L’episodio gravissimo avvenuto nel tribunale di Perugia il 25 settembre è solo l’ultimo di una serie inquietante di casi simili che si sono verificati in questi anni. Il più grave a Milano nel 2015, certo, ma ormai gli episodi di violenza consumatisi tra le mura delle sedi della giustizia sono certamente in aumento. Se ormai avvengono pure all’interno di luoghi deputati a discutere, trattare e decidere sulla “giustizia”, sui diritti, sugli strumenti di tutela, è un segnale che merita un’attenta riflessione da parte di tutti.

Gli spunti per ragionare devono investire tutte le parti coinvolte: operatori del diritto, personale amministrativo, legislatore, utenti.

Partiamo dagli utenti, i quali sono semplicemente quelli che si rivolgono al sistema giustizia per domandare tutela o anche per fingere di domandare tutela, atteso che un sistema fallace consente ancora oggi difese temerarie, disinvolte, azzardate, spregiudicate, perditempo, dilatorie. Tutti noi, a seconda del momento e dell’esigenza, possiamo essere utenti e possiamo trovarci necessitati a domandare tutela all’autorità giurisdizionale (civile, penale, amministrativa, tributaria etc.). Solo una parte del contenzioso giurisdizionale prevede infatti, prima l’obbligo di adoperare strumenti di Alternative dispute resolution (conciliazioni, arbitrati, negoziazioni, mediazioni etc.), ponendosi, così, come un filtro, un cuscinetto. Non solo risolutivo (a volte), ma anche di abbattimento della rabbia e delle frustrazioni.

Molto spesso infatti gli utenti riversano per intero sulle proprie azioni processuali tutte le aspettative, le emozioni, le rivendicazioni, le illusioni, che falsano le proprie pretese. Tutti pensano di poter vincere, anzi sono convinti di dover vincere perché hanno “assolutamente ragione” o perché lo hanno “letto su internet”. Invece non sono affatto consapevoli che la giustizia è sempre più spesso una roulette russa, per la quale non esistono le cause vinte in partenza (e chi lo sostiene mente spudoratamente) e dunque esiste sempre un margine di soccombenza che può ben aumentare a seconda della presenza o meno di molteplici fattori: umani (chi sono i giudici e quanti possono subentrare nella stessa causa, chi sono gli avvocati, chi sono i consulenti tecnici, chi svolge le indagini etc.) e tecnici (difficoltà tecnica e giuridica della questione, stato della giurisprudenza, giurisprudenza locale, prassi etc.). Sapere questo in anticipo induce ad accettare anche le possibili conseguenze nefaste della propria azione. E magari aiuta a controllare le reazioni rabbiose dinanzi ad un esito negativo.

Il legislatore ha una enorme responsabilità in questo scenario perché deve uscire dal suo stato perenne di analfabetismo, con l’iniziare a scrivere fonti adeguate, semplici, comprensibili, non contraddittorie, responsabili. Questo aiuterebbe tutte le parti coinvolte a dirimere i propri conflitti.

Gli operatori del diritto, poi, hanno al pari enormi responsabilità. I giudici devono essere in grado di rispondere tempestivamente, comprensibilmente ed efficacemente alle istanze. E spesso non accade. Avere risposte tardive (dopo molti mesi se non anni) a istanze su diritti fondamentali, crea ulteriore ingiustizia. Crea smarrimento e rabbia. Gli avvocati devono adeguatamente informare i propri clienti e devono occuparsi soltanto di materie che sanno governare. E non sempre avviene questo. I tribunali devono essere luoghi più decorosi, dignitosi, sicuri, organizzati. E spesso non lo sono.

E allora nessun impulso violento è giustificabile, anzi è necessario indignarsi di fronte a episodi come quello di Perugia. Non perdiamo però l’occasione di fare tutti noi una riflessione.