“La casa bombardata, io che mi metto a scavare fra le macerie e intravedo la mano di una bambina che stringe un giocattolo. È questo il ricordo più doloroso che conservo”. Samar Yazbek, scrittrice siriana, una delle voci più importanti della letteratura araba contemporanea, sta seduta in un bar nel centro storico di Palermo, mentre racconta del suo ultimo viaggio in Siria, fra il luglio e l’agosto del 2013. Lei, appartenente alla comunità alawita, nel 2011 prende parte alle manifestazioni contro il presidente Bashar al Assad e questa scelta le causa l’ostracismo del governo, oltre alla persecuzione da parte delle forze di sicurezza, che diventa serrata, tanto che la Yazbek, per salvarsi la vita, è costretta a lasciare il paese. “Nel 2011, pensavo – spiega mentre sfoglia l’edizione italiana del suo libro, Passaggi in Siria, edito da Sellerio e tradotto da Andrea Grechi – che l’esilio sarebbe stato qualcosa di momentaneo perché ero convinta che la comunità internazionale non avrebbe tollerato la brutale repressione del governo siriano. Mi sbagliavo. Per questo oggi guardo all’esilio come a una opportunità per rafforzare la conoscenza, gli strumenti culturali e trasformarmi in un ponte fra chi sta dentro il paese e il fuori”.

Secondo la Yazbek, la scrittura ha un ruolo ben preciso: la trasmissione della realtà, il dare voce a chi non ha voce e vive oppresso. “La realtà può essere parte di una giustizia futura ma sono consapevole di possedere solo un pezzo di verità. Per questo tengo a essere il più oggettiva possibile: ho parlato del fondamentalismo, del fatto che i jihadisti hanno occupato parte del nostro paese”. Ma – sottolinea – “avevo il cruccio di spiegare due aspetti: il meccanismo della produzione del fondamentalismo in Siria e come il governo siriano abbia trasformato, nello stesso momento, i siriani vittime del male in strumenti del male, alimentando un circolo vizioso di morte”. Ciò, secondo la scrittrice, è stato possibile grazie alla feroce repressione portata avanti dal governo nel 2011, quando i manifestanti pacifici erano scesi in piazza chiedendo riforme, come la liberazione dei detenuti d’opinione e la fine della legge d’emergenza in vigore dal 1963. “La situazione è degenerata – evidenzia l’intellettuale – nel 2012, quando il governo di Damasco ha cominciato ad usare gli aerei per bombardare le località solidali con la protesta, mentre dal confine fra Siria, Turchia e Iraq i jihadisti sono stati lasciati liberi di affluire nel paese”.

La Yazbek, come racconta nel suo libro, nel 2012 era entrata clandestinamente nel paese, attraversando il confine con la Turchia e recandosi a nord di Idlib. “I fondamentalisti iniziarono a uccidere i capi dell’Esercito Libero Siriano – formazione creata da disertori delle forze regolari – nella provincia di Idlib. Ho visto anche il cambiamento dei ragazzi da manifestanti pacifici a armati e il passaggio nelle fila delle formazioni fondamentaliste, finanziate dai paesi del Golfo. In quei due anni, fra il 2011 e il 2013, la rivoluzione si è trasformata in guerra civile, in cui alcuni paesi esteri hanno cominciato a farsi la guerra per procura. Ma a pagare il prezzo sono i siriani”. Una guerra, sottolinea, alimentata da diversi paesi della comunità internazionale. In questo senso, “oggi la Siria vive sotto tante occupazioni: ci sono forze militari russe e iraniane. La Turchia ha costruito basi sui confini siriani e internamente al paese, nell’area che controlla a nord. Bashar al Assad, insieme ai suoi alleati, ha vinto nel trasformare la Siria da una opportunità di trasformazione democratica in un paese distrutto su tutti i livelli: sociali, materiale e umano”.

A fronte di questa polverizzazione del paese, l’unico modo per ricostruire il tessuto sociale siriano, dice convinta l’autrice, “è mettere fine alla guerra. Poi, bisogna creare un sistema di giustizia che punisca chi si è macchiato di crimini. Altro passo importante sarebbe quello di riuscire a mettere seduti allo stesso tavolo i figli delle vittime con quelli dei carnefici. Ma io sono pessimista in questo senso. Però continuo a scriverlo e tento di lavorare in questa direzione. Non abbiamo altra scelta”. Dopo aver finito il caffè, la Yazbek si alza dal tavolo e si dirige verso il suo albergo, ma allungando il tragitto per girovagare fra i vicoli di Palermo che dice le ricordino le stradine di Damasco. In una vietta nascosta le appare una libreria a cielo aperto, dove un pensionato vende, a volte regala, i libri e fa subito cenno alla scrittrice di sedersi intorno a un vecchio tavolino. Lei accetta e sorride, estasiata. “Ciò che mi alleggerisce da questa condizione – dice mentre il libraio le mostra la rassegna stampa sulla sua attività, tenuta in un vecchio raccoglitore – è la scrittura che è diventata il mio paese, un posto che porto con me ovunque io vada. Ritengo che l’esilio sia un luogo momentaneo: così alimento la mia speranza di tornare in Siria. Ma l’esilio, nel senso più profondo, assomiglia al limbo di Dante: un posto di anime tormentate”.