Centocinquantamila pacchi fermi negli hub Sda-Poste di Milano e Bologna che nessuno sa quando potranno essere consegnati. I cancelli dei magazzini da cui dovrebbero uscire sono bloccati dai picchetti dei lavoratori di due sindacati assai poco noti, per la verità, ma molto impetuosi, il Sindacato operai in lotta-Sol Cobas e il Sindacato Intercategoriale-Si Cobas, che non hanno intenzione di mollare la presa. Altri cinquecentomila pacchi rifiutati dalla stessa Sda che, presa alla gola da forme di protesta sempre più intransigenti sta ammettendo di non essere più in grado di svolgere il consueto servizio. Con una scelta rispettosa, i dirigenti della società postale lunedì 18 settembre hanno inviato una lettera ai grandi clienti spiegando la situazione e invitandoli a rivolgersi ad altri per le loro necessità. Tra i grandi clienti destinatari della missiva c’è il gigante Amazon che da qualche tempo aveva deciso di inserire anche Sda nel novero dei molti corrieri di cui si serve. E poi ci sono tra gli altri Mediashopping, Mondoffice, Internet Book Shop, Air Enterprise.

In pratica Sda sta consapevolmente rinunciando a circa il 40 per cento del suo mercato e considerato che nella barricadera vertenza sindacale in atto non ci sono al momento spiragli di uscita, c’è il rischio che quei clienti li perda per sempre. C’è il rischio, insomma che Sda salti e con essa vadano a spasso i suoi 1.500 dipendenti, più i 5mila corrieri che per Sda fanno le consegne, più i 3mila facchini che movimentano la merce negli hub: altre 9mila persone e oltre che andrebbero a ingrossare l’esercito dei disoccupati a causa di una lotta sindacale deflagrata per il licenziamento di 43 lavoratori a termine. Una catastrofe, proprio nel momento in cui Sda stava dando i primi timidissimi segni di ripresa dopo anni sciagurati di perdite in un settore in pieno boom dove tutti guadagnano. Due anni fa Sda perdeva circa 50 milioni l’anno, ridotti a 36 nel 2016, mentre nel primo semestre 2017 la perdita è stata solo (si fa per dire) di 10 milioni di euro.

La vertenza sta creando il caos nelle consegne e disagi a non finire per centinaia di migliaia di clienti: tutto nasce dalla crisi di un’azienda che per Sda cura i servizi di movimentazione dei pacchi all’interno dei magazzini, Cpl-Consorzio Progresso Logistico. Cpl ai primi di settembre comunica di essere entrata in crisi e di non poter più pagare regolarmente lo stipendio ai dipendenti. Sostiene che la causa delle difficoltà è la Sda da cui sarebbe remunerata con tariffe non adeguate. La Sda reagisce a muso duro, dà il benservito a Cpl e annuncia di voler cambiare fornitore. I dirigenti Cpl rispondono licenziando 43 dipendenti con contratti in scadenza a fine anno. Tutti i licenziati sono iscritti ai Cobas: 35 al Sol Cobas e 8 al Si Cobas. I due sindacati scatenano il finimondo e hanno le armi per farlo essendo ormai più forti e seguiti dei sindacati confederali, con centinaia e centinaia di iscritti rastrellati in particolare tra quegli immigrati che stanno diventando la nuova forza lavoro del settore: eritrei, somali, pakistani, marocchini.

I due Cobas non si possono vedere. Il Sol Cobas è nato da un costola del Si Cobas per iniziativa del suo coordinatore provinciale di Milano, Fabio Zerbini. Il Si Cobas è invece una creatura di Aldo Milani, un sindacalista all’arma bianca, ex Cisl con trascorsi burrascosi: all’inizio dell’anno fu addirittura arrestato con l’accusa di estorsione e ora è tornato a fare il suo lavoro di sindacalista in attesa che si tenga il processo. Zerbini il 9 settembre mobilita i suoi e mette i picchetti all’hub di Milano dove il Sol Cobas è più forte che altrove e dove c’è Cpl. Cpl riassume allora i 43 licenziati, ma nel frattempo Sda ha preso un altro fornitore che si chiama Ucsa. La faccenda si complica ulteriormente, i due Cobas trovano il verso di litigare anche sul nuovo fornitore e il Si Cobas avvia una vertenza estrema organizzando picchetti ovunque nei magazzini Sda, da Milano a Bologna e Piacenza. Secondo fonti dei sindacati confederali il prefetto di Milano si rifiuta di intervenire per sgombrare i cancelli nonostante sia sollecitato a farlo tenuto conto che le forme di lotta adottate sono al di fuori di qualsiasi protocollo.

Il Sol Cobas dice invece che può andar bene il nuovo fornitore Ucsa, purché si accolli i 43 riassunti da Cpl e garantisca a tutti i lavoratori le condizioni di lavoro applicate in precedenza. Si Cobas invece si irrigidisce e contesta tutto: non gli va bene il nuovo fornitore e vorrebbe la conferma del vecchio Cpl. A sorpresa il capo Milani arriva addirittura a dire che non vuole neppure che i 43 licenziati riprendano il lavoro perché la riassunzione metterebbe in forse i termini dell’appalto. E mentre i Cobas continuano a prendersi per i capelli, la Sda rischia di finire a gambe all’aria. E i clienti aspettano i pacchi che non arriveranno.