“Nelle prigioni e nei centri di detenzione dell’Egitto non si pratica la tortura“. Lo ha dichiarato di recente al quotidiano cairota “Youm7” Mohamed Faek, direttore del Consiglio nazionale per i diritti umani. In poco più di un anno sono stati pubblicati almeno tre rapporti che descrivono la tortura in Egitto come un’epidemia. Liquidati come falsi.

Nel luglio 2016, Amnesty International ha pubblicato un rapporto che parla di un sistema di violazione dei diritti umani basato sulle sparizioni, sulle torture praticate durante il periodo di scomparsa e sulla complicità della magistratura egiziana che non indaga sulle denunce di tortura negando persino la sparizione dei detenuti.

Poi, due settimane fa, è arrivato il rapporto di Human rights watch (qui una sintesi in italiano, che contiene il link alle 63 pagine del testo integrale), che è costato all’organizzazione per i diritti umani l’oscuramento del sito in Egitto.

La stessa sorte è capitata pochi giorni dopo al sito della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, un cui collaboratore – l’avvocato Ibrahim Metwally – scomparso per oltre 48 ore dopo l’arresto dovrà rispondere di imputazioni gravissime.

Da ultimo, è arrivato il rapporto annuale del Comitato delle Nazioni unite contro la tortura, che verrà presto presentato all’Assemblea generale. Dell’Egitto si parla a partire dal paragrafo 58.

Nel rapporto si legge che “la tortura è praticata dai servizi militari, da quelli civili e dal personale delle carceri allo scopo di punire chi protesta – compresi dal 2013 membri e simpatizzanti della Fratellanza musulmana -, per obbligare a rilasciare confessioni e a fare i nomi di altre persone coinvolte nei reati”.

“L’impunità” – continua il rapporto – è diffusa e facilitata dall’assenza di un’autorità indipendente che indaghi sulle denunce di tortura, dal ricorso eccessivo ai tribunali militari, dalla mancanza di un organismo indipendente di monitoraggio dei luoghi di detenzione e sull’inadeguata indipendenza e competenza del Consiglio nazionale dei diritti umani” (l’ente citato all’inizio di questo articolo).

Proprio al Comitato Onu contro la tortura avrebbe dovuto rivolgersi l’Italia, tra le tante iniziative adottabili sul piano internazionale e mai assunte, per rafforzare la ricerca della verità sulla sparizione, la tortura e l’uccisione di Giulio Regeni.