Dieci anni e quattro mesi con il rito abbreviato. È la pena che dovrà scontare Demetrio Putortì per il tentato omicidio della sorella Marisa, gambizzata a colpi di fucile nell’agosto del 2016 mentre lavorava in un bar di Nicotera. Si è concluso il processo di primo grado davanti al gup del Tribunale di Vibo Valentia, Grazia Maria Monaco, che ha condannato a otto mesi di carcere anche un amico dell’imputato, Giuseppe De Certo, di 25 anni, accusato di aver aiutato Putortì a eludere le indagini dei carabinieri. È stato assolto, invece, Giulio Putortì, lo zio dei due fratelli, imputato anche lui per favoreggiamento.

Voleva sostituirsi alla figura paterna e per questo Demetrio Putortì, oggi 25enne, ha imbracciato un fucile, sparando per gelosia contro Marisa, di tre anni più piccola, mentre si trovava all’esterno del bar dove la ragazza lavorava da circa sei mesi. Dalla morte del padre, sette anni fa, il giovane controllava ossessivamente i comportamenti della sorella, fino ad arrivare a proibirle qualsiasi frequentazione e a criticare addirittura il suo modo di vestire. In particolare, Demetrio non vedeva di buon grado una relazione che Marisa aveva da poco intrapreso.

Il tentato omicidio – Sono circa le 20, quando la vittima si trova vicino ai tavoli davanti al bar. Il fratello arriva di corsa a bordo di un’auto e partono alcuni colpi di fucile che colpiscono la ragazza all’arteria femorale. Perde molto sangue e si salva solo perché nelle vicinanze ci sono un infermiere e un laurendo in medicina che riescono a tamponare la ferita. Poche ore dopo il tentato omicidio, il fratello si consegna ai carabinieri della stazione di Nicotera Marina confessando il gesto.

“Gli dava fastidio anche la minigonna”- “Sembrava un diavolo – sono state le parole di Marisa nei giorni in cui è stata ricoverata in ospedale – mi ha puntato addosso il fucile e ha sparato. Sono caduta e ho chiuso gli occhi per il dolore. Era ormai da anni che non andavamo d’accordo. Neanche ci salutavamo più. A lui dava fastidio ogni cosa che facevo: se mi truccavo o andavo in giro con la minigonna, se fumavo o mi fermavo in paese a parlare con uomini più grandi”.

A giugno, Demetrio Putortì era finito ai domiciliari su disposizione del Tribunale del Riesame e in seguito a un rinvio della Cassazione secondo cui il reato contestato al giovane doveva essere quelle delle lesioni gravi e non il tentato omicidio. Tesi che, però, non ha convinto il gup che lo ha condannato a 10 anni di carcere.