Qualcosa sta davvero cambiando: se fino a qualche mese fa veniva richiesto il mio intervento per affrontare il tema del fine vita, questa volta la redazione mi chiede di intervenire sul tema dell’assistenza sessuale, era ora. Tuttavia non sono del tutto soddisfatto: aspetto ancora di essere scritturato come il primo protagonista disabile di un film a luci rosse, dal titolo “Non mi posso alzare, ma Lui sì”.

Torniamo al presente, e alla realtà, perché è di settimana scorsa la notizia che il comitato “Love Giver ha dato il via al primo corso in Italia per assistenti sessuali, ovvero figure qualificate in grado di aiutare la persona disabile ad affrontare e risolvere alcune problematiche legate alla sfera della sessualità. Ho deciso di commentare questo fatto perché il connubio sesso e disabilità è ancora parco di troppi tabù, di misteri e scarsa conoscenza, al punto che facilmente si pensa che il disabile non provi piacere o non possa provare piacere sessuale: è arrivato, quindi, il momento di abbattere definitivamente lo stereotipo che vede il disabile come asessuato. Per cui cercherò di spiegare l’importanza della figura dell’assistente sessuale, e lo farò attraverso la mia esperienza e dal punto di vista della condizione del francesino – lo sbandieratore della distrofia di Duchenne.

Cominciamo attraverso un giochino: che cosa abbiamo in comune Maximiliano Ulivieri, fondatore del comitato di cui sopra e io? Oltre alla disabilità s’intende, benché lui sia di un’altra parrocchia (o malattia). La bellezza? No, di certo qui vinco io: mi spiace Max. Lo stile? Beh qui e il sottoscritto ad alzare le mani, metaforicamente parlando ovviamente. L’intraprendenza? Diciamo che mi impegno, ma lui è molto più avanti di me… questo solo perché è più in là con gli anni. E dai, non è così difficile: abbiamo in comune la nostra prima volta! Cioè, non che l’abbiamo fatto io e lui, tengo a precisare. Nel senso che la nostra prima volta è avvenuta a pagamento, con prostitute, tanto per essere più chiari.

E perché? Semplice, anzi complicato: perché volevo conoscere e rapportarmi meglio con il mio corpo, cosa che la mia condizione ostacolava; perché ritenevo necessario conoscere il corpo dell’altro sesso; perché dovevo avere la certezza di essere uomo a tutti gli effetti; perché era essenziale per meglio conoscere me stesso; così come è necessaria la sicurezza e l’autostima, ciò che più facilmente la disabilità tende ad abbattere; perché bisognava partire da lì per poter fare le “normali” esperienze in futuro, s’intende con rappresentanti del gentil sesso emotivamente coinvolte; perché poi così è stato. Insomma è un’esperienza determinante nell’affrontare meglio la propria condizione, necessaria alla crescita personale e alla maturazione psicofisica.

È proprio quest’ultima che a volte manca, basti pensare a chi a causa della propria grave situazione non ha vita sociale e non ha mai avuto esperienze né amorose né sessuali: c’è chi è impossibilitato a uscire di casa o c’è chi rimane giocoforza “imprigionato” nella propria condizione. Perché per esempio alcuni dei miei colleghi francesini si trovano in questa condizione – di essere vergini – e questa, poiché non posso che essere empatico nei loro confronti, è ciò che più fa male: non essersi o essere mai stati toccati e non aver mai fatto sesso rende una persona viva a metà – lo colloca davvero nella situazione di sentirsi asessuato – perché manca la giusta maturazione, anche rispetto alla sfera dell’affettività stessa.

Per questo la figura dell’assistente sessuale è necessaria, almeno rispetto alla “mia” francesina – di cui ho vasta esperienza -, ma la disabilità è un campo molto più vasto. Di certo chi vive in una condizione simile alla mia si trova davanti questo muro che spesso diviene invalicabile, quando basterebbe maturare una maggiore conoscenza di se stessi e offrire, qualora manchino, gli “strumenti” per affrontare e beneficiare al meglio della propria sessualità e affettività.

Immagine in evidenza tratta dalla pagina twitter di