Come era già avvenuto il Muslim bansu cui dopo mesi si polemiche è intervenuta la Corte Suprema – contro la decisione di Donald Trump di revocare programma di protezione per i Dreamers, i giovani arrivati negli Stati Uniti da bambini con genitori illegali, sta scatenando la reazione degli Stati. Sono 15 quelli che hanno deciso di lanciare la sfida legale all’amministrazione tra cui la California e il District of Columbia con la capitale Washington. Il presidente alla domanda se avesse cambiato idea dopo la levata di scudi contro la decisione ha risposto:  “Nessun ripensamento“. Una risposta netta dopo la diffusione su Twitter di un messaggio che aveva fatto pensare a una marcia indietro della Casa Bianca: “Il Congresso ora ha sei mesi per legalizzare Daca (qualcosa che l’amministrazione Obama non è stata in grado di fare). Se non ci riesce, rivedrò questo problema”.

“Non sono messaggi contrastanti” reagisce poi il Commander in chief incalzato dai giornalisti a bordo dell’Air Force One. “Sono convinto che il Congresso vuole trovare una soluzione”, aggiunge, parlando di “sostegno da entrambe le parti” politiche. Il presidenti fa quindi scudo così all’ondata di critiche sollevate da più parti, anche dalla sua stessa base. Quella di Trump è un’altra promessa elettorale mantenuta lo smantellamento anche del Daca (Deferred action for childhood arrivals) voluto da Barack Obama mettendo quindi in mano al Congresso il destino delle 800mila persone interessate dal provvedimento. Il tycoon compie così un altro passo verso lo smantellamento dell’eredità del suo predecessore, ma ieri l’ex presidente aveva risposto di persona che quella presa da Trump è una decisione “sbagliata”, “autolesionista”, “crudele” e che non era “legalmente richiesta”. Che fosse questa l’intenzione di Trump era chiaro da giorni, il presidente ha però ‘delegato’ al ministro della Giustizia, Jeff Sessions, il compito di dare l’annuncio, una scelta altamente simbolica (che ha anche suscitato qualche critica) perché il senso è che l’amministrazione Trump vuole riaffidare il dossier a chi ‘di competenza’ rimettendo al Congresso la responsabilità sul tema, cui viene riconosciuta una finestra di sei mesi per agire.

Trump era intervenuto ieri per difendere la sua decisione e in un comunicato sottolinea di non voler punire i giovani per le azioni dei loro genitori, ma che “anche i giovani americani hanno sogni“. “America first’quindi, l’America prima di tutto: l’economia, i posti di lavoro. Poi incontrando i giornalisti ha ripetuto: “Nutro un grande amore per queste persone, che non sono bambini come si pensa, ma in realtà si tratta di giovani adulti. Adesso si spera che il Congresso possa realmente aiutarli. Nel lungo periodo sarà la soluzione giusta”. I Dreamers, come hanno sottolineato dai molti critici anche repubblicani della scelta di Trump, “non conoscono altro paese”. Ieri la rabbia è esplosa nelle piazze da New York a Los Angeles. A Chicago il sindaco democratico Rahm Emanuel ne ha parlato in una scuola superiore garantendo agli studenti interessati dal programma che nella sua città sono “benvenuti” e ha dichiarato che le scuole di Chicago saranno “Zone Trump-Free”. Particolarmente dura la Conferenza Episcopale degli Stati Uniti che ha definito la decisione una mossa “riprovevole” e “straziante” e “un passo indietro dai progressi che dobbiamo fare come Paese”. Ma la vera spina nel fianco rischia di essere ancora una volta la sfida legale che appare replicare la debacle sul bando: il ricorso è stato depositato in un tribunale di New York dagli Stati di New York, Massachusetts, Washington, Connecticut, Delaware, Hawaii, Illinois, Iowa, New Mexico, North Carolina, Oregon, Pennsylvania, Rhode Island, Vermont e Virginia, oltre al District of Columbia. Il ministro della Giustizia dello Stato di Washington, Bob Ferguson, ritiene che l’azione intrapresa dall’amministrazione Trump violi i diritti per un giusto processo riconosciuti agli immigrati. Ferguson era stato tra l’altro il primo a lanciare la sfida legale al bando sugli ingressi voluto da Trump, ricorso che aveva poi portato un giudice federale a bloccare il provvedimento su base nazionale. Oggi la notizia che gli Stati sono pronti a dare nuova battaglia.