Aprire il computer o sbloccare lo smartphone, quindi avviare il navigatore e andare su Google per lanciare una ricerca. Parlare con Siri, l’assistente digitale di Apple, e chiederle di fissare un appuntamento sul calendario. O, ancora, navigare su Amazon e ricevere puntualissimi consigli per gli acquisti.

Pochi lo sanno, ma ogni giorno moltissime tra le azioni che si compiono usando le tecnologie digitali sono possibili solo grazie a ciò che chiamiamo intelligenza artificiale. Questa a volte lavora dietro le quinte, tanto invisibile quanto efficiente. Altre invece si manifesta in maniera alquanto plateale, come quando nel marzo del 2016 ha preso la forma di Alpahago – un eccellente giocatore di Go sviluppato in seno a Google – e ha battuto il campione in carne e ossa Lee Sedol a quello che forse è il gioco da tavolo più popolare in Asia. Peraltro, con dieci anni di anticipo rispetto alle attese di chi lo aveva creato.

Oppure come quando ha indossato un “camice” e si è messa a fare il dottore: è il caso di Watson, l’IA di IBM, che ha fatto parlare di sé per aver analizzato e confrontato centinaia di migliaia di referti medici in pochi istanti, quindi sfornato la diagnosi giusta e risolto un caso difficile in meno di dieci minuti. Il tutto dopo che – vale la pena ricordarlo – i suoi colleghi in carne ed ossa avevano brancolato nel buio per anni.

L’IA non è una moda passeggera: è tra noi ormai da tempo, è qui per restare e, soprattutto, si sta evolvendo a velocità esponenziale. Ci aiuta a fare un po’ di tutto, persino a guidare le automobili, come ad esempio le Audi di oggi e di domani, a partire dalla nuova ammiraglia A8. Ovvero la prima vettura di serie al mondo che può contare su una guida automatizzata di livello 3. Quella, in pratica, che consente di togliere le mani dal volante (a patto che si sia pronti a riprendere i comandi se il sistema lo richiede) e affidare la gestione dell’auto al Traffic Jam Pilot sia in autostrada che nel traffico cittadino: velocità, mantenimento della carreggiata e frenate sono decise dal “cervellone” dell’auto, che la mette in condizione anche di muoversi autonomamente in un garage e parcheggiare da sola. Basta spingere il tasto “AI” sulla consolle centrale, e il gioco è fatto. O, in alternativa, gestire alcuni dei sistemi di assistenza alla guida comodamente dal proprio telefonino, grazie alla nuova app myAudi.

E non è che l’inizio. Ora, in questi giorni e mesi, l’IA si appresta a entrare nelle nostre tasche, prendendo possesso proprio del dispositivo che forse ci è più caro: il nostro smartphone.

Se infatti è vero che tutta la prima parte del 2017 è stata particolarmente ricca di annunci relativi a nuovi telefonini di fascia alta, come ad esempio i Samsung S8 e Note 8 o l’LG V30, è però a settembre che Huawei prima e Apple subito dopo hanno definitivamente cambiato le carte in tavola. E lo hanno fatto proponendo due piattaforme hardware che per la prima volta incorporano un processore dedicato all’intelligenza artificiale.

Quello di Huawei – noto come Neural Processor Unit, o NPU – è stato presentato a inizio settembre a Berlino e debutterà a metà ottobre sul nuovo Mate10, mentre quello di Apple, caratterizzato da un nome altisonante ed evocativo come A11 Bionic, arriva con i nuovi iPhone 8 e iPhone X. Ciò che conta, è che sono due soluzioni diverse per ottenere lo stesso scopo: rendere l’IA presente sugli smartphone ancora più “viva”, efficace e credibile, riducendo al contempo la sua dipendenza dalla connessione al cloud e alla sua immensa capacità di calcolo. Capacità che spesso ci viene negata da connessioni non proprio stabili.

Con quali conseguenze? Innanzitutto pratiche: i nuovi processori migliorano infatti le prestazioni per tutte le funzioni che interessano l’IA, dalla comprensione del linguaggio naturale al riconoscimento delle immagini (e del loro contenuto, per catalogarle, ma anche per fare foto migliori), passando per la traduzione multilingue.

Poi ci sono delle conseguenze meno visibili ma sicuramente più impattanti sulle vite di tutti: mettere in tasca all’utente normale una IA che funzioni davvero, infatti, significa anche abituarlo alla sua presenza, dargli modo e tempo di accettarla, di superare eventuali resistenze psicologiche, di fatto preparando la strada per un’interazione progressivamente sempre più stretta e articolata. La stessa, ad esempio, che caratterizzerà le auto a guida autonoma, e dove, tra i problemi da risolvere per le case automobilistiche, ci sarà anche quello di convincere le persone a cedere completamente il controllo della vettura all’intelligenza artificiale. A fidarsi al punto da togliere le mani dallo sterzo e smettere di schiacciare istintivamente con il piede un pedale del freno che probabilmente neanche ci sarà più.

Soltanto 10 anni fa tutto questo era ancora fantascienza degna di Isaac Asimov o Philip K. Dick. Oggi l’IA è qui per restare e sta già cambiando le vite di tutti. Come avviene per ogni nuova tecnologia, la sfida è capire come servirsene al meglio senza diventarne dipendenti o addirittura schiavi. Capire come sia un tema che ci riguarda tutti, nessuno escluso. L’importante è farlo prima possibile.