Ci voleva l’elezione di un presidente chiaramente sponsorizzato da papa Francesco perché la Conferenza episcopale italiana (Cei) prendesse finalmente in mano il dossier degli abusi sessuali commessi dal clero. L’annuncio, venuto al termine della sessione settembrina del Consiglio permanente dell’episcopato, rappresenta una svolta radicale nell’atteggiamento della Cei, che a partire dal 2010 – anno in cui Benedetto XVI esortò pubblicamente ad abbandonare la difesa ad oltranza del “buon nome” della Chiesa mettendo invece al centro le sofferenze delle vittime e la necessità di rendere loro giustizia punendo i colpevoli – si era sempre rifiutata di assumere un ruolo nazionale attivo di repressione del fenomeno.

Con l’elezione a presidente del cardinale Gualtiero Bassetti, la Cei si prende le sue responsabilità. E’ stato formato intanto un gruppo di lavoro, guidato dal vescovo di Ravenna Lorenzo Ghizzoni (a cui si aggiungeranno due altri vescovi) aiutato nel coordinamento dal responsabile Comunicazione della Cei, don Ivan Maffeis, e dal responsabile Cei per i problemi giuridici monsignor Giuseppe Baturi. Il che significa, intanto, una prima cosa: non sarà più possibile il gioco di rimpallo delle responsabilità che si è verificato in passato in casi anche gravi, quando organizzazioni di sostegno alle vittime – per esempio Caramella Buona – volevano segnalare alla Cei l’inerzia scandalosa di certi vescovi.

La nuova presidenza dell’episcopato intende muoversi in fretta. Già prima dell’estate, informalmente, Maffeis, Baturi e il professor Venerando Marano, responsabile dell’Osservatorio giuridico-legislativo della Cei, hanno cominciato a gettare le basi di un programma di azione. Con tre indicazioni ai vescovi, che si rivolgono alla Cei quando emergono denunce:

1. Muoversi immediatamente per una prima indagine conoscitiva;
2. Incontrare subito le vittime;
3. Rendere nota in parrocchia e in diocesi, senza esitazione, l’accusa o l’indagine aperta dall’autorità civile.

Il secondo livello su cui intende muoversi il gruppo di lavoro riguarda l’elaborazione di “protocolli” (un po’ come avviene nelle strutture sanitarie in presenza di epidemie) per indicare a parroci, responsabili di gruppi parrocchiali, trainer di gruppi sportivi aggregati all’oratorio come individuare comportamenti fuori norma e come sensibilizzare anche i minori ad accorgersi e riferire di atteggiamenti morbosi.

Il terzo punto del programma attiene all’acquisizione delle “pratiche migliori già in atto negli episcopati del mondo”: così garantisce un esponente della Cei. E questa sarà la pietra di paragone in base al quale l’opinione pubblica giudicherà il nuovo corso della Cei, per ora solo messo in agenda.

All’estero, infatti, si pubblicano rapporti annuali sul fenomeno, e in futuro non dovrà più essere possibile che non si forniscano alla stampa cifre esatte. All’estero si organizzano punti di ascolto e di denuncia in ogni diocesi. All’estero sono state elaborate procedure precise per risarcire le vittime, senza lasciare pilatescamente tutto affidato al singolo prete predatore con il pretesto che la responsabilità penale è personale.

E’ del cardinale Pell la celebre battuta che ha scatenato polemiche roventi in Australia: “Se un camionista dà un passaggio a una donna e poi le mette le mani addosso, la responsabilità non è della società di autotrasporti”. Ecco, ciò che si è fatto largo in questi anni nell’opinione pubblica fuori e dentro la Chiesa è la convinzione che la gerarchia ecclesiastica non può rispondere come se fosse una qualsiasi compagnia di autotrasporti.

Rimane, infine, l’esigenza – ricordata dall’organizzazione “Noi siamo Chiesa” in una lettera aperta ai vertici della Cei – di una commissione indipendente d’inchiesta per portare alla luce le violenze del passato taciute dalle vittime per vergogna o paura oppure insabbiate dalle autorità ecclesiastiche. Resta da vedere inoltre in che maniera saranno coinvolti nella commissione, che si sta formando, anche rappresentanti di coloro che sono stati abusati. Il segretario generale della Cei monsignor Nunzio Galantino ha assunto in conferenza stampa un impegno preciso: sarà garantita la “presenza delle vittime”.

E lo Stato italiano? Anche da parte italiana c’è bisogno di muoversi. I partiti non possono ignorare che giace in parlamento una proposta di legge per obbligare i vescovi a denunciare gli abusi di cui vengono a conoscenza. Come succede in Francia. Ma in attesa che la legge passi, con le difficoltà che attengono a materie connesse al Concordato, il governo può e deve fare un passo deciso presso il Vaticano e la Cei.

Non deve più avvenire un caso disgustoso e clamoroso come quello portato alla luce dal giornalista Emiliano Fittipaldi nel suo libro Lussuria. La vicenda di un prete di Foggia, Gianni Trotta, privato della tonaca nel 2012 per ripetuti abusi, ma con la raccomandazione della Congregazione per la dottrina della fede al vescovo locale di “non divulgare i motivi del suo allontanamento per evitare scandalo”. Con la conseguenza che Trotta, favorito dall’omertà, ha potuto commettere altri abusi ai danni di una decina di bambini.

Su questo il governo deve intervenire. Le condanne ecclesiastiche vanno obbligatoriamente rese note alle autorità italiane.