“Quando non canterà più, lascerà dietro di sé una leggenda”, scrisse Eugenio Montale di Maria Callas. Profeticamente. Quarant’anni dopo la sua morte è ancora la diva triste arrivata dalla terra dove è nata la tragedia, che visse d’arte e d’amore come le eroine che portava in scena e che come loro è morta, sofferente, in una camera d’albergo, per un collasso cardiaco. La consacrazione della Divina avviene nella terra del melodramma, a Milano. E per toccare da vicino il mito, proprio a Milano, basta farsi un giro nel museo del teatro alla Scala, che ha esposto i suoi costumi di scena. Al netto dei pettegolezzi sulle diete, sugli amori tormentati, sugli scandali: la mostra curata da Margherita Palli si concentra solo sul suo talento, nella sua stagione migliore. C’è il peplo bianco della Vestale, la prima opera del sodalizio con il regista Luchino Visconti, c’è il corsetto sontuoso di Anna Bolena disegnato per lei da Nicola Benois, c’è l’abito di Medea, dipinto a mano da Salvatore Fiume. Con quel costume la Callas saluta per sempre il palco scaligero nel 1961, portando con sé l’eroina euripidea: la Medea non tornerà mai più alla Scala. Non ci sono invece i costumi della celeberrima Traviata di Visconti, spariti in circostanze misteriose: rimangono i disegni di Lila de Nobili e una parure di Swaroski.

Milano l’ha accolta che era un soprano greco venuto dall’America e l’ha sapientemente modellata nelle mani dei migliori maestri, registi e sarti fino a renderla una diva. Mentre il suo fisico diventava sempre più sottile, fasciato nei tailleur della sartoria Biki, la sua voce diventava uno strumento potentissimo. Con un occhio la Callas guardava Eleonora Duse, di cui studiava la gestualità, e con l’altro Audrey Hepburn, di cui copiava lo stile: la frangetta, l’eye-liner, gli abiti con la vita stretta

La Callas considerava la Scala “il tempio dell’arte” e il teatro milanese ricambia con altrettanto affetto: oltre alla mostra l’ha ricordata in una serata speciale, attraverso le parole di chi l’ha conosciuta e di chi ha lavorato con lei. “Credo che nessun teatro al mondo possa vantare di poter fare altrettanto”, ha detto il sovrintendente Alexander Pereira alla platea gremita. Sul palco Luisa Mondelli, Annina nella TraviataFilippo Crivelli, che ha assistito alla regia del Turco in Italia di Franco Zeffirelli, Eliana De Sabata, figlia del direttore d’orchestra Victor De Sabata che ricorda la sua prontezza di spirito, come la volta che, a sipario aperto, ruzzolò sugli scalini ma riuscì ad attaccare la sua aria in tempo, senza stonare.

Oltre il mito, la donnaRolando Panerai, che ha diviso più volte il palco con la Callas la ricorda come “una professionista, di quelle che arrivano puntuali al lavoro”. Già una buona signora della borghesia milanese, sposata con Battista Meneghini, ma in fondo “una ragazzona”. Il ricordo più affettuoso, quello dell’amica Giovanna Lomazzi, che è rimasta con lei fino alla fine, quando a Dallas passava le notti a piangere perché capiva perfettamente che la sua voce non era più la stessa

 

Una voce unica, che non è mai riuscita a convincere l’intera critica, capace di far discutere intellettuali sulle pagine dei quotidiani per giorni, ricorda il critico musicale Jacopo Pellegrini: “La Callas è un caso unico nella storia. E vende ancora, tantissimo”. E infatti l’anniversario fa gola a tutti: alle case editrici (il nome Maria Callas vanta oltre duemila pubblicazioni) come alle case discografiche. Il documentarista Tom Volf si fa in tre con Maria By Callas, un libro, una mostra e un film in uscita. La Warner, che custodisce i diritti sulla sua voce come la gallina dalle uova d’oro, ha lanciato un cofanetto che raccoglie le incisioni rimasterizzate di ben 42 opere, praticamente tutto il suo repertorio. Con buona pace di chi, all’epoca, la stroncò.