Cara collega,

ho letto la  lettera che hai scritto dopo quanto è accaduto alla professoressa di Cagliari, che si è presa un pugno in faccia dal suo alunno. Ho letto anche i commenti in Rete: un esercito di indignati contro il 14enne. Tutte queste parole dovrebbero servire a noi docenti ma anche ai dirigenti. Dovrebbero farci porre alcune domande che vanno oltre il tuo legittimo sfogo che abbiamo il dovere di ascoltare. Tu, mettendo i panni della professoressa di Cagliari hai scritto:

Quel giorno sono entrata in classe, un mio studente di 14anni stava utilizzando il cellulare. In tutti i regolamenti scolastici l’uso del cellulare non è consentito durante le ore di lezione. L’ho rimproverato. Però non mi aspettavo quel pugno sul mio viso. No, non mi sarei mai aspettata che un mio allievo, un ragazzo che tante volte avevo aiutato, compreso, capito, sferrasse su di me tutta la sua rabbia. Ho perso l’equilibrio, sono caduta a terra e sono svenuta per alcuni secondi. Non mi ricordo chi mi aiutato. Ero a terra, in balia di un mondo che mi vomitava addosso il suo malessere. È arrivata l’ambulanza, i carabinieri e mi hanno portata in ospedale.

Nel tragitto ho pensato a tutto il mio passato, a tutto quello che la Scuola è diventata. Mi sono resa conto che siamo nelle mani di una società che partorisce violenza senza pensare di arginarla. Un mondo che non capisce questi ragazzi. Vittime di una collettività malata, infettata, contagiosa. Ragazzi figli di una classe genitoriale troppo accondiscendente e permissiva. Ma la colpa non è solo della famiglia. La vita ha colpito anche loro con i suoi tentacoli malati e squilibrati. Mentre ero in barella, non trovavo parole per l’imbarbarimento della società e, nonostante il dolore aumentasse, provavo tristezza per quei genitori che difendono a spada tratta i figli.

Il significato della storia, della memoria e del nostro futuro, risiede nell’educazione”.

Ora, credo sarà chiaro a tutti che il problema non è il cellulare. Non credo di dover spendere molte righe per spiegare che a nulla servirebbe puntare il dito contro la tecnologia in classe. Basta un vecchio proverbio: “Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito”.

Ripartiamo, invece, dalle parole di questa insegnate per farci qualche domanda:
1. Perché la scuola è diventata così?
2. La professoressa scrive: “Siamo nelle mani di una società...”; “un mondo che non capisce questi ragazzi”; “Vittime di una collettività malata…..”. Chi è questa signora Società? Chi è questo signor Mondo? Chi è la signorina Collettività? Conoscete forse il loro indirizzo? Possiamo andare a bussare alla loro porta? Per anni sono cresciuto con il ritornello di mio padre, di mio nonno, di mia madre che per qualsiasi cosa dicevano “E’ lo Stato…”; “Tutta colpa dello Stato”. Lo Stato, la società, la collettività, il mondo siamo noi.

3) “Ragazzi figli una classe genitoriale troppo accondiscendente. Ma la colpa non è solo della famiglia”. Certo, giusto. E allora di chi è questa colpa? Non è della famiglia, non è della scuola. Di chi è? E’ soprattutto qual è questa colpa?

Quel pugno sferrato alla professoressa è il simbolo di un gesto sferrato a ciascuno di noi. In quel pugno c’è un rifiuto, c’è la non condivisione, c’è la rabbia. Quel pugno non può essere “punito” con qualche giorno di sospensione o con un cinque in condotta o con una bocciatura. Quell’atto di violenza va compreso nella sua profondità.

L’articolo 27 della Costituzione ci suggerisce di puntare alla “rieducazione” di chi compie un reato non solo alla sua condanna. Ecco perché mi auguro che quel ragazzino di 14 anni non venga “rifiutato” dalla scuola, ma possa trovare qualcuno che lo aiuti a capire l’errore, che lo possa guidare a ritrovare la serenità che sicuramente ha perso. Quando sento dirigenti che si vantano di “espellere” i ragazzi della scuola, farei scrivere loro dieci volte sul quaderno le parole di don Lorenzo Milani: “Qualche volta viene la tentazione di levarseli da torno. Ma se si perde loro, la scuola non è più scuola. E’ un ospedale che cura i sani e respinge i malati”.

Ciò che dev’essere chiaro a noi “grandi” è un’altra cosa. La scuola non è un luogo per missionari, per uomini e donne che hanno buon cuore e sanno la materia. Non basta. Da sempre (ma non si è mai capito) la scuola è una palestra di vita. L’abbiamo dimenticato. Quel ragazzo a 14 anni ha sferrato un pugno alla sua professoressa perché qualcuno prima non ha fatto quel che doveva fare con lui, perché anni prima non ha incontrato chi lo ha amato.

Non mi interessa puntare il dito contro un’istituzione o l’altra. Non è questo il problema. So solo che questo è il risultato di una scuola che ha dimenticato, fin dalla primaria, di insegnare dei valori. Troppo preoccupati fin dai primi anni di scuola a fare verifiche, test invalsi, a valutare la performance, a selezionare i migliori e a etichettare i peggiori, abbiamo dimenticato di trascorrere del tempo con loro a parlare di ciò che accade. Non abbiamo più “perso” tempo ad ascoltarli (“Bisogna fare il programma”; “Bisogna fare la verifica, il test d’ingresso”). Abbiamo creato una scuola che non amano, che non apprezzano, che rifiutano prendendo in mano un cellulare o imbrattando il bagno o altro ancora.

Se continueremo su questa strada continueremo a prendere pugni in faccia. Quel gesto non si ripeterà più se ogni maestro, maestra inizierà a riflettere su qual è il suo ruolo e qual è quello di “questa” scuola. Forse servirebbe a molti fare l’esperienza del maestro Alberto Manzi che fece il suo primo incontro con la scuola in carcere e fu costretto a “giocarsela” nel vero senso della parola per conquistare i suoi alunni.