Volevano arrestarmi e perciò firmai le mie dimissioni”. A parlare è Libero Milone, primo revisore generale dei conti del Vaticano il cui incarico, però, è durato appena due anni. Il 20 giugno 2017 un comunicato della Santa Sede annunciava le sue dimissioni, nel momento in cui l’altro uomo chiave su cui Papa Francesco aveva puntato per riformare le finanze vaticane, il cardinale George Pell, veniva travolto dalle accuse di pedofilia e stupri. Proprio la violazione, nell’ottobre 2015, del computer di Milone aveva dato il via alle indagini del caso Vatileaks 2. Ora, dopo tre mesi da quando ha lasciato la Santa Sede, Milone ha deciso di raccontare la sua storia in una lunga intervista che ha concesso al Corriere della Sera, al Wall Street Journal, all’agenzia Reuters e a Sky Tg24. E lo fa mentre in Vaticano è in corso il processo penale per la distrazione dei fondi della Fondazione Bambino Gesù per la ristrutturazione dell’attico del cardinale Tarcisio Bertone.

L’ex presidente di Deloitte Italia, una delle più importanti società di revisione contabile che ha lavorato a lungo in Vaticano, definisce il momento in cui fu costretto a dimettersi una “messinscena che sa tanto di character assassination”. Poi la mente torna al “19 giugno, quando fui ricevuto dal sostituto alla Segreteria di Stato, monsignor Becciu, per parlargli del contratto dei miei dipendenti. E invece – racconta Milone – mi sentii dire che il rapporto di fiducia col Papa si era incrinato: il Santo Padre chiedeva le mie dimissioni. Ne domandai i motivi, e me ne fornì alcuni che mi parvero incredibili. Risposi che le accuse erano false e costruite per ingannare sia lui che Francesco; e che comunque ne avrei parlato col Papa. Ma la risposta fu che non era possibile. Becciu mi disse invece di andare alla Gendarmeria”. Cosa che Milone fece. Qui, racconta l’ex revisore, “notai subito un comportamento aggressivo. Ricordo che a un certo punto il comandante Domenico Giani mi urlò in faccia che dovevo ammettere tutto, confessare. Ma confessare che cosa? Non avevo fatto nulla. Alla Gendarmeria ero solo; Giani con altri due ufficiali. Quando poi siamo andati nel mio ufficio c’erano anche i miei collaboratori, che si preoccuparono sentendo le grida. Bloccarono tutti dentro gli uffici, comprese le segretarie, fino alle 8.30 di sera. E ci intimarono di consegnare tutti i documenti. Uno dei vice-revisori era assente. E furono chiamati i pompieri del Vaticano per forzare armadio e scrivania”.

Ma le accuse? “Mi hanno mostrato – risponde Milone – due fatture intestate a un unico fornitore, e accusato di avere compiuto una distrazione di fondi: dunque un peculato, come pubblico ufficiale. Vidi che su entrambe le fatture c’era il timbro del mio ufficio, ma solo una era firmata da me. L’altra aveva come firma uno scarabocchio. Mi chiesi chi l’avesse timbrata e pagata, e a chi”. Come si difese? Rispondendo “che una delle due era falsa. Erano conti per indagini ambientali, per 28mila euro, per ripulire gli uffici da eventuali microspie. In più, il decreto del tribunale parlava solo delle mie competenze contabili, senza citare i controlli sull’antiriciclaggio e la lotta alla corruzione, contenute nello statuto. E con questo mi hanno accusato anche di avere cercato informazioni impropriamente su esponenti vaticani. Scoprii che indagavano da oltre 7 mesi su di me. Hanno sequestrato documenti ufficiali protocollati e coperti dal Segreto di Stato”.

“Non potevo fare niente. Ero intimidito. Mi fecero sentire – prosegue Milone – un’intercettazione con la mia voce per spaventarmi ulteriormente. E siccome rivendicavo la mia innocenza, Giani mi disse che, o confessavo, o rischiavo di passare la notte in Gendarmeria. Se il vostro obiettivo è farmi dimettere, mi dimetto. Vado a preparare la lettera, dissi. Risposero che era già pronta. L’andarono a prendere. La lessi e dissi: questa non la firmo. Perché era il 19 giugno ma la lettera era datata 12 maggio. Ci siamo sbagliati: dissero così. Ma come, se la siete andata a prendere, obiettai. Comunque, portarono via tutto, anche il mio telefonino e l’iPad: c’erano dentro notizie su società quotate in Borsa e anche il mio abbonamento al Corriere. Il giorno dopo interrogarono per cinque ore uno dei miei vice, Ferruccio Panicco, e gli chiesero le dimissioni”.

Milone racconta, inoltre, di aver scritto una lettera al Papa “attraverso un canale sicuro”. “Spiegavo che ero vittima di una montatura, e meravigliato dell’uscita contemporanea di Pell. Nessuna replica. Dispiaciuto, e molto. Conoscendolo di persona, e stimandolo moltissimo, il suo silenzio totale me lo spiego o col fatto che non gli hanno consentito di parlare con me, o con altre ragioni che non conosco”. Poi aggiunge: “Mi dicono che il Papa sia stato messo al corrente solo dopo. Non lo so. Noto che dopo le mie dimissioni non è successo niente: come se il vero e unico obiettivo fosse quello. Dal 1° aprile del 2016 non l’ho più visto. A settembre chiesi di vederlo ma mi dissero di fare la richiesta tramite la Segreteria di Stato. Ne ho fatto due, scritte. Mai una risposta. Prima lo incontravo ogni 4-5 settimane. Parolin una volta al mese. E Becciu ogni 5-6 settimane”.

Il suo giudizio positivo su Bergoglio, però, non è cambiato: “Credo che il Papa sia una grande persona, ed era partito con le migliori intenzioni. Ma temo sia stato bloccato dal vecchio potere che è ancora tutto lì, e si è sentito minacciato quando ha capito che potevo riferire al Papa e a Parolin quanto avevo visto nei conti. Questo dice la logica”. All’accusa che non si sia voluto abbassare lo stipendio, Milone risponde categorico: “Falso anche questo. Me l’ero ridotto da solo al momento dell’assunzione: 250mila euro l’anno netti, invece dei 300 offertimi nel contratto. In seguito non mi è arrivata mai questa richiesta, né direttamente né indirettamente”. E all’accusa di avere ancora consulenze private replica: “Le ho eliminate quasi tutte, tranne un paio per tenermi aggiornato”.

Sulla riforma delle finanze vaticane non ha dubbi: “Vedo la difficoltà di conciliare i principi teorici con la pratica. Ma riscrivere le norme sarebbe un enorme passo indietro rispetto all’adeguamento agli standard internazionali. Le autorità di controllo avrebbero molto da ridire”. Poi aggiunge: “Quando e se si saprà la verità sarà chiaro che sono innocente al mille per cento. Anzi, non voglio neanche dire innocente, perché non mi devo discolpare. Si vedrà che ho fatto solo il mio lavoro”. Milone precisa, infine, che per il ruolo di revisore generale “mi scelsero il Segretario di Stato, Piero Parolin, il cardinale Reinhard Marx e Pell. E la decisione finale fu del Papa. Non ho cercato quel posto. Mi contattò da Miami lo studio Egon Zehnder. E accettai perché credevo nelle riforme di Papa Francesco”. E ammette di avere sempre mantenuto buoni rapporti con il cardinale Pell. “Lo sono andato a salutare e l’ho abbracciato anche prima che partisse per l’Australia, per difendersi nel processo in cui è accusato per abusi sessuali, rinunciando all’immunità. Mi disse che voleva salvare la sua onorabilità”.

Immediata e ferma la replica del Vaticano. “La Santa Sede – si legge in un comunicato ufficiale – prende atto con sorpresa e rammarico delle dichiarazioni rilasciate dal Dott. Libero Milone, già revisore generale. In questo modo egli è venuto meno all’accordo di tenere riservati i motivi delle sue dimissioni dall’Ufficio. Si ricorda che, in base agli Statuti, il compito del revisore generale è quello di analizzare i bilanci e i conti della Santa Sede e delle amministrazioni collegate. Risulta purtroppo che l’Ufficio diretto dal Dott. Milone, esulando dalle sue competenze, ha incaricato illegalmente una Società esterna per svolgere attività investigative sulla vita privata di esponenti della Santa Sede. Questo, – prosegue la nota – oltre a costituire un reato, ha irrimediabilmente incrinato la fiducia riposta nel Dott. Milone, il quale, messo davanti alle sue responsabilità, ha accettato liberamente di rassegnare le dimissioni. Si assicura, infine, che le indagini sono state condotte con ogni scrupolo e nel rispetto della persona”.

Twitter: @FrancescoGrana