La storia è stata spesso trascurata, sepolta sotto quarant’anni di successi e altre annate da ricordare e raccontare. Eppure tutto è iniziato in quei mesi a cavallo tra il 1976 e il 1977, mentre l’Italia sull’orlo del baratro, stretta tra i rincari record di benzina e bollette, animata dalle radio libere e dal Movimento studentesco che voleva l’immaginazione al potere, viveva il sorpasso mancato del Pci alla Democrazia Cristiana e l’arresto del bandito Renato Vallanzasca. Fu allora che la Juventus divenne la squadra capace di dominare fuori dai confini, vincendo il suo primo trofeo europeo e riprendendosi lo scudetto che il Torino le aveva strappato all’ultima giornata del campionato precedente grazie a un suicidio sportivo dei bianconeri.

I protagonisti di quella stagione, la tattica e la tecnica, la strategia dell’avvocato Agnelli e l’intuito di Boniperti sono stati riannodati in 1977 Juventus Anno Zero (Bradipo Libri, 216 pagine) dal Collettivo Banfield, nove scrittori tra i quali si conta un solo tifoso della Vecchia Signora. Diciotto mani per rimettere ordine nell’annata che cambiò la percezione dei bianconeri e gettò le fondamenta per la filosofia del club che oggi conosciamo. Nei nove capitoli arricchiti da oltre venti interviste ai protagonisti e agli avversari di quella stagione, la storia sportiva della squadra di Giovanni Trapattoni si intreccia e fonde con il clima cupo del Paese, che vive contrasti sociali fortissimi mentre l’undici juventino – tutto italiano, e non accadrà mai più – vince campionato e Coppa Uefa applicando alla perfezione quella che Franco Causio definì la “geopolitica del calcio”: dal friulano Zoff al palermitano Furino, passando per la faccia da Gheddafi di Claudio Gentile, la Juventus operaia del Trap, a sua volta giovane 37enne operaio della panchina, fidelizza gli operai della Fiat saliti a Torino con la valigia di cartone e da loro succhia energie e voglia per firmare la rinascita.

Una squadra costruita al risparmio, che lavora con umiltà per un obiettivo comune, capace di valorizzare i giovani e rigenerare Roberto Boninsegna, dato per finito dall’Inter e autore di una doppietta fondamentale nella corsa scudetto proprio contro i nerazzurri. C’era talento, certo, ed era tanto. Ma il Collettivo Banfield mette in luce soprattutto la prima applicazione al calcio della “gestione Fiat”. Un anno zero, appunto, che ha lasciato un segno indelebile nel modus operandi della dirigenza, soprattutto se letto con le lenti della storia che racconta oggi di un club capace di ristrutturarsi dopo un nuovo terremoto, questa volta non sportivo, nel 2006. Prendendo spunto anche (o sopratutto?) da quel 1977 che si risolse in una sola settimana con le vittorie sofferte della Coppa Uefa contro l’Athletic Bilbao e della scudetto a Genova, grazie al successo sulla Sampdoria che annullò l’ultimo tentativo di difendere il tricolore del Torino dopo una battaglia punto a punto durata dalla prima giornata.

Senza mai perdere di vista il lato sportivo e tratteggiando i profili umani e calcistici dei protagonisti, il Collettivo Banfield inserisce quell’epopea sportiva nel contesto storico e politico di quarant’anni fa, nel quale nacque il consumatore acritico cantato proprio in quei mesi da Giorgio Gaber nell’album Libertà obbligatoria. Una stagione spartiacque, unica e irripetibile, per la Juventus come per l’Italia, condensata dagli autori con un fine messo subito in chiaro: “Si può essere anche antijuventini, con motivazioni giustificabili, ma non si possono non riconoscere le qualità della squadra che si vorrebbe poter battere”. Ed è quello che fanno in maniera asciutta, essenziale e ritmata riportando alla luce una delle cavalcate sportive italiane più esaltanti e dimenticate.