di Roberto Sormani

“Cosa vuol dire che è il tuo fidanzato? Che tu e questo Mario fate ha-ha-ha?”, mi chiede sconvolto il padrone di casa invadendo lo spazio fra di noi con l’alito pesante. Siamo nella sua auto, parcheggiata sotto casa. Passa le giornate così: viene sotto la casa che affitta, parcheggia l’auto in divieto di sosta, legge il giornale, si beve un caffè, e intanto osserva. Quel giorno notò anche che avevo un ospite molto assiduo: “Chi è questo Mario? Di’ la verità: stai subaffittando a lui”. Entro nella sua auto e lo rassicuro: “Non sta pagando una lira, per carità: è semplicemente il mio ragazzo!”. E invece il panico: “Cosa penserà la gente di me, ora che ho un inquilino gay? Oh mamma, che notizia terribile!”. Un’icona di San Nicola mi fissa dal suo angolino speciale vicino allo specchietto retrovisore. Spiego che, certo, facciamo esattamente quello che lui fa con sua moglie, ma evito i dettagli per non sollecitarne la fantasia e per non pensare a lui e a sua moglie fare ha-ha-ha. Ma lui taglia corto: “Esci da qua, ché mi sto arrabbiando. Non ti rinnoverò il contratto di affitto!”.

Quiz per i lettori: dov’è ambientato l’episodio?

Nel bed and breakfast di Vibo Valentia vietato a “gay e animali” (pare invece che i maschi bisex possano accedere in gruppi di due o più persone)? A Salerno, dove una coppia di maschi è stata allontanata da una piscina? Oppure in Salento, dove le coppie omosessuali non possono andare in una casa vacanze? Niente di tutto ciò: la scena è ambientata nella “civile” Londra, meta di turismo e migrazione Lgbt+ e città all’avanguardia dei diritti Lgbt+ secondo la più recente classifica Ilga.

Se siete sorpresi potete immaginare la mia sensazione quando lasciai l’appartamento. Pensavo che l’omofobia fosse solo un lontano ricordo, fra le battutine dell’assistente universitario a Milano e l’invito di un educatore alle medie a non usare epiteti omofobi con i compagni “perché si rischia di farli diventare gay per davvero”.

Anche a Londra avrei dovuto ingoiare un boccone amaro. Addirittura mi è andata peggio: le associazioni, qui, non mi hanno dato speranza sulla possibilità di un’azione legale. A Vibo Valentia, invece, Rete Lenford ha dato un forte sostegno alla coppia discriminata. Per ottenere la mia giustizia dovrò attendere il compimento della mia vendetta: una collezione di cartoline a tematica gay di cui inondare la posta del vecchio padrone, se mai ne troverò il tempo e la voglia (voi, nell’attesa, mandatele a me).

Anche a Londra avrei dovuto lottare per la dignità, in quella e in altre occasioni come le minacce omofobiche subite per la strada.

A Londra avrei scoperto che la storia non è destinata al progresso e all’inclusione. Certo, avrei dovuto capirlo leggendo e pensando (Addio a Berlino doveva darmi qualche indizio), ma certe cose noi gay le impariamo da protagonisti. Che detta così fa quasi piacere.

A Londra ho trovato la risposta alle domande degli amici che chiedono come sia essere gay in un Paese più inclusivo: sicuramente sarai più sereno, con uno Stato che ti riconosce pari dignità e in una città con una cultura così aperta. E quindi, mi dicono: “Perché continuare a fare attivismo? Ormai essere gay non è più un problema”. Addirittura c’è chi parla, qui nel Regno Unito, di “privilegio gay” e dice che la componente gay non ha diritto a rappresentanti specifici nelle associazioni universitarie Lgbt+.

Ho trovato la risposta da dare a chi insiste che “anche qui in Italia ci sono le unioni civili; se guardi Maria De Filippi ormai c’è quasi da vergognarsi a non essere gay, eheheh”. Nella stessa comunità Lgbt+ si parla di epoca “post unioni civili” e si respira sfiducia nella possibilità di vincere presto le nostre battaglie (fra le più urgenti, una legge sull’omotransfobia decente e una riforma delle adozioni).

Ho trovato anche una risposta da dare chi invita a non fare attivismo con motivazioni opposte: “A Londra è facile esporsi. Non possiamo pretendere troppo in Italia: la nostra cultura è diversa”. Invece no: anche qui è difficile lottare e lo era molto di più quando si è cominciato: fino a cinquant’anni fa il sesso gay era un reato, a differenza che in Italia dove non lo è mai stato. Si lotta proprio perché è difficile.

Le vite delle persone Lgbt+ italiane che vivono all’estero sono più complesse e a volte sorprendenti: conoscerle può far superare timori e false speranze. Da qui il bisogno di raccontarle in questo blog. Oggi abbiamo conosciuto un padrone di casa omofobo londinese; prossimamente faremo altri incontri. Speriamo siano migliori!