Che Paese sarebbe il nostro se la scuola chiudesse le porte ai bambini e ai ragazzi e se la possibilità di accedere ai servizi, quali la mensa o il tempo pieno, fosse discrezionale da città a città, da regione a regione, da Nord a Sud? Sarebbe un Paese disomogeneo, dove l’equità sociale lascerebbe il posto alla disparità sociale. E, se così fosse, saremmo pronti a saltare sulle sedie, a gridare all’ingiustizia, a fare appello ai diritti dei bambini e delle bambine? Ve lo dico perché forse a molti è sfuggita la lettura dell’ultimo rapporto “(Non) Tutti a Mensa 2017“,  realizzato da Save the Children alla vigilia dell’inizio dell’anno scolastico, nell’ambito della campagna “Illuminiamo il Futuro“.

Mi auguro davvero sia questo il motivo per cui è passato quasi inosservato (sui social e sul web), perché il quadro che descrive è grave come gravi sono le sue ricadute: quasi la metà (il 48%) degli alunni italiani delle primarie e secondarie di primo grado ancora non ha accesso al servizio di refezione, mentre in otto regioni la situazione è ancora più grave, con più di un bambino su due che non ne usufruisce, con evidenti differenze tra Nord e Sud. Ma c’è di più. In quattro delle stesse regioni che registrano le disparità maggiori nell’accesso alla mensa, si osservano anche i maggiori tassi di dispersione scolastica d’Italia (Sicilia 23,5%, Campania 18,1%, Puglia 16,9%, Calabria 15,7%). Niente di buono anche sul versante tempo pieno: nelle cinque regioni in cui oltre metà dei bambini non accede alla mensa, quattro registrano anche la percentuale più elevata di classi senza tempo pieno (Molise 93%, Sicilia 92%, Campania 86%, Puglia 83%).

Questo vuol dire che l’attenzione agli spazi adeguati, alla qualità dei cibi, all’ambiente in cui si mangia e alla possibilità o meno di avere una mensa e il tempo pieno, non sono fattori da valutare singolarmente ma in un quadro generale più ampio che richiama l’attenzione che i governi rivolgono al mondo della scuola e al sapere dei futuri cittadini: in poche parole a quanto sono disposti a investire sull’istruzione dei piccoli e sul loro futuro da grandi. Se i dati stessi confermano che l’offerta del servizio di refezione e del tempo pieno ha un valore essenziale nel contrasto all’abbandono scolastico, forse il tema della mensa e del tempo pieno non è così da minimizzare, riducendolo a un problema di convenienza e risparmi. E’ un problema culturale, che tira in ballo la cura che i governi ripongono nell’infanzia e nel diritto allo studio e l’importanza che rivestono entrambi nelle scelte e nell’agenda politica di chi ci amministra. Fino a quando esisteranno scelte discrezionali, esisteranno disparità e ingiustizia sociale e varrà il principio per cui nel 2017, in Italia, la scuola e l’istruzione non sono niente affatto scontate ma dipendono da quale parte del Paese si vive. Se così fosse, sarebbe la disparità a farla da padrone e l’equità sociale (che si differenzia dall’uguaglianza proprio nella capacità di fornire a chi non li ha gli strumenti e le opportunità che portano all’uguaglianza), verrebbe meno proprio in quello che ci rende liberi: l’istruzione, il sapere.

Non quindi possiamo arrenderci all’idea che il diritto alla studio e all’infanzia sia condizionato dal luogo dove si nasce o si sceglie di vivere. Perché un diritto, in quanto tale, è universale, altrimenti diventa un privilegio.