C’è il rischio che il sequestro della centrale Enel di Brindisi comporti problemi al sistema elettrico nazionale, in particolare una “riduzione del livello di sicurezza nell’area sud-orientale del Paese” a causa “delle difficoltà esecutive delle prescrizioni” che potrebbe tradursi in un “eventuale fermo“. Tradotto: l’applicazione integrale dei paletti posti dalla magistratura è complicata e, se l’impianto dovesse essere fermato, potrebbero esserci disagi per l’utenza. È quanto sostiene l’azienda elettrica, coinvolta in un’indagine della procura di Lecce sul traffico illecito delle ceneri leggere derivanti dall’uso dell’olio combustibile denso e di gasolio per la produzione di energia elettrica nel sito pugliese.

Il problema è stato esposto negli scorsi giorni al procuratore capo di Lecce Leonardo Leone De Castris, che ha coordinato le indagini svolte dai pm Alessio Coccioli e Leonardo Marazia. Secondo la procura e il gip Antonia Martalò, quelle ceneri sono un rifiuto che andrebbe smaltito e invece sarebbero state mescolate con le ceneri prodotte dall’uso di carbone e reinserite nel processo produttivo, essendo state vendute alla Cementir di Taranto per la produzione di calcestruzzo violando gli “standard richiesti dalla normativa vigente”.

Il mancato smaltimento avrebbe prodotto un vantaggio economico per Enel, quantificato dagli investigatori in 523 milioni di euro tra il 2011 e il 2016, oltre al rischio che il cemento prodotto con quelle ceneri possa non risultare conforme all’uso civile e industriale perché “perde resistenza”. 

La procura nel decidere il sequestro con facoltà d’uso della centrale di Brindisi ha dato 60 giorni all’azienda per adeguarsi alla normativa. Ora, però, Enel “a causa delle difficoltà esecutive delle prescrizioni”, avverte che “un eventuale fermo” dell’impianto, ritenuto “essenziale per il sistema elettrico”, comporterebbe una riduzione “del livello di sicurezza del sistema elettrico nell’area sud-orientale” dell’Italia. E ha quindi proposto ai magistrati “possibili alternative” per la gestione temporanea delle ceneri leggere che “tengano conto delle complessità gestionali e logistiche” connesse al rispetto delle prescrizioni e “dei relativi rischi per il sistema elettrico nazionale”.

L’inchiesta, nella quale sono coinvolte 31 persone, riguarda anche l’uso da parte di Cementir della loppa proveniente dall’Ilva di Taranto. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, respinta dalle tre società, il siderurgico avrebbe venduto la loppa al cementificio nonostante presentasse “criticità” perché mescolato con “scarti” e “rifiuti” come scaglie di ghisa, materiale lapideo, profilati ferrosi,  pietrisco e loppa di sopravaglio. E quando quella loppa arrivava nel cementificio la separazione delle parti inutilizzabili avveniva “parzialmente ed in maniera insufficiente”, senza tra l’altro che la Cementir avesse le “specifiche autorizzazioni” al trattamento di quel rifiuto. Che invece è stato impastato con altri materiali e commercializzato.