Sequel di un cult sì o sequel di un cult no? Sull’ultimo numero di Vanity Fair Susan Sarandon ha raccontato l’esperienza da attrice sul set di Going Places, sorta di spin off del cult fine anni novanta Il Grande Lebowski. Protagonista assieme alla ex signora Robbins sarà proprio uno dei personaggi del film dei Coen, quel Jesus Quintana, giocatore di bowling vestito di viola, retina in testa e unghia del mignolo laccata, che ama leccare e penetrare la palla prima di lanciarla verso lo strike. John Turturro che lo interpretò nel 1998 ne ha rivestito i morbidi panni oltre ad aver scritto la sceneggiatura del film e ad averlo diretto. Opera che non si prospetta per nulla facile, visto che assieme a Turturro ci sarà Bobby Cannavale come metà della coppia di ladri di un buddy movie ispirato all’anarchico, dirompente e volgare secondo lungo di Bertrand Blier, Les Valseuses (1972). E se là Gerard Depardieu e il povero Patrick Dewaere vennero scoperti e lanciati in mezzo mondo per le loro bravate erotiche e criminali, le brevi sinossi che girano del nuovo Going Places sembrano supporre la fedeltà al testo originale: due ladruncoli che fanno a gara nel fare avere ad una donna (Audrey Tatou) il suo primo orgasmo.

Non ci soffermiamo troppo però sul lavoro di Turturro di cui non è ancora prevista una data ufficiale di uscita in sala, bensì sulla possibilità che questo, o qualsiasi altro titolo, possano diventare un sequel di un cult movie come Il Grande Lebowski. In merito si è intanto espresso un mese fa Jeff Bridges alias Dude, ovvero il Drugo nell’edizione italiana: “Se i fratelli Coen vogliono farlo sono sicuro che ne verrebbe fuori una cosa fantastica”. Insomma, Jeff ci sarebbe. Mentre supponiamo che Joel e Ethan difficilmente bisseranno l’esperienza di regia che tra pochi mesi compie vent’anni. Si diceva una volta che ‘Paganini non ripete’. Figuriamoci due schizzinosi e raffinati cineasti cinefili come i Coen brothers che mai si sono avventurati in sequel o reboot, ma semmai hanno sfiorato l’idea di remake (Il Grinta, Ladykillers) omaggiando talvolta il cinema del passato che era rimasto loro nella memoria, come ad esempio ne Il grande Lebowski si richiama la griglia narrativa de Il grande sonno, prima romanzo di Chandler, poi film di Howard Hawks.

Si richiama, appunto. Ma poi prende altre direzioni. Anzi, altre non direzioni. Già perché è proprio la traiettoria indefinibile della storia de Il Grande Lebowski, “contorta” la definì Morando Morandini, ad aver spalancato le porte del “cult”. I milioni di fan che si sono avvicinati adoranti alle gesta del Drugo l’hanno fatto non tanto per le azioni che il protagonista vive nel racconto, quanto per quello che il protagonista è. Il rintronato ex hippie amante del bowling, del white russian e della marijuana è già di per sé una maschera di culto, qualsiasi cosa faccia dal primo minuto del film in avanti. E quella filosofia modello take it easy del Drugo che soggiace ad ogni rocambolesca e inattesa vicenda narrativa che lo vede suo malgrado al centro della storia (rapimenti, riscatti, fughe, botte, sparatorie, morti) è l’elemento di maggiore riconoscibilità per il fan. Poi ai Coen spetta l’onore di aver cucito attorno al protagonista non tanto una storia plausibile, quanto una vetrina di figure memorabili per grottesca tipizzazione e culturale bizzarria (Walter, il reduce del Vietnam paranoico e guerrafondaio; le fugaci apparizioni di Jesus in viola), come le improvvise sterzate oniriche di Lebowski che risultano tra i più esuberanti effetti visivi delle droghe qui fumate e viste al cinema dai tempi dei trip con LSD in Easy Rider.

Infine, in linea generale un film cult non deve essere necessariamente un titolo pianificato e riuscito a livello commerciale (Il Grande Lebowski ad esempio non lo fu), come del resto deve rispettare almeno quattro principi di base per rimanere imperturbabile ed eterno oggetto di venerazione: i fan devono citarne in continuazione personaggi, battute e sequenze, creando una sorta di subcultura evergreeen (“un mondo intimo e settario”, scriveva Umberto Eco) e riconoscendosi decenni dopo decenni in essi senza perdere vigore o smalto dovuto dal tempo (si veda l’annuale raduno sul film dei Coen modello cosplay con sosia di Dude, Walter e compagnia); alcune singole parti del film devono essere più importanti del tutto (la sequenza del furetto nella vasca da bagno, i Gipsy King che rifanno Hotel California e Jesus alla moviola che gioca, ecc…) togliendo al film un’idea centrale forte e disseminandolo quindi di tanti momenti visivamente chiave; un cult per essere tale non deve vincere Oscar o festival, perché il cult non va confuso con il film introvabile, smarrito, visto da pochi, e nemmeno con il capolavoro che mette d’accordo critica e pubblico; un film cult non deve avere sequel, e possibilmente remake o reboot, e a tal proposito citiamo oltre a Lebowski, un cult come The Rocky Horror Picture Show e aggiungeremmo anche The Blues Brothers, se a John Landis non fosse venuta la sciagurata idea di girare Blues Brothers 2000.