Altri 398 lavoratori sull’orlo del licenziamento entro fine anno, oltre ai 669 già messi in mobilità a luglio scorso. “Ma verranno riassunti dal soggetto che subentrerà”, sostengono i consiglieri del M5S. Una relazione dei vertici di Roma Multiservizi, la multiutility di Roma Capitale di cui l’assessore uscente alle Partecipate, Massimo Colomban, ha disposto la dismissione, mette in apprensione e, in parte, imbarazza il Campidoglio. Il report di 2 pagine preparato dall’ad Rossana Trenti, sottolinea come entro il 31 dicembre 2017 la società partecipata al 51% da Ama (municipalizzata capitolina) e al 49% dalla privata Manutencoop, sarà costretta a intraprendere una procedura che interessa 398 addetti per “la cessazione progressiva della commessa Atac”, con un organico “stimato di 3.300/3.400 unità, con uno scostamento pari a circa il 20%”. La procedura di licenziamento collettivo riguarda in particolare l’appalto per la pulizia di treni, autobus e stazioni della metropolitana in uso alla municipalizzata Atac. L’affidamento diretto a Roma Multiservizi fu dato nell’agosto 2016 – Virginia Raggi era già sindaco – dall’ex dg Marco Rettighieri. In inverno, poi, la società capitolina dei trasporti aveva avviato una gara d’appalto, le cui buste sono state aperte solo nei mesi scorsi, ma la Multiservizi è riuscita a riaggiudicarsi solo uno degli 8 lotti previsti (la pulizia di un deposito).

Trenti, che è una dirigente di parte privata, dunque di emanazione Manutencoop, ha preparato questa relazione a uso e consumo del dg di Ama, Stefano Bina, convocato dal presidente della Commissione capitolina Trasparenza, il Dem Marco Palumbo. “In Roma Multiservizi – ha spiegato Bina – c’è una situazione di grossa difficoltà non dovuta a carenze interne ma a condizioni esterne che hanno determinato la riduzione del fatturato del 25 per cento nel 2017 e del 50 per cento probabilmente nel 2018. La situazione è quella di una società in grossa difficoltà a causa della riduzione di fatturato”. Un commento del Campidoglio è arrivata solo nella serata di lunedì 9, per bocca del consigliere pentastellato Roberto Di Palma: “Voglio ricordare ai vertici della società – spiega in un post su Facebook – che esistono anche i diritti dei lavoratori e voglio rassicurare questi ultimi: non andranno a casa. Alla scadenza di un appalto, per legge i lavoratori transitano in capo al nuovo vincitore della gara, cambiando così datore di lavoro. Compito dell’amministrazione e di Ama è quello di verificare che in questa successione di contratti non ci siano anomalie o abusi”.

La riforma delle società partecipate capitoline predisposta da Colomban, prevede la trasformazione di Roma Multiservizi, per la quale il 28 agosto scorso è stata bandita la gara a doppio oggetto, del valore di 475 milioni in 8 anni. Di cosa si tratta? In sostanza, si cerca il socio privato della nuova società mista, pubblico-privata e contestualmente si mettono a gara i servizi che riguardano il bidellaggio nei nidi e nelle scuole dell’infanzia, l’assistenza al trasporto scolastico riservato, la manutenzione incidentale e il facchinaggio nei nidi, la manutenzione ordinaria del verde, la pulizia delle piste ciclabili e i servizi derattizzazione, sanificazione e disinfestazione. Il bando scade il 27 ottobre. Il segretario generale del Campidoglio, Franco Giampaoletti, che sta seguendo da vicino la procedura, in più sedi ha già rinnovato l’impegno dell’amministrazione capitolina a ricollocare i lavoratori.

Tuttavia, l’operazione potrebbe comunque mietere delle vittime. Attualmente, i dipendenti arrivano da contratti anomali, formalmente di appena 3 ore, ma sostanzialmente impegnati per 7-8 ore, dove la parte degli straordinari arriva a superare addirittura la paga ordinaria. E’ evidente che, come spesso accade, in una gara al massimo ribasso il socio privato possa porre dei veti sul numero dei lavoratori da assumere o sui livelli salariali, già molto bassi per questa tipologia di impiego. Va ricordato che la soluzione della gara a doppio oggetto fu prospettata già ai tempi di Ignazio Marino e che gli allora consiglieri Virginia Raggi, Marcello De Vito, Daniele Frongia, e Enrico Stefano avevano occupato l’Aula dell’Assemblea Capitolina insieme ai lavoratori per protestare contro questa prospettiva, rivelatasi poi ad ammissione degli stessi protagonisti “l’unica soluzione accettabile a norma di legge”.