I patti sono patti. E vanno rispettati. Soprattutto quando in ballo c’è oltre 1 miliardo di finanziamenti concessi alla Pirelli da Jp Morgan, Banca Imi (gruppo Intesa SanPaolo) e Morgan Stanley. A pagare i debiti del gruppo degli pneumatici non saranno però l’azienda o i manager, bensì i risparmiatori.  Lo si legge chiaramente nel prospetto di quotazione in Borsa della società per altro fresca di ricapitalizzazione da 1,19 miliardi sottoscritta a fine giugno dal socio unico Marco Polo per “rimborsare parte dell’indebitamento bancario esistente”. Al momento sono ancora in corso le sottoscrizioni che proseguiranno fino al 28 settembre. Ma termini e finalità del ritorno di Pirelli in Piazza Affari sono già chiari da tempo: “La quotazione delle azioni ordinarie – si legge nel prospetto – era prevista dall’accordo di compravendita e co-investimento sottoscritto nel marzo 2015” tra ChemChina, i soci italiani di Camfin (di cui sono azioniste Intesa e Unicredit  oltre a Marco Tronchetti Provera) e la lussemburghese Lti (Rosfnet).

Il motivo si trova nero su bianco nei documenti che accompagnano il gruppo nel ritorno a Piazza Affari: far rientrare le banche finanziatrici del prestito che era stato concesso da Jp Morgan, Banca Imi e Morgan Stanley alla Pirelli e che era legato a doppio filo con l’addio alla Borsa del 2015. Il finanziamento in questione è da 1,25 miliardi e “dovrà essere rimborsato con i proventi dell’offerta globale”, precisano i documenti della quotazione. Anche perché Pirelli ha un “significativo indebitamento finanziario bancario, rispetto al quale sostiene elevati oneri finanziari”. Quello che poi eventualmente avanzerà dalla quotazione sarà spartito fra i soci di Marco Polo (ChemChina in maggioranza accanto a Tronchetti, Unicredit, Intesa e ai russi di Rosfnet). Nulla finirà nelle casse del gruppo degli pneumatici che, in compenso, pagherà tutte le spese per il ritorno in Borsa.

Come se non bastasse il prezzo del collocamento rischia di essere elevato. Nel prospetto, Pirelli è valutata una cifra superiore a 7 miliardi sulla base di un confronto con altre società concorrenti. Per la banca socia e creditrice Imi, però, secondo un’analisi pubblicata il 5 settembre, il valore dell’azienda potrebbe persino superare i 7,6 miliardi per arrivare fino a 8,7 miliardi. Sulla base della stima più conservativa, vendendo in Borsa fra il 35 e il 40% dell’azienda, gli introiti del collocamento saranno compresi tra i 2,155 e 2,839 miliardi. Le cifre nel prospetto di Pirelli sono però basate anche sul confronto con gruppi apparentemente non confrontabili con gli pneumatici milanesi: nell’elenco dei concorrenti citati nel prospetto, oltre a Continental e Michelin, compaiono infatti anche i nomi di società come Ferrari e Brembo, i cui riferimenti hanno fatto schizzare verso l’alto anche la valutazione di Pirelli che ritiene “opportuno considerare comparabili” anche questi ultimi in quanto “brand italiani iconici nonché grandi eccellenze tecnologiche”.

Tuttavia secondo un’analisi de ilfattoquotidiano.it, utilizzando il solo settore dei pneumatici Pirelli varrebbe invece la metà di quanto indicato nel prospetto. Non solo: i numeri riportati nel documento rivelano come nel 2016 l’azienda si sia notevolmente appesantita perché le sono stati caricati i costi del ritiro da Piazza Affari. Con il risultato che, in quell’anno, la consistenza patrimoniale, intesa come differenza tra patrimonio netto e asset immateriali, passa (e poi resta) in negativo. Anche per via del fatto che le immobilizzazioni immateriali come marchio e avviamento sono cresciute a dismisura (5,9 miliardi, il 227% del patrimonio).

Meritano una riflessione anche le stime di crescita. Nel prospetto si pronostica un giro d’affari in aumento del 9 per cento. Ma la previsione è  generosa visto che finora la crescita storica è stata del 5,4 per cento. Certo, nulla esclude che Pirelli possa ingranare la marcia giusta. Se così fosse, sarebbe davvero una manna dal cielo visto che l’azienda ha venduto pneumatici per 4,9 miliardi nel 2016 e ha un indebitamento da 4,287 miliardi. Numeri da capogiro perché rivelano come l’azienda sia riuscita ad ottenere un finanziamento bancario che difficilmente, in maniera proporzionale, potrebbe spuntare una qualsiasi azienda italiana di medie dimensioni. Ma le cose vanno diversamente in società come Pirelli dove il conflitto d’interesse è di casa con i soci Unicredit e Intesa che sono anche finanziatori e collocatori in Borsa e il numero uno Marco Tronchetti Provera è anche vicepresidente di Mediobanca, a sua volta controllata da Unicredit, nonché partecipata da Pirelli.

Infine, l’operazione è stata approvata dalla Consob di Giuseppe Vegas e da Borsa italiana sapendo che “il mancato rispetto da parte del Gruppo degli obblighi e degli impegni contenuti nel contratto di finanziamento, se non successivamente rimediati ovvero oggetto di rinuncia da parte delle Banche finanziatrici”, potrebbero portare fino al “fallimento, l’assoggettamento ad altra procedura concorsuale o la liquidazione della società, con conseguenti effetti negativi sull’attività, sulle prospettive e sulla situazione economica, patrimoniale e/o finanziaria del gruppo”. In compenso, i protagonisti del ritorno in Borsa di Pirelli incasseranno commissioni di tutto rispetto. Al consorzio di garanzia arriveranno in tasca una cinquantina di milioni. Altri 140 milioni circa andranno invece a un “selezionato numero di alti dirigenti e senior manager” come spiega il documento. In più Tronchetti, cui toccherà il 25% del bonus, conserverà la guida del gruppo fino al 2020 quando si è riservato il diritto di nominare il suo successore mantenendo il 2% della società. Per gli attuali soci e i manager sarebbe stato davvero difficile chiedere di più.

E intanto con il ritorno di Pirelli in Borsa il prossimo 4 ottobre, piccoli e grandi investitori sono chiamati a mettere i soldi su un’azienda che ha un alto debito e rischia il “fallimento (…) o la liquidazione” in caso di mancato rispetto dei paletti imposti dalle banche creditrici come sottolinea il prospetto approvato da Consob. Quanto basta per impensierire un buon padre di famiglia che, senza volerlo, potrebbe trovarsi i titoli Pirelli in fondi, polizze e Pir. Ma in compenso potrà essere rassicurato da tv e giornali cui andrà una buona fetta dei 22 milioni investiti da Pirelli nelle spese per il processo di quotazione. Commissioni escluse.