Le notizie che giungono da Madrid fanno propendere verso l’idea che la Spagna sia sul precipizio di una guerra civile. Una guerra che, nel cuore dell’Europa, necessariamente va disinnescata. L’ottusità palesata dal re Felipe e dal presidente Mariano Rajoy rende tale funesto scenario più che possibile. Il re, che in teoria dovrebbe essere una figura di super partes, ha addirittura definito le autorità catalane sleali e antidemocratiche. Invece colpire a manganellate anziani in fila da ore per votare è leale e democratico?

In realtà, ciò che sta accadendo in Catalogna, nell’incartapecorito sogno europeo, oramai tale solo per banchieri e speculatori, è l’unico fronte pulsante di anelito democratico. Quella democrazia intesa da Pericle ad Atene nel V° secolo a.c. e cioè diretta e soprattutto partecipata. Crescenti aree geografiche negli ultimi anni (si pensi alla ex Jugoslavia, ma anche l’Iraq e il recente tentativo fatto in Siria) sono state volutamente frammentate per poterle controllare più agevolmente. Un popolo diviso per razza, religione ed etnia è condizione auspicata e voluta da chi esercita il potere transnazionale. Tuttavia, il caso della Catalogna è diverso.

La sanguinosa guerra civile combattuta tra il 1936 e il 1939 che portò alla dittatura di Franco fu l’occasione per sopprimere ancora una volta l’indipendenza della Catalogna. Oggi una nuova guerra civile potrebbe definitivamente rendere la regione libera da Madrid. I catalani non si fermeranno; la scelta e la responsabilità dipende tutta da Madrid. Pensare di fermare con la violenza e con l’oppressione le istanze di un intero popolo è tipico di una visione fascistoide. Madrid che ha ingenti convenienze economiche a tenere legata una parte produttiva del Paese, difficilmente la lascerà andar via. La sensazione è che con un’Unione Europea assente e con l’intransigenza del governo spagnolo non si riuscirà a trovare una mediazione politica. Se a Madrid fossero stati più lungimiranti e democratici e avessero concesso in tempo maggiore autonomia alla Catalogna, oggi non ci sarebbe tale antagonismo che rischia di degenerare in guerra civile.

In Italia ai partiti mainstream, destinati ad estinguersi come il Pd di Renzi, si affiancano quelli come la Lega che, anche se ora per convenienza elettorale, ha cancellato il mito della secessione, la vecchia guardia dei suoi militanti vorrebbe strumentalizzare tale genuino desiderio d’indipendenza catalana. Ma le motivazioni sono diverse da quelle del miraggio della Padania. Il desiderio dei catalani di essere davvero autonomi da Madrid ha radici storiche e sociali, non nasce da spinte egoistiche e razziste. Il M5S con la svolta moderata del leader Di Maio che a Cernobbio ha definito il governo di Rajoy un modello certifica che con lui una parte crescente del M5S ha come obiettivo cardine il consenso elettorale a tutti i costi. Una ricerca spasmodica del consenso dell’elettorato moderato che non permette più di essere irriguardosi e agguerriti verso il potere (come sempre fatto da Grillo) e di leggere ed interpretare il presente declinandolo dalla parte del popolo che si batte per partecipare e non solo per essere rappresentato.

Il referendum del novembre 2014, come quello celebrato di recente, fu considerato da Madrid incostituzionale. Quali passi deve compiere il popolo della Catalogna per far comprendere alla Spagna che la stragrande maggioranza del suo elettorato vuole essere indipendente? Basta recarsi a Barcellona per comprendere come sia radicato tale desiderio di autonomia. I catalani devono continuare la propria battaglia non violenta di resistenza civile donando così un poco di vigore ad un’Europa dove la democrazia è nata ma morta da tempo.