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	<title>Il Fatto Quotidiano &#187; Gianluca Arcopinto</title>
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		<title>Un&#8217;altra domanda al cinema italiano</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 09:21:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianluca Arcopinto</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Alberto Barbera ha reso noti i suoi consulenti alla selezione dei film da ospitare alla prossima <strong>Mostra del cinema di Venezia</strong>: Giulia d’Agnolo Vallan, Bruno Fornara, Mauro Gervasini, Oscar Iarussi, Emanuele Morreale, Marina Sanna. Ha inoltre stilato il regolamento, approvato dal Cda della Biennale, da cui si evince che i titoli in concorso saranno massimo venti, i film fuori concorso massimo undici, verrà conservata la sezione Orizzonti e abolito Controcampo Italiano.</p>
<p>I consulenti mi sembrano nomi di tutto rispetto, come d’altra parte lo erano quelli della gestione Müller. Malgrado questo, i foglietti quotidiani che acquistano in edicola i nostalgici non hanno pensato di fare meglio che sottolineare il fatto che<strong> Marina Sanna</strong> sarebbe la compagna di Barbera. Quasi fosse una colpa.</p>
<p>Sulla soppressione della sezione <strong>Controcampo Italiano</strong>, decisione a mio avviso saggia anche se meriterebbe un’analisi più attenta, Andrea Purgatori, uno dei portavoce dei Cento Autori, non ha perso occasione di proclamare: <em>“Chiuderla è una decisione pazzesca. Su questa faccenda non faremo una guerra di comunicati, siamo pronti ad andare molto oltre, di fronte a una decisione così improvvida, miope e così poco lungimirante&#8221;</em>.</p>
<p>Il produttore Nicola Giuliano in diretta  gli ha replicato: <em>&#8220;Prima di partire lancia in resta io proverei a parlarne. A Venezia negli ultimi anni c&#8217;è stato un numero enorme di film italiani e sappiamo che la creazione di Controcampo è stata una diabolica mossa di Müller per <strong>depotenziare Roma</strong>. Prima di contestare Barbera chiediamoci quanto poco spazio quei film italiani hanno avuto&#8221;</em>.</p>
<p>La mia domanda, che si aggiunge a quelle di qualche giorno fa, è questa: ma perché non lasciate lavorare in pace chi deve costruire in sei mesi una rassegna che sia rispettabile e poi esprimete i vostri giudizi ed eventualmente protestate?</p>
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		<title>Alcune domande al cinema italiano</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 09:46:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianluca Arcopinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Adesso che finalmente il cinema italiano si è ripreso la testa della classifica grazie a Benvenuti al nord, che tiene a doverosa distanza Immaturi. Il viaggio, ma che comunque insieme, i due, fanno a pezzi i cinepanettoni; adesso che finalmente è arrivato Acab, l’opera prima sorprendente, perché incassa pur non essendo una commedia e dividendo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Adesso che finalmente il <strong>cinema italiano</strong> si è ripreso la testa della classifica grazie a <em>Benvenuti al nord</em>, che tiene a doverosa distanza <em>Immaturi. Il viaggio</em>, ma che comunque insieme, i due, fanno a pezzi i cinepanettoni; adesso che finalmente è arrivato  <em><strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/23/acab-film-%E2%80%9Ctre-celerini-bastardi%E2%80%9D-nella-societa-dellodio-della-violenza/185942/" target="_blank">Acab</a></span></strong></em>, l’opera prima  sorprendente, perché incassa pur non essendo una commedia e dividendo gli spettatori, che abbandonano la sala delusi prima della fine del film o che rimangono fino ai titoli di coda gridando al grande film di caratura internazionale; adesso che purtroppo, non so per quale anno consecutivo, mi pare sette, il cinema italiano si ritrova, sorpreso, <strong>escluso dalla competizione dell’Oscar</strong> al miglior film straniero; adesso che il cinema italiano può dirsi onorato della presidenza della giuria di Cannes affidata al maestro Moretti; adesso, proprio adesso, in questa grigia mattina che promette pioggia, a me viene voglia di fare delle domande al cinema italiano.</p>
<p>Ma tu, che hai gridato compatto al capolavoro, il progetto di un film come <em><strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/The_Artist_(film)" target="_blank">The artist</a></span></strong></em>, in bianco e nero e muto, lo avresti mai preso in considerazione?  O non ne avresti forse sbeffeggiato gli autori?</p>
<p>Perché nessuno dei tuoi ha sottolineato quanto siano devastanti le ultime decisioni delle commissioni ministeriali che, tornando a <strong>elargizioni a pioggia</strong> con i pochi spiccioli rimasti, di fatto impedirà la realizzazione di gran parte dei film finanziati o li costringerà a farli sulla pelle di chi lavora, senza però creare tornaconto a nessuno, tanto meno a se stesso? E che senso ha avuto stanziare duecentomila euro per <em>Acab</em>, che si sapeva &#8211; soprattutto per l’abilità, questa indiscutibile, nel costruire l’operazione &#8211; ne avrebbe potuto fare tranquillamente a meno?</p>
<p>E non ti vergogni del balletto sulla direzione del <strong>Festival di Roma</strong> a cui ci stai facendo assistere? Quale credibilità, ammesso ne abbia mai avuta una, conserverà quel festival, chiunque lo vada a dirigere?</p>
<p>E sei così sicuro che per concorrere all’<strong>Oscar</strong> siano sufficienti un tema forte e cinque indimenticabili inquadrature? E di contro, ma sei così sicuro che tu ti debba confrontare con l’Oscar quale fosse veramente il riconoscimento a cui tendere in maniera assoluta?</p>
<p>E il maestro <strong>Moretti</strong>, non era quello da cui comunque tenere sempre un po’ le distanze?</p>
<p>E non ti senti un po’ responsabile del fatto che forse è vero che oggi in Italia non siamo più in grado di fare <em>The artist</em>, o <em>Miracolo a Le Havre</em>, o <em>Le nevi del Kilimangiaro</em>? Ma non è forse <strong>colpa tua</strong> che hai relegato i potenziali autori di film come questi a stare fermi per anni o a essere inseriti in un mercato ghetto per poco più di ventimila spettatori quando dice benissimo, sparando in primo piano registi strateghi della comunicazione, che costruiscono prima delle operazioni commerciali e poi, se avanza, forse anche dei film?</p>
<p>Nel calcio quest’anno in serie A hanno esonerato dodici allenatori e non credo proprio finisca qui: ma perché tu, tra i tuoi che gestiscono il potere, <strong>non mandi mai a casa chi sbaglia</strong> o chi è incapace? Perché i cambiamenti sono sempre e solo dettati dai giochi di partito?</p>
<p>Perché io oggi pomeriggio devo andare a fare lezione nella scuola per eccellenza, il <strong>Centro Sperimentale di Cinematografia</strong>, e trovare la metà degli allievi a digerire il pranzo bighellonando nei corridoi senza sapere cosa fare? Perché non hai mai voluto capire quanto sarebbe importante quel posto?</p>
<p>A questo punto tu sei legittimato a chiedermi: ma tu che vuoi?</p>
<p>Io voglio che i miei allievi del Centro Sperimentale di Cinematografia, con i loro compagni, con chi ci crede, con chi vuole ancora sognare, si rimbocchino le maniche e <strong>ricostruiscano  sulle tue macerie</strong>, nella piena consapevolezza di quello che hai combinato. E’ l’unica cosa che mi interessa, è l’unico motivo per cui continuo a combattere.</p>
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		<title>Oltre le beghette, e non solo al cinema</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Jan 2012 11:48:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianluca Arcopinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Se oggi fossi proprio costretto a parlare di cinema, come potrei non gridare forte il mio disprezzo per l’assurdo balletto sulla nomina del prossimo direttore del Festival di Roma e come potrei non ricordare gli sberleffi di qualche mese fa lanciati contro il Festival di Roma da chi si accinge oggi a dirigerlo? E come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se oggi fossi proprio costretto a parlare di cinema, come potrei  non gridare forte il mio disprezzo per <strong>l’assurdo balletto</strong> sulla nomina del prossimo direttore del Festival di Roma e come potrei non ricordare gli sberleffi di qualche mese fa lanciati contro il <strong>Festival di Roma</strong> da chi si accinge oggi a dirigerlo?</p>
<p>E come potrei non ricordare alla meglio gioventù del cinema italiano che oggi applaude la scelta di Alberto Barbera alla direzione della <strong>Mostra di Venezia </strong>che quando c’era da difenderlo, anni fa, lo rimosse in pochi giorni dalla propria memoria, stringendosi intorno al direttore anglosvizzero voluto da Urbani?</p>
<p>E come non prendere atto di quanto possano essere devastanti i <strong>nuovi finanziamenti statali alle opere prime </strong>elargite inutilmente a pioggia da una commissione nominata due giorni prima della caduta dell’ultimo Governo Berlusconi e chiamata ad esprimersi in poco più di un mese in maniera seria, per carità, su circa duecento progetti tra corto e lungometraggi?</p>
<p>Ma oggi, scusatemi, io non riesco a non pensare a quel <strong>signore pugliese </strong>di settantaquattro anni che percepiva settecento euro al mese di pensione e che alla richiesta di restituirne cinquanta al mese all’Inps ha preferito festeggiare l’anno nuovo buttandosi da una finestra, sufficientemente alta da farlo morire. No, oggi proprio <strong>non me ne frega niente del cinema italiano</strong>, delle sue beghette, dei milioni di euro in meno incassati dai film di natale e dei fichetti immaturi che da oggi, speriamo, ne risolleveranno le sorti.</p>
<p>Buon anno a chi ce la fa a rimanere vivo.</p>
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		<title>L&#8217;albero di Natale del cinema italiano</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 08:27:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianluca Arcopinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Qualche giorno fa ho fatto l’albero di Natale. Con i miei figli. Mentre lo facevo, tra me e me, senza coinvolgere l’entusiasmo autentico dei bambini, pensavo a come avrei composto un albero di natale del cinema italiano. Dunque: l’albero lo posizioniamo in questo angolo della stanza, che come tutti gli angoli di una stanza, mette [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Qualche giorno fa ho fatto<strong> l’albero di Natale</strong>. Con i miei figli.</p>
<p>Mentre lo facevo, tra me e me, senza coinvolgere l’entusiasmo autentico dei bambini, pensavo a come avrei composto un albero di natale del <strong>cinema italiano</strong>.</p>
<p>Dunque: l’albero lo posizioniamo in questo angolo della stanza, che come tutti gli angoli di una stanza, mette in risalto alcune <strong>palline </strong>e rende quasi superflue delle altre, che ci devono stare però, perché se qualcuno che si avvicini all’albero  dovesse scoprire che nelle zone nascoste, quelle addossate ai muri per intenderci, non ci sono palline né lucette né nastri, ebbene il nostro albero risulterebbe inevitabilmente spoglio. Perdendo di valore. E io invece lo voglio fare bello, il mio albero di Natale.</p>
<p>Nelle zone in ombra inizierei allora a mettere le palline più grandi, ma dai colori più scialbi: quelle dei potenti che non danno mai una risposta chiara; quelle di chi &#8220;scopriamo un altro <em><strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.mymovies.it/film/2011/scialla/" target="_blank">Scialla!</a></span></strong> </em>o un altro fabiovolo per il bene del cinema italiano&#8221;; quelle di chi il cinema italiano è il più forte in Europa grazie a sei film tutti più o meno uguali, tutti più o meno soggetti a sequel, che fanno il quaranta percento degli incassi annuali; quelle dei soloni imbiancati che non osano mai e pensano che per grazia divina si verificherà un ricambio di autori, di attori, di tecnici a cui attingere a piene mani; quelle di chi parla di cinema senza vedere i film; quelle di chi si sente re perché fa un sacco di soldi con i <strong>film idioti</strong>; quelle di chi &#8220;beppegaudino chi&#8221;?; quelle di chi &#8220;quanto è figo il festival di Roma&#8221;; quelle di chi tanto col digitale cambierà tutto; quelle di chi fa il commissario al ministero e deve analizzare centocinquanta sceneggiature in venti giorni e quelle di chi ci crede.</p>
<p><strong>Giosuè</strong>, il mio figlio di mezzo, ha in mano adesso le palline rosse e le palline blu, quelle che riteniamo più belle, quelle che abbiamo deciso di mettere nelle zone più in vista. Lui, che pensa simmetrico, ha deciso che metteremo in basso e in alto quelle blu, belle sì, ma meno delle tre rosse che metteremo al centro.</p>
<p>Partiamo da quelle blu: quella di Francesco Bruni, perché <em>Scialla!</em> è una bella commedia e non è colpa sua se tanti proveranno a  copiarla; quella di Domenico Procacci, perché solo lui in Italia ha il coraggio di concepire un film come <em><strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2011-07-24/domenico-procacci-diaz-avrei-205036.shtml?uuid=AaSb73qD" target="_blank">Diaz</a></span></strong></em>; quelle di Matteo Botrugno, Daniele Coluccini, Simone Isola, Daniele Gaglianone, Davide Manca, Salvatore Mereu, Pietro Marcello, Francesco Munzi, Michele Botrugno, Gianluca De Serio, Massimiliano De Serio, Gaetano Di Vaio, Michela Occhipinti, Leonardo Di Costanzo, Vito Martinelli, Luigi Fedele, Vincenzo Marra, molti dei quali sono solo nomi per l’altra parte dell’albero, distratta e raggomitolata su se stessa; quella di Matteo Garrone; quella di Paolo Sorrentino; quella del <strong>film partecipato</strong>.</p>
<p>Luca e Davide, gli altri due miei figli, hanno finito di posizionare le lucette. I nastri d’oro e d’argento, quest’anno abbiamo deciso di non metterli.</p>
<p>Mancano le tre palline rosse, le più belle.</p>
<p>Seguiamo la decisione di Giosuè e posizioniamole al centro del mio albero di natale del cinema italiano: quella di quelli che vogliono ancora sognare il sogno del cinema, malgrado le zone d’ombra; quella di <strong>Nanni Moretti</strong> che da distributore osa regalarci a natale <em><span style="text-decoration: underline;"><strong><a href="http://www.mymovies.it/film/2011/lesneigesdukilimandjaro/" target="_blank">Le nevi del Kilimangiaro</a></strong></span></em>, un grande film che inizia con il licenziamento di alcuni operai, e che continua parlando di dignità, di comunismo, d’amore, d’orgoglio più di quel che sei che di quel che hai, di amicizia, del porto di Marsiglia, di solidarietà, di Internazionale, proprio come siamo abituati a vedere nei film di natale degli altri distributori.</p>
<p>Da ultimo viene il puntale. Il mio puntale, in questo secondo anno senza di lui, ha il volto seriamente sorridente di <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Corso_Salani" target="_blank">Corso Salani</a></span></strong>, uno che pur avendo frequentato l’altra parte dell’albero, ha preferito rimanere da questa parte, libero di filmare, emozionare e sognare fino all’ultimo respiro.</p>
<p>E la terza pallina rossa? Quella si è rotta, quando Giosuè ha deciso di farci vedere come aveva segnato un gol dalla distanza nella partitella d’allenamento al campo di sassi e terra della Fortitudo: ha preso la sua palla di stoffa che non fa rumore, ha assunto la buffa postura del corpo quando calcia di piatto e paff!, ha rotto la pallina. Descriverla, a questo punto, sarebbe inutile.</p>
<p><strong>Buon Natale a tutti</strong>, a quelli che leggono quello che scrivo, a quelli che ho nominato, a quelli che non ho nominato. E ai miei figli, che non sanno che mi hanno aiutato a fare il mio personalissimo albero di Natale del cinema italiano: per Giosuè e Davide ai piedi di questo albero arriverà Babbo Natale.</p>
<p>Per me e Luca, non più.</p>
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		<title>Un ricordo di Lucio Magri</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Nov 2011 09:50:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianluca Arcopinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E’ una mattina di corse, di colazioni e di vestizioni come le altre, quella in cui uno dei miei figli, il più piccolo, quattro anni e mezzo, decide che oggi tocca a lui fare i capricci: uscirà con due scarpe diverse ai piedi, a sinistra una scarpa da ginnastica bianca, a destra uno scarponcino invernale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E’ una mattina di corse, di colazioni e di vestizioni come le altre, quella in cui uno dei miei figli, il più piccolo, quattro anni e mezzo, decide che oggi tocca a lui fare i capricci: uscirà con due scarpe diverse ai piedi, a sinistra una scarpa da ginnastica bianca, a destra uno scarponcino invernale blu. A nulla valgono gli strilli della mamma e le minacce del papà, che sarei io, che mi arrendo e lo porto via così, per evitare che gli altri due facciano tardi. Usciamo. Andiamo con due scarpe diverse ai piedi a fare i cinquecento passi che ci separano dalla scuola, sperando di incontrare il minor numero possibile di persone che ci guarderebbero chiedendosi perché, scuotendo la testa dinanzi alla debolezza di un padre .</p>
<p>E’ una mattina come questa quella in cui, accompagnati i miei figli a scuola, prima di prendere la Metro che mi porterà a fare la prima lezione del nuovo corso del Centro Sperimentale di Cinematografia, vado all’edicola e scopro che Lucio Magri è morto, <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/29/suicidio-assistito-svizzera-morto-fondatore-manifesto-lucio-magri/173896/" target="_blank">per sua libera scelta</a></span>, in Svizzera. Non è una notizia che può passare senza lasciare un segno: <strong>sono diventato comunista a diciotto anni grazie a Lucio Magri</strong>, che non vedo da trent’anni ma che mi è rimasto orgogliosamente dentro sempre. Quando lo incontrai fisicamente per la prima volta  avevo venti anni. Era stato invitato dal mio professore <strong>Alberto Asor Rosa </strong>a un incontro nell’aula magna di Lettere all’università di Roma.  Era una mattina turbolenta, si minacciava un’occupazione. Mi avvicinai al mio professore e gli chiesi se aveva senso entrare in aula. Asor Rosa sorrise, mi mise una mano sulla spalla e mi disse: “Ha sempre senso ascoltare Asor Rosa. E anche Lucio Magri”. Quella mattina Lucio Magri ci parlò della <strong>potenza di essere giovani </strong>e della necessità di essere trasgressivi per inseguire l’uguaglianza, la libertà, la felicità.</p>
<p>E’ una mattina come questa quella in cui vorrei avere la lucidità e l’incantevole carisma di Lucio Magri di quella mattina di tanti anni fa all’università, nel mio primo approccio con i nuovi allievi del Centro Sperimentale di Cinematografia. Invece faccio una ordinaria prima lezione, come sempre tendenziosa, in cui parlo sì di libertà e di felicità, anche di trasgressione, ma il tutto questa mattina, ricordando Lucio Magri, mi sembra in maniera rozza e approssimativa.</p>
<p>E’ una mattina come questa quella in cui vorrei non essere costretto a farla questa lezione, ma preferirei sdraiarmi su un prato a guardare il cielo e a pensare a Lucio Magri. E invece la faccio e finita la lezione mi rimetto in Metro e vado a incontrare persone che si ostinano a voler fare dei film e vado a programmare guerriglie distributive e vado a vedere uno dei miei figli giocare a pallone.</p>
<p>Poi a fine giornata tolgo le scarpe, una bianca e una blu, a Davide, mio figlio, quello più piccolo.</p>
<p>Domani ci mettiamo due scarpe blu. Uguali.</p>
<p>“E io non vado a scuola… e  non ti sono più amore!”</p>
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		<title>Non proprio tutto è una schifezza</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Nov 2011 10:03:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianluca Arcopinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La mattina dopo la sera in cui è caduto Berlusconi, in cui la gente ha fatto festa e io sono andato a vedere I soliti idioti, insomma quella sera che ho raccontato qui qualche giorno fa, in cui mio figlio più piccolo mi aveva incitato alla battaglia, finalmente ho combattuto e perso, con tanta grinta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La mattina dopo la sera in cui è caduto Berlusconi, in cui la gente ha fatto festa e io sono andato a vedere <em>I soliti idioti</em>, insomma quella sera che <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/15/soliti-idioti/170835/" target="_blank">ho raccontato qui</a></span> qualche giorno fa, in cui mio figlio più piccolo mi aveva incitato alla <strong>battaglia</strong>, finalmente ho combattuto e perso, con tanta grinta e divertimento, forse per sfogare quel senso di smarrimento e disadattamento che mi portavo dentro. E poi abbiamo giocato anche a pallone, sudando e sporcandoci tutti, sotto un sole intenso, sbagliato ed esagerato,  per essere novembre.</p>
<p>Poi il pranzo, quello domenicale, che per molti come me è diventato un pranzo come gli altri, più o meno arrangiato. Oggi niente calcio, per colpa degli spareggi per gli Europei. Domenica complicata e noiosa da gestire, come tutte quelle senza campionato,  se non ci fosse da andare a vedere lo spettacolo di <strong>Pippo Delbono</strong> all’Argentina,<strong> <em>Dopo la battaglia</em></strong>. Questo titolo, in questa giornata,  sembra  uno scherzo.</p>
<p>La platea dell’Argentina è quella di sempre: tante coppie di tutte le età, tutte rigidamente borghesi. Tante signore, tutte vestite bene. Il teatro è pieno in ogni ordine di posto. Sui palchetti in alto ci sono quelli del <strong>Valle Occupato</strong> che stasera hanno invitato Pippo a casa loro e sono stati ricambiati nell’ospitalità. Mi piace molto Pippo Delbono, che anni fa ha fatto anche un film bellissimo che mi sarebbe piaciuto produrre: <em>Guerra</em>.  A teatro è un incanto.</p>
<p>Parte lo spettacolo e iniziano a volare <strong>schiaffi agli spettatori </strong>che vengono aggrediti da immagini e parole sconvolgenti, che raccontano di solitudine, di manicomi, di segregazioni coatte, di tagli al Fus, della mamma di Pippo che preferirebbe che Pippo facesse ridere. Gli occhi gridano. Il violino accompagna il viaggio disilluso. Le membra danzano. Sì, si danza, sul palco e in platea. Pippo fa roteare le signore prese a caso, che si prestano tutte stupite e inorgoglite.  Gianluca, anche qui c’è un Gianluca, immenso questo, sorride e si muove con grazia. Piccoli fiori danzano come parole nella mente di un uomo che non parla, Bobò.</p>
<p>E si pensa, Gianluca dai c&#8230;!, <strong>qui finalmente si pensa </strong>e ti viene la voglia forte di urlare che il mondo che abbiamo costruito non ci piace, che non ci piace l’imbarazzo della gente che assiste a uno spettacolo così grande  e non sa far altro che dire <em>“Sconvolgente! Ma è un genio!”</em> per tornare, usciti di qua, alla propria vita di privilegi e compromessi in una città che gronda schifezza, in un paese che gronda schifezza, in un mondo che gronda schifezza.</p>
<p>Prima di uscire dal teatro, guardo il sudore di Pippo, guardo lo sguardo di Gianluca, guardo la voce che non c’è di Bobò, guardo il violino muto, guardo il palco di quelli del Valle: no, <strong>non  proprio tutto è una schifezza</strong>.</p>
<p><em>“E un giorno torneremo ad esser uomini”</em></p>
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		<title>I soliti idioti</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Nov 2011 10:53:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianluca Arcopinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ebbene sì, l’ho fatto anch’io: la sera in cui a Roma si festeggiava la sconfitta di Berlusconi al cospetto dei Mercati, sia chiaro, non di altro o altri, io sono andato a vedere I soliti idioti. Volevo farmi due risate, in un momento in cui non c’è niente da ridere, tale e tanta è la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ebbene sì, l’ho fatto anch’io: la sera in cui a Roma si festeggiava la sconfitta di <strong>Berlusconi </strong>al cospetto dei Mercati, sia chiaro, non di altro o altri, io sono andato a vedere <em>I soliti idioti</em>. Volevo farmi due <strong>risate</strong>, in un momento in cui non c’è niente da ridere, tale e tanta è la disfatta del nostro Paese e tanto doloroso sarà il nostro domani. Ma dicono che è proprio in questi momenti che il cinema comico, ancor più se irriverente, tiri di più. Io non ci sono andato solo per distrarmi, ma perché mi sembra giusto, per uno che fa il mio lavoro, andare a vedere tutti i film italiani, senza preclusioni e senza preconcetti.</p>
<p>Devo dire però, a proposito di preconcetti,  di essere entrato al cinema temendo di vedere un film ancora peggiore di quello che ho visto: due risate me le sono fatte, anche se non ho capito proprio perché la coppia di omosessuali facesse ridere così tanto la ragazza accanto a me, quella bionda tinta che masticava la gomma a bocca aperta. A me la coppia di omosessuali mi ha indignato, la sceneggiatura non esiste, il <strong>film</strong> è veramente sciatto, il “continua” sparato prima dei titoli di coda non lascia dubbi: ci sarà un ennesimo seguito all’idiozia. Ma i due attori, gli idioti,  sono bravi e qualche momento del viaggio con papà non ti fa ridere solo se hai deciso che non devi ridere.</p>
<p>Me ne sono tornato a casa a piedi, triste e solitario, infastidito dai suoni delle macchine in festa. A casa sono entrato nella stanza dei miei figli, che dormivano, tutti e tre in un letto diverso dal proprio, cosa che, chissà perché fanno ogni tanto. Li ho guardati sapendo che tra qualche anno anche loro perderanno la testa per un nuovo idiota pescato chissà dove trascinandolo d’autorità al cinema, sempre  che esisterà ancora il cinema,  pensando anche che alla fine è giusto così. Ogni epoca ha il suo <strong>idiota</strong> e non è assolutamente detto che gli idioti dei tempi miei, fossero Franco e Ciccio o Totò e Peppino, fossero meglio di questi. Poi sono andato sul terrazzino. Mi sono seduto sulla sdraio e ho respirato forte l’aria amara della mia città. Dopo un po’ è arrivato Davide, il più piccolo dei miei figli, che si sveglia sempre di notte. “Papà, facciamo la battaglia?” “E’ notte, e di notte non si fanno le battaglie”. Davide mi ha guardato con lo sguardo assonnato e  vitreo dei suoi occhi azzurri che tanto mi mettono a disagio. “E allora vieni a dormire. Dai, cazzo!”</p>
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		<title>Il Cinema italiano che uccide se stesso</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Oct 2011 13:37:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianluca Arcopinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A Roma diluvia. Lo sai che faccio? Vado a correre. Ma come, corri sotto quest’acqua? Sì, corro sotto quest’acqua. Cento metri e sono fradicio. Ma vado avanti. Oggi esce in una decina di sale sparse in Italia Cavalli, esordio di Michele Rho, “giovane” trentacinquenne milanese, un film che ho prodotto recentemente con i soldi del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A Roma diluvia.<br />
Lo sai che faccio? Vado a correre.<br />
Ma come, corri sotto quest’acqua?<br />
Sì, corro sotto quest’acqua.<br />
Cento metri e sono fradicio. <strong>Ma vado avanti</strong>.</p>
<p>Oggi esce in una decina di sale sparse in Italia <em>Cavalli</em>, esordio di <strong>Michele Rho</strong>, “giovane” trentacinquenne milanese, un film che ho prodotto recentemente con i soldi del Ministero, di Raicinema, del Tax credit, della Regione Toscana: un film di Sistema. In Italia il film lo distribuisce la Lucky Red, all’estero i tedeschi di Bavaria: un film vero.</p>
<p>Quindi tutto bene, no?</p>
<p>Tutto bene. Il film in Italia incasserà cinquantamila euro scarsi e tra tre settimane sarà sparito dalle sale. Qualcuno penserà che è giusto così. Basta Arcopinto che ci propina film pallosi! Questo qualcuno il film non lo vedrà mai, ma questo non gli impedirà di giudicare senza appello.</p>
<p>E fin qui va tutto bene, fa parte del gioco.  Un po’ meno bene va se a giudicare senza vedere è un signor critico, uno di quelli che stimo di più, <strong>Alberto Crespi</strong>, simpatico interista che scrive sull’<em>Unità</em>, giornale che compro tutti i giorni proprio perché ci scrive lui e  perché rimane pur sempre il quotidiano fondato da Antonio Gramsci. Ebbene Alberto Crespi, in occasione dell’ultimo festival di Venezia, in uno di quegli articoli di commento  consuntivo, che tanto amano i critici che così possono parlare di dieci film in otto righe, perché tanto di più i giornali non gliene passano più, stroncava <em>Cavalli </em>e tutti gli altri film presenti a <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.labiennale.org/it/cinema/mostra/film/sel-uff/controcampo-italiano/" target="_blank">Controcampo italiano</a></span>, tranne l’ottima commedia <em>Scialla!</em>,  come “indegno di partecipare a un qualsiasi festival”. Legittimo. Peccato che Alberto Crespi almeno <em>Cavalli</em> allora <strong>non lo aveva visto</strong>. E allora perché? Forse perché una delle attività preferite di chi il cinema lo fa, lo commenta o lo vede, o meglio non lo vede, in Italia è quella di sparare a zero contro il cinema italiano. Io sotto la pioggia incessante continuo invece a credere che miracolosamente in un paese ridotto ai minimi termini come il nostro, malgrado la merda che ci sommerge al punto di spingere il nostro premier a augurarsi di andarsene da qui e a molti di noi di chiederci perché non lo faccia, una decina di film dignitosi ogni anno vengono realizzati, in media proporzionale con la stragrande maggioranza dei paesi che fanno cinema in maniera sistematica.</p>
<p>Non cambia una virgola di quello che ho scritto il fatto che su <em>l’Unità</em> di oggi Alberto Crespi, che nel frattempo il film lo ha visto, recensisca il film, nel box di sette righe concessogli dal giornale. Sì vabbé, ma tanto la critica non conta niente! Non è vero. La critica, anche quella di questi ultimi anni, che nulla ha a che vedere con quella dei decenni scorsi e che è comunque figlia e specchio del nostro tempo di merda, pur senza forse aggiungere o togliere uno spettatore che sia uno, ci può esaltare, ci può confortare, ci può consolare, ci può ferire, ci può aiutare a capire di avere sbagliato. Una recensione molto articolata e fondamentalmente negativa di <strong>Gianni Canova</strong> relativa a un altro mio film presentato anch’esso a Venezia, <em>Ruggine</em>, ha stimolato in me domande e dubbi su eventuali errori commessi nella genesi del film, senza le quali per me il film risultava un quasi capolavoro. E le domande e i dubbi fanno crescere. Mentre una critica basata su una non visione come quella di Crespi da Venezia mi <strong>ferisce e basta</strong>.</p>
<p>Il bello di correre sotto il diluvio è che puoi mettere i piedi nelle pozzanghere, tanto non fa nessuna differenza. E il sudore si confonde con la pioggia. E il corpo diventa più pesante ma sembra miracolosamente più agile. E l’acqua ti appanna gli occhi e ti confonde momentaneamente la realtà. La mente, quella continua a lavorare nello stesso identico modo in cui funziona quando si corre con il sole. Non si appanna lei, se non con la fatica.</p>
<p><em>Cavalli</em> avrà la vita che ho detto, non tanto per la critica e i giornali, ma perché questo è il suo destino segnato, come quello di tanti altri film. A meno che non accada<strong> un miracolo</strong>.</p>
<p>Il film non è una commedia ed è italiano. Quindi esce in dieci copie, perché gli esercenti, ancora una volta senza vederlo,  non “sentono” il film e il distributore adotta una politica prudente che forse poteva funzionare quindici anni fa: oggi, se va bene, dieci copie nel fine settimana incassano venticinquemila euro, il che non consente nessun tipo di allargamento. Uscire in dieci copie significa inoltre costringere tutti i potenziali spettatori spontanei, quelli cioè che andrebbero a vedere il film comunque, a recarsi al cinema tra venerdì e domenica, perché se l’incasso dovesse essere inferiore a quello considerato buono, il film potrebbe non essere in sala la settimana prossima. Ma anche gli spettatori spontanei a volte tradiscono: c’è da recuperare Sorrentino, o forse è meglio <em>Bar Sport</em>, o è meglio fare altro, magari una partita, magari mangiare fuori. Dicono sì, ma ci vorrebbe più coraggio. Ma coraggio di che? Gli esercenti, o meglio la conformazione delle nuove sale che hanno spazzato via le vecchie, hanno selezionato un pubblico che non vede un film italiano <strong>che non sia una commedia</strong>.  Lascia stare che siamo arrivati a questo perché a un certo punto tutti hanno deciso che il cinema italiano che non sia una commedia non funziona. A cominciare dai produttori veri, cioè le due televisioni, passando per i distributori, proseguendo per gli esercenti, che prima di chiudere non hanno trovato di meglio che farsi pagare le giornate di programmazione di cinema di qualità dallo Stato o ancora peggio dai produttori attraverso i distributori, infischiandosene dei risultati, finendo con gli spettatori che hanno anch’essi la loro buona dose di responsabilità.  Ma qualcuno lo vuole decidere una volta per tutte se è giusto o no che esista un cinema da assistere perché bene comune? E se la risposta dovesse essere sì, si vuole ragionare una volta per tutte<strong> in maniera diversa</strong> rispetto alla distribuzione di questi film e agli spazi che li ospiteranno?</p>
<p>Piove sempre di più. Comincia a fare freddo. Mi scaldo all’idea che forse stavolta accada il miracolo, che tutti gli spettatori spontanei andranno compatti al cinema, che tutti parleranno bene del film tanto da spingere altri ad andare al cinema, che sconvolgendo le regole contemporanee la prossima settimana le copie saranno venti, anche perché intanto tutti i giornali hanno dato spazio e risalto al film e i critici ne hanno parlato bene. Ecco, forse la stanchezza ha cominciato a dare i suoi effetti. <strong>Mi si sta appannando la mente</strong>. Mi sto allontanando dalla realtà, dalla morte di un cinema ucciso da chi doveva proteggerlo.</p>
<p>Eppure io continuo a correre, sotto questa pioggia. Forse appannato, ma per nulla incazzato con il mondo. Anzi, felice di farne parte e fiero di stare dalla parte giusta. Con estrema presunzione. E gioiosamente con i piedi  nelle pozzanghere.</p>
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		<title>Il derby di Roma</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Oct 2011 08:17:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianluca Arcopinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Io amo il calcio. Non mi vergogno ad ammetterlo. Anzi, per certi versi ne vado fiero. Mi piace giocare, mi piace vedere le partite, soprattutto mi piace vedere i bambini che imparano a giocare e che anche se non diventano bravi giocano lo stesso, un po’ come ho fatto io. Sono tifoso della Roma, con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Io amo il calcio. Non mi vergogno ad ammetterlo. Anzi, per certi versi ne vado fiero. Mi piace giocare, mi piace vedere le partite, soprattutto mi piace vedere i bambini che imparano a giocare e che anche se non diventano bravi <strong>giocano lo stesso</strong>, un po’ come ho fatto io.</p>
<p><strong>Sono tifoso della Roma</strong>, con la sventura, direbbero molti, di avere un figlio, quello più grande, nove anni, che tifa <strong>Lazio</strong>. Anche per questo vorrei che non arrivasse mai il derby. E invece, puntuale, almeno due volte all’anno arriva. E io mi continuo a ripetere che in fondo il derby è una partita come le altre. Più lo ripeto e più girando per la città mi si riconferma al contrario l’idea che il derby di Roma non è una partita come le altre: <strong>è una cosa a sé</strong>. Quest’anno poi il folle calendario a cui sono sottoposti tutti quelli che gravitano intorno al calcio, dai giocatori ai tifosi, ci ha messo di mezzo pure la Nazionale, allungando a quattordici giorni l’attesa. I giornali, le radio, le donne e gli uomini romani non fanno che parlare di derby ormai da dodici giorni e così sarà per i prossimi due fino alla partita e per i prossimi venti a risultato acquisito. Insomma, un mese d’attenzione se ne va così. Intanto le altre squadre vincono, perdono o pareggiano quel tanto che basta ad allontanare sempre di più dalla testa della classifica sia la Roma che la Lazio. Ma non importa, tanto <strong>ci sarà sempre il derby di ritorno</strong>.</p>
<p>Patetiche e pericolose le dichiarazioni dei protagonisti, da <strong>Di Benedetto</strong>, che non capisce niente di calcio, a <strong>Reja</strong>, a cui i tifosi laziali dovrebbero fare un monumento e che invece rischia di essere licenziato se perde un altro derby ancora; da<strong> Rocchi</strong>, che manco giocherà anche se poi se gioca segna, a <strong>Pjanic</strong>, che manco sa parlare italiano e che ne può capire lui di Roma. Più si avvicina il derby e più vorrei essere appassionato di cricket, non di calcio. Perché non mi è mai piaciuta l’idea che vincere il derby di Roma significa più che l’abbiano perso loro che non l’abbiamo vinto noi.</p>
<p>Ogni volta che c’è il derby mi riprometto di non vederlo. Vado a correre, vado al cinema, vado a giocare a pallone con mio figlio più piccolo che non capisce niente di calcio e che comunque <strong>tifa Milan vai a capire perché</strong>. Questo è quello che dico. Poi invece sono lì allo stadio o davanti alla televisione, sperando che finisca zero a zero, il più squallido dei risultati per un derby di Roma, quello che azzittisce e scontenta tutti. E invece quando poi segna la Roma è l’unica partita in cui esulto e mi lascio andare, perché il derby di Roma non è una partita come le altre.</p>
<p>Che uomo ridicolo!</p>
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		<title>Piccole cose di valore non quantificabile</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Oct 2011 07:35:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianluca Arcopinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Antonio, dodici anni a novembre, bambino che abita nella periferia vera a mille passi dal centro di una piccola bellissima città d’Italia, prende per mano Claudia, ventiquattro anni anche lei a novembre, e le fa domande a raffica, affascinato dalle riprese del film che stiamo girando nel cortile di casa sua, proprio come Claudia ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Antonio, dodici anni a novembre, bambino che abita nella periferia vera a mille passi dal centro di una piccola bellissima città d’Italia, prende per mano Claudia, ventiquattro anni anche lei a novembre, e le fa domande a raffica, <strong>affascinato dalle riprese del film</strong> che stiamo girando nel cortile di casa sua, proprio come Claudia ha fatto a me i primi tempi in cui era allieva del Centro Sperimentale di Cinematografia. Gli brillano gli occhi scuri, ad Antonio, proprio come a Claudia qualche mese fa: vuole sapere tutto quello che succede e che succederà, fino a quando il film verrà proiettato in una sala troppo lontano dalla sua periferia.</p>
<p>Antonio ha tratti nobili: sembra ospite, in questo cortile dove gli altri bambini sono tutti belli come lui, ma tutti con i segni delle carenze cucite addosso.</p>
<p>Ad Antonio piace il Cinema, <strong>che lo fa sognare</strong>, dice lui, ma non è mai andato al cinema. Vede i pezzi dei film su youtube. Di più non può.</p>
<p>Claudia mi presenta Antonio, che sa chi sono, perché su youtube ha visto un cortometraggio che produssi tanti anni fa, <em><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.youtube.com/watch?v=tOMHEAmirIY" target="_blank">Piccole cose di valore non quantificabile</a></span></em>, opera seconda di quei Luca Miniero e Paolo Genovese che l’anno scorso hanno fatto sfracelli al botteghino. A me non fa domande sul Cinema, né sul film che stiamo girando a casa sua. A me, che sono un produttore, mi fa domande sui soldi. <strong>E’ soprattutto incuriosito dai miei soldi</strong>. Vuole sapere che macchina posseggo. Io ho in tasca una tavoletta di cioccolata, che mi ha regalato Claudia per aiutarmi ad affrontare una lunga notte di riprese. La tiro fuori e ne do un pezzo ad Antonio. La mangiamo di gusto, insieme, mentre spiego ad Antonio che io posseggo solo una vespa, neanche orginale, ma di quelle indiane, che in questi giorni non sta neanche dritta sul cavalletto che si è rotto. Ridiamo insieme della mia vespa non Vespa. Un altro pezzetto di cioccolata? Ma sì, alla cioccolata non si dice mai no, piccola cosa che fa bene all’anima, penso io.</p>
<p>E’ con il piacevole sapore della cioccolata in corpo, mentre mi guardo intorno e vedo la periferia vera a mille passi dal centro di una piccola bellissima città d’Italia e mentre Antonio mi parla con entusiasmo della sua scuola, del suo cortile, della sua squadra di calcio, che tutto mi inizia a ribollire dentro e allora penso forte la mia rabbia, perché in questo nostro paese i bambini, tutti i bambini, <strong>non hanno diritto più ai loro sogni</strong>, a tutti quelli che possono avere dei bambini, come Antonio che sogna di fare il cinema che fa sognare, perché i sogni glieli abbiamo rubati, un po’ come alla protagonista del cortometraggio di Miniero e Genovese. E allora ancora una volta mi dico che vale la pena continuare a vivere solo se ognuno di noi, che ci riteniamo stare dalla parte sana e giusta in un conflitto politico ma soprattutto sociale drammatico, ci impegniamo fermamente ogni giorno a costruire un futuro di sogni<strong> per i bambini</strong>, perché sognare fa bene, rende le persone serene e solo con la serenità in corpo si vive bene. E sarà pure un concetto vecchio perché comunista, ma stare meglio, stare bene, deve essere l’obiettivo primo dell’umanità. E allora, Antonio, mi auguro che il tuo nuovo sindaco, che ha solo qualche anno più di Claudia, inizi a fare qualcosa di concreto per il tuo cortile, perché in un cortile con più cassonetti, con più giochi, con più lampioni cha facciano luce, tutte piccole cose, si vive meglio e si può almeno pensare di poter iniziare a sognare <strong>qualcosa di diverso di un sei al superenalotto </strong>che ti possa far fuggire via di qui. Io da parte mia, Antonio, ti prometto che questo film che stiamo girando a casa tua lo vedrai proiettato intero su un grande schermo, insieme a tutti gli altri bambini del cortile che lo vorranno vedere.</p>
<p>Piccole cose, solo piccole cose, ma di valore non quantificabile.</p>
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		<title>Il cinema in Mostra che va alla deriva</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Sep 2011 15:39:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianluca Arcopinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Daniele Gaglianone, il regista di Ruggine, primo dei tre film con cui quest’anno sono alla Mostra di Venezia, mi si avvicina nel mezzo del pranzo in suo onore e, riferendosi agli invitati, mi sussurra: “Questi qui non lo sanno di essere su una nave alla deriva”. Io, da parte mia, mi trovo sempre a disagio in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Daniele Gaglianone</strong>, il regista di <em>Ruggine</em>, primo dei tre film con cui quest’anno sono alla Mostra di Venezia, mi si avvicina nel mezzo del pranzo in suo onore e, riferendosi agli invitati, mi sussurra: “Questi qui non lo sanno di essere su una nave alla deriva”.</p>
<p>Io, da parte mia,<strong> mi trovo sempre a disagio in queste situazioni</strong>, anche perché ti mettono a sedere nei tavoli rotondi e per me che non sento dall’orecchio sinistro è una tortura, perché la mia apparente scontrosità aumenta non riuscendo a capire quello che viene detto dal lato sinistro del tavolo, non partecipando alla conversazione, talvolta non rispondendo alle domande. Sudo e mi annoio. Preferirei andare a vedere un film, ma sembra che se sei produttore di un film che si sta festeggiando, non si possa fare. Ci sono tantissime persone che vengono alla Mostra e non vedono neanche un film. Perché lavorano, si giustificano. Ma tutte le sere sono ad una festa. Come se per un cineasta partecipare a una festa fosse più importante di vedere un film. Che lo sia, in un cinema alla deriva?</p>
<p>Mi sale dentro la voglia di andarmene. Dal pranzo, dalla Mostra, da Venezia. Ma per ora non  posso. Al mio tavolo c’è una delle migliori giornaliste italiane di cinema. Mi piace molto, la trovo molto simpatica, forse anche perché da anni, quando ci si incontra, gioca sui miei silenzi, sulla mia passione per il calcio, sul mio rigore eccessivo nelle scelte dei film da produrre. Lei, domani, recensendo un film italiano in dieci righe, sullo stesso giornale che per stroncare il film di Madonna ha speso due pagine intere, scriverà : &#8220;ha tutti gli elementi per imporsi come la ‘rivelazione’ della Mostra, la commedia di cui il pubblico ha bisogno&#8221;. Perché in un cinema alla deriva deve essere chiaro a tutti che il pubblico ha bisogno di commedia e basta. O magari di una Madonna, anche se il film è brutto.</p>
<p>C’è il mio amico <strong>Domenico Procacci</strong>, con cui ho prodotto questo film di Gaglianone, ma soprattutto ho diviso anni belli ormai andati, anni in cui i film da fare si sceglievano leggendo le sceneggiature e a volte si diceva no a combinazioni produttive perfette solo perché non si era convinti dei “contenuti”.</p>
<p>C’è Daniele Gaglianone, che ogni tanto mi guarda con la complicità figlia di tanti anni di progetti condivisi. L’ultimo, appunto <em>Ruggine</em>, per la prima volta è un film di Sistema: Ministero, Raicinema, Fandango, buona distribuzione da cinquantuno copie all’uscita, ottimo cast. Il tutto senza un solo compromesso e con il solito rigore forse addirittura estremo. Ma perché <em>Pietro</em> e <em>I nostri anni</em> a me sembrano più forti?</p>
<p>E poi altre persone che non conosco e che continuerò a non conoscere anche a serata conclusa.</p>
<p>Al tavolo affianco ci sono gli attori. Uno gioca, l’altro sorride e fa il papà anche se la sera prima ha fatto i capricci, l’altra riesce con abilità a rendere inavvicinabile la sua splendida bellezza riuscendo a non guardare nessuno. Dopo ventisette anni di questo lavoro, ancora penso che il modo migliore di avere a che fare con gli attori è <strong>guardarli sullo schermo</strong>. E questi in questo film sono veramente bravi. Soprattutto lei.</p>
<p>A un altro tavolo ancora c’è la madre dei miei figli. Sempre bella. Lei, che è qui perché ha lavorato nel film, a differenza mia ci si trova bene in questa serata da orchestra che continua a suonare mentre la nave piano piano affonda.</p>
<p>E’ notte quando mi avvio, da solo, verso l’albergo. Fa caldo. Incontro i compagni del <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.teatrovalleoccupato.it/" target="_blank">Valle occupato</a></span> appena arrivati. Li abbraccio e li bacio con piacere. Loro sono un’altra storia, bella, che racconterò nei prossimi giorni.</p>
<p>Quasi quasi mi bevo una coca cola. E’ mentre sorseggio la bevanda che prediligo che decido che fino alla proiezione del mio prossimo film, che sarà <em>Cavalli,</em><em> </em>qui non ci resto. Sì, torno a casa, anche solo per due giorni.</p>
<p>Torno a giocare a pallone con i miei figli. E’ meglio.</p>
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		<title>Teatro Valle: com&#8217;è triste la prudenza!</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Aug 2011 09:38:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianluca Arcopinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quello che mi colpisce, quando per partecipare ad un’assemblea pubblica sul cinema entro nel Teatro Valle occupato ormai da quarantasei giorni, sono i volti sfatti, stanchi e pallidi delle uniche due persone che conosco tra quelle che dall’inizio dell’occupazione vivono lì dentro. E poi l’odore acre di sudore e di corpi non lavati. Inizia l’assemblea [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quello  che mi colpisce, quando per partecipare ad un’assemblea pubblica sul cinema entro nel<strong> Teatro Valle</strong> occupato ormai da quarantasei giorni, sono i volti sfatti, stanchi e pallidi  delle uniche due persone che conosco tra quelle che dall’inizio  dell’occupazione vivono lì dentro. E poi l’odore acre di sudore e di corpi non lavati.  Inizia l’assemblea e quell’odore mi comincia ad entrare dentro e ne perdo rapidissimamente la percezione. Alzo gli occhi verso i palchetti in alto  e leggo lo striscione con su scritto : <strong>Com’è triste la prudenza!</strong></p>
<p>Siamo  stati invitati, io e il mio “collega” <strong>Mario Gianani</strong> &#8211; che ammiro da quando ha prodotto il film <em>Private</em>, uno di quei film  che valgono da soli una carriera -  a ragionare un po’ sui <strong>meccanismi produttivi e distributivi del nostro cinema</strong>, sottoponendoci  ad una raffica di domande e di riflessioni da parte di persone che lavorano nel  cinema e nel teatro, ma anche da parte di alcuni spettatori che hanno voluto  impiegare così tre ore del loro tempo di un pomeriggio d’agosto in fondo neanche  troppo caldo. Diciamo tutti tante cose, molte banali, altre un po’ meno banali.  Ma quello che conta per me è che stando lì dentro quell’odore che prima  appariva sgradevole diventa via via un profumo, di quelli che non vorresti mai  più strapparti di dosso.</p>
<p>C’è  lì dentro il <strong>profumo di chi</strong>, in un paese come il nostro dedito all’indifferenza e alla prudenza,  ci  vuole provare, di chi <strong>non si arrende</strong>, di chi vuole sognare con i piedi per terra, di chi dopo aver  sognato vuole costruire una solida strada nuova, dove veramente la cultura,  l’arte, il teatro, il cinema tornino ad essere un bene comune su cui appoggiare  meglio le esistenze. Io lì dentro porto la mia faccia scura e apparentemente  triste, enumero una serie di fatti che dovrebbero scoraggiare ma in realtà   sono lì a gridare in maniera diversa le stesse cose di chi mi ospita, perché non arrendersi all’idea che il  cinema sia uno solo, quello che vince al botteghino, non fermarsi davanti ai tanti no e alle tante non risposte (che  sono peggiori dei no) di chi gestisce il <strong>potere cinematografico</strong> in questo  paese, continuare a pensare che le nuove generazioni di artisti e tecnici  abbiano il diritto di  futuro, di ostinarsi a fare film dentro e fuori il sistema, è un modo forse poco ragionato, ma  l’unico che conosca, di sfidare la prudenza, la tristezza della prudenza.</p>
<p>Torno  a casa in Vespa, ma per fortuna neanche l’aria malata di Roma riesce a portare via dai miei vestiti e  dal mio corpo il profumo del Valle Occupato.</p>
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		<title>Se il lusso è un diritto</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jul 2011 09:50:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianluca Arcopinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ci vuole un coraggio che oggi non ho a parlare di cinema, quando nel pieno della preparazione di un film, cercando la location giusta in una città italiana importante, una di quelle per intenderci in cui hanno giocato le partite dell’ultimo mondiale di calcio che si è svolto nel nostro paese, (mi viene in mente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci vuole un coraggio che  oggi non ho a parlare di <b>cinema</b>, quando nel pieno della  <b>preparazione di un film</b>, cercando la location  giusta in una <b>città italiana importante</b>, una di quelle per  intenderci in cui hanno giocato le partite dell’ultimo mondiale di calcio che si è svolto nel nostro paese, (mi viene in mente perché  nei sopralluoghi andiamo anche negli spogliatoi dello stadio e ancora ci sono le indicazioni in doppia  lingua predisposte in&nbsp; tutti gli stadi italiani quando si fecero i mondiali) entri in un appartamento  di un quartiere appena oltre il centro e trovi in due camere una cameretta e servizi <b>ammassate undici  persone </b>che vivono insieme, con due bambine che  girano per casa nude e sporche di cacca, con il ragazzo che dorme  diciotto ore al giorno e per le restanti ore non fa nulla, con parentele tra gli  abitanti difficilmente intellegibili al primo sguardo, con una povertà che si  legge anche attraverso le tapparelle rotte da chissà quanti mesi, anche al buio di un bagno  che ha la lampadina rotta da settembre dello scorso anno, il tutto nel palazzo che è  proprio sulla curva della strada che porta verso il centro della città, su quella curva in cui la  notte di lampioni rotti e fuori uso è illuminata dal manifesto a 24 fogli che fa recitare a un noto  attore francese, fama da bello e maledetto, <b>il lusso è un diritto</b>.</p>
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		<title>Nessuno si libera da solo</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Jul 2011 07:18:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianluca Arcopinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Domenica mattina. Porto i miei figli a giocare a pallone all’oratorio. In tasca ho il libro di don Andrea Gallo Di sana e robusta Costituzione. Mi sembra il luogo giusto dove leggerlo. Anche se, pure in un oratorio così all’avanguardia come questo, dove sono ammessi i miei figli che non hanno neanche ricevuto il battesimo, è difficile [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Domenica mattina. Porto i miei figli a giocare a pallone all’oratorio. In tasca ho il libro di <strong>don Andrea Gallo</strong> <em><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.alibertieditore.it/?pubblicazione=di-sana-e-robusta-costituzione" target="_blank">Di sana e robusta Costituzione</a></span></em>. Mi sembra il luogo giusto dove leggerlo.</p>
<p>Anche se, pure in un oratorio così all’avanguardia come questo, dove sono ammessi i miei figli che non hanno neanche ricevuto il battesimo, è difficile pensare che un altro prete accetti l’idea di <strong>pregare i primi dodici articoli della Costituzione</strong>. E’ da un po’ di tempo che mi sto dedicando allo studio dei preti. Credo che alcuni di loro, quali appunto Don Gallo, siano le punte massime dell’impegno civile in questo paese dominato dall’indifferenza.</p>
<p>I miei figli giocano sotto il sole cocente. Due a <strong>calcio</strong>, uno a <strong>basket</strong>. Ci sono anche i miei nipoti. In fondo è una tranquilla mattina d’estate. Non voglio turbarla con pensieri che riguardino la mia attività di produttore cinematografico. Ci penserò domani a rendermi amara l’esistenza.</p>
<p>Ogni tanto un <strong>pallone </strong>arriva nei pressi della panchina su cui sto leggendo. Mi affatica alzarmi per calciarlo al mittente. Prima di venire qui, dopo una decina di giorni di astinenza, sono andato a correre: le gambe sono imballate. Ma mi devo alzare, perché questa è la regola dell’oratorio. Al grido <em>“Palla!”</em>, chiunque, grande o piccolo, uomo o donna, deve rimandare indietro il pallone.</p>
<p>A pochi metri da me siede <strong>Michele</strong>, che quando eravamo piccoli mi faceva paura incontrare. I suoi occhi sputavano violenza. Adesso lo sguardo invece è spento. Gli sono rimasti pochi capelli in testa e il viso è ancora più scavato di quando era un piccolo innocente boss di quartiere, quello che oggi definiremmo un bulletto. Sono anni che non rivedo Michele. A pagina 78 della mia lettura, i nostri sguardi si incrociano. E si fermano, l’uno nell’altro. Michele mi sorride. Allora, sia pure dolorante, mi alzo e gli vado vicino. Lo saluto. E iniziamo a parlare.</p>
<p>Mio figlio, quello più grande, segna<strong> un gran gol</strong> al volo. Quello più piccolo continua ad accarezzarsi gli scarpini viola comprati ieri. Non riesco a far passare l’idea, con i miei figli, che gli scarpini più belli sono quelli classici neri.</p>
<p>Michele mi racconta di <strong>quello che ha combinato nella vita</strong>. Campa con poco. Non ha figli. Vive da solo. <em>“E qui che ci fai?” “Vengo a vedere cosa avrei potuto fare, cosa avrei potuto avere, chi sarei potuto essere. Sto qui un paio d’ore, come te, e poi me ne ritorno a casa”</em>.</p>
<p>Mi si avvicina il più piccolo dei miei figli. Mi consegna il pallone da basket. Adesso vuole giocare con la piccola tartaruga di gomma che si porta dietro in questi giorni. <em>“Papà, quello che sta sopra la <strong>tartaruga </strong>non è uno zaino, anche se sembra, perché le tartarughe non vanno a scuola, vero?”</em></p>
<p>Michele mi guarda.<em> “Ecco, vedi, io <strong>non saprei cosa rispondergli</strong>”</em>. Neanch’io, Michele.</p>
<p>“<em>Nessuno si libera da solo. Nessuno libera un altro. Ci si libera tutti insieme”<br />
</em>Don Andrea Gallo</p>
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		<title>Il calcio al di là delle scommesse</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Jun 2011 07:37:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianluca Arcopinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Io e mio cugino siamo diventati calciatori sparando pietre contro la saracinesca di un negozio che vendeva materassi in via dei Castani. Erano gli anni in cui Centocelle era lontano da tutto, in cui il tram numero dodici era l’unico mezzo che poteva farti attraversare la frontiera e arrivare a Roma, in cui quando pioveva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Io e mio cugino siamo diventati <strong>calciatori </strong>sparando pietre contro la saracinesca di un negozio che vendeva materassi in via dei Castani. Erano gli anni in cui Centocelle era lontano da tutto, in cui il tram numero dodici era l’unico mezzo che poteva farti attraversare la frontiera e arrivare a <strong>Roma</strong>, in cui quando pioveva ti ritrovavi ancora in mezzo al fango perché l’asfalto non c’era, in cui alla scuola elementare c’erano i tripli turni.</p>
<p>Le nostre madri, spaventate dall’idea di ritrovarsi ad uscire di casa alle quattro del pomeriggio per accompagnarci a scuola, ma soprattutto di tornare a prenderci alle otto di sera, erano riuscite ad iscriverci alla scuola privata. Mio cugino abitava di fronte alla fermata del pullman della scuola. Avrebbe potuto tranquillamente uscire di casa alle 8 e 7, tre minuti prima del passaggio del pullman. Invece no, l’appuntamento era alle 7 e 50, perché noi dovevamo giocare la nostra <strong>partita </strong>con la pietra, il nostro pallone, e ammaccare ogni giorno di più la saracinesca. La partita durava un anno scolastico: iniziava ad ottobre e finiva a giugno. Risultati vertiginosi. 135 a 127, 131 a 142.</p>
<p>A sei anni è nato il mio <strong>rapporto con il calcio</strong>. Da allora ho giocato male nei tornei giovanili; ho fatto per sedici anni l’arbitro arrivando ad arbitrare in serie D il calcio e  nelle partite internazionali il calcetto; ho insegnato tattica per due anni ai bambini della Scuola Calcio di una squadra di serie B svizzera; ho ripreso a giocare e a mettere in campo squadre a livello amatoriale. E ancora gioco, sempre male. Diciamo che è da trentasei anni che mediamente una volta e mezza alla settimana sono su un campo di calcio, per circa quarantasette settimane all’anno.  E diciamo anche che vedo mediamente <strong>cento partite all’anno</strong>, di qualunque serie e categoria, ovunque mi trovi.</p>
<p>Ora capite bene che quando ciclicamente ci ripropongono l’idea che molto di quello che vediamo da spettatori di calcio è falsato da losche manovre volte a pilotare i risultati, il mio primo istinto è la <strong>ribellione</strong>. Ci credo, forse lo so,  ma me ne frego. Perché il calcio per me rimane l’incredibile gol di Rooney che ha fatto il giro del mondo; rimane il sudore di mio figlio dopo una partita del campionato Pulcini; rimane il Gubbio in serie B e il Novara in serie A; rimane la stretta di mano all’avversario della partita di stasera che aveva trent’anni meno di me e che mi ha fatto dannare su quella maledetta fascia sinistra; rimane Baggio Maradona Pelè Platini Totti Cassano Van Basten;  rimane il candore dei giocatori come Tommasi; rimane la classe innata di Giacomino, il piccolo compagno di mio figlio, che probabilmente non lo farà diventare un calciatore ma lo farà divertire tanto nella vita; rimane il <strong>magico mistero </strong>di gioco e sogno di una qualunque partita in un qualunque stadio del mondo, quello che ho respirato in tutta Italia, ma anche a Madrid, anche in Africa, anche in Bolivia, sempre lo stesso magico mistero.</p>
<p>Quando arbitravo, la mia categoria fu sconvolta dalla scoperta di campionati regionali truccati e pilotati proprio dagli <strong>arbitri</strong>, che si vendevano le partite per una damigiana d’olio o una catenina d’oro o qualche centinaio di migliaia di lire. Io in quegli anni ero una promessa che però, essendo fuori dai giochi sporchi, ogni anno a fine campionato veniva relegata ad arbitrare partite inutili, che non mi consentivano di andare avanti nella carriera. Solo quando scoppiò il grande scandalo mi feci una ragione di quello che mi accadeva. Ma non ho mai provato rancore verso chi, imbrogliando, ha rallentato la mia carriera. Io comunque ogni volta che scendevo in campo <strong>mi divertivo</strong>, anche quando le partite erano di una noia mortale e non si aspettava altro che il fischio finale per tornare a casa, perché in quelle partite all’improvviso poteva arrivare la giocata geniale che ti faceva amare ancora di più questo gioco.</p>
<p>Proprio come ha fatto <strong>Paoloni</strong>, il portiere coinvolto nell’ultimo, ancora aperto, <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/03/i-%E2%80%9Cmiracoli%E2%80%9Ddi-paoloni/115643/" target="_blank">scandalo delle scommesse</a></span>, che nella partita che doveva perdere ha compiuto parate memorabili che hanno impedito agli avversari di segnare anche un solo gol. Io, sì, lo voglio dire, lo ricorderò più per quelle parate emozionanti, che non per gli imbrogli avvilenti di cui è stato artefice e vittima.</p>
<p>E il prossimo anno <strong>mi faccio l’abbonamento</strong> alle partite della Roma.</p>
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		<title>Il cinema italiano che vince all&#8217;estero</title>
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		<pubDate>Fri, 27 May 2011 08:20:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianluca Arcopinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ti ricordi Luca di quella notte in cui non volevi dormire? “Papà, perché è notte?” “Perché sì” “Perché sì non è una risposta” La notte in cui mio figlio Luca, quello più grande, che allora aveva tre anni, mi chiese il famoso “Perché è notte?”, io ero giù di corda, perché le cose nel mio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Ti ricordi Luca di quella notte in cui non volevi dormire?<br />
</em><em>“Papà, perché è notte?”<br />
</em><em>“Perché sì”<br />
</em><em>“Perché sì non è una risposta”<br />
</em><br />
La notte in cui mio figlio Luca, quello più grande, che allora aveva tre anni, mi chiese il famoso “Perché è notte?”, io ero giù di corda, perché le cose nel mio lavoro non andavano bene. Quando infine Luca si addormentò io inviai una mail accorata a un dirigente di <strong>Rai Cinema</strong>, chiedendogli un intervento finanziario che mi aiutasse a chiudere un film che avevo in lavorazione. Il dirigente di Rai Cinema mi telefonò la mattina dopo, dicendomi che non dovevo abbattermi, perché io ero una certezza nel cinema italiano e ce l’avrei fatta ancora una volta, anche senza l’aiuto di Rai Cinema, perché io ero più forte di quei miei colleghi che, magari sull’onda di un successo o di un filone di successo, venivano invece allegramente foraggiati. Gli avrei voluto rispondere, al dirigente di Rai Cinema, che il suo discorso poteva pure essere vero, per certi versi poteva pure essere gratificante, ma rimaneva il fatto che non sapevo <strong>con quali soldi </strong>chiudere il film.</p>
<p>Mi guardai allo specchio e tutto sommato trovai la forza, ancora una volta, proprio come aveva detto il dirigente di Rai Cinema, di andare avanti  da solo, forte anche del fatto che quella vita, che dopo sei anni è ancora questa vita, io l’ho scelta. Nessuno mi ha imposto di fare un <strong>cinema intimamente autonomo</strong>, quasi di frontiera, al confine tra il più estremo e il meno visibile cinema di sistema da una parte e il più facile e il più visibile cinema underground dall’altra. E il semplice fatto di essere riuscito ad arrivare a cinquantadue anni facendo quello che ho scelto di fare, per me rimane sempre un grande privilegio che la vita mi ha regalato.</p>
<p>Fare il <strong>produttore </strong>come lo faccio io è complicato, ma anche molto bello. Ha degli aspetti esaltanti: i riconoscimenti, l’orgoglio delle scoperte di nuovi cineasti, i successi che diventano a volte grandi anche in funzione delle aspettative che sono sempre molto realistiche. Ha un aspetto odioso: si ferisce con i silenzi, con le assenze, con le non risposte, che purtroppo sono inevitabili, perché troppe sono le persone che vogliono esprimersi attraverso il cinema e non è mai bello sentirsi o riconoscersi di troppo.<br />
<em><br />
“Sì, vabbe’ papà, i soliti discorsi, ma che c’entra tutto questo con </em>Et in terra pax<em>?”<br />
</em><em>E invece c’entra, Luca. C’entra. Provo a spiegarti perché.<br />
</em><br />
Quando un piccolissimo film come <em><strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.etinterrapax.com/" target="_blank">Et in terra pax</a></span></strong></em> esce in sala, grazie a Cinecittà Luce, io sono un produttore felice, perché l’uscita in sala è il completamento, necessario per rimanere a presidiare la frontiera di cui ho parlato qualche riga più su, di un percorso tanto tortuoso quanto bello da percorrere.</p>
<p><em>Et in terra pax</em> è nato nelle aule del Centro Sperimentale di Cinematografia, quando il coproduttore Simone Isola, allora allievo del primo anno del corso di Produzione, mi fece leggere la sceneggiatura. Ha incassato <strong>tanti no</strong>, dal Ministero e Rai Cinema ai produttori e distributori più vicini a me. E anche a quelli più lontani da me. Malgrado i tanti no, questo film lo abbiamo fatto ugualmente, con pochi soldi e tanto entusiasmo e soprattutto tanta energia di tanti esordienti. E poi sono arrivate le <em>Giornate degli autori </em>di Venezia. E poi Tokio. E poi tanti festival europei, tanti festival nel resto del mondo. Qualche premio. La vendita in Francia. E altro ancora arriverà.<strong> Più dall’estero che dall’Italia</strong>, a meno che una massa di persone non decidano che valga la pena inseguire questo piccolissimo film nelle poche sale che tra fine maggio e inizio giugno lo ospiteranno.</p>
<p>Io sono felice, perché ogni volta che ho presentato <em>Et in terra pax</em>, dai festival alle conferenze stampa, con i registi, i coproduttori, gli attori, i tecnici, ho ritrovato il senso del mio lavoro, che è anche quello di avviare sulla strada del lavoro e del sogno per un tratto più o meno breve persone che hanno l’età che dovresti avere tu, Luca, se non mi fossi deciso troppo tardi che nella vita vale la pena essere anche padre. E quando mi faccio da parte, perché siano loro a prendere <strong>il meritato applauso</strong>, sembro sempre un po’ contrariato, perché in realtà sto pensando a chi non ce l’ha ancora fatta e forse non ce la farà mai.</p>
<p>Io sono felice, perché <em>Et in terra pax</em> è un film importante, forse imperfetto, ma proprio perché <strong>imperfetto con qualcosa di forte</strong>, anche se intangibile, che pulsa dentro e lo rende unico e indispensabile. Proprio come i film che piacciono a me.<br />
<em><br />
“Ma se il film esce venerdì e tu devi andare a presentarlo, allora questo venerdì non vai a giocare a pallone?”<br />
</em><em>Non scherziamo, Luca. Io anche questo venerdì gioco a pallone. Male, ma gioco. Fino all’ultimo respiro.<br />
</em><br />
<em>Ps:</em> Questo post ha <strong>chiari fini promozionali</strong>.<br />
<em>Ps2:</em> Vorrei <strong>ringraziare </strong>pubblicamente e per scritto Giorgio Gosetti e le Giornate degli Autori; Carla Cattani e le sue collaboratrici; Maurizio Di Rienzo; Flavio Donnini; Lorena Borghi;  Luciano Sovena e Cinecittà Luce, che hanno contributo a regalare una vita a <em>Et in terra pax</em>.</p>
<p><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/27/il-cinema-italiano-che-vince-allestero/114134/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p>
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		<title>Il bambino in tribuna: foto del campionato</title>
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		<pubDate>Tue, 24 May 2011 14:26:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianluca Arcopinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E’ finito il campionato italiano di calcio. La vittoria del Milan di Allegri, che ha avuto il coraggio di adattare i moduli di gioco alle forze di partita in partita a sua disposizione. Le lacrime di Palombo che chiede scusa a uno stadio intero. L’ultimo della famiglia Sensi da presidente della Roma. La delusione Juventus. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E’ finito il <strong>campionato </strong>italiano di calcio.</p>
<p>La vittoria del <strong>Milan </strong>di Allegri, che ha avuto il coraggio di adattare i moduli di gioco alle forze di partita in partita a sua disposizione.<br />
Le lacrime di Palombo che chiede scusa a uno stadio intero.<br />
L’ultimo della famiglia Sensi da presidente della Roma.<br />
La delusione <strong>Juventus</strong>.<br />
Il Cesena e il Lecce che si salvano anche perché hanno avuto il coraggio di <strong>non cambiare allenatore</strong> in corsa, a differenza di Bari, Brescia e Sampdoria che invece lo cambiano e retrocedono.<br />
Ranieri, che non meritava il trattamento ricevuto da giocatori e tifosi.<br />
I trenta <strong>tifosi </strong>della Roma a Catania, malgrado prima della partita ci fosse ancora la speranza del quarto posto, e le centinaia di tifosi della Sampdoria a Roma, malgrado prima della partita la retrocessione fosse ormai matematica.<br />
<strong>Benitez </strong>che paga colpe non sue.<br />
Il Chievo, che continua la sua favola bella.<br />
Di Natale, Cavani e Ibrahimovic.<br />
La Lazio e l’Udinese che stupiscono fino in fondo.<br />
<strong>Totti </strong>che segna ancora.</p>
<p>Ognuno scelga tra questi o tra mille altri il motivo per cui valga la pena ricordare questo assai mediocre campionato appena concluso.</p>
<p>Io lo ricorderò per sempre per il<strong> <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://tv.repubblica.it/italia/il-bambino-lasciato-solo-a-fare-l-ultra/68768?video" target="_blank">bambino con la poltroncina</a></span></strong>. Sì, quel bambino, intorno ai dieci anni, immortalato durante Bari-Lecce, da solo, una decina di file più giù del gruppo di tifosi baresi della curva, ad agitare una poltroncina dello stadio sradicata da chissà chi e poi, con la rabbia di chi ha perso, a gettarla in direzione dei tifosi avversari.</p>
<p>Una fotografia da guardare in assoluto silenzio.</p>
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		<title>Il cinema italiano che sa di regime</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Apr 2011 07:34:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianluca Arcopinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mio figlio, stavolta quello più grande, nove anni, va a Scuola Calcio. Alla Fortitudo Roma a piazza Epiro, un campo antico, di quelli ancora di terra e sassi, di quelli in cui il pallone rimbalza sempre in maniera irregolare, di quelli che quando cadi come è caduto ieri mio figlio ti fai una ferita profonda [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mio figlio, stavolta quello più grande, nove anni, va a <strong>Scuola Calcio</strong>. Alla Fortitudo Roma a piazza Epiro, un campo antico, di quelli ancora di terra e sassi, di quelli in cui il pallone rimbalza sempre in maniera irregolare, di quelli che quando cadi come è caduto ieri mio figlio ti fai una ferita profonda un centimetro sul ginocchio che poi ti fa male tre giorni almeno, di quelli non ancora sepolti da erbe sintetiche di quarta o quinta o sesta generazione che sempre cancerogene sono.</p>
<p>Io, produttore cinematografico indipendente, tra gli ormai pochissimi privilegi offerti dalla mia professione, quando posso, cioè quasi sempre, vado al campo di terra e sassi e<strong> guardo affascinato gli esercizi dei bambini </strong>che imparano a stoppare il pallone, a calciare di sinistro se sono destri naturali e di destro se sono sinistri naturali, ad avanzare palla al piede a testa alta, a incrociare il tiro, a esultare in qualche maniera strana vista in televisione quando in partitella fanno gol.</p>
<p>Quando sto al campo di terra e sassi guardo i bambini e ascolto, un po’ defilato &#8211; snobismo o timidezza vallo a sapere &#8211; le tante mamme e i pochi papà che sono lì con me. Ieri due mamme, quelle più vicine a me, quelle che riuscivo a sentire meglio dall’unico orecchio, il destro, da cui sento,  non parlavano di compiti o di stanchezze o di catechismi o di maestre o di prime comunioni o di scampagnate domenicali o di Totti che sabato sera ha segnato un’altra doppietta. Ieri quelle due mamme parlavano del <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/07/goodbye-mama-welcome-to-papi/102877/" target="_blank">film bulgaro</a></span></strong>, quello dell’amica di Berlusconi, che gli ha fatto avere un milione di euro dalla televisione. E che a loro, che lo erano andate a vedere sabato pomeriggio, non era piaciuto per niente.</p>
<p>Se mio figlio, malgrado la ferita sanguinante al ginocchio, non si fosse involato sulla destra e se io fossi stato diverso, un po’ meno snob o forse più semplicemente un po’ meno timido, mi sarei inserito nel discorso. E allora avrei gridato forte <strong>la mia indignazione</strong> per quel milione di euro, per quel <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/11/26/%E2%80%9Cgoodbye-mama%E2%80%9D-bye-bye-spettatori/78883/" target="_blank">premio inventato alla Mostra di Venezia</a></span>, per quel <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/03/30/di-tutto-di-piula-rai-distribuisce-dragomira/100948/" target="_blank">futuro ministro della Cultura</a></span> a fare gli onori di casa, per quelle <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/03/30/di-tutto-di-piula-rai-distribuisce-dragomira/100948/" target="_blank">dichiarazioni arrendevoli</a></span> rilasciate al <em>Fatto Quotidiano </em>dai vertici di Raicinema, per le centinaia di manifesti, parapedonali e flani, che poi sarebbe la pubblicità quella tipo con il manifesto del film che si mette  sui giornali, pagati da 01, che sempre Rai è, per distribuire le ottanta copie distribuite nelle sale. E già che c’ero avrei ampliato il discorso.</p>
<p>Perché, care mamme dei compagni di scuola calcio di mio figlio che sta andando dritto palla al piede verso la porta avversaria, in fondo noi che facciamo cinema e che abbiamo deciso di avere come interlocutore privilegiato il polo Raicinema, perché l’altro non ci piace perché sa di Silvio Berlusconi di conflitto d’interesse di regime, <strong>ne abbiamo viste e subite di peggio</strong>: film mai usciti in sala e mai mandati in onda acquistati per centinaia di migliaia di euro grazie all’intercessione di uno dei personaggi raccontati così bene da Sorrentino nel <em>Divo</em>, film bocciati con decisione ma comunque sostenuti per intercessione di funzionari e dirigenti di varia natura e provenienza, film comprati perché si doveva salvare il produttore, film bocciati e derisi che poi diventavano capolavori quando un festival importante li premiava, film che se prendete quell’attore vi diamo centomila euro di più, film scritti da veri autori che non ci convincono detto un po’ con la puzza sotto il naso, film che in questo momento non si possono fare, film che in questo momento si devono fare e finisce che sono tutti uguali quelli che si fanno, film che è meglio se modifichi il finale e lo fai più consolatorio, film che è meglio se è una commedia.</p>
<p>Fatto sta, però, che non mi sono inserito nel discorso e queste cose alle due mamme non le ho dette. Anche perché intanto <strong>mio figlio ha fatto gol</strong>. E allora sono state loro, le due mamme, che hanno smesso di parlare del film bulgaro e  si sono rivolte a me, dicendomi che Luca, mio figlio, quello più grande, è proprio bravo. Io ho annuito sorridendo e in silenzio ho abbassato lo sguardo.</p>
<p>Sarà stata la solita timidezza.</p>
<p>Oppure vergogna.</p>
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		<title>Delirio da Fus</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Mar 2011 11:48:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianluca Arcopinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Stanotte mio figlio, quello più piccolo, quattro anni, delira per la febbre e allora comincia a dirmi con insistenza che lui ha due mani e che l’Italia invece non può ricevere regali per la sua festa perché non ha le braccia e dunque non ha neanche le mani perché l’Italia è una forma, una semplice [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Stanotte mio figlio, quello più piccolo, quattro anni, <strong>delira per la febbre </strong>e allora comincia a dirmi con insistenza che lui ha due mani e che l’Italia invece non può ricevere regali per la sua festa perché non ha le braccia e dunque non ha neanche le mani perché l’Italia è una forma, una semplice forma, che sta lì e non si muove, in mezzo all’acqua azzurra. Lo guardo, mio figlio, negli occhi anche loro azzurri che chissà da dove vengono. Non so cosa rispondergli. Ma forse un bambino che delira non si aspetta una risposta. Ha solo bisogno di qualcuno che lo ascolti. Anche in silenzio. Anzi, forse in silenzio è meglio.</p>
<p>Allora parla, figlio biondo, che io ti ascolto.</p>
<p><em>“I piloti corrono veloci nella strada bagnata quando all’improvviso arriva Superman che afferra una macchina e la butta giù dal ponte verso l’acqua del fiume  e all’improvviso spunta un cavallo bianco che deve fare  la pipì e la fa e allora si sente una gran puzza di pipì e  tutto il fiume diventa giallo come il canarino Titti.”<br />
</em><br />
Ma è un canarino Titti? E’ quando mi chiedo se Titti è un canarino  che squilla il telefono. Ma è notte!  Chi chiama a quest’ora? Sarà qualcuno dal set del film che sto producendo. Sul display del telefonino appare la scritta <em>“Sconosciuto”</em>. Rispondo. E’ un mio amico regista che sta dall’altra parte del mondo. Da lui è ancora pomeriggio.  Lo sa che mi sta chiamando di notte e mi chiede scusa. Ma vuole sapere, da lì, dall’altra parte del mondo, se è vero che <strong>hanno reintegrato il Fus</strong>, se è vero che si può riprendere a sognare di fare cinema. Io penso a una risposta intelligente, che non si limiti ad un sì.</p>
<p>Vorrei dirti, amico, che dobbiamo abituarci a sognare di fare cinema<strong> a prescindere dal Fus</strong>, perché non si può sognare a intermittenza: fino a l’altro ieri il cinema è  morto e si fa sciopero il 25, da ieri il cinema è vivo e si revoca lo sciopero del 25. E si deve anche essere felici perché Galan è diventato il Ministro della Cultura. E ringraziare Gianni Letta, che ha ordito il decreto che ci fa rinascere. E sta a vedere che in fondo dovremo anche ringraziare Berlusconi. E  già che ci siamo costringere la Lucky Red a ritirare <em>Silvio forever</em> dalle sale. E far finta di niente se i cinema, che non dovranno aumentare più il biglietto di un euro per una tassa iniqua, hanno già aumentato il biglietto di cinquanta centesimi per gli affaracci e tornaconti loro.</p>
<p>E indignarsi, ma non più di tanto, se<em> i</em><em>l Giornale</em> e <em>l’Unità</em> in fondo dicono la stessa cosa, che per salvare i conti in banca di registi e attori vip, e di conseguenza il cinema, si è  aumentato il <strong>prezzo della benzina</strong>, di per sé già alle stelle per motivi forse un  po’ più gravi di un film in più. Con la differenza che <em>Il giornale</em> va oltre e fa nome e cognome del massimo responsabile dell’aumento del prezzo della benzina: Nanni Moretti! Finalmente <em>Habemus Papam</em>. No, quello è il <em>Corriere della sera</em>, che manda on line il bel <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.voto10.it/cinema/not.php?NewsID=1044&amp;Titolo=Il%20nuovo%20trailer%20di%20Habemus%20Papam%20di%20Nanni%20Moretti" target="_blank">trailer</a></span> del nuovo film dell’affamatore di masse.</p>
<p>E continuare sottolineando che perfino l&#8217;Associazione Giovani Produttori<strong> </strong>Cinematografici considera<strong> il Fus e il <em>tax credit </em>strumenti essenziali</strong>, senza i quali il cinema nazionale non è in grado di esistere, così come l&#8217;intero comparto culturale. <em>“Aspettiamo</em> – dichiara Martha Capello, presidente dell’Associazione -<em> di aprire al più presto un tavolo di confronto con il Ministero e con le altre associazioni di categoria, perché vengano stabilite nuove regole e criteri nell&#8217;assegnazione dei fondi pubblici che dimostrino una maggiore attenzione verso le società di produzione cinematografica esordienti e le piccole e micro imprese&#8221;</em>. Te se magnano in tre bocconi, i lupi affamati dell’<span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.anica.it/online/" target="_blank">Anica</a></span>!</p>
<p>E comunque, male che vada c’è <strong>Raicinema</strong>, che persegue una saggia  strategica politica di intervento a favore del cinema di qualità. Che si esalta e fa dichiarazioni trionfali quando un <em>Qualunquemente</em> o un <em>Nessuno mi può giudicare</em> sbancano il botteghino. La qualità, appunto.</p>
<p>Vorrei risponderti con questi e tanti altri argomenti, amico.</p>
<p>Ma è quando mi sto chiedendo se Titti è un canarino e squilla il telefono e rispondo al mio amico che sta dall’altra parte del mondo che mi rendo conto che sto delirando anch’io, come mio figlio, quello più piccolo. E allora mi scuoto, torno lucido e al mio amico che mi chiede se si può riprendere a sognare di <strong>fare cinema in Italia</strong>, rispondo semplicemente sì, perché l’Italia è una forma, una semplice forma, che sta lì e non si muove, in mezzo all’acqua azzurra.</p>
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		<title>Se Nichi Vendola premia Checco Zalone</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Jan 2011 11:39:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianluca Arcopinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Caro blog, è più di un mese che non scrivo. Forse perché gli ultimi commenti ai miei post hanno superato i limiti della decenza. Forse perché l’aria è talmente amara che proprio non viene voglia di scrivere. Forse perché ne accadono talmente tante ogni giorno, che uno non sa cosa prediligere e alla fine sceglie la quiete del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro blog,<br />
è più di un mese che non scrivo. Forse perché gli ultimi commenti ai miei post hanno superato i limiti della decenza. Forse perché l’aria è talmente <strong>amara </strong>che proprio non viene voglia di scrivere. Forse perché ne accadono talmente tante ogni giorno, che uno non sa cosa prediligere e alla fine sceglie la quiete del silenzio.</p>
<p>Ma, certo, oggi la notizia che <strong>Nichi Vendola</strong> consegnerà un premio a Luca Medici, cioè <strong>Checco Zalone</strong>, durante il Festival del cinema di Bari è qualcosa che va oltre ogni limite del silenzio.</p>
<p>Sia chiara una cosa: Checco Zalone e il suo regista Gennaro Nunziante hanno realizzato <strong>due film onesti</strong>, a tratti (il secondo molto a tratti) divertenti. Ma nulla di più. In un’altra epoca, soprattutto <em>Che bella giornata</em> sarebbe stato stroncato dalla critica. E qualcuno anche tra gli addetti ai lavori forse avrebbe fatto dei distinguo e non necessariamente si sarebbe fatto influenzare positivamente dalla misura dell’incasso, gridando a un nuovo modo vincente di fare cinema in Italia. Niente. Andate a leggere le <strong>critiche </strong>di quasi tutti i quotidiani e le dichiarazioni entusiastiche dei vari rappresentanti dell’industria cinematografica del nostro bel paese: Checco Zalone è un eroe.</p>
<p>E allora un eroe, specialmente se popolare, va premiato. E in quest’epoca di aria amara non meraviglia che <strong>il primo a farlo</strong> sia il cantore dell’Italia migliore, quella, a detta sua, <em>“che è stata soffocata, che è stata seppellita, umiliata e sventrata dall’Italia peggiore che si è fatta Stato, governando con le sue dinamiche luride, con un plebeismo piccolo borghese diventato la lingua ufficiale delle classi dirigenti”</em>.</p>
<p>Io, che a Nichi Vendola ho dedicato film e parole; che ancora mi ostino a credere che Nichi Vendola sia una delle pochissime cose belle di questo paese; che ancora credo che un cinema di un paese civile, quello dell’Italia migliore, per intenderci, debba saper analizzare nella maniera giusta il successo di Checco Zalone, debba anche gioirne, ma senza dimenticare che esiste un <strong>cinema migliore</strong>, tipo, per fare qualche nome, quello di Bellocchio, di Amelio, di Gaglianone, di Garrone, di Sorrentino, che non possono minimamente essere messi in discussione, anche se i loro ultimi film tutti insieme non hanno incassato come dieci giorni di Checco Zalone; insomma io, perdonatemi, se Nichi Vendola premia Checco Zalone <strong>mi incazzo </strong>e voglio urlare la mia incazzatura, rompendo la quiete del silenzio.</p>
<p>Punto e basta.</p>
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