C’è un momento – è proprio un attimo – in cui hai già digitato il tuo tweet nella barra, magari c’hai pensato cinque minuti o una mezza giornata. Ma non importa: io sto parlando di quel preciso istante in cui stai per premere tweet e sai già che il tuo ‘sagace’ messaggio di 140 caratteri (ok, ora anche 280) diventerà pubblico e tutti potranno leggerlo. Quell’istante è dilatato: quante speranze riponi in quel tweet, pensi a quanti like riceverà, a quanti lo retwitteranno. Qualche influencer o giornalista si accorgerà di me?

Se invece sei un membro del governo e ti chiami Maria Elena Boschi forse fai meno passaggi mentali perché sei certo che qualcuno ti leggerà e ti commenterà. Perché le cose che scrivi non passano mai inosservate. I fan non vedono l’ora di applaudirti e i critici fremono per sbugiardarti, per ‘seppellirti’ (come si dice in gergo) e stenderti con una battuta.

La Boschi twitta tutto il suo entusiasmo per una nuova legge norvegese che equipara gli stipendi di calciatori e calciatrici. Il primo a risponderle, però, è uno di quei ‘professoroni’ perseguitati dalla retorica renziana: Ariete rosso, come si fa chiamare su Twitter, ovvero Gianfranco Pasquino. Sì, proprio lui, il nemico numero uno della riforma costituzionale Renzi-Boschi, bocciata sonoramente al referendum del 4 dicembre.

La parità salariale tra uomini e donne è una cosa buona e giusta, ma proprio nel calcio? In Italia settore maschile e femminile non muovono le stesse folle e il caso della Norvegia è del tutto anomalo: la nazionale femminile vince di più di quella maschile.

Il linguaggio renziano è questo: si compone di parole come ‘entusiasmo’, ‘avanti’, ‘rialzarsi’, alè, aoh, etc, non conta il messaggio. I contenuti sono solo una scusa, un accessorio, possono riguardare i dati Istat, un titolo mondiale conquistato da un atleta italiano o una banale notizia sugli stipendi dei calciatori della nazionale norvegese. L’importante è ‘trascinare’, senza spiegare, senza fermarsi mai a scrivere qualcosa di articolato e comprensibile. Meglio comunicare per immagini (#Instameb) e per slogan (Renzi News su Facebook).

A proposito, che fine ha fatto il blog del segretario Pd? Chiuso così, senza una spiegazione. Tanto l’importante è ‘ripartire’, un altro giorno chissà.