Pur occupandomi da anni di scelte di fine vita ed avendo seguito personalmente le vicende di molti malati, sono rimasto letteralmente sconvolto dalla lettera di Loris Bertocco pubblicata oggi su vari quotidiani: uno sventurato nostro concittadino paralizzato da 40 anni e costretto ad andare in Svizzera per porre fine alle sue sofferenze.

Quando mio fratello Michele, malato terminale di leucemia, non trovando un medico che lo aiutasse a morire, si suicidò gettandosi dal quarto piano della sua casa a Roma, scrissi un lettera a Corrado Augias, che la pubblicò con molto risalto. Quella fu l’occasione per una ripresa di dibattito sull’eutanasia. Concludevo la mia lettera dicendo: “Caro Michele, mi vergogno di vivere in un Paese che ti ha costretto a questo”.

Oggi, dinanzi alla accorata e documentata lettera di Bertocco – che denuncia la solitudine e la disperazione in cui è stato lasciato per anni – mi vergogno ancora di più.

Diversi paesi europei hanno legalizzato l’eutanasia: la Francia ha una legge che, oltre al “laisser mourir”, prevede la sedazione profonda continua, mentre in Gran Bretagna centinaia di denunce contro cittadini che accompagnano malati a morire in Svizzera sono regolarmente archiviate dalle Procure del Re o, nei pochi casi in cui finiscono a giudizio, si concludono con assoluzioni piene.

La legge sul biotestamento, da noi bloccata al Senato da migliaia di emendamenti di due sconosciuti senatori di Angelino Alfano, è realtà da anni in tutto l’Occidente, eccetto l’Irlanda. In Germania –  per fare un confronto con l’Italia, in cui il Vaticano (ed i Papi, senza eccezione), si oppongono ad ogni riforma sui temi “eticamente sensibili” –  le due Chiese, Cattolica e Protestante, hanno redatto assieme un modello di biotestamento che in pochi anni è stato firmato da milioni di tedeschi.

Da noi è ancora in vigore, dopo 87 anni, l’articolo 580 del codice penale, che per l’aiuto al suicidio prevede pene fino a 12 anni: roba da feroci boss mafiosi. In base a questo articolo, Marco Cappato andrà a giudizio a Milano l’8 novembre, per aver aiutato a morire, portandolo in Svizzera, Dj Fabo, di cui tutti ricordiamo le strazianti immagini. Eppure, quel codice penale  si può ben definire “clerico-fascista”, visto che è stato emanato nel 1930, nel pieno degli “anni del consenso” del fascismo e ad un solo anno di distanza dalla firma del Concordato, che fa dell’Italia una “Repubblica papalina”. Non a caso decine di articoli sono stati abrogati negli anni Settanta (fra i più noti, il “matrimonio riparatore” e il “delitto d’onore”).

Sarebbe stato giusto abrogare anche l’articolo 580. Avrebbe dovuto farlo sua sponte il Legislatore, dando seguito con norme puntuali al principio affermato con forza dall’articolo 32 della Costituzione: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.

Questo quadro legislativo ha portato e porta a conseguenze drammatiche e disumane, come nelle vicende di Piergiorgio Welby, di Eluana Englaro, di Giovanni Nuvoli, di Dj Fabo e oggi dello sventurato Bertocco. Impedisce a migliaia di “morti viventi” di porre fine alle loro sofferenze con una “morte degna”, spinge ogni anno 800 malati a cercare nel suicidio “l’uscita di sicurezza”.

Alla vigilia del processo a Marco Cappato, “colpevole” di aver aiutato Dj Fabo a porre fine alle sue sofferenze, rivolgo un caldo e rispettoso appello ai giudici milanesi perché valutino l’opportunità di chiedere che la nostra Suprema Corte dichiari l’incostituzionalità dell’articolo 580 sul suicidio assistito.

Come chiedeva il personaggio di Von Kleist: c’è un giudice a Milano?