Riflettendo sull’ultimo scandalo dei concorsi universitari, da barone di lunghissimo corso – ormai ultra-trentennale – qual sono, ho rovistato nel mio archivio personale. Cercavo una lettera di quasi vent’anni fa, scritta da Piero Villaggio (1932-2014), gemello del più noto Paolo. Era indirizzata ai suoi colleghi, studiosi della scienza delle Costruzioni, di cui Piero fu cultore apprezzato in tutto il mondo. L’autore mi aveva messo a conoscenza in virtù dell’amicizia e della reciproca stima.

Pisa, 25 luglio 2000

Signori docenti di Scienza e Tecnica delle Costruzioni.

Credo che tutti voi abbiate constatato che la gestione dei concorsi per indizione locale sia una nuova catastrofe che si è abbattuta sull’Università italiana investendo pure le nostre materie. […] A punto che, decisa la commissione, si sa con precisione chi saranno i cooptati. […] Ciò comporla almeno due conseguenze. Adesso c’è una grande offerta di studiosi stranieri che sarebbero disposti a lavorare in Italia. Ebbene, mentre tutte le università dell’Occidente accolgono con facilità tanti protagonisti prestigiosi del progresso scientifico degli ultimi decenni, la nostra ignora costoro. E poi, che modello si prospera ai giovani per entrare nell’Università? La ricetta è semplice. Svolgere compiti di servizio presso le sedi locali onde acquisire crediti morali. Indi fare in modo che dette sedi trovino i fondi sufficienti per bandire un concorso. L’istituto del trasferimento è, di fatto, abrogato. Se la regola fosse stata applicata nel passato, Aristotele non avrebbe mai insegnato in Atene né Tommaso d’Aquino in Parigi. […] Si sta accettando passivamente un sistema che premia il burocrate astuto scoraggiando gli intellettuali appassionati ma disaccorti. Purtroppo, ciò che è accaduto nella scuola secondaria negli ultimi quindici anni sta dilagando nell’università. […]

Piero Villaggio

Sono gli argomenti per cui, da allora, provo una sincera repulsione all’idea di partecipare a qualsivoglia commissione. La vergogna di oggi è maturata in un ambito disciplinare specifico con venature da cronaca nera, ma viene da lontano e ci porterà ancora più lontano, se non si azzera la schizofrenia di riformare le riforme con riforme sempre più deleterie e tutte sorrette da una vena ideologica che non accetta confutazioni né tampoco verifiche. Questa valanga di “modernizzazioni” ha affossato l’università italiana nel goffo tentativo di trasformarla in impresa economica, scimmiottando la moda che vuole l’istituzione accademica governata dal mercato. E che, rinnegando una missione millenaria, sta riducendo l’università pubblica ad una azienda municipalizzata dove il “capitale umano” diventa una voce della “spending review” e nulla più, sotto il controllo dei burocrati astuti in perenne bilico tra devolution e sovranismo, ma sempre alla ricerca di qualche strapuntino nelle istituzioni o nelle imprese.

Tra i paesi sviluppati, l’Italia è l’unico dove la carriera universitaria nasce e muore in pochi metri quadrati, lo stesso spazio fisico e culturale dove ci si è laureati. Nessuno si adopera per sanare la ventennale ferita, madre di un profondo ristagno culturale. E, quando un ateneo del Nord Italia assume un docente esterno, obbligata da qualche post-it legislativo, la grida dell’internazionalizzazione antepone l’oscuro docente jakuto al brillante ricercatore siculo, dirottato all’estero. Viceversa non datur, perché le università del Sud hanno difficoltà a mettere assieme i propri cocci.

L’università che educa i cittadini soffre in tutto il pianeta, sopraffatta del mito dell’ateneo-impresa, tutto proteso a formare lavoratori che stentano sempre più a trovare un lavoro coerente. Ma il malessere italiano è, se possibile, ancora più profondo. Oltre ai salari e ai finanziamenti, decisi da governi determinati ad affossare l’università pubblica, fanno acqua il reclutamento e le carriere. Qui non è irrilevante la responsabilità dei docenti, pronti a denunciare sottovoce i malvezzi del vicino di stanza o del rivale accademico; per poi cadere nello stesso malvezzo a breve giro di email. E la vischiosità clientelare – un tempo arginata da una casta caratterizzata da un’impronta comune, la cultura – si è evoluta, poiché la dipendenza dalla politica e dal mercato non è mai stata così forte come negli ultimi vent’anni; ed è l’unico indicatore che tende a crescere vigorosamente, con il trionfo del conformismo e la progressiva perdita della libertà accademica, nell’indifferenza della società dello spettacolo.