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Referendum Catalogna, come l’Europa gestisce due nazionalismi sordi

Ricorderemo il 1 ottobre 2017 come un giorno buio della storia spagnola e non soloLe autorità del governo centrale di Madrid hanno infatti voluto opporsi al referendum per l’indipendenza della Catalogna non solo semplicemente disconoscendone la validità – cosa che la maggior parte dell’opinione pubblica e le istituzioni vedono chiaramente – ma tentando di impedirlo fisicamente, usando contro persone inermi mezzi inaccettabili e su una scala tale come non si vede da tempo in Europa. La violenza della polizia nei confronti della popolazione catalana che voleva recarsi a votare è stata infatti sproporzionata, vergognosa. Un atto nato da un contesto culturale rigidamente conservatore e nazionalista di stampo franchista, del quale, non giriamoci intorno, il galiziano primo ministro Mariano Rajoy fa parte.

Rajoy, però, ha trovato come controparte un nazionalismo catalano altrettanto sordo e virulento, che ha voluto perseguire un referendum incostituzionale secondo procedure non valide e che, era chiaro, il governo spagnolo non avrebbe mai accettato; soprattutto poi per una causa, quella dell’indipendenza, che prima degli eventi di queste settimane non godeva del sostegno inequivocabile della maggioranza dei cittadini catalani. E anche oggi, non è sicuro che un referendum fatto come si deve e sulla base di un dibattito serio e aperto porterebbe alla decisione di secedere dalla Spagna.

Ma, di dibattiti seri e aperti, non c’è stato neanche uno. I due nazionalismi hanno cozzato dopo un crescendo evitabile almeno dal 2010. Il punto di partenza che ha portato all’escalation odierna è quello dello “Statut” catalano, frutto del lavoro del partito progressista allora al governo in Catalogna e di Zapatero, che aveva preso sul serio la sfida di rendere la Spagna, non solo di fatto, ma anche di diritto, un paese multinazionale.

Lo Statut era stato approvato dopo un lavoro molto faticoso prima dal Parlamento catalano e poi dal Parlamento spagnolo nel 2006; il Tribunale costituzionale (controllato dai seguaci di Aznar del Partito Popolare) lo aveva respinto nel 2010, anche sulla base del fatto che il concetto di “nazione catalana” non ha forza giuridica. Tra gli articoli respinti, quelli sulla lingua catalana “preferenziale” nella amministrazione, dei poteri della magistratura catalana e altri su questioni afferenti al fisco e alle banche e alla possibilità della Catalogna di essere una “nazione”. Da allora è iniziato il duello. Questo è stato reso più aspro dalla profondissima crisi economica che ha travolto la Spagna e dagli scandali che hanno toccato i due partiti cardine di questa partita, il Partito popolare e Convergencia i Uniò di Artur Mas, il quale è stato rimpiazzato dal nazionalista duro e puro Carles Puidgemont, perché il partito indipendentista di estrema sinistra Candidatura d’unitat popular (Cup) aveva posto un veto alla nomina di Artur Mas dopo il risultato elettorale del 2015.

È evidente che il referendum di ieri non rappresenta un voto espresso nella serenità e democrazia di un normale scrutinio. Ma la contrapposizione con Madrid, la strada disastrosa scelta da Rajoy di non concedere nulla dal 2010 ad oggi, il silenzio indeciso dei Socialisti e la drammatizzazione inscenata dagli indipendentisti catalani, hanno isolato le voci più moderate; anche dopo la consultazione, nessuno dei contendenti ha cambiato strada. E le ultime dichiarazioni, tra l’uno che definisce il referendum una “sceneggiata” e l’altro che si prepara a dichiarare indipendenza in maniera unilaterale, non lancia segnali tranquillizzanti in questo senso.

Se questo dialogo tra sordi dovesse continuare, la situazione in Catalogna non potrà che aggravarsi sempre di più. Ed è ora assolutamente necessario che l’Europa entri in campo e si faccia sentire. La dichiarazione arrivata stamattina dal portavoce della Commissione Margaritis Schinas apre un minuscolo spiraglio incitando al dialogo e rifiutando ogni ricorso alla violenza. Allo stesso tempo, però, rovina tutto riaffermando che si tratta di una questione interna e dicendosi sicuro che Rajoy (proprio lui) gestirà la situazione al meglio. Insomma, se ne lava le mani: sferzando un colpo, l’ennesimo, alla fiducia che, nonostante tutto, molti spagnoli ancora ripongono nella capacità dell’Europa di aiutare ad affrontare la crisi con il dialogo.

L’Ue è stata costruita sulla base del rifiuto del nazionalismo, del rispetto dello stato di diritto e del diritto del popolo a esprimere democraticamente la propria volontà politica. Ora che questi principi sembrano essere a rischio in Spagna, l’Europa deve fare tutto il possibile per obbligare i propri Stati membri a rimanere fedeli a questi ideali. Il dialogo, non la repressione, deve essere la chiave per uscire da questa impasse.

Ma l’Europa non è soltanto la commissione o i governi nazionali: esiste anche il Parlamento europeo. Ed è proprio nel Parlamento, che questa settimana si riunisce a Strasburgo in seduta plenaria, che il gruppo dei Verdi ha ottenuto che mercoledì venga posta all’ordine del giorno una discussione sull’attuale situazione. Da questa discussione necessariamente serve (e mi auguro) che emerga una presa di posizione netta da parte della Commissione contro la violenza e a sostegno di una soluzione negoziata del conflitto.

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