di Adriano Cirillo*

Oggi, Facebook, Google, Yahoo, Amazon ed Ebay sono tra i maggiori protagonisti di quella che abbiamo conosciuto come New economy, salvo passare nell’arco di pochi anni a essere economia tout court, col coinvolgimento del mondo di Internet e delle tecnologie dell’informazione (Ict).

Non è un caso quindi che la presenza di questi colossi informatici abbia già prodotto, e continuerà a produrre, cambiamenti sostanziali nel mondo del lavoro, sulla sua organizzazione e sulla sua stessa concezione. Oggi si parla di Industria 4.0 per fare riferimento ai nuovi sistemi produttivi caratterizzati da tecnologie all’avanguardia, per non dire avveniristiche, che si basano sui cosiddetti sistemi ciberfisici (Cps), cioè sistemi informatici che interagiscono con i processi fisici in cui operano e con altri sistemi Cps, che potenzialmente possono investire qualunque settore produttivo.

Nel contesto di quella che viene definita “quarta rivoluzione industriale“, la robotica funziona spesso da ponte tra il digitale e la materiale produzione di beni e benessere e non poche sono le preoccupazioni generate, soprattutto tra gli studiosi, dall’avvento dell’automazione. Già negli anni 30, l’economista John Maynard Keynes, identificò con lucidità le problematiche derivanti dall’avvento di tecnologie sempre più avanzate, utilizzando l’evocativa definizione di “disoccupazione tecnologica”.

La tecnologia odierna, di fatto, è in grado di fare cose che fino poco tempo fa sembravano impensabili in moltissimi settori, come per esempio nel campo della salute, delle stampe 3D, della logistica o dei beni di consumo, in cui i “robot” hanno comportato e stanno comportando sempre più una drastica riduzione del fabbisogno di manodopera.

Le stime di Carl Benedikt Frey & Michael Osborne, nello studio Technology at work, the future of innovation and employment, prevedono l’automatizzazione di circa il 47% delle professioni negli Usa nei decenni a venire, con conseguenti perdite di posti di lavoro. Più ottimisti sono gli studi Ocse, che prevedono la perdita solo dell’8-10% di posti di lavoro a causa dell’ascesa della tecnologia e dell’automatizzazione, mentre sette lavoratori su dieci dovranno cambiare il loro modo di lavorare. In ogni caso, maggiormente premiati saranno i lavoratori altamente specializzati, o comunque in possesso di buone competenze tecnologico-digitali, a differenza dei lavoratori a bassa qualifica, che troveranno occupazioni temporanee e instabili.

I nostri giovani faranno nuovi mestieri, come il designer engineer, il cyber security specialist, il business intelligent analyst, il data scientist e data specialist, l’esperto di privacy, il digital architet, il vertical farmer e chissà quali altri. Tutte nuove professioni che avranno a che fare con la cosiddetta Smart manufacturing, ovvero la raccolta dati tramite web, il loro utilizzo e trattamento, la gestione e progettazione dell’ambiente digitale, la produzione di macchinari e sistemi altamente automatizzati.

Tuttavia, se è vero che le macchine potranno sostituire l’essere umano nei processi produttivi-ripetitivi, questo non potrà verificarsi nei processi decisionali e creativi. Possiamo quindi prevedere che saranno riscoperti arti e mestieri che potremmo definire “tradizionali”, come i lavori nel campo della sartoria, dell’agricoltura, della ristorazione, dell’arredo d’interni o dell’oreficeria, lavori cioè di un mondo fatto di sensi e di creatività, che è e rimane insostituibile dalle macchine.

Sono tuttavia ben intuibili i problemi sociali che si dovranno affrontare per effetto dell’innovazione tecnologica: molti posti di lavoro scompariranno, aumenteranno le diseguaglianze tra i lavoratori altamente specializzati e “gli altri” a bassa qualifica, con difficoltà per i lavoratori meno qualificati nel ricollocarsi nei nuovi lavori e anche con conseguente forte incremento del numero di lavoratori precari che dovranno essere sostenuti con adeguate politiche di welfare.

Va da sé che il fenomeno della robotizzazione dovrà essere regolamentato, anzitutto sotto l’aspetto fiscale, con norme che consentano interventi redistributivi della ricchezza, da destinare a favore delle “fasce più deboli”. Certamente non è corretto tassare la tecnologia, ma è importante impedire che i profitti delle grandi società Ict si sottraggano a un’imposizione fiscale normale, spostando i propri milioni in paradisi fiscali, quali Irlanda e Lussemburgo, e fare in modo che queste risorse vengano utilizzate per sostenere chi perderà il posto di lavoro a causa della tecnologia.

Sotto il profilo normativo, infine, è auspicabile la creazione di un’economia incentrata sul lavoro e sui lavoratori, anziché sui macchinari, mettendo sempre l’uomo al primo posto e solo in secondo luogo le macchine.

*Avvocato giuslavorista, sono nato il 15 agosto 1970, laureato a Milano e avvocato dal 2003. Il diritto del lavoro è la materia per la quale ho, da sempre, un particolare interesse, perché convinto della rilevanza sociale e personale che il lavoro ha nella vita delle persone. Ritengo che le persone debbano essere sempre al centro di ogni norma e interpretazione giuridica. Esercito la professione in modo indipendente. Nel 2013 ho conseguito un dottorato di ricerca a Cà Foscari, Venezia, in diritto del lavoro, nonché cultore della materia presso l’Università Statale di Milano.