Oggi, 16 anni fa, tre edifici (le Torri gemelle più l’edificio 7) sono crollati nel centro di New York.

Un evento storico per molte ragioni. Dalla sua visibilità mediatica (si può tranquillamente ritenere che nella storia moderna sino a quel momento, nessun evento di guerra o terrorismo era stato coperto in modo migliore), al suo impatto psicologico sulle mente di milioni di americani e occidentali.

L’evento delle Torri gemelle (a cui per dovere di cronaca, e rispetto per i caduti, si deve aggiungere l’attacco al pentagono, il crollo dell’edificio 8 e un 4° aereo abbattuto) ha segnato l’epoca della forte, repentina, militarizzazione dello Stato americano.

Sia chiaro non si suggerisce, in questa riflessione, che prima delle Torri gemelle l’America fosse priva di un esercito, marina e aviazione. Tuttavia, come suggeriva un’analisi precedente a questo evento (il link originale al Project for a New American Century è stato bloccato), la spinta a una maggiore attenzione e investimenti (leggasi spesa) per aggiornamento di armamenti poteva venire solo da un evento sconvolgente (nel rapporto si faceva l’esempio con l’attacco di Pearl Harbor a seguito dell’esercito giapponese).

Un lodevole (per quanto a mio avviso non completamente inclusivo) rapporto della Brown university (datato autunno 2016) traccia un totale di poco meno di 5000 miliardi di dollari per la guerra al terrorismo.

Le voci del rapporto includono le ben note guerre al terrorismo (come si possa fare guerra ad un idea o a un concetto mi lascia sempre un poco perplesso): Afghanistan contro i talebani (in precedenza conosciuti come mujaheddin, supportati dal governo Usa per la guerra di liberazione contro i comunisti), Iraq contro Saddam Hussein (in precedenza alleato degli americani nella guerra contro la Repubblica iraniana) e la guerra in Siria (dove Obama supportava le guerriglie di liberazione: una compagine mista unita solo dall’interesse di far la pelle all’eletto presidente Assad).

Nelle spese ad ogni modo rientra la guerra all’Isis che, scalzando Al Qaeda (sia nella strategia mediatica terroristica, sia nell’abilità di fare “franchising”) è divenuta, per il momento, l’entità numero uno quando si parla di terrorismo.

Invero, come la stessa analisi suggerisce del Pnac, i costi che il Pentagono dovrà sopportare ( o supportare) per le attuali guerre (si ricordi che Afghanistan, Iraq/Siria sono ancora fronti aperti) sarà molto più alto. Il rapporto discute per esempio della ricaduta per le spese mediche (i reduci con problemi fisici o mentali) ma non menziona una serie di spese accessorie direttamente non riconducibili allo sforzo bellico.

Mi riferisco per esempio alle spese della Homeland security per combattere e prevenire atti di terrorismo (statisticamente è più facile morire per una botta di calore o un incidente aereo che a causa di un terrorista) oppure le meno facili da tracciare spese per la difesa.

Un “leitmotiv” che può essere utilizzato (come già veniva riportato nel paper del Pnac) stile “c’è da difendere gli Usa dal mondo cattivo fuori” e quindi giustifichiamo spese. Una per tutte il consorzio F35 di cui non si scorge ormai più un tetto alle spese per questo progetto (quanto questo mezzo di ultima generazione possa essere utile a combattere un terrorista con una cintura esplosiva in un centro urbano o sulle montagne afghane mi sfugge).

Evitiamo di discutere, per comodità dialettica, delle innumerevoli spese per mercenari (detto in modo carino contractors della difesa), supporto economico a nazioni che combattono (o prevengono) il terrorismo, compagnie private di aziende che vendono prodotti o servizi più o meno legati alla sicurezza personale (dalle industrie di armi leggere in poi).

L’eredità dell’11 settembre è di fatto composta da spese immense fatte sotto l’egida di una più o meno riconosciuta “necessità di sicurezza”.

Nota a pie’ pagina, il terrorismo (quello a cui si sta facendo la guerra dal 2001) è ancora vivo e vegeto.

@enricoverga