Prima di andare in stampa ha fatto in tempo ad aggiungere un’altra chicca: la nomina del presidente del sindacato autonomo dei diplomatici (Sndmae) Paolo Serpi a “inviato speciale” per i Caraibi. E la spiegazione di come al Ministero degli Esteri certe funzioni vengano tirate fuori dalla naftalina alla bisogna, per consentire a diplomatici prossimi alla pensione rimasti a Roma senza un incarico di farsi qualche viaggetto all’estero e di incassare il relativo trattamento economico a spese del contribuente. Non solo. Ci sono i retroscena di tante nomine dalle logiche imperscrutabili o meramente “politiche”, come quella del viceministro Carlo Calenda, già nipote d’ambasciatore, a Bruxelles inviato con tutti gli onori alla rappresentanza “permanente” dell’Italia in Europa, dove è rimasto però non più di 50 giorni. Non solo. C’è l’elenco dei fortunati rampolli vincitori del mitico concorso diplomatico  con tanto di aggiornamento del “coefficiente di casta”: 158 blasoni per 396 componenti che hanno ottenuto accesso alla carriera di ambasciatore, console e ministro plenipotenziario tramite un concorso nel quale – stranamente – eccelle chi ha un cognome già presente nell’albo d’oro dell’aristocrazia diplomatica tra figli di papà e i nipoti di gran feluche della Repubblica. E ancora i diplomatici che fanno carriera perché in quota a Renzi o Alfano E poi questioni scottanti, come la “messa in scenda” del ritiro dell’ambasciatore italiano a Il Cairo per il caso Regeni.

C’è tutto questo e altro ancora in Dietro le quinte della Farnesina (Aracne editore), un saggio di denuncia del malcostume e del declino che affligge il Ministero degli Affari Esteri (e di proposta su come arginarlo) scritto da una fonte di prima mano: l’ex ambasciatore in pensione Calogero Di Gesù, entrato in Farnesina con un ruolo impiegatizio, vincitore nel 1980 del concorso diplomatico e poi protagonista di una carriera con incarichi importanti nelle sedi di Monaco, Perth, Bohn e Ginevra. E’ un libro che farà discutere, fin dal sottotitolo: “Cinquant’anni di illegalità, sperperi e intrallazzi”. Si tratta di un lavoro unico nel suo genere: 550 pagine di analisi, retroscena, aneddoti (e proposte di riforma) sul mondo della diplomazia italiana visti dall’interno, da un diplomatico “di spada” e non di toga che da funzionario amministrativo sale i gradini della carriera diplomatica e scopre un mondo a parte che è afflitto da vizi storici, da prassi anomale, da scandali e privilegi che vengono evocati in modo chiaro, schietto e documentato perché – suo malgrado – li ha visti senza rimanerne contaminato, non essendo mai appartenuto del tutto a quel mondo (proviene da una modesta famiglia, il padre ufficiale della Gdf).

Il libro, che ha impegnato l’autore per diversi anni condensa una galleria incredibile di storie, nomi e vicende che hanno in parte alterato l’andamento della nostra democrazia attraverso un uso distorto del potere della diplomazia piegato a logiche politiche, affaristiche e (in rari casi) ideologiche. Si incrociano così molti temi che Il Fatto ha raccontato negli anni: i privilegi incredibili, le illegalità e i brogli connessi al voto all’estero, le nomine clientelari e il commercio di incarichi di “esperti”, i casi di corruzione dei visti e il traffico delle cittadinanze, l’assistenza e i servizi essenziali spesso negati ai cittadini italiani all’estero (anche con epilogo drammatico per le vittime). I danni provocato dalle nomine per “chiara fama” di famigli e soliti noti nei più prestigiosi Istituti Italiani di Cultura. Anche temi scottanti e attuali, come il pagamento dei riscatti a seguito di rapimenti di cooperanti, tecnici e giornalisti all’estero. E ancora gli affari di faccendieri, dirigenti e diplomatici sotto le insegne delle imprese nazionali come Finmeccanica. La sistematica copertura dei casi di apologia di fascismo e dei conflitti di interessi.

Di Gesù che per quasi mezzo secolo ha vissuto a bordo di questa macchina ne racconta il progressivo declino, la costante devianza e il suo inesorabile invecchiamento che, in ultimo, consegna alle generazioni a venire un carrozzone pesante, lento e poco governabile. Con il suo Dietro le quinte della Farnesina  racconta – con uno sguardo attento alla storia e all’attualità – come un intero sistema delle relazioni internazionali, bene pubblico in senso lato, annaspi minato dalle inefficienze e dall’autoreferenzialità della diplomazia che lo domina, un corpo dello  Stato  fatto  di  uomini  che  si  sono  chiusi  e  asserragliati  da  tempo  dentro il “palazzo”, sovrapponendo la strenua protezione dei propri privilegi personali alla loro missione e all’interesse generale che la origina e giustifica.

Così, pagina dopo pagina, emerge il ritratto di un ceto diplomatico elitario che pretende di mantenere prebende, indennità, avanzamenti automatici di carriera a prescindere da merito e risultati, come tratti fisiologici della categoria d’appartenenza e contro l’incedere del tempo che, in ogni settore della vita pubblica, invoca più che mai competenza, etica e giustizia sociale. Un arroccamento che in alcuni frangenti ha superato il limite del pudore,  rivelando  le  caratteristiche  tipicamente  predatorie  e  parassitarie del corpo diplomatico.

A corredo della parte di denuncia l’ex ambasciatore fa seguire quella di proposta, indicando i tasselli di una possibile riforma dell’intero comparto che riporti a livelli di trasparenza adeguati il Ministero degli Affari Esteri e riallinei la diplomazia nostrana al suo ruolo di servizio alla comunità nazionale e agli intessi dello Stato, sottraendola al controllo esclusivo della casta diplomatica che sta fuori dal tempo e che contro il tempo lavora, pensando soprattutto a come elevare e conservare se stesso. “Bisogna spezzare l’oligarchia delle élite diplomatiche”, sostiene l’autore. Come? Riorganizzando la rete delle ambasciate che non risponde più alla grandeur d’un tempo e diventa la premessa per scandali e inefficienze Di Gesù propone di ridurre da 27 a 5 quelle presenti in Europa utilizzando l’istituto della rappresentanza multipla previsto da codici internazionali. Abolendo il famoso concorso e aprendo ruoli, funzioni e incarichi anche a personalità esterne alla carriera diplomatica. Basta con gli ambasciatori per diritto dinastico. Parola di ambasciatore.