“Entrammo a Costantinopoli la Grande a mezzogiorno o poco più, con le campane che suonavano una ridda di rintocchi da far tremar la terra” – leggo nei Viaggi di Ibn Battuta, il grande viaggiatore marocchino del quattordicesimo secolo. Come lui, siamo entrati ad Istanbul dalla parte europea della città, accompagnati da una tempesta di grandine il cui rumore fracassante quasi evoca quello delle chiese di Costantinopoli, da lungo tempo sparite, o convertite in moschee e musei.

Bisanzio, Costantinopoli ed Istanbul: tre nomi, 2700 anni di storia e milioni di destini si sovrappongono in quest’angolo di terra tra Europa ed Asia. Da due settimane corriamo senza sosta a bordo di una Fiat Panda del 1988 alla conquista di una meta, la Mongolia, che dista da noi oltre 15000 chilometri. Ma qui, all’incrocio dei due continenti scena della nostra avventura, abbiamo deciso di fermarci. Per tre giorni – una sosta lunghissima secondo il metro imposto dai ritmi del Mongol Rally – vogliamo inseguire Erodoto sul terreno a lui più congeniale, scoprendo Istanbul e la Turchia moderna tramite le parole della sua gente.

È tempo di vacanze e sono pochi gli Stambulioti a non aver lasciato la città alla volta delle spiagge di Izmir, Bodrum e Antalya. Tra chi è rimasto c’è Tuğçe, amica di amici e professoressa all’Università di Istanbul. La incontriamo per pranzo, in un vicolo non lontano da Istiqlal Caddesi, la grande arteria che collega la Torre di Galata a piazza Taksim alla sommità del quartiere di Pera.

Street art nelle vicinanze di Istiqlal Caddesi

Tuğçe è una bella donna sulla quarantina. I suoi lineamenti affusolati, eredità di antichi antenati venuti dalle pianure centroasiatiche, si tendono spesso in un sorriso che trasforma gli occhi in mezzelune ambrate. Parliamo del nostro viaggio e delle sfide che comporta, dell’Italia che Tuğçe conosce bene – avendo vissuto a Roma per diversi mesi. Parliamo anche, inevitabilmente, di Turchia. Qui, Tuğçe diventa seria. “Nella Turchia di oggi non puoi nemmeno criticare Erdoğan sul tuo profilo Facebook. Se lo fai, ti vengono a prendere a casa”. Il controllo di Internet, da anni presentato come necessario nell’ambito della lotta al terrorismo curdo e di Isis, è divenuto ossessione dopo lo sventato colpo di Stato del luglio 2016. Gli effetti non sfuggono neanche a noi, osservatori di passaggio: Wikipedia, per esempio, è da tempo inaccessibile in Turchia. Scavalcare i blocchi è più difficile qui che in Iran e Cina, paesi con una storia ben più lunga di censura della rete: i provider di servizi internet turchi sono obbligati per legge a bloccare i VPN, software che, se installati, permettono di navigare su internet come se ci si trovasse in un’altra parte del mondo. In questo clima repressivo, Tuğçe ha deciso di tenersi lontana dai social: “Ho chiuso il mio profilo Facebook” – ci confessa con un sorriso di rassegnazione.

L’atmosfera in seno alle università turche è altrettanto asfittica: dal 15 luglio 2016 ad oggi, migliaia di ricercatori e professori sono stati licenziati e decine arrestati, tacciati sulla carta di simpatie per i congiurati del golpe. Alcuni, messi nell’angolo da una caccia alle streghe che odora di repressione del dissenso, si sono persino suicidati. Tuğçe ci confessa che vorrebbe andarsene dal paese, ma farlo ora vorrebbe dire perdere l’opportunità di vedere il proprio ruolo strutturato all’interno del sistema universitario turco: “Se riuscissi a ottenere la promozione a professore associato, potrei poi andarmene sapendo di aver la possibilità, un giorno, di rientrare con lo stesso grado”.

“Posso solo sperare che questo periodo finisca. Questo presidente meraviglioso morirà prima o poi. Allora forse le cose ritorneranno al loro posto”. Fatalismo misto a sarcasmo e indigniazione – l’eterna ricetta dei progressisti di mezzo mondo.

Manifesto per la commemorazione del golpe fallito

L’autoritarismo di Erdoğan ha avuto anche un profondo effetto sul tessuto urbano di Istanbul. Lo scopriamo alcune ore dopo, dalla voce di altri Stambulioti. A fare da sfondo questa volta è il 5 Cocktails & More, un locale nel quartiere di Pera che ci colpisce per la sua lista infinita di gin and tonic. “Taksim è morta. Il nostro presidente l’ha uccisa” – ci dice Mehmet, con lo stesso sarcasmo di Tuğçe. Mehmet avrà ventitrè anni e sfoggia un sorriso sicuro di sé: ha appena finito una laurea triennale in Business Studies all’università Boğaziçi e si appresta a trasferirsi a Barcellona per continuare gli studi. Assieme ai suoi amici ed amiche, tutti neolaureati della Istanbul bene, ha attaccato discorso, incuriosito forse dalla nostra lingua, senz’altro da noi: qui stasera c’è una festa universitaria per matricole, e di trentenni se ne vedono pochi.

Le parole di Mehmet si riferiscono alla fuga dei liberals dalla notissima piazza Taksim, a seguito delle manifestazioni lì avvenute nel 2013 e duramente represse dal governo dell’allora premier Erdoğan. Un tempo, era proprio attorno a questa piazza che si concentrava la vita notturna della gioventù di Istanbul. “Adesso tutto si è spostato nella parte asiatica della città, dovete andare a Kadıköy per sentirvi liberi” – aggiunge Burcu, un’altra neolaureata già assunta da una grande banca di investimento.

Di Kadıköy, un quartiere che sorge sulla costa meridionale del Bosforo, non avevo mai sentito parlare. Nonostante da decenni le parti europea ed asiatica di Istanbul siano connesse da ponti, si direbbe che questo braccio di mare continui a rappresentare, per la gente di Istanbul, un confine ideale tra il tradizionalismo del quartiere Fatih, con le sue moschee e bazaar, la decadenza di Pera, dove si è abbattuto con più forza il maglio della repressione di Erdoğan, e la libertà di pensiero d’oltre Bosforo. Spinti dalla curiosità, la sera successiva saliamo a bordo di uno dei traghetti che, dal ponte di Galata, fanno la spola tra il Corno d’Oro e Kadıköy. Accanto a noi, sul ponte della nave, decine di ragazzi e ragazze turchi ascoltano musica e scattano selfie mentre, sullo sfondo, la foresta di minareti di Fatih si allontana lentamente.

Tramonto guardando la moschea Sulaimaniye nel quartiere Fatih

Giunti alla parte asiatica, l’atmosfera appare subito diversa: alle strade vuote di Pera fa qui da contraltare una folla di giovani, che si raduna in centinaia di locali a mangiare e bere. Strada dopo strada, passiamo birrerie, bar e discoteche, ristoranti di pesce trendy e venditori di kebab. Sono le dieci di sera di un sabato di fine luglio: nell’odore del mare e nel baccano della gente ritrovo il sapore del Mediterraneo. Eppure, Kadıköy e la sua atmosfera hanno qualcosa di sintetico: i locali, benché diversi l’uno dall’altro nel design e nello stile musicale, mi appaiono tutti uguali. Anche la folla che si accalca fuori e dentro di essi ha qualcosa di non genuino. Tra questa gente, cerco invano le fattezze di Burcu e Mehmet: come Neo in Matrix, sento il bisogno dei miei Morpheus e Trinity per comprendere cosa si nasconda dietro la cortina di verosimiglianza di cui questo quartiere si cinge. Ma questa sera, Marco ed io siamo soli. O forse, soli stasera lo siamo tutti: lo è il ragazzo dalle spalle larghe e dalla fronte alta, rinchiuso nel suo pacchetto di sigarette finite; lo è la ragazza dal vestito nero scollato, che quasi annega nel mare di pixel del suo cellulare. Dal terrazzo del locale dove ci siamo fermati a bere, osservo a distanza la gente di Istanbul. Provo ad afferrare le sbarre invisibili delle loro gabbie, ma le mie mani non fanno alcun rumore. Vorrei essere le campane di Costantinopoli, o la grandine dell’altro giorno e far tremare la terra, come loro. Forse così, stasera, potrei farmi sentire. O forse no: circondata dal caos dei locali, la gente di Kadıköy stanotte mi regala il silenzio.

E intanto, come in un sogno in cui il tempo scorre a scatti, il nostro soggiorno a Istanbul è già finito, ed è ora di rimetterci in cammino. Stanotte, dalla costa asiatica della città, salutiamo l’Europa. Domani attraverseremo il Bosforo di nuovo, questa volta in macchina. Dietro di noi, la nostra casa. Davanti a noi, la via della seta.

[scritto datato giovedì 27 luglio 2017]

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