A parte qualche sparuto sussulto di coscienza di alcuni che nel Pd si definiscono ancora cattolici, l’accordo stretto dal governo con la Libia per fermare i gommoni diretti verso l’Italia e rimandare i migranti nei lager di Tripoli è stato accolto con grida di giubilo da tutta la classe dirigente. “Abbiamo dimostrato che possiamo ridurre i flussi migratori senza rinunciare ai principi di umanità e di solidarietà“, diceva ancora il 2 settembre il cattolico Paolo Gentiloni, toccando vette inesplorate di ipocrisia e sorvolando sui reportage dei giornalisti che raccontano le condizioni da bestie in cui vengono tenute le persone fermate dalla cosiddetta “Guardia costiera libica” (bande di miliziani convertitisi per soldi alla caccia di uomini in mare) nei cosiddetti “centri di accoglienza” gestiti dalle milizie in Libia. Parole che, nel generale coro di osanna che segue Marco Minniti ovunque vada come fosse il Cristo alle porte di Gerusalemme, sono calate come pietre tombali sulle proteste dei vari Mario Giro e Graziano Delrio, i pochi timidi rivoluzionari che nel governo avevano osato porre il tema dei diritti umani.

Ma se quella parte della classe dirigente che quando le conviene cita Papa Francesco ora tace e si adegua, dov’è la cosiddetta “base cattolica” della società? Quelli, per intenderci, del “no all’aborto perché è contro la vita“, no al biotestamento “perché è eutanasia” e quindi contro la vita. Quelli che riempiono i pullman per andare al Family Day perché sono “per la vita”, quelli che come il Comitato Verità e Vita nel 2009 denunciarono per omicidio volontario Beppino Englaro che aveva trovato il coraggio sovrumano di battersi per garantire una morte dignitosa alla propria figlia. Quelli che puntano il dito contro i malati terminali che non ce la fanno più a vivere e decidono di andare a farla finita in una clinica svizzera perché in Italia non hanno libertà di scelta. A quale “vita” e quali “vite” si riferiscono questi signori?

Al di là della evidente necessità di regolare il fenomeno (che significa anche accoglienza, che l’Italia fa male, e integrazione, che l’Italia non fa) e del risultato pratico ottenuto dal ministro dell’Interno, sarebbe il caso che i cattolici di destra e di sinistra si ponessero il problema della dimensione etica della scelta politica cui spesso plaudono: se non provate neanche un barlume di pietas – umana, cristiana o chiamatela come volete – di fronte a chi racconta di essere stato violentato e torturato in quelle carceri in cui ora l’Italia rimanda i migranti, una domanda dovete farvela. Delle due l’una: o ammettete che anni di propaganda fascistoide orchestrata da Salvini&Co subdolamente imperniata sulla crisi e a cui la sinistra si è accodata hanno demolito le vostre strutture morali evidentemente fragili in partenza, oppure non siete cattolici e vi fregiate del titolo per pura tradizione, convenienza o bisogno di identità.

La stampa cattolica, dal settimanale Vita ad Avvenire, lancia richiami sui diritti di chi in spregio a tutte le basilari norme del diritto internazionale viene rispedito in Libia a morire, ma i suoi lettori sembrano risucchiati in quello schieramento trasversale che fa dei migranti il grimaldello per calamitare voti e va dal Pd alla Lega e Forza Nuova, passando per il M5s. In questa rimozione collettiva del riconoscimento dei diritti altrui operata silenziosamente in base al principio vigliacco che se l’occhio non vede, cuore non duole, i cattolici di destra e di sinistra una risposta la devono. A se stessi prima di tutto (ma il discorso vale anche per ciò che rimane della sinistra, Pd in primis). Altrimenti daranno l’ennesima dimostrazione di un fatto che le loro sensibili coscienze dovrebbero giudicare mortificante: che sono pronti a mobilitarsi soltanto quando sono sollecitati dal politico di turno (i campioni dei diritti Quagliariello, Buttiglione e Giovanardi, che però su quelli degli africani nel migliore dei casi non dicono una parola) che li chiama alla “lotta per la vita” perché ha bisogno di loro solo quando si va alle urne.