Salve, cosa le porto da bere?
Un bel bianco profumato. Anzi no, un rosso. Ma strutturato eh, bello fruttato, che si tagli con il coltello. E giù di Traminer e Primitivo di Manduria.
Mmm, senti che profumo, non ti ricorda quel vino che abbiamo bevuto in California durante il viaggio di nozze?

Quante volte in un’enoteca o in un wine bar avete assistito a questa scena? Non smetterete mai di vederla, ma è indubbio che è in corso il riscatto dei vini leggeri, giocati molto più sulla finezza che sulla concentrazione, magari scarichi al colore, ma grandi compagni della tavola. Vini che per molto tempo sono stati la gioia personale di bevitori seriali e ora sono stati sdoganati nei contesti più vari: rientrano nelle guide, riguadagnano spazio nelle carte dei ristoranti e nelle cantine dei collezionisti.

Sono rossi poveri di tannino, dalla beva agile, croccanti e rinfrescanti che nelle migliori versioni guardano alla Francia, all’eterna eleganza del Pinot nero di Borgogna, ma anche al meno cerebrale Morgon, per fare un paio di esempi. Penso alla Schiava, al Ciliegiolo, al Dolcetto, al Bardolino o a piccole chicche come il Gamay del Trasimeno, il Rossese di Dolceacqua, il Pelaverga e il Tai Rosso, che è la versione vicentina della Grenache, tra i rossi più versatili e coltivati al mondo.

Eccoli, registriamo che ritornano finalmente sulle tavole, dopo “un’era di arbitrario oscuramento” (cit.). Corsi e ricorsi a volte insondabili. Perché non tutte le evoluzioni del gusto possono essere lette attraverso la triade moda, mercato e condizioni socio-ambientali. Difficile, per esempio, spiegare il successo impressionante della Ribolla e del Ripasso senza contemplare anche il caso tra le variabili, ma è indubbio che la bevibilità sia tornata una delle chiavi di lettura del moderno discorso moderno sul vino.

Schematizzando brutalmente, mi pare che i rossi, dopo un paio di decenni di amore per i legni piccoli e quel corredo aromatico di tabacco, frutta sotto spirito e tostature spesso quasi caricaturali, tendano finalmente a sfinarsi, cerchino il sorso appagante, anche spensierato. I bianchi invece provano ad aumentare la loro personalità (attraverso la macerazione, la non filtrazione e uno sguardo alla longevità, da sempre sacrificata sull’altare di un mercato che rincorre grottescamente la nuova annata) e in generale tutti – retoricamente o meno – desiderano raccontare la storia della viticoltura nel loro territorio. Per fare questo è necessario alleggerire le pratiche enologiche più uniformanti e fare esprimere il proprio contesto attraverso i vitigni autoctoni e la loro interazione con la cucina. Ecco allora che anche i vini più “semplici”, anche quelli più rustici, tornano a fare parlare di loro. Discorso diverso per le bolle: da una parte il gusto moderno, che stiamo provando a tracciare, chiede dei metodo classico freschi ed eleganti, con pochissimo zucchero e tanta verticalità, o dei rifermentati in bottiglia schietti, sapidi e sgrassanti, dall’altra il trionfo del Prosecco, tranne le esemplari eccezioni, continua a diffondere un’idea di vino morbido, caramelloso e impersonale.

Torniamo al Tai, vitigno che mi ha particolarmente colpito in una recente visita che ho fatto all’area vicentina dei Colli Berici, un tesoro paesaggistico poco noto e dall’estensione notevole, schiacciato dal punto di vista vinicolo tra l’area veronese, quella prosecchista e la forza turistica del Garda. Qui il bello va cercato e la cosa non aiuta una trasferta casuale, ma non troverete capannoni e contrasti lisergici tra natura e industria, quanto colline aperte, mulini e pace. Da queste parti la cultura bianchista non sprizza per coraggio e vivacità (al netto di alcune Garganega molto interessanti), mentre i rossi trovano un habitat decisamente interessante. Tanto che anche i vitigni internazionali più noti come il Cabernet, il Merlot e il Carmenere trovano uno spunto personale, si sono autoctonizzati, anche se parallelamente c’è sempre un sotterraneo desiderio di diventare una piccola Bolgheri a prezzi più che dimezzati. Le ragioni sono nelle peculiarità del territorio e nella sua formazione rocciosa calcarea di natura sedimentaria. Echi che si riflettono nei bicchieri o, in quelli più centrati, l’idea astratta è che dovremmo sentire la roccia in questi vini (o per dirla con un termine che fa molto discutere tra addetti ai lavori: “la mineralità”), ma ci accontentiamo di registrarne un carattere specifico, l’idea di un terroir.

Il Tai, nelle sue versioni più immediate è quasi rosato, fragoloso e goloso: è un po’ il vino della casa, l’apripista di questa fase di riscoperta del gigantesco bagaglio autoctono nazionale, ma è anche e soprattutto il vino che risponde alle sfide climatiche. Non chiede molta acqua, è generoso e più versatile di quanto si possa immaginare. Se ne volete assaggiare la versione più schietta andate a trovare Piovene Porto Godi e Pegoraro, due aziende familiari con la medesima sana impronta. Vini in acciaio, saporiti ed economici, da sbicchierare con qualche salume o con il classico bacala alla vicentina. A cinque euro vi sanno fare stare bene.

Altrimenti fate un salto da Dal Maso, realtà più importante, molto concentrata sulla scoperta delle possibilità di questo vitigno. L’azienda ne fa tre versioni, una di ingresso molto fresca e altre due che sdoganano davvero le potenzialità estrattive del vitigno. Il primo Montemitorio ha un mirabile equilibrio tra frutto e calore, la raccolta è tardiva, ma l’acidità è tanta e capace di riequilibrare qualche grammo di residuo zuccherino. Colpizzarda invece è un vino più muscolare, fa 16 mesi di barrique e si avvicina al modello contestato in apertura, ma spiazza per la sua fiammante longevità. Se la 2015 era ancora segnata dal legno piccolo che ne segna la scorrevolezza, l’annata 2008 è una bevuta sorprendente: profonda e vibrante, tanto che mentre mi veniva raccontata ho continuato a versarmela fino all’ultima goccia.