L’annuncio è arrivato ieri sera mentre il Kurdistan iracheno si riprendeva a rilento dall’ebbrezza del voto per l’indipendenza. Il presidente del governo regionale curdo Masoud Barzani non ha voluto aspettare la comunicazione ufficiale della commissione elettorale. Ha tenuto un discorso in diretta televisiva e ha proclamato la vittoria del sì.

Anche se i dati non sono ancora definitivi – ma nel conteggio i voti favorevoli all’indipendenza stanno superando il 90% – la vittoria apre diverse questioni sul futuro delle relazioni del governo regionale con l’Iraq e i paesi vicini.

A Erbil, roccaforte politica del presidente Barzani, campeggiano ancora le bandiere curde per le strade e i cartelli che invitano le persone al voto sono presenti in ogni vetrina, persino nei negozi di paramenti sacri del quartiere cristiano. L’entusiasmo per il voto ancora non accenna a svanire e i clacson suonano senza tregua nelle auto addobbate con il tricolore curdo.

“Tutto si sistemerà anche se i governi vicini stanno facendo pressione su di noi. Altri paesi che hanno lottato per l’indipendenza come per esempio la Slovenia, ce l’hanno fatta”, dice Zyar che a Erbil fa l’impiegato statale. E’ sceso a festeggiare vestendo gli abiti curdi tradizionali e tiene per mano sua figlia, anche lei agghindata per l’occasione, con una tunica gialla e delle piccole bandiere curde stampate sulla stoffa. “Anche noi sistemeremo la nostra economia e metteremo a posto i rapporti con il governo iracheno e i Paesi confinanti. Sono sicuro che passo dopo passo ce la faremo e raggiungeremo il nostro obiettivo”.

Gli occhi ora sono tutti puntati sulle prossime mosse del presidente Barzani. “Non c’è nessun motivo valido per minacciare il Kurdistan”, ha detto ieri in TV. “E’ necessario iniziare un dialogo costruttivo con Baghdad e la comunità internazionale”.

Ma l’avvio di una road map con il governo centrale iracheno – così come immaginata dalla presidenza regionale curda – sembra un lontano miraggio. Così come sembra difficile l’obiettivo annunciato prima del referendum di usare questo voto consultivo per fare pressione su Baghdad sui pagamenti statali che nelle casse regionali curde non arrivano ormai da più di tre anni.

Il governo iracheno continua, infatti, a tacciare il referendum di incostituzionalità e minaccia Erbil. L’ultima richiesta è quella di cedere il controllo degli aeroporti gestiti dal governo regionale curdo mentre ieri mattina l’esercito iracheno e quello turco hanno compiuto un’esercitazione militare congiunta al confine tra la Turchia e la regione federale.

“I leader politici che hanno promosso l’indipendenza hanno rassicurato diverse volte che questa consultazione non è una dichiarazione di guerra”, dice Mahamad Zangana, editorialista di politica curda per Khabat, il giornale del Partito democratico del Kurdistan del presidente Barzani. “In qualsiasi momento se una delegazione irachena vuole venire a negoziare con il nostro governo nessuno li fermerà. Non penso, invece, sia sicuro che una delegazione vada da Erbil nella capitale. Nella storia di questo paese è già successo che un leader curdo venisse assassinato”.

Tra i punti che potrebbero compromettere un futuro accordo c’è Kirkuk, regione ricca di petrolio e i cui territori vengono rivendicati, per storia e tradizione, dal governo curdo. I peshmerga, l’esercito del governo curdo l’hanno liberata dallo Stato Islamico  e lo scorso agosto il consiglio provinciale della città ha deciso di prendere parte al referendum. Baghdad ha risposto rimuovendo il governatore che però è rimasto nel suo ufficio e ha permesso le operazioni di voto incurante delle ire del premier iracheno.

Due giorni fa a Baghdad, il parlamento ha approvato l’invio di truppe nei territori contesi. La probabilità di scontri tra i due eserciti è sempre più alta a complicare la situazione ci sono anche le operazioni militari contro lo Stato Islamico che sono in corso ad Hawija, proprio nella provincia di Kirkuk .

Per Barzani, dunque c’è molto da fare, ma le beghe con Baghdad non sono l’unico problema. Perché a nord, in Turchia, il presidente Recep Tayyip Erdogan teme le rivendicazioni indipendentiste dei curdi turchi, la parte più numerosa di questo popolo senza stato diviso tra Iran, Iraq, Turchia e Siria.

Erdogan ha minacciato di chiudere il confine, lo spazio aereo e l’oleodotto di Ceyhan, canale fondamentale per il trasporto del petrolio curdo. Ha persino intimato a Israele di rivedere la sua posizione di sostegno all’indipendentismo curdo (uno stato indipendente sarebbe un’ottima zona cuscinetto tra diversi paesi “nemici” delle autorità israeliane).

“La Turchia non è pronta a interrompere le relazioni economiche e gli scambi commerciali con il nostro paese. Ci sono più di 1300 compagnie turche qui in Kurdistan. Ci sono poi scambi commerciali con Ankara per 90 miliardi di dollari e c’è un consolato turco molto attivo a Erbil. Il 4% dell’economia turca si deve al Kurdistan. Non credo che Ankara voglia rinunciare a tutto questo”.

Intanto anche l’Iran, che ha sempre avuto un rapporto complesso con la propria minoranza, ha rafforzato la presenza militare al confine e ha chiuso lo spazio aereo.

Ma il successo rappresenta per il presidente Barzani un’occasione politica senza precedenti anche per mettere in ombra i suoi avversari politici interni. L’Unione Patriottica Curda (UPK) e il Gorran – che hanno la loro roccaforte nel governatorato di Sulemanya – si sono, infatti, opposti alle sue spinte autoritarie e hanno storto il naso di fronte al rinnovo a interim della presidenza.

Ma i bagni di folla delle ultime settimane lanciano il Partito democratico del Kurdistan verso la vittoria alle elezioni parlamentari previste per il prossimo novembre. Barzani viene considerato ormai un “padre della patria”, anche se al momento la creazione di uno Stato indipendente resta un’utopia.