<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Giorgio Porrà</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/GPorra/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sat, 26 May 2012 20:00:11 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>Chinaglia, un cocktail di contraddizioni</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/02/chinaglia-cocktail-contraddizioni/201789/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/02/chinaglia-cocktail-contraddizioni/201789/#comments</comments> <pubDate>Mon, 02 Apr 2012 14:06:53 +0000</pubDate> <dc:creator>Giorgio Porrà</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=201789</guid> <description><![CDATA[Agli intellettuali, ai puristi non è mai andato giù. Anzi, lo detestavano proprio. Persino Pasolini arrivò a contestarne la burbera ruvidezza: &#8220;Non fa altro che mettere il malumore agli altri, e tutti sanno che si gioca bene solo quando si è di buonumore&#8221;. Neppure Brera stravedeva per lui, lo bollò come “troppo greve” in occasione...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Agli intellettuali, ai puristi non è mai andato giù. Anzi, lo detestavano proprio. Persino Pasolini arrivò a contestarne la burbera <strong>ruvidezza</strong>: &#8220;Non fa altro che mettere il malumore agli altri, e tutti sanno che si gioca bene solo quando si è di buonumore&#8221;. Neppure Brera stravedeva per lui, lo bollò come “troppo greve” in occasione della sciagurata spedizione azzurra al Mondiale ’74, quando indignato per la sostituzione durante il match con Haiti spedì a quel paese il C.t. Valcareggi e sfasciò una cassa di bottiglie di acqua minerale al rientro nello <strong>spogliatoio</strong>. Rabbia che poi smaltì schiacciando un pisolino sotto un albero.</p><p>Chinaglia era così, istintivo e naif. E di quei giudizi se ne infischiava, la sua missione non era quella di compiacere la critica “alta”, Long John era nato per fare il gladiatore, il capopopolo, il bisonte sempre pronto a scavallare per il campo, il terminator programmato per abbattere qualsiasi difesa. Quando arrivò a Roma, dall’Internapoli, assieme a Pino Wilson, si presentò con la bombetta in testa ed un repertorio tecnico così limitato da far impallidire quei mille <strong>curvaioli</strong> aggrappati alla rete di recinzione dello stadio Flaminio. Era il ’69. Cinque anni dopo sarebbe diventato il totem di quella Lazio che vinse il titolo grazie soprattutto ai suoi 24 gol.</p><p>Chinaglia rozzo e cocciuto, ingenuo e litigioso, generoso e leale, trascinò quel gruppo imbottito di follia e talento e capace di mirabolanti metamorfosi, in partita un blocco granitico, in ritiro una sporca dozzina sempre armata, divisa in clan, agitata da continui regolamenti di conti. Maestrelli fu abilissimo a gestire quella polveriera, si concesse solo poche distrazioni, nulla poté quella volta che Chinaglia smise di giocare per inseguire furiosamente D’Amico colpevole di non averlo servito. Eppure, quella squadra impressionò per il suo calcio fresco, potente, innovativo. Long John non aveva stile, caracollava<strong> ingobbito</strong>, trattava la palla con la stessa durezza con la quale la vita trattò lui, figlio di un emigrato in Galles, obbligato a prendere a spallate il destino sin dai primi calci nel Swansea. Ma il gol è sempre stato il suo pane, anche nel periodo americano, quello con i Cosmos, assieme a Pelè, Moore, Beckenbauer.</p><p>Chinaglia, è stato, sull’erba, fuori, nel suo turbolento postcarriera, un <strong>formidabile</strong>, a tratti grottesco, cocktail di contraddizioni, estese anche a vicende giudiziarie che, forse, nel momento del distacco non meritano di essere sottolineate. Mai risolte, i temporali lo esaltavano, sempre nel mezzo a scazzottarsi con fulmini e saette. Una immagine simbolo? Riguardatevi quella discesa a Wembley con la quale <strong>propiziò</strong> lo storico gol di Capello a Shilton che ci regalò il primo successo sugli inglesi in casa loro. Un classico capolavoro alla Chinaglia, in quel guizzo prepotente confluirono in un lampo tutte le forze della natura. Come scrisse Arpino: &#8220;Giorgione, ragazzo immaturo disadattato disambientato disinserito&#8221;. Eppure, a suo modo, un gigante, buono, buonissimo, di quegli irripetibili Settanta.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/02/chinaglia-cocktail-contraddizioni/201789/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Olimpiadi: Monti, va capito, non si è fidato</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/15/olimpiadi-monti-capito-fidato/191366/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/15/olimpiadi-monti-capito-fidato/191366/#comments</comments> <pubDate>Wed, 15 Feb 2012 07:54:50 +0000</pubDate> <dc:creator>Giorgio Porrà</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Sport & miliardi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=191366</guid> <description><![CDATA[Il rischio è troppo grosso. L’Italia, questa Italia in emergenza, non può davvero permetterselo. Lo sapevamo da tempo. Al di là della massiccia mobilitazione del popolo degli ottimisti. Ora che Monti ha definitivamente chiuso la pratica è bene che tutti se ne facciano una ragione. L’Olimpiade a Roma non si può fare perchè il Governo...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Il rischio è troppo grosso. L’Italia, questa Italia in emergenza, non può davvero permetterselo. Lo sapevamo da tempo. Al di là della massiccia mobilitazione del popolo degli ottimisti. Ora che Monti ha definitivamente chiuso la pratica è bene che tutti <strong>se ne facciano una ragione</strong>. L’Olimpiade a Roma non si può fare perchè il Governo teme di finire come Atene, in fiamme. Valutazione destinata a dividere, ma che va rispettata. Perchè figlia di un atteggiamento improntato alla più rigorosa coerenza. E di analisi che hanno convinto il premier a lasciare ad altri la patata bollente.</p><p>In sostanza, Monti non ha creduto alla linea di coloro che hanno sempre sostenuto che si sarebbe trattato di un evento a costo zero, con risorse private, sponsor, entrate erariali e diritti tv, a coprire l’investimento di quasi 10 miliardi. E non ha dato retta neppure a chi gli ha garantito la già piena efficienza dell’80% degli impianti sportivi. <strong>Monti, va capito, non si è fidato</strong>. Ha fatto carta straccia di tutti gli appelli lanciati sino all’ultimo da personalità di variegata estrazione, ignorando ogni ragionamento legato alla positiva ricaduta occupazionale, infrastrutturale, d’immagine. Una decisione, la sua, basata sui precedenti nostrani <strong>più nefasti</strong>, l’ignobile mangiatoia di Italia ’90, i maneggi delle cricche nei Mondiali di nuoto di 3 anni fa. Mostrando, evidentemente, di credere poco alla possibilità che nel frattempo il paese sia stato in grado di dotarsi di efficienti sistemi di trasparenza.</p><p>Ma soprattutto ha riflettuto sull’incubo ellenico di queste ore, figlio anche dei conti clamorosamente sbagliati in occasione dei Giochi del 2004, se è vero che le spese complessive superarono del 300% il bilancio iniziale. Senza contare l’allarme già scattato a Londra in vista del 2012, con i costi ampiamente lievitati rispetto alle stime di partenza. Insomma, il Professore vuol “guardare avanti” senza amplificare ulteriormente lo scetticismo di quell’Europa che ci tiene al guinzaglio. Forse neppure per un attimo ha pensato che Roma potesse far ardere alla grande il sacro fuoco di Olimpia. <strong>Troppo alto il timore di finire a piedi nudi</strong>, come il leggendario Bikila sul ciottolato dell’Appia Antica nel ’60.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/15/olimpiadi-monti-capito-fidato/191366/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La Juve, Pasolini e quello striscione rivoluzionario</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/04/la-juve-pasolini-e-quello-striscione-rivoluzionario/161981/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/04/la-juve-pasolini-e-quello-striscione-rivoluzionario/161981/#comments</comments> <pubDate>Tue, 04 Oct 2011 07:40:16 +0000</pubDate> <dc:creator>Giorgio Porrà</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Sport & miliardi]]></category> <category><![CDATA[Calcio]]></category> <category><![CDATA[Juventus]]></category> <category><![CDATA[pier paolo pasolini]]></category> <category><![CDATA[striscioni]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=161981</guid> <description><![CDATA[Forse un altro mondo è possibile. Forse dall’apocalisse può nascere davvero una nuova civiltà. Domenica sera rivoluzionari segnali di vita sono piovuti dagli spalti dello Juventus Stadium. Un’ignota (e benedetta) cellula eversiva ha esposto uno striscione di ispirazione pasoliniana. Recitava: “Il calcio è un linguaggio con i suoi poeti e prosatori”. Da non credere. Da...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Forse un altro mondo è possibile. Forse dall’apocalisse può nascere davvero una nuova civiltà. Domenica sera rivoluzionari segnali di vita sono piovuti dagli spalti dello Juventus Stadium. Un’ignota (e benedetta) cellula eversiva ha esposto uno <strong>striscione di ispirazione pasoliniana</strong>. Recitava: <em>“Il calcio è un linguaggio con i suoi poeti e prosatori”</em>. Da non credere. Da stropicciarsi gli occhi. Da pretendere la chiusura anticipata del <em>match</em>. Come fece negli anni Settanta <strong>Ezio Vendrame</strong>, il fantasista <em>maudit</em>, oggi scrittore <em>cult</em>, durante una partita di B (<em>“Dal prato vidi Piero Ciampi sedersi in tribuna, corsi dall’arbitro a dirgli :&#8217;Non possiamo giocare a palla davanti a un poeta&#8217;”</em>).</p><p>Insomma, mentre <strong>Marchisio </strong>randellava il Milan, esaltando la torcida bianconera, qualcuno ha pensato di evocare lo spirito di Stukas, il nome di battaglia del <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Pier_Paolo_Pasolini" target="_blank">Pier Paolo Pasolini</a></span></strong> mezzala, quello che uccellava Citti e Davoli nella polvere dei campetti romani o Reja e Galeone nelle spiagge assolate di Grado, quello fissato col “doppio passo” di Biavati, quello che delirava per Marchesi e Sansone, Reguzzoni e Andreolo, le colonne del <em>“Bologna piu’ potente della storia”</em>.</p><p>Perchè  Pasolini <strong>adorava il calcio</strong>. Lo giocava allo sfinimento, piu’ volentieri di giorno perché senza occhiali non ci vedeva granchè. Era tecnico, saettante, sempre nel vivo dell’azione. Circondato dal rispetto, dall’ammirazione dei compagni. E corretto, mai un insulto, uno sgambetto agli avversari. Ecco, magari se perdeva s’immusoniva di brutto, gli successe anche dopo averle sonoramente prese dalla troupe di Bernardo Bertolucci nelle pause delle riprese di <em>Novecento </em>e delle <em>Centoventi giornate di Sodoma</em>.</p><p>E quel pensiero, liberato a sorpresa nella notte del posticipo, ci ha ricordato in che modo Pasolini ha catalogato il gioco e i suoi protagonisti. <em>“Il <strong>linguaggio del calcio</strong> </em>– sosteneva – <em>è Rivera che tocca la palla in un certo modo”</em>. L’invenzione. Il ricamo. Il ghirigoro del genio. E’ solo in quell’attimo che si manifesta il linguaggio. Quello del rossonero, per lui, era un calcio in prosa, ma poetica, da “elzeviro”. Come quello di <strong>Mazzola</strong>, con una differenza:<em> “E’ piu’ poeta di <strong>Rivera</strong>, ogni tanto interrompe la prosa ed inventa lì per lì due versi folgoranti”</em>. E ancora: <em>“<strong>Riva </strong>gioca un calcio in poesia, è un &#8216;poeta realista&#8217;, <strong>Bulgarelli </strong>gioca un calcio in prosa, è un &#8216;prosatore realista&#8217;”</em>.</p><p>Questi erano i suoi codici. E il dribbling, il <strong>gol</strong>, gli attimi che lo entusiasmavano come un appassionato qualsiasi. <em>“Il gol è ineluttabilità, folgorazione, stupore. Proprio come la parola poetica. Il capocannoniere di un campionato è sempre il miglior poeta dell’anno. Anche il dribbling è di per sé poetico. Infatti il sogno di ogni giocatore è partire da metà campo, dribblare tutti e segnare. Se si può immaginare una cosa sublime è proprio questa. Ma non succede mai. E’ un sogno, che ho visto solo realizzato nei &#8216;Maghi del pallone&#8217; da Franco Franchi”</em>.</p><p>Ma Pasolini si divertiva anche a tranciare<strong> giudizi impietosi </strong>(<em>“Chinaglia è una mezza punta goffa e delirante, che in tal ruolo non vale neanche un decimo di quello che vale il delizioso, lampeggiante Bettega”</em>) e a confessare “sbandate” improvvise (<em>“Capello è un grande. Perché sa fare rifiniture in velocità. Il segreto del gioco moderno, sul piano individuale, è l’esattezza massima alla massima velocità, correre come pazzi ed essere nello stesso tempo stilisti”</em>). Sono concetti espressi quarant’anni fa. Ma luccicano come pepite appena dissotterrate. A conferma che la <strong>modernità del pensiero pasoliniano </strong>continua a spandersi ovunque. Persino nel calcio, persino nelle curve degli stadi.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/04/la-juve-pasolini-e-quello-striscione-rivoluzionario/161981/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>18</slash:comments> </item> <item><title>Quelli che rimpiangono Beppe Viola</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/29/quelli-che-rimpiangono-beppe-viola/160775/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/29/quelli-che-rimpiangono-beppe-viola/160775/#comments</comments> <pubDate>Thu, 29 Sep 2011 06:51:21 +0000</pubDate> <dc:creator>Giorgio Porrà</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[Sport & miliardi]]></category> <category><![CDATA[beppe viola]]></category> <category><![CDATA[giornalismo sportivo]]></category> <category><![CDATA[Moviola]]></category> <category><![CDATA[Rai]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=160775</guid> <description><![CDATA[Sabato sera si gioca Inter-Napoli. E per gli amici di Beppe Viola sarà il solito tuffo al cuore. Perché quella fu la sua ultima partita. Se ne andò, a soli 43 anni, il 17 Ottobre del 1982, mentre in Rai preparava il servizio alla moviola. Brera su “Repubblica” lo ricordò così:”E’ morto Giuseppe Pepinou Viola,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Sabato sera si gioca Inter-Napoli. E per gli amici di <strong>Beppe Viola </strong>sarà il solito tuffo al cuore. Perché quella fu la sua ultima partita. Se ne andò, a soli 43 anni, il 17 Ottobre del 1982, mentre in Rai preparava il servizio alla moviola. Brera su “Repubblica” lo ricordò così:”E’ morto Giuseppe Pepinou Viola, era nato per sentire gli angeli e invece doveva, oh porca vita, frequentare i bordelli. Aveva un humour naturale e beffardo. Una innata onestà gli vietava smancerie in qualsiasi campo si trovasse a produrre parole e pensiero. Lavorò duro, forsennatamente, per aver chiesto alla vita quello che ad altri sarebbe bastato per venirne schiantato in poco tempo. Lui le ha rubato quanti giorni ha potuto senza mai cedere al presago timore di perderla troppo presto”. E troppo presto è stato dimenticato, assieme a tutte le perle distribuite nei campi più diversi, letteratura, musica, cinema.</p><p>C’è chi ha osservato che per i tempi <strong>era avanti di dieci anni</strong>. Nel giornalismo sportivo lo sarebbe anche oggi, con quell’ironia sottile spalmata su campioni e bidoni ed ipocrisie di contorno (“Quelli che quando perde l’Inter dicono che in fondo è una partita di calcio e poi vanno a casa e picchiano i figli”), con quella schiena dritta ad autorizzargli provocazioni negate ai più (“Quelli che votano a destra perché hanno paura dei ladri, quelli che votano scheda bianca per non sporcare, qualli che sono obbligati a vergognarsi”). In Rai (“Sono entrato nel ’61, dopo aver risposto negativamente alla domanda “lei è comunista?”), ovvio, non fu mai amato. <strong>Molti finti complimenti</strong>, nessuna promozione, soldi ancora meno (“Tengo duro per battere, modestamente, il record mondiale di mancata carriera”).</p><p>La sua “Lettera al Direttore” resta capolavoro di drammatica comicità: ”Ho quarant’anni, quattro figlie e la sensazione di essere preso per il culo. Pochi giorni fa il segretario di redazione mi ha detto che non ho diritto ai giornali. Parola mia, non ho mai rubato né pianoforti, né sulle note spese. Non ho attentato alle virtù delle numerose signore e signorine che circolano sul terzo piano. Non ho mai ricevuto o preso botte nel corso di risse. Non credo di aver mai “disturbato” la carriera di colleghi culturalmente più preparati di me. Ho sempre cercato di fare, nella mia modestia, <strong>l’interesse dell’azienda che amo</strong> come una madre, una matrigna direi. A questo punto però il TG3 lo lascio fare agli altri, a quelli intellettualmente più attrezzati e più forniti di buona volontà. Vado a Londra dal 10 gennaio prossimo, l’hanno fatto Marx e Mazzini, posso permettermelo anch’io. Per imparare l’inglese a mie spese (scusate la rima)”.</p><p>Questo era il suo stile, e ci resta il rimpianto di non poter godere del suo stiletto affondato nello scempio minzoliano.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/29/quelli-che-rimpiangono-beppe-viola/160775/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>22</slash:comments> </item> <item><title>Dialoghi socratici: la democrazia in campo</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/30/dialoghi-socratici-la-democrazia-in-campo/154254/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/30/dialoghi-socratici-la-democrazia-in-campo/154254/#comments</comments> <pubDate>Tue, 30 Aug 2011 16:54:09 +0000</pubDate> <dc:creator>Giorgio Porrà</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Sport & miliardi]]></category> <category><![CDATA[Brasile]]></category> <category><![CDATA[Calcio]]></category> <category><![CDATA[Democrazia Corinthiana]]></category> <category><![CDATA[Socrates]]></category> <category><![CDATA[Walter Casagrande]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=154254</guid> <description><![CDATA[Qualche anno fa mi invitò a cena in un drugstore vicino a casa sua, a Riberao Preto, il suo buen ritiro a un’ora di volo da San Paolo. E mi sbigottì con le sue pirotecniche abitudini etiliche. Per dire, riuscì a scolarsi quindici birre (15!) prima dell’antipasto. “E’ per stimolarmi l’appetito”, sogghignò divertito davanti alla...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Qualche anno fa mi invitò a cena in un drugstore vicino a casa sua, a Riberao Preto, il suo <em>buen ritiro</em> a un’ora di volo da San Paolo. E mi sbigottì con le sue pirotecniche abitudini etiliche. Per dire, riuscì a scolarsi quindici birre (15!) prima dell’antipasto. <em>“E’ per stimolarmi l’appetito”</em>, sogghignò divertito davanti alla mia Perrier. Ora, a 57 anni, col fegato inevitabilmente a pezzi, Brasileiro Sampaio de Sousa Vieira de Oliveira detto <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/S%C3%B3crates" target="_blank">Socrates</a></span></strong>, il calciatore filosofo che formò il suo pensiero sui testi di Platone, Hobbes e Machiavelli, il fantasista del quale Pelé disse: <em>“Giocava di spalle meglio di quanto la maggior parte dei suoi colleghi giocasse di fronte”</em>, ha giurato di aver chiuso con <strong>l’alcol</strong>.</p><p>Per forza, si è preso un brutto spavento, ha rischiato di morire, si è fatto parecchi giorni in terapia intensiva per una gravissima emorragia gastrica causata dalla <strong>cirrosi epatica</strong>. Disavventura che non ha appassionato più di tanto i media italiani, giusto qualche breve, ricordi sparsi del suo celebre colpo di tacco, dell’esperienza nei Mondiali dell’82 (era tra i califfi di quel Brasile alieno, a parte portiere e centravanti, beffato da Pablito in stato di grazia) e dell’’86, del transito poco brillante nella <strong>Fiorentina </strong>di Passarella e Pecci (troppo lento, sentenziarono in tanti, al punto da ipotizzare che dentro i calzettoni infilasse libri piuttosto che parastinchi, <em>“squadra spaccata</em> &#8211; contrattaccò lui – <em>soprattutto per questioni di corna”</em>). Ma nessun accenno alla <strong>“<span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sport_Club_Corinthians_Paulista#La_Democrazia_Corinthiana" target="_blank">Democrazia Corinthiana</a></span>”</strong>, il modello di autogestione che Socrates impose tra l’’82 e l’84 nel suo club plurititolato in patria, la cui tifoseria, nei giorni scorsi, ha salutato con cori e striscioni la guarigione del suo antico leader. Strana dimenticanza, in un periodo nel quale nel calcio italiano volano gli stracci tra padroni e giocatori, con Tommasi a fare in piccolo, piccolissimo, il Socrates della situazione.</p><p>E invece val la pena ricordare che quella del Corinthians fu una <strong>grande rivoluzione </strong>in una delicatissima fase storica del Brasile, flagellato da tempo da una dittatura militare che cominciava a mostrare la corda. In pratica la ribellione dei giocatori contro i vertici della società, il profondo cambiamento dei rapporti tra proprietà e dipendenti, coincise con il radicale mutamento del quadro politico. All’abbattimento di quel regime, con le elezioni del novembre dell’82, contribuì in modo decisivo l’esempio di Socrates e compagni (tra cui l’ex granata <strong>Walter Casagrande</strong>), capaci di vincere i campionati con la parola “Democrazia” sfrontatamente esibita sulle maglie.</p><p>O’ Doutour (Socrates è laureato in medicina, a fine carriera aprì anche una clinica privata) stese nello spogliatoio le fondamenta di una efficacissima cellula socialista: <strong>si votava su tutto</strong> (e ogni voto, dal presidente al magazziniere, aveva identico valore): dal menù del giorno alle strategie di gioco e di mercato, persino in bus, durante le trasferte, si stabiliva per alzata di mano se fermarsi o meno per le necessità fisiologiche. Qualunque cosa diventava di interesse collettivo, compresi i contratti individuali, sui quali si ragionava valutando con attenzione le disponibilità economiche del club. Anche i ritiri prepartita erano sempre facoltativi. (<em>“Meglio ci si sente meglio si gioca. E dove ci si sente meglio che a casa propria?”</em>).</p><p>Certo, non tutti erano allineati. <strong>Leao</strong>, il portiere, non votò mai, si rifiutò di aderire alla linea comune, ma accettò sempre le volontà del gruppo. <em>“La libertà è una cosa che genera <strong>responsabilità </strong></em>- ha sempre sostenuto Socrates – <em>bisogna saper amministrare questi due aspetti. Il calcio è l’unica azienda nella quale il lavoratore è più importante del padrone. Il calciatore può essere osteggiato, limitato, ma alla fine è lui ad avere le carte migliori per cambiare lo stato delle cose. Questa certezza si cementò nello spogliatoio del Corinthians, radici che nessuno è più riuscito a estirpare. Ed è stato un processo che ha aiutato i brasiliani a sollevare la testa e a liberarsi dopo vent’anni dell’oppressore”</em>.</p><p>Quella di Socrates era una squadra speciale, usava la testa prima dei piedi. Tutta gente dal cervello fino, i vari Wladimir, Biro Biro, Zenon, anche nel dopo calcio restarono protagonisti nei settori più diversi. Quel Corinthians vinse molto, ma quando cominciò a perdere anche i suoi equilibri democratici subirono un progressivo ridimensionamento. E la sua <strong>eredità mai più raccolta</strong>, a parte qualche sporadico, velleitario, focolaio di autogestione. <em>“Un progetto del genere</em> – garantisce il suo creatore – <em>non sarebbe più possibile, e non solo in Brasile, perché il calcio è la cosa più antisociale che esista”</em>.</p><p>Dialoghi di Socrates, fratello di Sofocles e Sostenes (<em>“Mio padre quando scelse quei nomi doveva essere ubriaco, meno male che non ha fatto figlie…”</em>), oggi alcolista pentito, un tempo sorta di mix mutandato di Lennon e Che Guevara che <strong>politicizzò il calcio </strong>come nessuno era mai riuscito a fare. Barricaderi italiani, fategli una telefonata, il vecchio Magrao sarà felice di indottrinarvi.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/30/dialoghi-socratici-la-democrazia-in-campo/154254/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>14</slash:comments> </item> <item><title>Menotti, Maradona e l&#8217;inganno perduto</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/13/menotti-maradona-e-linganno-perduto/144917/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/13/menotti-maradona-e-linganno-perduto/144917/#comments</comments> <pubDate>Wed, 13 Jul 2011 09:01:55 +0000</pubDate> <dc:creator>Giorgio Porrà</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Sport & miliardi]]></category> <category><![CDATA[Luis Cesar Menotti]]></category> <category><![CDATA[Maradona]]></category> <category><![CDATA[Mondiali 78]]></category> <category><![CDATA[Mourinho]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=144917</guid> <description><![CDATA[Si può dissentire su qualsiasi cosa dica. E magari anche sorridere davanti a certe affermazioni un po’ cosi’: &#8220;Mi sento un marxista ormonale, senza più spiegazione ideologica&#8221;. Pero’ quando Luis Cesar Menotti, il Ct Mondiale nel ’78, ma soprattutto tra i più grandi protagonisti della “maradoneide”, si diverte a filosofeggiare o a sparare sulla deriva...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Si può dissentire su qualsiasi cosa dica. E magari anche sorridere davanti a certe affermazioni un po’ cosi’: &#8220;Mi sento un marxista ormonale, senza più spiegazione ideologica&#8221;. Pero’ quando <strong>Luis Cesar Menotti</strong>, il Ct Mondiale nel ’78, ma soprattutto tra i più grandi protagonisti della “maradoneide”,  si diverte a filosofeggiare o a sparare sulla deriva del calcio contemporaneo, non si può non starlo ad ascoltare. Perché El Flaco odia il “calcisticamente corretto”. Sa di pallone e vita come pochi  e nessuno, più efficacemente di lui, è in grado di <strong>sfondare la gabbia di conformismo</strong> che imprigiona il movimento.</p><p>Su “Repubblica” ha preso a ceffoni <strong>Mourinho</strong> (“Che pensa solo a vincere e quando perde non è colpa sua. Il Barca, con quel 5-0 in campionato, lo ha ucciso per sempre”), la sua Argentina, nei quarti di Coppa America dopo il 3-0 al Costarica, (“Il calcio è come la vita. Non ti alzi alle sei del mattino e ti metti a cercare la donna della tua vita. La incontri o no. Ogni volta che toccano la palla, vogliono vincere la partita. E’ terribile. Un’angoscia”), chi ha assassinato il sentimento (“Da 50 anni si produce dis-cultura. Hanno rubato il calcio alla gente. Ho sperimentato il <strong>disastro del capitalismo</strong> in ciò che mi circonda, pallone compreso”). Ed ha orgogliosamente rivendicato la primogenitura del football più cool in circolazione (“Non fu Cruyff il primo a giocare come Guardiola, il primo si chiamava Menotti. Mi costò la vita. Ci fischiavano per i troppi passaggi. Giocavo con Maradona alla Messi e Schuster alla Xavi. Ma ogni volta che Schuster la dava ad Alexanco ci fischiavano. Solo sul 3-0 tutti a fare ole’”).</p><p>Lo stile di Menotti è sempre stato questo, <strong>nessuna concessione alla banalità</strong>. Anche oggi, coi polmoni distrutti dalla nicotina, e troppi sogni bruciati, insiste nella sua disobbedienza. Chissà, magari sono spigoli in parte figli anche di un eterno interrogativo senza risposta: la sua Nazionale, quella di Kempes e Passerella, battuta dall’Italia di Rossi e Bettega nella prima fase, avrebbe ugualmente conquistato il mondo senza la tronfia arroganza del potere militare e qualche risultato indecentemente pilotato? Lui stesso, in varie occasioni, ha ammesso di essere stato usato dalla dittatura, pur imbelle nei suoi vertici (“Videla? Un mezzo analfabeta”). E che solo uno dei suoi, Jorge Carrascosa, “El lobo”, il lupo, uno dei guru di quella selezione, preferì ritirarsi qualche mese prima dell’evento. Gli altri li sferzò alla sua maniera: &#8220;Non vinciamo per quei figli di puttana, ma per il nostro popolo!&#8221;. Salvo poi non mantenere alcun rapporto d’amicizia con i protagonisti di quel successo. Sempre irregolare El Flaco, sempre diffidente davanti ai nuovi padroni, con il giudizio su Messi ancora condizionato da troppe riserve. Un campione, certo, ma deve pedalare ancora parecchio prima di issarsi sulla nuvoletta, quella su cui stanno Di Stefano, Pelé, Cruyff e Maradona: &#8220;Dovrei vederlo fuori dal Barcellona e vincere quello che Diego ha vinto a Napoli. Era una banda e lui l’ha trasformata in un’orchestra&#8221;.</p><p>E’ la prospettiva menottiana, prendere o lasciare, come il tecnico del resto, titolare di una carriera non priva di esperienze sfortunate. A lui il circo attuale, Barca a parte, procura una noia mortale. Ed è proprio il fenomeno in depressione a stimolargli la <strong>riflessione più amara</strong>. &#8220;Il calcio è tre cose: tempo, spazio, inganno. Però non ci sono tempi, non si cercano gli spazi e non mi ingannano più&#8221;. Vuoi vedere che almeno una, tra le tante pirotecniche esternazioni del Flaco, è destinata a unire più che a dividere?</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/13/menotti-maradona-e-linganno-perduto/144917/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>4</slash:comments> </item> <item><title>Non dite a David Wallace di Roger Federer</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/11/non-dite-a-david-wallace-di-roger-federer/144465/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/11/non-dite-a-david-wallace-di-roger-federer/144465/#comments</comments> <pubDate>Mon, 11 Jul 2011 06:55:52 +0000</pubDate> <dc:creator>Giorgio Porrà</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Sport & miliardi]]></category> <category><![CDATA[david foster wallace]]></category> <category><![CDATA[Djokovic]]></category> <category><![CDATA[Nadal]]></category> <category><![CDATA[Roger Federer]]></category> <category><![CDATA[Slam]]></category> <category><![CDATA[Wimbledon]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=144465</guid> <description><![CDATA[Non dite a David che il suo Roger è ruzzolato a valle. Travolto dai macigni scagliati da Djokovic e Nadal, un po’ come Buster Keaton in quella celebre gag. Non dite a David Foster Wallace, &#8220;la mente più brillante della sua generazione”, l’autore del libro-evento “Infinite Jest”, suicidatosi a 46 anni (placò i suoi demoni...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Non dite a <strong>David</strong> che il suo <strong>Roger</strong> è ruzzolato a valle. Travolto dai macigni scagliati da <strong>Djokovic</strong> e<br /> <strong>Nadal</strong>, un po’ come <strong>Buster Keaton</strong> in quella celebre gag. Non dite a <strong>David Foster Wallace</strong>, &#8220;la mente più brillante della sua generazione”, l’autore del libro-evento “<em>Infinite Jest</em>”, suicidatosi a 46<br /> anni (placò i suoi demoni impiccandosi tre anni fa in California), che <strong>Roger Federer</strong> è ormai solo<br /> in terza fila nel ranking mondiale dopo la <strong>bocciatura nei quarti a Wimbledon,</strong> il giardino di casa.</p><p>Per i devoti solo appannamento, per la critica più severa il principio della fine. Comunque sia, solo<br /> a tratti il suo tennis riesce a ritrovare l’antica perfezione. Quella attorno alla quale investiga lo<br /> scrittore americano, ex tennista a buoni livelli, nel saggio narrativo “<em>Federer come esperienza<br /> religiosa</em>”, strumento utilissimo anche per provare a interpretare la flessione del fuoriclasse<br /> svizzero. Ma soprattutto per capire, come sostiene con passione l’autore, il suo profondo legame<br /> con le forze dell’Universo. Per Foster Wallace Federer è come <strong>Muhammad Alì </strong>e <strong>Michael Jordan</strong>,<br /> uno di quei rari atleti dispensati dalle leggi della fisica. E’ una sorta di mutante, di avatar.</p><p>E’ <strong>Mozart</strong> e i <strong>Metallica</strong> al tempo stesso, e l’armonia è squisita. Non c’è pallina che gli resista, che non si<br /> lasci docilmente manipolare, in avvicinamento resta sospesa in aria una frazione in più di quanto<br /> dovrebbe. Sono i cosiddetti “momenti Federer”, “<em>quegli attimi in cui lo guardi in azione, ti cade la<br /> mascella, strabuzzi gli occhi ed emetti suoni che fanno accorrere la tua consorte dalla stanza<br /> accanto per controllare che tutto sia a posto</em>”. Per questo ed altro ancora, <strong>non dite a David</strong> che<br /> quei “momenti” non sono più così frequenti, che le mogli non si precipitano in salotto, che Roger<br /> fatica a spremere il massimo dai suoi colpi migliori.</p><p>Dal “diritto” per esempio. Lo scrittore se ne innamorò nel 2006, a <strong>Wimbledon</strong>, era lì per il <em>New York Times,</em> vide Federer battere Nadal e conquistare l’ottavo titolo dello <strong>Slam</strong> (dei sedici complessivi): &#8220;<em>è una frustata ampia e fluida, il movimento è sciolto e ortodosso, sorta di scatto d’anguilla dell’intero corpo al momento dell’impatto</em>”.</p><p>Non ditegli soprattutto che ora c’è proprio Nadal davanti a lui, perchè per il rivale storico ha sempre provato profonda avversione: &#8220;<em>Per ragioni che non sono totalmente chiare, molti di noi trovano i codici della guerra più sicuri di quelli dell’amore. Se è così anche per voi lo spagnolo mesoformo e totalmente marziale, quello dai bicipiti scoperti e gli autoincitamenti in stile kabuki, è di sicuro il vostro uomo ideale</em>”.</p><p>Insomma, non ditegli nulla di tutto questo. Lasciategli la certezza che nessuno potrà mai incastrare Roger Federer. Lui ed il suo segreto inaccessibile, “<em>qualcosa che ha che fare col mistero e la metafisica</em>”. Qualcosa che gli ipertrofici pettorali di <strong>Nadal</strong> non potranno mai custodire.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/11/non-dite-a-david-wallace-di-roger-federer/144465/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>40</slash:comments> </item> <item><title>Facchetti e il prete lungo</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/09/facchetti-e-il-prete-lungo/144106/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/09/facchetti-e-il-prete-lungo/144106/#comments</comments> <pubDate>Sat, 09 Jul 2011 06:58:47 +0000</pubDate> <dc:creator>Giorgio Porrà</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Sport & miliardi]]></category> <category><![CDATA[Calciopoli]]></category> <category><![CDATA[Consiglio Federale]]></category> <category><![CDATA[Giacinto Facchetti]]></category> <category><![CDATA[Luciano Bianciardi]]></category> <category><![CDATA[Mariolino Corso]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=144106</guid> <description><![CDATA[Non ho mai fatto il designatore arbitrale. Né ho mai progettato di diventarlo. Eppure qualche volta Giacinto Facchetti ha telefonato anche a me. Un privilegio, sottolineo, per chiarire subito da che parte sto. Dubito che di quelle brevi conversazioni possa esserci traccia in qualche faldone. Di certo non racchiudevano contenuti meritevoli di intercettazione. Erano semplici...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Non ho mai fatto il <strong>designatore arbitrale.</strong> Né ho mai progettato di diventarlo. Eppure qualche volta <strong>Giacinto Facchetti</strong> ha telefonato anche a me. Un privilegio, sottolineo, per chiarire subito da che parte sto. Dubito che di quelle brevi conversazioni possa esserci traccia in qualche faldone. Di certo non racchiudevano contenuti meritevoli di intercettazione. Erano semplici chiacchiere attorno al pallone.</p><p>In genere lo squillo di Giacinto arrivava il giorno dopo una puntata dello “<em>Sciagurato Egidio</em>”. Di quel programma, bontà sua, apprezzava il taglio, lo stile, le continue contaminazioni. Un solo difetto, si crucciava, l’ora tarda della sua messa in onda. Una volta chiamò per commentare un servizio su uno spettacolo teatrale del figlio <strong>Gianfelice</strong>, ex portiere. Un’altra dopo un ritratto di quel geniaccio di <strong>Mariolino Corso,</strong> il compagno alieno che sapeva scuotere l’apparente pigrizia con lampi di accecante talento. Un’altra ancora perché colpito da un racconto sugli arbitri, intitolato “<em>Olocausto</em>”, del Nobel galiziano <strong>Camilo José Cela.</strong> Storia singolare, non c’è dubbio. Partendo da una citazione di Voltaire, “<em>Sono molto amante della verità ma in nessun modo del martirio”</em>, Cela sollecita la categoria ad adottare senza alcuna remora la filosofia dello scrittore francese: &#8220;<em>Se gli arbitri fossero più voltariani – </em>riflette<em> &#8211; si riuscirebbe ad estirpare la brutta abitudine di impiccarli</em>”.</p><p>Peccato, davvero, che nessuno abbia mai iniziato all’illuminismo <strong>De Santis</strong> e compagni. Comunque, <strong>Facchetti</strong>, col solito garbo, spalmava la sua curiosità su ogni argomento. Si ritraeva, per pudore, solo quando era lui a diventare protagonista. Forse la tv  l’accendeva, ma il telefono restava muto.</p><p>Accadde puntualmente in occasione della celebrazione del suo percorso. Vita, carriera, aneddotica assortita. Il grande ciclo degli anni Sessanta, il rapporto con <strong>Herrera</strong> ed<strong> Angelo Moratti,</strong> l’epica di Italia-Germania 4-3. In quella puntata si parlò anche di un piccolo libro poco conosciuto, “<em>Il prete lungo</em>” di <strong>Luciano Bianciardi,</strong> l’autore de “<em>La vita agra”</em>, la prima vera rockstar della nostra letteratura. Un racconto in linea con lo spirito irriverente, anarchico, che ha sempre caratterizzato i suoi lavori. In questo mette in scena l’universo travagliato di un prete di periferia, ex fluidificante, vero artista del controllo di palla, “<em>il seminarista ha un vantaggio, lo stop di tonaca</em>”.</p><p>Un prete con un idolo, Facchetti appunto, talmente venerato da rappresentare l’approdo sicuro nelle notti gonfie di dubbi sulla propria vocazione: &#8220;<em>Ebbene, lo confesso, a me piace lo sguardo casto di Facchetti e glielo invidio</em>”. Uno sguardo sul quale concentrarsi per allontanare qualsiasi turbamento. A cominciare da quello sessuale. Il prete pensa a <strong>Giacinto</strong>, “<em>che bel nome floreale</em>”, e gli ormoni tornano a disciplinarsi.</p><p>Ora, qui nessuno vuole entrare nel merito dell’inchiesta sulla coda di <strong>Calciopoli</strong>, il 18 luglio sarà il <strong>Consiglio Federale</strong> a pronunciarsi sullo scudetto assegnato all’Inter cinque anni fa e del quale la Juve pretende l’immediata restituzione. Qui, più semplicemente, s’intende rendere omaggio proprio allo sguardo di Facchetti. Così speciale da conquistarsi una dimensione letteraria. Così limpido da placare i tumulti di un religioso. Umile proposta bipartisan: in queste ore di polemiche roventi, con <strong>Agnelli</strong> e <strong>Moratti</strong> a scannarsi sui media e i tifosi sul sentiero di guerra, proviamo ad emulare il parroco bianciardiano, lasciamoci acquietare dal ricordo di quello sguardo e piantiamola di viver come bruti. Su, un piccolo sforzo, almeno sino alla sentenza.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/09/facchetti-e-il-prete-lungo/144106/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>62</slash:comments> </item> <item><title>La diversità di Guardiola</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/04/la-diversita-di-guardiola/139527/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/04/la-diversita-di-guardiola/139527/#comments</comments> <pubDate>Mon, 04 Jul 2011 06:48:14 +0000</pubDate> <dc:creator>Giorgio Porrà</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[barcellona]]></category> <category><![CDATA[Calcio]]></category> <category><![CDATA[cultura]]></category> <category><![CDATA[Pep Guardiola]]></category> <category><![CDATA[Siena]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=139527</guid> <description><![CDATA[C’è chi sa solo di calcio. E chi è convinto che chi sa solo di calcio non sa nulla di calcio. Pep Guardiola appartiene al secondo schieramento. Non foltissimo, per amor del vero. Lui è una sorta d’artista a tempo pieno. Nella brutta stagione con il suo Barςa crea opere di commovente bellezza. E sotto...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>C’è chi sa solo di calcio. E chi è convinto che chi sa solo di calcio non sa nulla di calcio. <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Josep_Guardiola" target="_blank">Pep Guardiola</a></span></strong> appartiene al secondo schieramento. Non foltissimo, per amor del vero. Lui è una sorta d’artista a tempo pieno. Nella brutta stagione con il suo <strong>Barςa </strong>crea opere di commovente bellezza. E sotto il sole che fa? Manco gli passa per la <em>cabeza </em>di andare a Formentera a spaparanzarsi davanti ai paparazzi. No, lui si mette a fare il <em>family man</em> per le città d’arte toscane.</p><p>Nelle ultime ore è transitato per <strong>Siena</strong>, visita al Palazzo Comunale, lunga sosta nella Sala Mappamondo e nella Cappella, poi lo spettacolo del Palio. Ha visto, annusato, preso appunti. E’ affamato di conoscenza il Pep. Sa che da noi può immergere i suoi occhi scuri in un pozzo di meraviglie. E’ anche in questo aspetto che esibisce la sua <strong>diversità</strong>.</p><p>Si muove nel mondo con la stessa soavità di un personaggio ivoryano. E’ identico al suo calcio, nessun orpello, solo eleganza leggera, nei fraseggi sulla trequarti, nelle sue voglie da intellettuale. Non è un caso che in patria <strong>l’<em>intellighenzia</em> </strong>sia pazza di lui. Anche quella di collaudata fede madridista. <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Javier_Mar%C3%ADas" target="_blank">Javier Marías</a></span> detesta Mourinho (<em>“uno sciamano da sagra”</em>) e considera Guardiola il simbolo del suo nostalgico <em>“recupero settimanale dell’infanzia”</em>. Lo scomparso <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Manuel_V%C3%A1zquez_Montalb%C3%A1n" target="_blank">Manuel Vázquez Montalbán</a></span>, ultrà del Barcellona, lo elesse a bandiera del nazionalismo catalano.</p><p>Il Pep piace a tutti, perché ha tutto per sedurre. Il problema è semmai <strong>come può fare il nostro calcio</strong> per intrigare uno così. Forse conviene puntare tutto sul patrimonio artistico. Inventarsi, che so, un Guardiola alla Sgarbi, libero di svegliare all’alba custodi e parroci per impadronirsi di musei e chiesette sperdute lungo tutto lo stivale. Moratti, o chi per lui, cominci a studiare la cosa con le istituzioni competenti. Meglio lasciar perdere lusinghe milionarie o velleitari progetti tattici. Il Pep, sotto quel profilo, si è già lautamente saziato.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/04/la-diversita-di-guardiola/139527/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>16</slash:comments> </item> <item><title>Juan Antonio Felpa e le lacrime per il River Plate</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/28/juan-antonio-felpa-e-le-lacrime-per-il-river-plate/128773/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/28/juan-antonio-felpa-e-le-lacrime-per-il-river-plate/128773/#comments</comments> <pubDate>Tue, 28 Jun 2011 08:27:56 +0000</pubDate> <dc:creator>Giorgio Porrà</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[bancarotta]]></category> <category><![CDATA[Diego Armando Maradona]]></category> <category><![CDATA[Jorge Valdano]]></category> <category><![CDATA[retrocessione]]></category> <category><![CDATA[river plate]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=128773</guid> <description><![CDATA[Juan Antonio Felpa, operaio delle Fabbriche Unite, portiere dello Sportivo Atletic Club. E’ lui il primo argentino che mi viene in mente nell’istante in cui si consuma la drammatica retrocessione del River Plate dopo più di un secolo di storia leggendaria. Felpa, tifoso accanito dei Millionarios, il mitico portiere Amedeo Carrizo come santino di riferimento,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong>Juan Antonio Felpa</strong>, operaio delle Fabbriche Unite, portiere dello Sportivo Atletic Club. E’ lui il primo argentino che mi viene in mente nell’istante in cui si consuma la drammatica <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.gazzetta.it/Calcio/Estero/28-06-2011/maradona-soccorso-river-801786777704.shtml" target="_blank"><strong>retrocessione del River Plate</strong></a></span> dopo più di un secolo di storia leggendaria.</p><p>Felpa, tifoso accanito dei Millionarios, il mitico portiere Amedeo Carrizo come santino di riferimento, è invenzione letteraria di <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Jorge_Valdano" target="_blank">Jorge Valdano</a></span></strong>, il fuoriclasse filosofo, un tempo stella nel suo paese dei Newell’s Old Boys, Campione del Mondo nell’86 con Maradona, il dirigente illuminato sconfitto in carriera una volta sola, da Mourinho, nelle recenti faide madridiste. Penso a Felpa <em>“il gatto”</em>, il <em>“Carrizo del popolo”</em>, coi pantaloni corti imbottiti e trapuntati nei fianchi,  col berretto a quadri simile a quello del grande guardiano del River e sempre senza guanti perché, sosteneva, <em>“mi tolgono sensibilità”</em>. Una passione forte, divorante, non condivisa dal padre agricoltore, don Jesus Eladio, non solo perché con i suoi balzi gli spaventava le lepri ma soprattutto perché convinto che <em>“i portieri fossero mezzi imbecilli”</em>. Eppure capace di rimuovere il pregiudizio e di guardare le partite da dietro la porta, anche se, con le sue urla, <em>“dava più fastidio che incoraggiamento”</em>.</p><p>Penso a Felpa, a questo ragazzone di gusti semplici e popolari, con le mani a tenaglia, orgoglio della fabbrica, col padrone sempre pronto a dargli fiducia: <em>“Juan, domenica devi fare bella figura, eh?”</em>. Così rigoroso nelle sue certezze, così fiero nelle sue oneste consapevolezze: <em>“Quelli del paese giocano per la maglia, quelli di fuori giocano per i soldi”</em>. Ecco, penso a lui, a quelli come lui, <em>“a quegli argentini che, avendo poco, non sentono il bisogno di avere di più”</em>, e rifletto sul dolore che in queste ore ha fatto crollare il Monumental. Col River in B, gli ultrà a lordare la sofferenza, il club in odore di <strong>bancarotta</strong>. <em><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Triste,_solitario_y_final" target="_blank">Triste, solitario y final</a></span></em>. Ma qui c’è un’amarezza ancora più profonda. Succede, quando viene stracciata l’anima di chi vive il calcio come sacramento esistenziale. Come Juan Antonio Felpa, appunto.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/28/juan-antonio-felpa-e-le-lacrime-per-il-river-plate/128773/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>5</slash:comments> </item> <item><title>Platini, gli arabi e Galeano</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/26/platini-gli-arabi-e-galeano/126373/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/26/platini-gli-arabi-e-galeano/126373/#comments</comments> <pubDate>Sun, 26 Jun 2011 08:33:32 +0000</pubDate> <dc:creator>Giorgio Porrà</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Calcio]]></category> <category><![CDATA[Galeano]]></category> <category><![CDATA[Michel Platini]]></category> <category><![CDATA[Mondiale in Qatar]]></category> <category><![CDATA[uefa]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=126373</guid> <description><![CDATA[Michel Platini fabbricava giocate da illusionista. Oggi, da presidente Uefa, fa soprattutto l’illuso. Se non addirittura il colluso. E quasi sorprende per l’ostinata ingenuità delle sue tesi. Insiste nel sognare una dimensione proletaria e democratica per un movimento ormai da decenni totalmente stravolto dal business. E dalla brutale arroganza di chi ne fa quello che...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Michel Platini fabbricava giocate da illusionista. Oggi, da <strong>presidente Uefa</strong>, fa soprattutto l’illuso. Se non addirittura il colluso. E quasi sorprende per l’ostinata ingenuità delle sue tesi. Insiste nel sognare una dimensione proletaria e democratica per un movimento ormai da decenni totalmente <strong>stravolto dal business</strong>. E dalla brutale arroganza di chi ne fa quello che vuole. Fa tenerezza quando sostiene che “<em>l’identità di un club dovrebbe essere più radicata nel suo paese, dal presidente ai giocatori</em>”.</p><p>Duole constatarlo, ma questo Platini inutilmente donchisciottesco stride con quello divino del<strong> tempo che fu</strong>. Non esiste relazione tra il genialoide che pennellava e il governante che scarabocchia. Di questo passo le attuali croste scoloriranno la memoria degli allora capolavori. La verità è una sola, e lui la conosce bene. La verità è che il pallone rotola a rotta di collo verso il deserto. Quello vero, quello delle emozioni. E non c’è nulla e nessuno che possa impedirlo. <strong>Sono gli arabi i sovrani assoluti</strong>. Lo saranno ulteriormente nelle stagioni a venire. Di calcio non capiscono un tubo? Inezie. E poi siamo certi della superiore competenza dei paperoni europei?</p><p>Nel 2022 celebreranno il loro trionfo col <strong>Mondiale in Qatar</strong>. Ma per quella data avranno già fatto razzia comprando tutto il comprabile, club, giocatori, diritti televisivi. Il pioniere fu Mohamed Al Fayed, era il ’97 quando s’impossessò del <strong>Fulham</strong>. Oggi fanno notizia gli sfrontati investimenti del “parigino” Al Thani, quello che ha soffiato Leonardo a Moratti. Una sentenza più che una tendenza. Scolpita in allegria da Sepp Blatter, l’ineffabile orchestratore delle dinamiche più perverse.</p><p>Platini se ne faccia una ragione. E <strong>rilegga Galeano</strong> per afferrare il finale della storia. In “Splendori e miserie” l’uruguyano profeticamente annotava: “<em>Siete mai entrati in uno stadio vuoto? Fate la prova, entrate in uno stadio vuoto ed ascoltate. Non c’è niente di meno vuoto di uno stadio vuoto. Il Maracanà continua a piangere per la sconfitta brasiliana del Mondiale del ’50. Parla in catalano il cemento del Campo Nou e in euskera conversano le gradinate del San Mamès. Lo stadio del re Fahd, in Arabia Saudita, invece, ha palchi in marmo ed oro e tribune ricoperte di tappeti, ma non possiede una memoria. E non ha granché da dire</em>”. Ecco in quale lugubre direzione marciamo. <strong>Verso cattedrali mute</strong>. Verso un calcio che del ricordo dei ricami di Platini non saprà più che farsene.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/26/platini-gli-arabi-e-galeano/126373/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>18</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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