Assumevano lavoratori in nero nella loro azienda agricola, poi la paga variava in base al colore della pelle. Con queste accuse i carabinieri hanno arrestato due fratelli di Amantea, in provincia di Cosenza, nell’ambito di un’inchiesta sullo sfruttamento dei rifugiati ospitati nei centri di accoglienza. Sono ai domiciliari per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, aggravati dalla discriminazione razziale. Da quanto accertato, i due fratelli Francesco e Giuseppe Arlia Ciommo, 48 e 41 anni, facevano lavorare in nero nella loro azienda agricola migranti africani, oltre a romeni e indiani. La paga però era variabile. I “bianchi”, infatti, prendevano 10 euro in più degli altri: 35 euro al giorno contro 25. 

Le indagini, condotte dai carabinieri di Amantea sotto la direzione del pm Anna Chiara Fasano e il coordinamento del procuratore di Paola, Pierpaolo Bruni, hanno permesso di scoprire che i rifugiati, principalmente provenienti da Nigeria, Gambia, Senegal e Guinea Bissau, “per non destare sospetti venivano prelevati in prossimità del centro di accoglienza ‘Ninfa Marina‘ di Amantea, in una strada parallela”, come ha spiegato Giordano Tognoni, comandante della Compagnia di Paola. Una volta fatti salire su un furgoncino, venivano portati nell’azienda agricola. I rifugiati africani si trovavano a lavorare nei campi assieme ad altri stranieri provenienti principalmente dalla Romania e dall’India. Erano sottoposti a condizioni di lavoro degradanti: dormivano in baracche e mangiavano a terra. Vivevano sotto la stretta e severa sorveglianza dei due fratelli arrestati che, per evitare ribellioni, millantavano conoscenze con le forze dell’ordine

I provvedimenti restrittivi sono stati disposti dal gip del Tribunale di Paola, Maria Grazia Elia, su richiesta della Procura. Ai due fratelli è stata anche sequestrata l’azienda e altri beni per un valore di circa due milioni di euro. Il reato contestato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro è stato introdotta dalla legge sul caporalato approvata nell’ottobre del 2016 che prevede la confisca dei beni, la reclusione fino a sei anni e la multa da 500 a 1.000 euro per ciascun lavoratore reclutato. “Una legge necessaria”, afferma il Ministro delle politiche agricole, Maurizio Martina. “Lo sfruttamento del lavoro con l’aggravante della discriminazione razziale è intollerabile – aggiunge – ringrazio le forze dell’ordine per il contrasto all’inaccettabile piaga del caporalato”.

Il centro di Amantea – Il centro di accoglienza dell’ex hotel “Ninfa Marina”, gestito dalla cooperativa Zingari 59, è quello che ospita il più elevato numero di migranti nel Cosentino. Stando ai dati della Prefettura del maggio scorso, riportati dalla Gazzetta del Sud, nella struttura vivono 360 persone, mentre la capienza prevista in convenzione sarebbe di 160. Per questo, scrive sempre il quotidiano, ha anche diritto al rimborso più elevato: 2.038.160 di euro. A gennaio l’ex hotel era stato al centro di un’operazione anti-droga dei carabinieri e solo due mesi fa un migrante era rimasto ferito all’interno della struttura. Nel 2015 le associazioni La Kasbah e Garibaldi 101 denunciavano “l’assenza di una adeguata assistenza medica e le carenze nei servizi di informazione legale, nella mediazione culturale e all’alloggiamento delle persone”.

Il caso di Camigliatello Silano – A maggio un’altra operazione di contrasto allo sfruttamento dei rifugiati ospitati nei centri di accoglienza, sempre nella provincia di Cosenza, aveva portato a 14 misure cautelari nei confronti di altrettante persone accusate, a vario titolo, di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, abuso d’ufficio e tentata truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche. Un caso simile: dalle indagine era emerso che i rifugiati, principalmente senegalesi, nigeriani e somali, venivano prelevati da due centri di accoglienza di Camigliatello Silano e portati a lavorare in campi di patate e fragole dell’altopiano della Sila o impiegati come pastori per badare agli animali da pascolo.