si vuole per 12 euro a pranzo e 18 euro a cena – ma anche i negozi di abbigliamento e gli empori con svariati prodotti (dai detersivi ai binocoli) e così via. Vi si inchioda il computer? Nessun problema, a <strong>Chinatown</strong>, cioè via <strong>Paolo Sarpi</strong> e dintorni &#8211; dove l&#8217;ex sindaco Letizia Moratti pur di fare un dispetto ai cinesi ha creato un&#8217;area pedonale in una città dove si può arrivare in macchina praticamente sul sagrato del Duomo<strong> -</strong> troverete sempre un negozio aperto che ve lo sistema in poche ore. Una gran cosa rispetto a quando tutta la città era chiusa per ferie. A pensarci bene però si ricorda raramente di avere ricevuto uno scontrino a fronte della preziosa prestazione pagata, indipendentemente dalla stagione (nei ristoranti, soprattutto grazie ai pagamenti con carta di credito, il fenomeno sembra meno presente).</p><p>E tutto questo mentre gli esercizi commerciali cinesi crescono come funghi dopo un temporale estivo soprattutto grazie a un sistema risparmio sui costi (non sempre legali) e di prestiti rastrellati anche in modo informale nelle comunità di riferimento ma da onorare costi quello che costi. Perché il sistema non perdona. Nelle carceri, crescono i detenuti cinesi e sono talvolta persone che hanno compiuto reati come il sequestro di connazionali per ottenere la restituzione di somme di denaro prestate.</p><p>Tornando all&#8217;indagine dell&#8217;Associazione Contribuenti Italiani, come si diceva, “<em>l&#8217;Italia è al primo posto in Europa per evasione fiscale da parte dei cinesi</em>”: ma quali sono le tasse evase? A non essere pagate sono le imposte locali ma anche l&#8217;<strong>Irpef</strong> e l&#8217;<strong>Iva</strong>, cioè quelle tasse basilari connesse al commercio. Si calcola che l&#8217;evasione fiscale da parte delle imprese cinesi in Italia è cresciuta nel 2011 del 32.6 per cento rispetto all&#8217;anno precedente. A <strong>Prato</strong>, sempre secondo la stessa associazione, “<em>su un campione di 100 dichiarazioni dei redditi presentate da confezionisti cinesi per il 2010 è emerso che a fronte di 200mila euro di imposte da pagare, l&#8217;</em><strong><em>Agenzia delle entrate non ha riscosso nulla</em></strong>”.  Siamo nella industriosa città del distretto tessile travolto dall&#8217;uragano orientale, a tutto quanto ha raccontato Edoardo Nesi nel romanzo premio Strega <em>Storia della mia gente</em>.</p><p>A <strong>Napoli</strong>, dove i cinesi, nella loro laboriosità oscura sono stati raccontati da Saviano a partire dal terribile incipit di <em>Gomorra &#8211; </em>il rimpatrio delle salme in un container che si rompe lasciando cadere cadaveri con i crani che si fracassano sul molo <em>-, </em> risulta dalla indagine dell&#8217;Associazione che in un solo quartiere esistono “<em>ben </em><strong><em>9.300 imprese</em></strong><em>, tra individuali e società di capitali, su un totale di 15.000 esistenti e la gran parte di queste sono riconducibili a imprenditori cinesi, che gestendole tramite prestanome, non pagano regolarmente le tasse</em>”. Ma insomma sarebbe davvero strano se un cinese a Napoli pagasse le tasse&#8230;</p><p>Tornando all&#8217;Italia nel complesso,  “<em>in </em><strong><em>quasi tutte le ditte cinesi controllate</em></strong><em> nel primo semestre del 2011 sono state trovate irregolarità che hanno portato a sanzioni amministrative ed in molte di queste sono state riscontrate anche violazioni penali”</em>.  L&#8217;indagine è stata condotta dalla Associazione Contribuenti Italiani elaborando dati della <strong>Polizia tributaria</strong>, dell&#8217;<strong>Amministrazione finanziaria</strong>, delle <strong>Camere di Commercio</strong> e dello <strong>Sportello del Contribuente</strong>, presente nelle principali città d&#8217;Italia. Ma basta andare in qualsiasi negozio per rendersi contro superficialmente del problema. Dovrebbero essere i cittadini a chiedere lo scontrino ma come si fa in certi contesti dove capiscono a mala pena l&#8217;italiano? A me è capitato di comprare una fantastica camicia per 15 euro in un negozio di Chinatown a Milano e non avevano il camerino: così mi hanno invitato a cambiarmi in bagno. Non avevano lo specchio e mi hanno invitato a specchiarmi nella vetrina in strada. Magari chiedere un parere a qualche passante? Quando alla fine, dopo tutto questo traffico, ho deciso che andava bene, mi sono dimenticato di pretendere lo scontrino o forse non me la sono sentita. Mi avrebbero detto che avevano finito la carta del registratore di cassa e se volevo lo scontrino dovevo andare a comprargliela o qualcosa del genere.</p><p>Con la drastica manovra finanziaria imposta dall&#8217;Ue all&#8217;Italia si annunciano sacrifici, tagli ai servizi erogati, introduzione di ticket e aumenti: bisognerebbe pensarci quando un esercente non rilascia uno scontrino. Far finta di niente  è una forma di accomodamento, va bene, ma significa soprattutto contribuire a mettere le basi per un impoverimento della società. Pretendere che questo lavoro di controllo lo facciano le forze dell&#8217;ordine, quand&#8217;anche con poteri aumentati, forse non è realistico? La lotta all&#8217;evasione fiscale dovrebbe essere in testa al programma del governo e cominciare dalle situazioni più evidenti e sotto gli occhi di tutti. Comunque, alla sede di Milano dell&#8217;<strong>Esatri</strong> &#8211; l&#8217;agenzia che, detto in parole povere (in tutti i sensi), riscuote le multe per conto dell&#8217;amministrazione pubblica - per la prima volta, in questi giorni ho visto un viso orientale, molto composto tra gli strepiti soliti della gente che chiedeva sgravi, maggiori rateazioni, che raccontava disgrazie, accusava lo Stato.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/18/litalia-al-primo-posto-per-levasione-fiscale-cinese/152233/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>48</slash:comments> </item> <item><title>Zooschool, un horror per raccontare la scuola</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/16/zooschool-un-horror-per-raccontare-la-scuola/151653/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/16/zooschool-un-horror-per-raccontare-la-scuola/151653/#comments</comments> <pubDate>Tue, 16 Aug 2011 08:12:14 +0000</pubDate> <dc:creator>Antonio Armano</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Scuola]]></category> <category><![CDATA[Andrea Tomaselli]]></category> <category><![CDATA[Antonio Scurati]]></category> <category><![CDATA[cinema indipendente]]></category> <category><![CDATA[crowdfunding]]></category> <category><![CDATA[Hakan Yildiz]]></category> <category><![CDATA[Lucio Mastronardi]]></category> <category><![CDATA[Michael Moore]]></category> <category><![CDATA[natalino balasso]]></category> <category><![CDATA[Zooschool]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=151653</guid> <description><![CDATA[Quando i parenti di Hakan Yildiz hanno sentito che doveva interrompere la visita in Turchia per andare a Torino e farsi ammazzare sul set di un film l&#8217;avranno di certo dissuaso con le buone o le cattive a lasciare perdere e restare da loro fino alle fine delle vacanze. “Va a finire che ti fanno...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><div id="attachment_151655" class="wp-caption alignnone" style="width: 310px"><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/08/zooschool1.jpg?47e3a5"><img class="size-medium wp-image-151655" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/08/zooschool1-300x191.jpg?47e3a5" alt="" width="300" height="191" /></a><p class="wp-caption-text">Sul set di Zooschool, l&#39;insegnante omicida</p></div>Quando i parenti di <strong>Hakan Yildiz</strong> hanno sentito che doveva interrompere la visita in Turchia per andare a Torino e <strong>farsi ammazzare sul set di un film</strong> l&#8217;avranno di certo dissuaso con le buone o le cattive a lasciare perdere e restare da loro fino alle fine delle vacanze. “Va a finire che ti fanno fuori davvero”, gli avrà detto qualcuno in famiglia. Yildiz è un giovane californiano d&#8217;origine turca che ha sborsato <strong>700 dollari</strong> (circa 500 euro), tramite il sito di raccolta fondi <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.indiegogo.com/" target="_blank">Indiegogo.com</a></span></strong>, per fare appunto la parte della vittima in un film girato nella periferia postindustriale di Torino e intitolato <em><strong>Zooschool</strong></em>.</p><p>Grazie al sistema di <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Crowd_funding" target="_blank">crowdfunding</a></span></strong> di Indiegogo.com (specializzato nel reperimento di risorse dal basso per il cinema indipendente), <em>Zooschool</em> offre la possibilità di contribuire alla produzione con piccole somme di denaro ricevendo in cambio vari tipi di partecipazione al film più o meno diretta o anche gadget: 15 dollari per passare una giornata sul set, 60 dollari per avere il ciak (clapperboard) firmato dal regista e dal protagonista, 70 dollari per fare la comparsa nella folla e così via. E 700 dollari, la somma più alta, per essere una delle vittime e comparire nei contributi speciali del Dvd. Ma vittime di chi? <em>Zooschool</em> è un film sul disagio scolastico e racconta di Angelo Sabot (<strong>Gabriele Ciavarra</strong>), insegnante di sostegno in un fatiscente istituto tecnico di <strong>Settimo Torinese</strong>, che ha un rapporto conflittuale con la vice-preside Migliaci (Raffaella Gardon) e vive sulla propria pelle le tensioni di un ambiente degradato anche per i tagli dei fondi. Quando gli beccano una dose di stupefacenti, la situazione precipita e Sabot arriva a scuola armato di una mazza da muratore e si mette ad ammazzare appunto <strong>tutti quelli che incontra, studenti compresi</strong>.</p><p>Il genere horror è una modalità estetica alternativa per intervenire su un tema &#8211; quello del <strong>disagio scolastico</strong> &#8211; di solito affrontato in modo più grave e serioso. Ma senza per questo rinunciare alla denuncia: durante la mattanza, una serie di flashback raccontano le brutte esperienze che hanno portato il supplente a perdere il lume della ragione. Il ribaltamento rispetto al filone classico non è solo estetico ma investe anche il rapporto tra vittime e carnefici: di solito è lo studente impazzito a diventare uno sterminatore come nei casi di cronaca e nel documentario di Michael Moore <em><strong>Bowling for Columbine</strong></em> o nel romanzo di <strong>Antonio Scurati</strong> <em><strong>Il sopravvissuto </strong></em>(Bompiani). In Italia, dopo le varie riforme <strong>Gelmini</strong>, forse sono più a rischio di sbarellare i professori degli studenti? Sarà per questo che il giovane californiano Hakan Yildiz è rimasto colpito dalla insolita trama e dalla possibilità offerta di essere vittima della mazza del professore.</p><p>Il film è frutto delle esperienze personali del regista <strong>Andrea Tomaselli</strong>, insegnante presso un istituto tecnico a Settimo Torinese, lo stesso che fa da set a <em>Zooschool</em>, fatiscenza inclusa. Tra gli attori Manuela Massarenti che riveste il ruolo della preside carogna e il comico <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/NBalasso/" target="_blank">Natalino Balasso</a></span></strong>, che fa la parte di Contin, insegnante di educazione fisica e gay represso. Contin scopre che Dejan, un alunno omosessuale extracomunitario, ha ripreso di nascosto col telefonino i compagni di classe mentre si cambiavano, e l&#8217;ha costretto ad acconsentire alle sue attenzioni per evitare la punizione. Ma il prof finisce a sua volta ricattato dal giovane e deve scucire diecimila euro per farlo stare zitto. Sembra una versione scolastica e squallida delle trame di video e ricatti che caratterizzano la cronaca contemporanea.</p><p>Per realizzare la pellicola indipendente, le cui riprese sono appena finite, Tomaselli si è rivolto al sistema di crowdfunding non solo per affiancare nel finanziamento i cinque coproduttori (Indyca, Epica Film, Hallucigenia Entertainment, Woka e Aidía) ma anche per creare una partecipazione dal basso coinvolgendo direttamente i donatori e i sostenitori per esempio attraverso una pagina Facebook e un sito del film. Ci sono infatti opzioni che potrebbero interessare giovani aspiranti cineasti: con 250 dollari si può assistere a tre giorni di postproduzione, cioè di lavorazione del girato. Il tema della scuola è di quelli che toccano da vicino il mondo giovanile. In generale l&#8217;intento è risvegliare, partendo da Internet e dai social network, l&#8217;attenzione sulla scuola, rispetto alla quale, secondo il regista, si è creata una specie di <strong>assuefazione </strong>come quando un parassita ci morde inoculando un anestetico per non farci accorgere che sta succhiando il sangue.</p><p>Insomma una violentissima catarsi delle problematiche scolastiche, una specie di <em>Cuore</em> al contrario, con Franti che finisce preso a mazzate. Ma siamo anche dalle parti del <em>Maestro di Vigevano</em> (Einaudi) il libro (e film con Alberto Sordi) di <strong>Lucio Mastronardi</strong> che raccontava in modo crudo e devastante la scuola nella Lombardia del boom industriale dove i soldi avevano azzerato ogni altro valore (oggi siamo negli anni dello <em>sboom</em>). Mastronardi stesso era maestro e fu messo in un angolo dopo il clamore suscitato dalla sua opera, in particolare entrando in conflitto col provveditore agli studi Ficarotta che prendeva in giro per il cognome con telefonate moleste. Il film non ebbe il permesso di essere girato in una scuola vera. E diversamente da Sabot, Mastronardi non sfogò le proprie frustrazioni compiendo una strage in classe ma suicidandosi nel Ticino. Probabilmente Hakan Yildiz non avrebbe mai pagato 700 dollari per buttarsi in un fiume. Tra l&#8217;altro il “donatore digitale” non si è presentato sul set, per essere ucciso, pur avendo fatto il bonifico e prenotato voli e albergo per raggiungere Torino, dopo essere transitato in Turchia per visitare i parenti. La troupe era quasi preoccupata. Si vede che <strong>devono averlo dissuaso i parenti </strong>turchi. La scuola italiana degli ultimi tempi è una cosa troppo turca anche per un turco.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/16/zooschool-un-horror-per-raccontare-la-scuola/151653/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>8</slash:comments> </item> <item><title>L&#8217;app scaccia le zanzare ma fa cadere gli aerei</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/06/lapp-che-caccia-le-zanzare-ma-fa-cadere-gli-aerei/150102/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/06/lapp-che-caccia-le-zanzare-ma-fa-cadere-gli-aerei/150102/#comments</comments> <pubDate>Sat, 06 Aug 2011 11:51:04 +0000</pubDate> <dc:creator>Antonio Armano</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Tecno]]></category> <category><![CDATA[app]]></category> <category><![CDATA[iphone]]></category> <category><![CDATA[iTiunes]]></category> <category><![CDATA[No Zanzare]]></category> <category><![CDATA[truffe]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=150102</guid> <description><![CDATA[Tra le tante applicazioni per telefonino che promettono di liberarti dalle zanzare con ultrasuoni che riproducono il richiamo sessuale della zanzara maschio &#8211; quelle che pungono sono femmine incinta e dovrebbero scappare sentendolo -, ce n&#8217;è una italiana che ha generato 467 commenti ed è diventata un tormentone comico spontaneo: “Ho trovato Dracula stecchito davanti...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Tra le tante applicazioni per telefonino che promettono di             liberarti dalle zanzare con ultrasuoni che riproducono il <strong>richiamo sessuale della zanzara maschio</strong> &#8211; quelle che pungono             sono femmine incinta e dovrebbero scappare sentendolo -, ce             n&#8217;è una italiana che ha generato <strong>467 commenti</strong> ed è diventata             un tormentone comico spontaneo: “Ho trovato Dracula             stecchito davanti alla porta di casa questa mattina”,             “Libera dalle zanzare ma causa dissenteria”, “L&#8217;ho accesa             con l&#8217;amplificatore al massimo e ho fatto cadere un aereo”,             “Ha fatto scappare il cane ora ho bisogno dell&#8217;app per il             richiamo”, “Funziona ma solo se usi l&#8217;iPhone come una             ciabatta”, “Allontana le zanzare femmina ma eccita i gorilla             di montagna”. “Funziona ma solo se metti una piastrina di             Vape al posto della sim”. E ancora: &#8220;Mio zio chirurgo la usa             come litotritore per polverizzare i calcoli renali&#8230;&#8221;.</p><p>Diversamente da altre applicazioni analoghe a pagamento             (regolarmente in vendita su iTunes), <strong>No Zanzare</strong> almeno è             gratuita. Più che una truffa dunque è una presa per il culo             alla eccessiva fede nell&#8217;iPhone alla quale gli utenti hanno             risposto a tono. Naturalmente l<strong>&#8216;iPhone</strong> non può produrre             ultrasuoni. Peccato: era bella l&#8217;idea che potesse liberarti             dalle zanzare ora che il caldo impone di dormire con le             finestre aperte ma le sanguisughe volanti non te lo             permettono. Che l&#8217;iPhone tenesse lontani gli insetti molesti oltre a fare da navigatore             satellitare, torcia, bolla per misurare l&#8217;inclinazione delle             superfici e altre funzioni pratiche da coltellino svizzero digitale. Un utente ironizza dicendo che si             trovava in Africa e le zanzare incombevano su di lui mentre             il suo telefonino si scaricava. Dal villaggio sono accorsi             gli indigeni brandendo i loro iPhone e l&#8217;hanno salvato.             Fosse vero l&#8217;iPhone sconfiggerebbe pure la <strong>malaria</strong>.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/06/lapp-che-caccia-le-zanzare-ma-fa-cadere-gli-aerei/150102/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>17</slash:comments> </item> <item><title>Festival: la compagnia dei supergettonati</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/28/scrittori-da-festival-la-compagnia-dei-supergettonati/148375/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/28/scrittori-da-festival-la-compagnia-dei-supergettonati/148375/#comments</comments> <pubDate>Thu, 28 Jul 2011 13:06:12 +0000</pubDate> <dc:creator>Antonio Armano</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[allende]]></category> <category><![CDATA[Ammaniti]]></category> <category><![CDATA[Auster]]></category> <category><![CDATA[Baricco]]></category> <category><![CDATA[bianciardi]]></category> <category><![CDATA[Collisioni]]></category> <category><![CDATA[festival]]></category> <category><![CDATA[festivalite]]></category> <category><![CDATA[gettoni]]></category> <category><![CDATA[Grinzane]]></category> <category><![CDATA[Marquez]]></category> <category><![CDATA[Mazzantini]]></category> <category><![CDATA[Odifreddi]]></category> <category><![CDATA[Porzio]]></category> <category><![CDATA[Roth]]></category> <category><![CDATA[Rushdie]]></category> <category><![CDATA[Siri Hustvedt]]></category> <category><![CDATA[Soria]]></category> <category><![CDATA[Vittorini]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=148375</guid> <description><![CDATA[C&#8217;è stato un tempo, gli anni &#8217;50, in cui nell&#8217;ambiente editoriale la parola “gettoni” indicava una collana Einaudi diretta da Elio Vittorini, ora indica i compensi per la presenza d&#8217;un autore a un evento culturale. Per chi vive de sa plume, &#8220;della sua penna&#8221; come dicono i francesi, festival, reading e manifestazioni varie sono una realtà...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è stato un tempo, gli anni &#8217;50, in cui nell&#8217;ambiente editoriale la parola <strong>“gettoni”</strong> indicava una collana Einaudi diretta da Elio Vittorini, ora indica i compensi per la presenza d&#8217;un autore a un evento culturale. Per chi vive <em>de sa plume</em>, &#8220;della sua penna&#8221; come dicono i francesi, festival, reading e manifestazioni varie sono una realtà reddituale consolidata, tagli permettendo. Tant&#8217;è vero che esiste un tariffario che dà la cifra del prestigio e gira tra gli organizzatori. Si va dai <strong>cinquemila euro</strong> perché “la festa cominci” con <strong>Niccolò Ammaniti</strong>, <strong>Alessandro Baricco</strong> o <strong>Piergiorgio Odifreddi</strong> ai <strong>quarantamila</strong> per <strong>Gabriel García Márquez</strong> che è un Nobel e sta all&#8217;altro capo del mondo.</p><p>Il gettone più sonante tra gli italiani pare sia quello di <strong>Umberto Eco</strong>, che percepisce l&#8217;equivalente d&#8217;uno stipendio medio annuo (<strong>quindicimila euro</strong>) per una presenza. Pur sempre la metà di <strong>Bernard Henry Lévy</strong>, detto anche “Bhl”: <strong>diecimila euro a lettera</strong>. Bisogna dire che si tratta di cifre indicative e non siamo di fronte a “privilegi della casta”, a rivelazioni alla Spider Truman, anche se gli “eventi culturali” ricevono spesso finanziamenti pubblici. Inoltre la possibilità di guadagnare accettando qualche invito rappresenta una mutazione positiva nel misero mestiere di scrivere. Non fosse che gli “invitati speciali” sono nomi ricorrenti che potrebbero campare di diritti e non di rado riciclano le loro “lectio” da una ribalta all&#8217;altra. Ma la macchina eventifera è imponente e ha sete di star che richiamano pubblico. <em>“Ormai poi sto girando come un rappresentante di commercio, ho battuto i marciapiedi dell&#8217;Emilia e adesso mi preparo a fare la medesima cosa nel Veneto. Viene con me <strong>Domenico Porzio</strong> e a volte sembriamo due comici da avanspettacolo: sempre le stesse battute, e sempre la faccia di chi le dice per la prima volta”</em>: così <strong>Luciano Bianciardi</strong> raccontava il tour di presentazione della <em><strong>Vita agra</strong></em> (1963). Tra il neorealismo vittoriniano e l&#8217;attuale “festivalite” c&#8217;è di mezzo l&#8217;Italia del boom, quando la gente iniziò a comprare di tutto, “persino libri”.</p><p>Ai margini della miniera gettonifera ci sono quelli che si limitano a un piccolo rimborso spese e, più verso il cuore, nomi abbastanza noti, da mille euro, come un <strong>Nicolai Lilin</strong> o i <strong>Wu Ming</strong> che però sono un collettivo e devi moltiplicare per due o tre. L&#8217;aspetto “comitiva” non è da trascurare anche per i singoli autori. Il newyorchese <strong>Paul Auster</strong> percepisce sui <strong>quindicimila euro</strong> ma devi pagare il viaggio aereo in business class anche alla moglie: l&#8217;autore dell&#8217;<em>Invenzione della solitudine</em> è inseparabile dalla scrittrice <strong>Siri Ustvedt</strong>. Qui l&#8217;iter dell&#8217;invito diventa professionale. Perché uno scrittore di fama internazionale ti prenda in considerazione, devi mandargli le foto dell&#8217;hotel, a quattro o cinque stelle, dove lo ospiterai, o la pianta dell&#8217;appartamento, mettergli a disposizione una macchina con autista e una persona che lo assista se alle tre di notte va in panico perché ha finito il collirio o vuole una pasta con la bottarga greca.</p><p>E le donne? Tra i più “gettonati”, è il caso di dire, non ce ne sono molte e il dato è sorprendente se si pensa che sono la maggioranza del pubblico. Tra le italiane <strong>Margaret Mazzantini</strong>, che per meno di quattro o cinquemila euro risponde parafrasando un suo romanzo: <em>“Non mi muovo”</em>. Bisogna andare sulle straniere per salire: <strong>Isabel Allende</strong> vuole più di M<span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">á</span>rquez, cinquantamila euro, ed è l&#8217;<strong>autore più esoso in assoluto</strong>; Alice Walker, autrice del <em>Colore viola</em>, trentamila. Va detto che il tariffario non vale per le presentazioni organizzate dagli editori quando escono i libri. E se esistono progetti con budget ricchi che ispirano gli scrittori a sparare alto, ce ne sono altri “sociali” come Collisioni (a Novello) che riesce a far venire <strong>Salman Rushdie</strong> – uno da <strong>trentamila euro</strong> &#8211; sborsando solo (si fa per dire) le spese di viaggio. Siamo nelle Langhe dove aleggia ancora lo spirito del Grinzane con i leggendari sperperi. Nel 2007 <strong>Giuliano Soria</strong> pur di legare il proprio nome a <strong>Philip Roth</strong>, che non ne voleva sapere di andare a Grinzane a ritirare il premio, s&#8217;inventò il Master Award, un riconoscimento da consegnare<strong> a domicilio. Come la pizza!</strong> Roth, a New York, scese quasi in ciabatte, incassò l&#8217;assegno da 25mila euro e sparì dopo qualche foto. Bianciardi non avrebbe neanche risposto al citofono. Quando suonavano, erano sempre dei creditori.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/28/scrittori-da-festival-la-compagnia-dei-supergettonati/148375/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>20</slash:comments> </item> <item><title>Intellettuali &#8220;silenti&#8221; sulla guerra in Libia</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/19/il-silenzio-degli-intellettuali-italiani-sulla-guerra-in-libia/146420/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/19/il-silenzio-degli-intellettuali-italiani-sulla-guerra-in-libia/146420/#comments</comments> <pubDate>Tue, 19 Jul 2011 14:48:04 +0000</pubDate> <dc:creator>Antonio Armano</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Berlusconi]]></category> <category><![CDATA[bunga bunga]]></category> <category><![CDATA[Claudio Magris]]></category> <category><![CDATA[dario fo]]></category> <category><![CDATA[Franco Cardini]]></category> <category><![CDATA[Marcello Veneziani]]></category> <category><![CDATA[Marco Revelli]]></category> <category><![CDATA[Prodi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=146420</guid> <description><![CDATA[La guerra in Libia ha scaldato poco gli intellettuali italiani soprattutto a sinistra e più l&#8217;intervento Nato si faceva sanguinoso più si sentiva il loro silenzio. Una tesi condivisa sia dai “barricaderi” Dario Fo e Marco Revelli che dai “conservatori” Marcello Veneziani e Franco Cardini. “Ma come si fa a intervenire a piedi giunti in...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>La guerra in Libia ha scaldato poco gli intellettuali italiani soprattutto a sinistra e più l&#8217;intervento Nato si faceva sanguinoso più si sentiva il loro silenzio. Una tesi condivisa sia dai “barricaderi” <strong>Dario Fo</strong> e <strong>Marco Revelli</strong> che dai “conservatori” <strong>Marcello Veneziani</strong> e <strong>Franco Cardini</strong>. “Ma come si fa a intervenire a piedi giunti in un argomento del genere &#8211; si chiede il Nobel &#8211; giocato su interessi sporchi e ipocrisie? <strong>Sembra una farsa grottesca dell&#8217;800!</strong></p><p>Berlusconi si riempie di orgoglio per avere concluso un accordo che ferma i poveretti in fuga e li rimanda a crepare nel deserto. E la visita a Roma: le amazzoni guardie del corpo con l’aria da guerriere Circasse, la tenda, il baciamano a un criminale che ha invitato i suoi sbirri a violentare le donne degli insorti. La brutalità di questo satrapo si conosceva da tempo, solo Berlusconi fingeva ignoranza per non pagare dazio”.</p><p>“La visita di Gheddafi è stata una brutta pagina – dice Veneziani – l&#8217;ho sempre scritto, ma dietro c&#8217;erano aspetti rilevanti come l&#8217;immigrazione e il petrolio. Inoltre il primo ad accordarsi con Gheddafi, ricordo, fu <strong>Prodi</strong>”. Per Veneziani, che fin da subito ha espresso dubbi sull&#8217;intervento, gli intellettuali italiani non si sono fatti sentire perché si va indebolendo il loro ruolo e la situazione è confusa. Certo, dice, se <strong>Berlusconi</strong> si fosse subito messo a ruota di <strong>Sarkozy</strong> e magari al posto di <strong>Obama </strong>ci fosse stato <strong>Bush</strong> si sarebbero espressi contro la missione Nato.</p><p>Lo storico Revelli la pensa come Fo: come si può parlare dopo che la farsa è diventa tragedia, dopo il <strong>Bunga Bunga ispirato al Rais</strong>, gli interessi sporchi? “Comunque ti esprimi esponi il fianco, però è vero, c&#8217;è troppo silenzio, non si è sentito, per esempio, un <strong>Magris</strong>. Pesa la pigrizia mentale, la mancata riflessione sul fallimento degli interventi negli ultimi anni in Somalia, nei Balcani”. Ma nei Balcani, la Nato non ha fermato la guerra? “Credo che abbia solo congelato il conflitto, i serbatoi di odio nazionalista sono ancora intatti”. Nel caso della Libia, per Revelli, la situazione è sfuggita di mano: “Si è arrivati a uno scenario da guerra civile con costi umani immensi. Il mix di bombe e blocco navale per impedire l&#8217;esodo è l&#8217;immagine del fallimento dell&#8217;Europa”.</p><p>“Gli intellettuali italiani stanno zitti perché sono dei vigliacchi – spiega il medievista <strong>Cardini</strong> -, lo dico senza animosità, una deformazione professionale che deriva dall&#8217;esposizione ai vapori dell&#8217;inchiostro. Si mobilitano per temi che danno visibilità, solo quando sono sicuri su come convenga schierarsi. L&#8217;intellettuale italiano è un San Giorgio che uccide un drago quando è già morto”.</p><p>I francesi sono più reattivi e coraggiosi, per Cardini, non aspettano l&#8217;invito di Mentana o Lerner. Per Revelli, è vero, i vari <strong>Lévy </strong>e <strong>Todorov</strong>, pur su posizioni opposte, si sono accesi sulla Libia, ma applicando vecchi schemi stile post-Muro, continuando a fare le stesse discussioni, mentre il Vecchio Continente “non riesce neanche a risolvere una crisi periferica come quella greca” e “la primavera araba andrebbe letta nel tentativo di dare risposte diverse dal solito binomio democrazia e mercato”.</p><p>Cardini apprezza il ruolo defilato di Berlusconi nella prima fase e si chiede come possa Napolitano – della cui amicizia si onora – dimenticare il trattato di non aggressione con Libia. Fo trova vergognosa la manfrina dell&#8217;indecisione iniziale (“offriamo la disponibilità delle basi aeree e dei porti”) e il ripensamento: “Chi primo arriva si prende tutto! Questa volta i primi sono stati i francesi, seguiti a ruota dagli americani, per noi non è rimasta nemmeno una scamorza secca! E allora ci mettiamo anche noi a bombardare. La Lega pesta un po’ i piedi, <strong>Bossi</strong> fa la sua scenata, ma si continua a bombardare”. Tutti fanno proprie le domande sospese nei cieli libici: perché intervenire qui e non in Siria? Perché non si è tentato un cessate il fuoco con uscita di scena di Gheddafi? Perché il milieu dei nostri pensatori non si scalda troppo per quelli che Mussolini definiva “musulmani italiani”?</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/19/il-silenzio-degli-intellettuali-italiani-sulla-guerra-in-libia/146420/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>19</slash:comments> </item> <item><title>Meridiani, dopo Scalfari avanti c&#8217;è posto per tutti</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/15/meridiani-dopo-scalfari-avanti-ce-posto-per-tutti/145693/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/15/meridiani-dopo-scalfari-avanti-ce-posto-per-tutti/145693/#comments</comments> <pubDate>Fri, 15 Jul 2011 16:36:47 +0000</pubDate> <dc:creator>Antonio Armano</dc:creator> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Antonio Tabucchi]]></category> <category><![CDATA[eugenio scalfari]]></category> <category><![CDATA[Fabio Volo]]></category> <category><![CDATA[Giulio Ferroni]]></category> <category><![CDATA[Il Deboscio]]></category> <category><![CDATA[Meridiani]]></category> <category><![CDATA[Meridiano Corrado Calabrò]]></category> <category><![CDATA[Meridiano Veltroni]]></category> <category><![CDATA[Reanata Colorni]]></category> <category><![CDATA[Tiziano Terzani]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=145693</guid> <description><![CDATA[Fabio Volo, Romanzi e racconti, Saviano, Le mille liste, Littizzetto, Tutte le opere, Cazzullo, Tutti gli articoli, Bongiorno, Aforismi, Il Gabibbo, Canzoni&#8230; Più che un attacco alla Mondadori l&#8217;elenco dei Meridiani 2012, nella versione del collettivo milanese Il Deboscio, sembra una satira generale. 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Tant&#8217;è vero che esiste pure la parodia del catalogo Adelphi dove spiccano titoli come <em>Maracaibo</em> di Gerry Calà e <em>Lo fistavo col Daytona</em> di Fabrizio Corona. Difficile però non vedere una frecciata alla tendenza di pubblicare, nella prestigiosa collana Mondadori, nomi non proprio accostabili a Kafka o Dante. Come Tiziano <strong>Terzani</strong>, Eugenio <strong>Scalfari</strong>. E prima ancora Andrea <strong>Camilleri</strong>, Alberto <strong>Bevilacqua</strong>.</p><p>Trovare autori di valore assoluto risulta sempre più arduo e negli ultimi quindici anni si sono pubblicati più Meridiani che in tutta la storia della collana fondata nel &#8217;69 da Vittorio Sereni ma questo non spiega tutto. Per <strong>Giulio Ferroni</strong> nella cultura contemporanea è in atto un ribaltamento nei canoni di valutazione: “Prevale il punto di vista del mercato. Chi vende – dice il critico &#8211; è considerato un grande scrittore. Persino Faletti, la Mazzantini. Su <em>Repubblica</em>, <strong>Gian Arturo Ferrari</strong>, responsabile del Centro per il libro, ha celebrato il decennale dell&#8217;uscita di <em>Io non ho paura </em>di <strong>Niccolò Ammaniti</strong>, definendolo un classico. E&#8217; incredibile!” Quanto ai Meridiani dedicati ai giornalisti&#8230; “Si tratta – dice Ferroni &#8211; d&#8217;un appiattimento sul presente. Scalfari è un grande giornalista ma quale Scalfari verrà meridianizzato? Gli articoli o le opere di memorialistica possono andare, ma il resto&#8230;. Non mi faccia dire cose crudeli. Tra un po&#8217; avremo un <strong>Meridiano Veltroni</strong>! Allora meglio puntare sul passato. Il Meridiano sui poeti della scuola siciliana è un lavoro eccezionale anche dal punto di vista filologico”. E Terzani? “Ha scritto cose interessanti ma quanti sono i grandi giornalisti del &#8217;900?”</p><p><strong>Renata Colorni</strong> dirige i Meridiani dal &#8217;96, ha tradotto diversi libri dal tedesco, compreso il romanzo di <strong>Thomas Mann</strong> in una fortunata edizione con nuovo titolo (<em>La montagna magica</em>), e rivendica una linea editoriale d&#8217;alto livello annunciando le prossime uscite: <strong>Heinrich von Kleist</strong> a settembre, <strong>Claudio Magris</strong> e <strong>Maria Luisa Spaziani</strong> nel 2012; e più avanti <strong>Anna Banti</strong>, <strong>Amelia Rosselli</strong>&#8230;  A difesa della qualità delle scelte, ricorda i due volumi recenti di <strong>Alberto Arbasino</strong>: “Dove si trova tra l&#8217;altro la <strong>prima versione di <em>Fratelli d&#8217;Italia</em></strong> che resta la migliore, secondo me, ed era introvabile. L&#8217;abbiamo chiesta noi ad Arbasino”. Rivendica poi la scelta di inserire alcuni giornalisti nel catalogo, perché i giornalisti oggi dominano le classifiche e per raccontare la storia. Terzani &#8211; dice la Colorni &#8211; di cui esce il secondo volume a settembre, va inquadrato in una serie sui <strong>grandi autori di reportage</strong>, come <strong>Fosco Maraini e Ryszard Kapuscinski</strong>; Scalfari in un filone saggistico: “Dove ci sono i Meridiani di <strong>Longhi</strong>, <strong>Debenedetti</strong>, <strong>Praz</strong>, <strong>Macchia</strong>, <strong>Citati</strong>”. Saggistica d&#8217;arte, quella però&#8230; “Non lo vedo come un grandissimo scandalo il Meridiano Scalfari, è stato un giornalista importantissimo”. Ma <strong>perché non Indro Montanelli</strong>, nel decennale della morte? “E&#8217; un autore monopolizzato da Rizzoli”. Sempre nella saggistica, per Natale è in uscita un volume sul cardinale <strong>Martini</strong>, diviso per le tre città del suo apostolato: Roma, Milano, Gerusalemme. Quello di Scalfari uscirà nel Natale 2012. Il filone, ironizzerebbe Il Deboscio, è quello dei sermoni domenicali?</p><p>Ferroni dice che “un classico deve comportare un approccio problematico per il lettore, non può essere di facile consumo” e tra i contemporanei cita <strong>Antonio Tabucchi e Andrea Zanzotto </strong>(già meridianizzato). Tabucchi piacerebbe anche alla Colorni: “Ma non dipende tutto da noi. Vorrei pubblicare Fenoglio, Levi, Gadda, Moravia, la Ortese, Canetti&#8230; ma le raccolte delle loro opere sono edite da altri”. Niente però è definitivo: “Brancati era nei classici Bompiani. Quando sono scaduti i diritti s&#8217;è fatta avanti la vedova, <strong>Anna Proclemer</strong>, e ha espresso il desiderio di passare ai Meridiani. Che tra l&#8217;altro ha curato Ferroni”. La Colorni tiene a sottolineare come i Meridiani aggiungano all&#8217;opera un lavoro critico e filologico innovativo a partire dalle “cronologie” che sono vere e proprie biografie: “Penso alla cronologia di Soldati o all&#8217;introduzione di Santagata alle Opere minori di Dante, un libro a sé in una raccolta che resterà imprescindibile per studiosi e lettori. E questo vale ancora di più per autori meno forti: la biografia dei Meridiani è la prima in assoluto su Terzani. E quella di Camilleri l&#8217;ha scritta <strong>Antonio Franchini</strong>. Abbiamo trattato Camilleri come un vero scrittore e non come un autore di intrattenimento”. Ma non c&#8217;è il rischio che il lettore sia appunto fuorviato dalla collocazione in una collana di classici?</p><p>Se il problema di trovare grandi nomi si pone più per l&#8217;Italia che per gli autori stranieri (fosse solo per ragioni di numero), la Colorni annuncia i <strong>Meridiani Philip Roth e Bernard Malamud</strong> che con <strong>Saul Bellow</strong> completano una trilogia sugli scrittori ebrei americani, poi il Nobel Vargas Llosa. E rassicura Ferroni: “<strong>Non ci sarà un Meridiano Veltroni</strong>”. Però gira il nome di <strong>Corrado Calabrò, garante delle telecomunicazioni</strong> e poeta per Mondadori. La Colorni smentisce. Un tempo bisognava essere molto morti per essere meridianizzabili (a parte il caso Ungaretti, primo volume della collana), oggi? “Un autore vivente non è pubblicabile prima dei 70-75 anni. Deve aver detto quello che aveva da dire”. Volo e compagni devono solo attendere? Certo qualunque siano le scelte, una volta effettuate restano: un titolo dei Meridiani non esce mai di catalogo e non si esaurisce mai. Da questo punto di vista sono messi peggio nel pur rigorosa Pléiade Gallimard, dove hanno pubblicato <strong>Marx o Gorkij</strong> che da noi sono roba da trovarobato del festival dell&#8217;Unità. Per non parlare della decisione di pubblicare <strong>Milan Kundera</strong> (vivente); almeno, per restare a Praga e dintorni, Mondadori ha pubblicato il defunto (e migliore) <strong>Bohumil Hrabal</strong>. L&#8217;insostenibile leggerezza dei classici?</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/15/meridiani-dopo-scalfari-avanti-ce-posto-per-tutti/145693/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>5</slash:comments> </item> <item><title>La Pivano e gli svarioni nel &#8220;Grande Gatsby&#8221;</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/20/la-pivano-gli-svarioni-nel-grande-gatsby-e-tre-nuove-traduzioni/119414/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/20/la-pivano-gli-svarioni-nel-grande-gatsby-e-tre-nuove-traduzioni/119414/#comments</comments> <pubDate>Mon, 20 Jun 2011 10:02:29 +0000</pubDate> <dc:creator>Antonio Armano</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Baricco]]></category> <category><![CDATA[benjamin]]></category> <category><![CDATA[Cavagnoli]]></category> <category><![CDATA[Faulkner]]></category> <category><![CDATA[Feltrinelli]]></category> <category><![CDATA[Fitzgerald]]></category> <category><![CDATA[Grande Gatsby]]></category> <category><![CDATA[marsilio]]></category> <category><![CDATA[minimum fax]]></category> <category><![CDATA[Mondadori]]></category> <category><![CDATA[Pavese]]></category> <category><![CDATA[Pivano]]></category> <category><![CDATA[Serrai]]></category> <category><![CDATA[Vittorini]]></category> <category><![CDATA[Von Rezzori]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=119414</guid> <description><![CDATA[Ma come ha fatto i soldi quell&#8217;arricchito di Gatsby? Vendendo alcol sottobanco nelle sue farmacie? Così sembrerebbe leggendo la traduzione del romanzo di Fernanda Pivano per Mondadori, ora riproposta da Einaudi. In realtà le farmacie erano drugstore e ha fatto benissimo Franca Cavagnoli, nella traduzione per Feltrinelli, a lasciare il termine americano: “Walter Benjamin –...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Ma come ha fatto i soldi quell&#8217;arricchito di Gatsby? Vendendo alcol sottobanco nelle sue farmacie? Così sembrerebbe leggendo la traduzione del romanzo di <strong>Fernanda Pivano</strong> per <strong>Mondadori</strong>, ora riproposta da <strong>Einaudi</strong>. In realtà le <em>farmacie</em> erano <em>drugstore</em> e ha fatto benissimo <strong>Franca Cavagnoli</strong>, nella traduzione per <strong>Feltrinelli</strong>, a lasciare il termine americano: “<strong>Walter Benjamin</strong> – dice &#8211; consiglia ai traduttori di lasciare tracce dell&#8217;originale e poi il termine ormai è d&#8217;uso comune”. L&#8217;<strong>americanista Roberto Serrai</strong> si rammarica di non aver potuto fare lo stesso nel suo <em><strong>Grande Gatsby</strong></em> per <strong>Marsilio</strong>: “In redazione hanno preferito mettere <em>empori</em>”. Il traduttore, spiega la Cavagnoli, “non sempre è responsabile, tavolta prevalgono le scelte redazionali”.</p><p>Per esempio chi può dire se la decisione della Pivano di rendere <strong>son-of-a-bitch</strong> con “bastardo” fosse sua o della Mondadori, <strong>censura </strong>o<strong> autocensura</strong>? Magari né l&#8217;uno né l&#8217;altro: “Oggi abbiamo messo tutti figlio-di-puttana ma non si può trasferire di peso l&#8217;espressione all&#8217;epoca della Pivano. Un figlio-di-puttana sulla pagina negli anni &#8217;50 faceva un altro effetto, era troppo forte”, sostiene <strong>Tommaso Pincio</strong> che ha tradotto <em>Il Grande Gatsby</em> per <strong>minimum fax</strong>. “Sapevo che diversi traduttori professionisti erano all&#8217;opera sul libro e ho cercato, come scrittore, di fare una versione autoriale, concedendomi qualche libertà in più. Il romanzo è uscito nel &#8217;25, qualcuno lo considerava superato già allora, in realtà è modernissimo ma un americano leggendolo oggi percepisce il sapore della Jazz Age, e ho voluto che anche i lettori italiani avertissero la stessa patina del tempo. Per questo ho messo empori per <em>drugstore. Farmacie</em> è sbagliato<em>. </em>Detto questo non voglio fare le pulci alla Pivano”.</p><p>Cavagnoli, Serrai e Pincio ricevono ex aequo il <strong>premio Von Rezzori</strong> (a Palazzo Vecchio, Firenze) per la traduzione del <em>Grande Gatsby</em>. Anche <strong>Dalai</strong>, <strong>Newton Compton</strong> e <strong>SugarCo</strong> hanno proposto una nuova versione. Una “corsa alla traduzione” che si spiega con la scadenza dei diritti a settant&#8217;anni dalla morte di Fitzgerald. Dal &#8217;50 girava solo la traduzione della Pivano, ormai datata e con alcune imprecisioni ed errori, secondo i suddetti. E&#8217; in atto un matricidio culturale? I mostri sacri come la Pivano, <strong>Pavese</strong> e <strong>Vittorini</strong> sono stati fondamentali per far conoscere la letteratura americana in Italia, dal fascismo in poi, ma come traduttori vanno messi giù dal piedistallo: “Il miglior romanzo di William <strong>Faulkner</strong>, <em><strong>Luce d&#8217;agosto</strong></em>, in Italia è stato penalizzato dalla terribile traduzione di Vittorini”, dice Pincio. Concorda la Cavagnoli: “Vittorini metteva troppo se stesso nel rendere un autore. I miei modelli sono <strong>Cristina Campo</strong>, <strong>Adriana Motti</strong>, <strong>Floriana Bossi</strong>, invece si sentono sempre i soliti nomi. Il <em>Moby Dick</em> di Pavese ha soluzioni linguistiche interessanti, ma che non rispettano l&#8217;orginale”. La Pivano, Pavese e Vittorini erano più che altro dei grandi divulgatori, dice Serrai che come i colleghi ribadisce la necessità di rinfrescare le storiche traduzioni, però senza esagerare: “Quando nel <em>Moby Dick</em> di <strong>Baricco</strong> sento parlare di <em>optionals</em> della nave!”</p><p><em>Saturno</em>, <em>Il Fatto Quotidiano,</em> 17 giugno 2011</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/20/la-pivano-gli-svarioni-nel-grande-gatsby-e-tre-nuove-traduzioni/119414/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>3</slash:comments> </item> <item><title>Milano: lo scrittore non abita più qui!</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/07/milano-lo-scrittore-non-abita-piu-qui/116428/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/07/milano-lo-scrittore-non-abita-piu-qui/116428/#comments</comments> <pubDate>Tue, 07 Jun 2011 11:55:54 +0000</pubDate> <dc:creator>Antonio Armano</dc:creator> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Antonio Franchini]]></category> <category><![CDATA[Antonio Scurati]]></category> <category><![CDATA[Bompiani]]></category> <category><![CDATA[e/o]]></category> <category><![CDATA[elisabetta sgarbi]]></category> <category><![CDATA[emanuele trevi]]></category> <category><![CDATA[Fahrenheit]]></category> <category><![CDATA[Fandango]]></category> <category><![CDATA[Giuseppe Genna]]></category> <category><![CDATA[Giuseppe Russo]]></category> <category><![CDATA[Guanda]]></category> <category><![CDATA[Isbn]]></category> <category><![CDATA[Longanesi]]></category> <category><![CDATA[marsilio]]></category> <category><![CDATA[Milanesiana]]></category> <category><![CDATA[minimufax]]></category> <category><![CDATA[Mondadori]]></category> <category><![CDATA[Officina Italia]]></category> <category><![CDATA[Pordenone Legge]]></category> <category><![CDATA[premio Strega]]></category> <category><![CDATA[Scuola Holden]]></category> <category><![CDATA[stefano mauri]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=116428</guid> <description><![CDATA[Milano ha cementato il primato produttivo dei libri ma la vita letteraria è altrove. Il Salone a Torino, come la Scuola Holden di Alessandro Baricco. Il principale festival a Mantova. Molte nuove e dinamiche case editrici a Roma, dove vive una cospicua comunità di scrittori e si tiene il premio Strega. E qui s&#8217;è verificata...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/06/milano-vento-del-nord.jpg?47e3a5"><img class="alignleft size-full wp-image-116437" title="milano vento del nord" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/06/milano-vento-del-nord.jpg?47e3a5" alt="" width="295" height="152" /></a>Milano ha cementato il primato produttivo dei libri ma la vita letteraria è altrove. Il Salone a Torino, come la <strong>Scuola Holden</strong> di<strong> Alessandro Baricco.</strong> Il principale <strong>festival a Mantova</strong>. Molte nuove e dinamiche case editrici a Roma, dove vive una cospicua comunità di scrittori e si tiene il <strong>premio Strega</strong>. E qui s&#8217;è verificata una desertificazione in favore d&#8217;altre espressioni creative più connesse al business: design, moda&#8230;</p><p>La società letteraria milanese s&#8217;è parcellizzata, diradata. Anche se da qualche tempo si percepiscono fermenti diversi. E l&#8217;insofferenza per la <strong>monocultura mercantile</strong>, il tipo antropologico “<strong>suvnormale</strong>”, è esplosa nell&#8217;elezione di <strong>Giuliano Pisapia</strong>&#8230; Ma basterà per cambiare musica? E&#8217; un vento nuovo, un desiderio di partecipazione civica che investe anche la cultura o un folata passeggera?</p><p>“Il risveglio dell&#8217;editoria romana è caratterizzato da centri di discussione collettiva – dice <strong>Giuseppe Russo</strong>, direttore editoriale di <strong>Neri Pozza</strong> –; a Roma gli editori, <strong>minimufax</strong>, <strong>Fazi</strong>, <strong>e/o</strong> e altri, s&#8217;incontrano, discutono. Qui no. Ci s&#8217;incontra più facilmente a Torino, Francoforte. E&#8217; come se la città avesse smarrito il senso della comunità. Però colgo i primi segni in direzione opposta, una richiesta di partecipazione&#8230; Per esempio tutta la rete dei traduttori di Neri Pozza s&#8217;è mobilitata per Pisapia. Non era assolutamente prevedibile”.</p><p>Speranze a parte, Russo non vede tutto buio: ci sono realtà industriali come Mondadori e Rizzoli con dentro editor come <strong>Antonio Franchini</strong> ed <strong>Elisabetta Sgarbi</strong> (Bompiani) che anima la <strong><em>Milanesiana</em></strong>, unica manifestazione letteraria della città. Ci sono scrittori come <strong>Antonio Scurati</strong>, <strong>Giuseppe Genna</strong>, che rappresentano “esperienze letterarie di prim&#8217;ordine”. E poi: i piccoli editori romani sapranno fare il necessario salto di qualità strutturale? “<strong>Fandango</strong> segna un po&#8217; il passo”, dice Russo.</p><p>Pur riconoscendo che siamo in un momento di passaggio, <strong>Massimo Coppola</strong>, direttore editoriale e socio di <strong>Isbn</strong>, va giù duro: “Milano è una città di cui vergognarsi. Perché non sono rappresentate le istanze sociali e culturali. Non c&#8217;è un progetto. Nulla. Da decenni siamo ostaggi dei bottegai”. La <em>Ville Salumière</em> su cui ironizzava <em>Cuore</em>? Isbn è una casa editrice giovane, apre la redazione al pubblico&#8230; Il 16 giugno darà un Bollywood party in onore di <em>Mama Tandoori</em>. Musica, alcol e gente che declamerà le proprie figure di merda causate dalla madre, leitmotiv del romanzo di <strong>Ernest van der Kwast</strong>: “Se lo facessimo a Roma ci sarebbero le folle. Qui sotto di noi c&#8217;è un fossato. I negozi di questa via sono tutti chiusi. Perché a Roma è diverso? C&#8217;è interazione con le istituzioni. Più occasioni di scambio”. Isbn si considera in controtendenza rispetto a una città chiusa e “alla grande editoria che ormai è solo alta finanza”, ma andare controcorrente è “faticoso”. Coppola ha una redazione giovane, con la crisi non ha tagliato posti (“Ci siamo autoridotti lo stipendio”), e ha appena conseguito a Vilnius un premio internazionale per le migliori copertine. Al nuovo sindaco, come al vecchio, chiede qualcosa che dovrebbe essere scontato: che vengano, per esempio, concessi alle imprese giovani e creative spazi in una delle tante strutture non utilizzate della città. Coppola, che viene da Mtv, spera in Pisapia ma continuerà a esercitare un controllo sull&#8217;attività del sindaco.</p><p>“Milano non è solo la capitale dell’editoria – dice <strong>Stefano Mauri</strong>, presidente del gruppo <strong>Gems</strong> che raccoglie diverse sigle, da <strong>Longanesi</strong> a <strong>Garzanti</strong> passando per <strong>Guanda</strong> &#8211; è il quartiere generale di tutte le catene librarie e della distribuzione. Qui ha sede l’<strong>Associazione italiana editori</strong> (<strong>Aie</strong>), una delle più antiche associazioni di categoria italiane. Stride allora che nessuna manifestazione dedicata ai libri esca dall’ambito parrocchiale. Internet ha affrancato dalla schiavitù della residenza. Potendo scegliere gli scrittori preferiscono città meno distratte come Torino, Roma, vicina al cinema e scenografica, o Napoli, trincea sociale del nuovo millennio. Milano va bene per lavorare. Per immaginare, altri luoghi offrono di più”.</p><p><strong>Elisabetta Sgarbi</strong> la vede diversamente: i piccoli editori romani sanno fare rete ma la rete, dice, “imbriglia”: “Ci sono editori che incontro per consuetudine a Milano, altri che non conosco e che, per il mio lavoro, non è necessario che veda continuamente. In ogni caso, oltre a Francoforte, vedo tutti alla <strong><em>Milanesiana</em></strong>”. Poi dice che “Molti autori sono a Milano. E anche molti agenti letterari, importanti nelle dinamiche editoriali. A Roma c&#8217;è, per tradizione, una maggioranza cospicua di scrittori. Indagarne le ragioni è troppo complesso. Posso dire che gli scrittori &#8216;milanesi&#8217; non soffrono di solitudine”. La Sgarbi non crede che la città sia scomparsa dai romanzi, altro aspetto della “<strong>questione milanese</strong>”: “<strong>Andrea De Carlo</strong> ne parla spesso. E per arrivare alle nuove generazioni, <strong>Vincenzo Latronico</strong>. Comunque, nella dissoluzione, la Letteratura fiorisce”.</p><p>La pensa come lei <strong>Antonio Franchini</strong>, editor per Mondadori di libri come <strong><em>Gomorra</em></strong>: “Io che leggo molto di quello che poi non si pubblica posso dire che di romanzi ambientati a Milano se ne scrivono ancora parecchi. Certo, dal punto di vista del fascino e delle suggestioni la città ha perso molto della sua aura. Ma come le famiglie di Tolstoj, le città che producono più e migliore letteratura sono le città infelici”. Certo, ammette, “l’humus romano è più fecondo. Ma la scrittura è un mestiere solitario e non si diventa grandi scrittori perché si va a più feste, a più presentazioni, premiazioni o riunioni di sceneggiatura”.</p><p>E le redazioni? Come afferma Giuseppe Russo, le redazioni non sono più un luogo di incontro, come ai tempi di <strong>Vittorini</strong>, <strong>Pavese</strong>, <strong>Calvino</strong>, in particolare nelle grandi realtà industriali di Milano. Ma sia la Sgarbi che Franchini rifiutano l&#8217;assunto secondo cui oggi gli editor abbiano ridotto i rapporti con gli scrittori a una fitta corrispondenza elettronica: “Certo – dice la Sgarbi -, non è semplice: il lavoro editoriale si è moltiplicato in infiniti rivoli, esigenze, realtà che tolgono il fiato, a volte. A dire la verità, non socializzo molto, non frequento salotti, come sa chi mi conosce, ma passo molto tempo della mia giornata al telefono. Con gli autori, per lo più. E se non con loro, per loro”.</p><p>Per Franchini, dire “che i rapporti tra editori e scrittori siano diventati impersonali è una sciocchezza che si continua a ripetere. Che il passato sia sempre un eden rispetto al presente è forse la prima delle idee preconcette dell’umanità. Io se non &#8216;socializzassi&#8217; con gli scrittori farei un altro lavoro. Con gli altri editor è diverso, sono concorrenti: anche se devo ammettere che questa affermazione un po’ secca deriva dalla mia età; quando ero più giovane condividevo molto di più con gli editor delle altre case editrici. Il lavoro dell’editor in una casa editrice piccola o grande non è diverso nella sua essenza”.</p><p>Per il critico romano <strong>Emanuele Trevi</strong>, lo scrittore milanese passa i pomeriggi a scrivere sul blog: “Non è una vera socialità. Pomeriggi passati in solitudine. Sono ridicoli, ma non è meglio uscire, parlare, vedersi? o avere il coraggio di stare da soli? L&#8217;esempio più tragico è <strong><em>Nazione Indiana</em></strong>, un blog che adoro per altri aspetti, ma non per tutto quello che è il commento, il commento sul blog è un&#8217;esperienza collettiva brutta, un inferno. Come diceva <strong>Flannery O&#8217;Connor</strong>, <strong><em>il rischio di vivere in un mondo che Dio non ha creato</em></strong>. Esprime solo reattività emotiva, le idee hanno bisogno di tempo per maturare”.</p><p><strong>Alessandro Bertante</strong>, in corsa per lo Strega con <strong><em>Nina dei lupi</em></strong> (<strong>Marsilio</strong>), dissente decisamente: “Non è vero che non socializziamo. Io esco tutti i giorni. Vedo spesso Scurati, Genna. Con Scurati facciamo la manifestazione <strong>Officina Italia </strong>(dove si leggono inediti, romanzi in fase di preparazione), quest&#8217;anno l&#8217;abbiamo rimandata a ottobre ma ci saremo, soprattutto ora che abbiamo vinto le elezioni. Ci sono stati problemi con i finanziamenti. Il discorso di Trevi è una fesseria. Non è vero che i blog sono un fenomeno milanese! Che qui stiamo tutto il tempo attaccati ai blog. Lui poi in quella dimensione romana sguazza. A Roma li conosco tutti ma non ci tengo a partecipare alle feste in terrazza, alle <strong><em>incularelle</em></strong>, come le chiamano lì, le mafiette. Che cosa producono? Chi vende, come <strong>Ammaniti</strong>, per esempio, non fa parte dei giri delle terrazze. Chi ne fa parte quanto vende? Quanto vende Trevi? 800 copie?” Bertante poi avverte: lì hanno ancora <strong>Alemanno</strong>, qui Pisapia&#8230; Il vento gira, cambia direzione. Certo, concede, a Roma ci sono piccole e medie realtà editoriali recenti o nuove, molto dinamiche e interessanti, in particolare minimumfax e <strong>Nottetempo</strong>, che fanno ancora un lavoro di ricerca.</p><p>Per <strong>Camilla Baresani</strong>, scrittrice attenta ai costumi, anche culturali (vedi <strong><em>Un&#8217;estate fa</em></strong>, dove racconta molti party artistici), è il tipo di lavoro a rendere più comunitaria la vita degli scrittori a Roma: c&#8217;è la Rai, con le fiction, il cinema, Radio Tre che è un po&#8217; la radio degli scrittori&#8230; “Un tipo di lavoro più collettivo – dice la Baresani -, più di gruppo, qui a Milano tutto questo non esiste, se devi curare un Meridiano ti chiudi in biblioteca e amen. Poi la città non offre luoghi di aggregazione. A Roma nelle redazioni incontri sempre gente, se passi a <strong><em>Fahrenheit</em></strong>, per dire, incontri sempre qualcuno&#8230;”.</p><p>Secondo <strong><em>Mario Villalta</em></strong>, scrittore e ideatore di <strong><em>Pordenone Legge</em></strong>, “Non esiste più il ‘tessuto’, la rete di relazioni che ha caratterizzato la cultura milanese fino agli anni &#8217;90 e attirava, costringeva a relazionarsi con Milano. Oggi rimangono le grandi case editrici, due delle quali stanno in tangenziale. Per arrivarci non devi neanche entrare in città! Gli scrittori, i poeti, andavano a vivere a Milano. In questi ultimi dieci anni se ne vanno. C’è stata anche una politica che ha preferito fare il deserto pur di non lasciare la cultura in mano agli avversari: e così l’ha cacciata via e regalata alla capitale. Neanche nelle canzoni Milano c’è più”. Vista da <strong>Pordenone</strong>, dove <strong>Villalta</strong> vive, la città lombarda ha perso la sua forza di attrazione, prima i giovani pensavano di trasferirsi a Milano, oggi non la nominano neanche più, pensano a Berlino o Barcellona.</p><p>Per <strong>Stefano Mauri</strong> di Gems, gli editori romani vivono a contatto con i media locali (tivù, qualche grande giornale), il cinema e la politica e “ogni foglia che si muove là ha una risonanza doppia”. Poi c’è un problema milanese: la cultura è annichilita, nella capitale degli affari, dal peso dei soldi e la politica è distratta, la destra ha un&#8217;idea conservatrice e poco democratica di cultura. Un episodio: “Abbiamo cercato un incontro con l&#8217;Associazione italiana editori – racconta Mauri &#8211; e abbiamo ottenuto un appuntamento, disdetto da loro la sera prima e mai più rimesso in calendario. Il libro riscuote enorme attenzione dalla politica negli altri paesi. Un giorno a Parigi ha voluto incontrarmi un ministro della cultura. Quando mai in Italia?! Per questo quando Pisapia ha annunciato la sua candidatura al teatro Litta, sono salito sul palco per ricordare la Milano capitale del libro e ho precisato che non ero lì per militare ma perché ho capito che i sindaci è bene prenderli da piccoli. Ora spero che il Pd non abbia usato la società civile solo per vincere le elezioni e poi metterla da parte come in passato. I segni positivi per un piccolo risorgimento culturale non mancano”.</p><p>La scarsa sensibilità culturale della destra ha creato un solco. Ora molti rialzano la testa, provano a respirare. Torna il tormentone di fare la<strong> fiera del libro</strong> come a Torino: per Mauri, non serve a niente, meglio una bella manifestazione letteraria; per la Sgarbi, non ha senso a meno che non si facciano le cose davvero in grande. Russo ipotizza una partnership con Torino magari sugli aspetti come gli incontri tra editori e agenti letterari internazionali. Villalta sostiene che se non si coinvolgono dal basso gli operatori promuovendo le novità emergenti anche una grande manifestazione diventa “la vetrina dei soliti noti, a Milano o Domodossola non cambia”.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/07/milano-lo-scrittore-non-abita-piu-qui/116428/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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