Il consiglio regionale del Veneto e la giunta di Luca Zaia dovevano aspettarselo. Tre settimane fa, prima che venisse approvata la legge regionale che rendeva obbligatoria l’esposizione sugli edifici pubblici della bandiera veneta con il leone di San Marco, lo stesso ufficio legislativo di Palazzo Ferro Fini, a Venezia, aveva espresso parere contrario. Già allora si intuiva che la norma avrebbe avuto più di qualche motivo di frizione con le leggi dello Stato e con alcuni principi della Costituzione. Ma la maggioranza a trazione leghista aveva tirato diritto, ben sapendo che sarebbe andata a sbattere. Puntualmente l’ennesimo scontro sull’asse Venezia-Roma si è verificato.

Il consiglio dei ministri ha impugnato la legge n. 28 dello scorso 5 settembre riguardante l’esposizione del gonfalone in ogni occasione in cui siano esposte anche la bandiera italiana e quella dell’Unione Europea. Motivo? Alcune norme “contrastano con la legislazione statale relativa all’uso dei simboli ufficiali”. Ci si troverebbe di fronte a un’invasione di campo nella competenza legislativa statale in materia di “ordinamento e organizzazione amministrativa dello Stato e degli enti pubblici nazionali”, così come previsto dall’articolo 117 della della Costituzione. Ma sarebbero violati anche “i principi costituzionali di ragionevolezza, uguaglianza e unità di cui agli articoli 3 e 5 della Costituzione”.

Il giorno dopo il voto (31 voti a favore, contrari i 6 del Pd, un astenuto, non votanti i consiglieri del Movimento 5 Stelle e numerosi assenti) il sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianclaudio Bressa del Pd, con delega agli Affari regionali, aveva previsto: “Il presidente Luca Zaia l’ha fatta approvare apposta per vederla impugnare dal governo, così potrà dire che lui è il campione dell’autonomia mentre Roma è lo scandalo del centralismo”. E per non essere frainteso aveva aggiunto: “È la solita zaiata, una di quelle cose che fa perché sa di non poterle fare. È una provocazione politica in vista del referendum. Non sono io a dire che la norma sarà impugnata, è la norma stessa che è stata concepita per essere impugnata”.

Il 22 ottobre, data del referendum per l‘autonomia veneta, è sempre più vicino. E il livello dello scontro sembra destinato ad alzarsi. Il governatore leghista non ha perso tempo e appena è arrivata la notizia ha messo il suo ufficio stampa pancia a terra per replicare. “Da Roma si accusa il Veneto di cercare sempre la rissa, ma queste sono scelte di un Governo il quale, con tutti problemi nazionali e internazionali che è chiamato ad affrontare, non trova niente di meglio da fare che impedire a una Regione di esporre la propria bandiera, persino quella del Veneto che ha oltre mille anni di storia”. Col vento che tira dalla Catalogna (a un giornale locale Zaia ha detto che per l’indipendenza è disposto anche a farsi arrestare) ha avuto buon gioco ad aggiungere: “La nostra è l’unica bandiera al mondo che riporta la parola ‘pace’: non è certo da sovversivi volere la sua esposizione in tutti gli uffici pubblici, anche in quelli dello Stato, presenti nel nostro territorio. Invece veniamo trattati come l’ultima colonia dell’impero”.

Il nodo giuridico del contendere sta proprio nell’obbligo esteso a uffici statali. Eppure il governatore ha invocato il diritto di ogni regione italiana ad esporre la propria bandiera, cercando sponde perfino in Sicilia, Puglia e Sardegna. E ha perfino citato le ultime volontà del “picconatore”. “Noi non ci arrendiamo: ad animarci saranno lo stesso spirito, la stessa passione e lo stesso sentimento con i quali il presidente Francesco Cossiga volle orgogliosamente esibita al suo funerale la bandiera sarda”.