Che l’essersi smarcati dal Pd per fondare Mdp fosse una mossa per affossare Renzi e poi lanciare un’Opa dall’esterno sul Partito democratico è una cosa che in molti, renziani (come Rosato, per esempio) e non, hanno sempre sostenuto. Ora esce una nuova intervista di Massimo D’Alema con Aldo Cazzullo del Corriere della Sera, e quando D’Alema parla sono tutti a prendere appunti. Intanto sono bordate all’indirizzo di Renzi, reo di non essere mai stato di sinistra e di non ‘entrarci nulla’ con la tradizione della sinistra. E fin qui, mi pare si possa condividere. Tuttavia, nell’intervista D’Alema alla domanda di Cazzullo “Ma con il Pd non dovrete trovare qualche forma di accordo?” risponde “Non mi pare ci siano le condizioni per andare alle elezioni insieme. C’è distanza sul programma e nel giudizio su quel che è accaduto in questi anni. Nessuno capirebbe un accordo in queste condizioni e gli elettori non ci seguirebbero. Presentarsi uniti nei collegi potrebbe essere un disastro”.

Così, poco dopo, si sente in dovere di inviare una lettera al Corriere per puntualizzare che “Io non ho detto ‘mai con il Pd’ […] non ci sono, oggi, le condizioni politiche e programmatiche per presentarci insieme alle elezioni […] Tuttavia non credo affatto che si debba rinunciare in prospettiva ad un dialogo con il Pd per dar vita, in futuro, a un centrosinistra radicalmente innovativo”, nel quale i programmi e la leadership siano in forte discontinuità col Pd a trazione renziana. In altri termini, l’alleanza con il Pd sarebbe auspicabile se il partito non fosse più guidato da Renzi, e se cambiasse orientamento politico spostandosi a sinistra. Orbene, sul primo punto, si torna a quanto detto sopra: non “mai col Pd”, ma senz’altro “mai con Renzi”.

Guerra personale? Opposti narcisismi, come ha detto Fulvio Abbate ieri a Linea Notte? Non lo so: vale sempre la Goldwater rule, che impone agli psichiatri di non esprimersi sui politici in termini clinici? E tuttavia, non essendo psichiatri, possiamo forse azzardare una lettura da psicologia da marciapiede, confermata da una valanga di sintomi: D’Alema e Renzi si odiano. Il punto è: perché? Ecco, qui interviene il secondo corno della questione: un Pd che guardi a sinistra, dice D’Alema. Ma come, dopo anni in cui D’Alema ha sostenuto lo spostamento a destra dell’asse politico, oggi si scopre tendente a sinistra, e persino un po’ movimentista e finanche populista?

Mdp, in fondo, non sembra una formazione in radicale discontinuità culturale e politica col renzismo, di cui i recenti fuoriusciti hanno avallato, quando ancora erano insieme sotto il tetto del Partito democratico (anche con Renzi regnante), tutte le politiche. E non c’era bisogno che arrivasse Renzi per inaugurare le politiche che oggi invece vengono bollate come di ‘destra’. Ed eccoci al punto: in fondo, Renzi è il leader che D’Alema non è riuscito a essere. Renzi si è dimostrato, in qualche misura, un vincente, mentre sulle vittorie di D’Alema ha ironizzato perfino l’allenatore della Roma Eusebio Di Francesco. Renzi è stato – mutatis mutandis, certo – il Craxi (o il Blair, se preferite) che D’Alema avrebbe voluto essere e non è stato. Certo Renzi lo è stato fuori tempo massimo, quando il blairismo era già finito da tempo. Disarcionare Renzi dunque, ecco l’obiettivo.

Enrico Letta era politicamente e culturalmente così diverso da Renzi? Non direi, eppure le politiche di Letta, o di Monti, andavano bene, quelle di Renzi no. Ringalluzzirsi di fronte alle bordate dalemiane è una magra consolazione: il dalemismo di ritorno di molti orfani della sinistra deve fare i conti col fatto che le politiche di Mdp non sarebbero affatto diverse da quelle dell’(ex) golden boy di Rignano sull’Arno. Cambiare fantino, certo, ma per fare cosa? E non si tratta, appunto, di buttarla sul personale: qui la questione è tutta politica. Come da tempo si lamentano quelli più a sinistra dei fuoriusciti (in sostanza Anna Falcone e Tomaso Montanari), siamo di fronte a un balletto di alleanze con il solo scopo di finire in braccio al Pd dopo aver cambiato il suo segretario. Ma le politiche, le culture, le visioni, restano sostanzialmente identiche. Tanto più che D’Alema è per il proporzionale, esattamente la legge che consentirebbe (come ho scritto) le alleanze post-voto. E per favore non tirate fuori Corbyn e l’idea che si vinca al centro, perché Corbyn stesso lo ha spiegato: è il centro a essersi spostato dopo la crisi. Mentre il dalemismo di ritorno riporta il centro esattamente dove lo avevamo lasciato 15 anni fa.