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Banche, la Bce chiede tempi più brevi per le pulizie dei bilanci e la lobby del credito minaccia una nuova stretta dei prestiti

Il sistema-Paese si è battuto con Francoforte e Bruxelles per poter tappare con i soldi dei contribuenti i buchi miliardari prodotti da dissennate politiche del credito e non ha avanzato una sola proposta su come prevenire il problema. E così arriva coi nervi scoperti davanti alle strade proposte da Francoforte

Una Bce addirittura “rivoluzionaria” con Danièle Nouy – capo della Vigilanza di Francoforte – nei panni di Roberspierre. A sentire il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, Francoforte ci vuole male e si appresta ad aggiungere “macigni alle ennesime regole sui crediti deteriorati” con una tempistica da ghigliottina. A far andare di traverso il caffè mattutino a Patuelli e a molti altri banchieri italiani sono state le linee guida sulle sofferenze, che la Bce ha pubblicato sotto forma di documento di consultazione: di qui a dicembre verranno raccolti i diversi pareri e poi – con eventuali modifiche – le nuove regole diverranno operative a partire da gennaio 2018. Si tratta certamente di linee guida piuttosto stringenti che si applicheranno però solo ai nuovi crediti in sofferenza e non anche allo stock preesistente, che è uno dei nervi scoperti del sistema bancario italiano. La ratio è quella di arrivare a un’armonizzazione a livello europeo, prevedendo una tempistica di due anni per la cancellazione dai bilanci delle banche dei crediti deteriorati non assistiti da garanzie e di sette anni per quelli garantiti.

Apriti cielo! Secondo Patuelli le banche italiane subiranno un danno rilevantissimo, tanto che l’Abi ha già provveduto ad “attenzionare” il governo sulle conseguenze nefaste di tale provvedimento e invoca una “concertazione” tra varie istituzioni europee per avere risultati concreti e scongiurare che tali linee guida divengano operative. E per rendere ancora più incisivo il suo allarme, il presidente dell’Abi non ha esitato a preannunciare un nuovo credit crunch ai danni delle piccole e medie imprese, perché “se non corrette” le ultime disposizioni della Bce sulla gestione delle sofferenze rischiano di avere “forti effetti negativi” soprattutto sulle Pmi. Insomma, la solita tiritera che non entra mai nel merito delle questioni: i non performing loans sono stati i detonatori della crisi bancaria italiana e ci si aspettava quindi che su questo tema proprio l’Italia avanzasse delle serie proposte non tanto e non solo su come smaltire l’enorme stock accumulato negli anni della crisi economico-finanziaria, ma anche e soprattutto su come impedire che in futuro ci si ritrovi nelle stesse condizioni. Invece il cosiddetto sistema-Paese si è battuto con Francoforte e Bruxelles per poter tappare con i soldi dei contribuenti i buchi miliardari prodotti da dissennate politiche del credito e non ha avanzato una sola proposta su come prevenire il problema.

Ora, due anni di tempo per i crediti non garantiti sono forse un po’ troppo pochi, ma sono comunque il frutto di una media europea, segno che altrove in Europa due anni sono più che sufficienti. La questione di fondo è che le sofferenze vanno smaltite in un tempo ragionevolmente breve per evitare di accumularle e l’Italia sotto questo profilo si trova svantaggiata perché la nostra giustizia civile ha dei tempi biblici, da Paese pre-moderno. Ma di questo non si può certo incolpare l’Europa. Inoltre, occorre sottolineare che la gran massa delle sofferenze derivano da pochi grandi debitori, molto spesso amici degli amici cui sono stati scientemente erogati finanziamenti “a babbo morto” e che ora godono di una sostanziale impunità, a differenza di tante famiglie e piccoli imprenditori che invece hanno perso la casa e sono finiti sul lastrico.

Patuelli, anziché occuparsi di questa intollerabile diseguaglianza e battersi perché cambi il sistema dell’erogazione dei crediti, preferisce di gran lunga “usare” i soggetti più deboli minacciando un nuovo credit crunch. Gli analisti, che conoscono bene come funziona il sistema bancario italiano, prevedono già un rialzo del costo del credito in Italia e prevedono anche che detto costo venga prontamente scaricato sui debitori. E Intermonte, che la sa lunga, prevede che le nuove linee guida produrranno “più alti accantonamenti nel quarto trimestre del 2017”, ma “non dovrebbero avere un impatto significativo in quanto i nuovi flussi di credito deteriorato sono destinati a ridursi a causa dalle migliori condizioni economiche in Italia”. In sostanza, per evitare di dover gestire con le nuove regole crediti attualmente classificati come dubbi e che tra qualche mese potrebbero divenire inesigibili, le banche italiane tenderanno a iscriverne una quota a sofferenza entro la fine dell’anno. Ed è proprio questa una delle grandi questioni “italiane”: quanto sono “puliti” i bilanci degli istituti? Quante rettifiche sui crediti dovranno essere ancora fatte? Alla luce di queste domande si capisce forse meglio l’agitazione di Patuelli e l’assoluta necessità di sollevare un nuovo polverone sulla Bce e sulle regole che “ci penalizzano”, anziché occuparsi della sostanza del problema. Se in Borsa i titoli bancari sono tornati al centro delle vendite non è certo un caso: a dispetto delle dichiarazioni tranquillizzanti, il mercato sa bene quanto è debole il nostro sistema bancario.

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