È ricoverato in rianimazione all’ospedale San Paolo di Milano e, secondo il suo avvocato, avrebbe il diritto d’essere scarcerato e trasferito a Catania, per morire nel proprio letto. Antonino Santapaola, fratello del capomafia ergastolano Nitto, era detenuto in regime di 41bis nel carcere di Opera, ma da giorni si trova nell’Unità operativa complessa di Anestesia e rianimazione della struttura ospedaliera milanese. In “reale e assoluto pericolo di vita”, dice il suo legale Giuseppe Lipera.

L’avvocato spiega che questo “conferma tristemente e amaramente quanto fossero fondate le svariate istanze di libertà presentate invano dalla difesa, specialmente negli ultimi periodi, e che sono rimaste inevase e disattese”. E quanto accaduto nelle ultime ore non è che il “tragico epilogo” della vita di Santapaola, “detenuto da 17 anni per reati commessi 40 anni fa”.

Per questo il legale chiede al magistrato di sorveglianza di Milano l’emissione di “un provvedimento che sia conforme alla legge, alla giustizia e alla umana pietà” disponendone “l’immediata scarcerazione” o il “trasferimento a Catania nella casa della moglie, consentendogli di morire nel suo letto”.

Sono almeno 7 anni che Lipera, sostenuto da diverse perizie, afferma che Antonino Santapaola sarebbe affetto da “sindrome schizofrenica paranoide cronica in fase difettuale”, chiedendone il ricovero in una struttura ad hoc per “attenuare il degenerare della patologia” o in alternativa la scarcerazione o gli arresti domiciliari nell’abitazione della sua consorte “pronta ad accudirlo”, spiegava Lipera nel 2010 quando Santapaola era ricoverato nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia.

“Più perizie disposte da collegi giudicanti – ricordava il penalista in un’istanza – hanno stabilito le gravi condizioni di salute di Antonino Santapaola e la sua incapacità di partecipare consapevolmente alle udienze dei processi a suo carico”. Per questo motivo, lo scorso aprile, la corte di Appello di Catania aveva sospeso un procedimento per incapacità di stare in giudizio, come confermato dal consulente tecnico d’ufficio, lo psichiatra Antonio Petralia.

Negli scorsi mesi era stato l’avvocato di Totò Riina, detenuto al 41bis nel reparto riservato ai carcerati dell’ospedale di Parma, a chiedere la scarcerazione del boss dei boss. Per due volte il tribunale di Sorveglianza di Bologna ha però rigettato la richiesta di differimento della pena o di detenzione domiciliare per ragioni di salute. I giudici motivarono il secondo “no” spiegando che la sua pericolosità sociale è ancora attuale, come si evince da alcuni colloqui avuti in carcere con la moglie Ninetta Bagarella.