Indipendenti dagli Usa o sotto l’ombrello Usa, purché nucleare sia. L’escalation in corso nella penisola coreana sta inducendo forti componenti dell’establishment di Seul a riconsiderare l’ipotesi di dotarsi di armi atomiche per contrastare eventuali minacce provenienti da Pyongyang.

È stato il ministero della Difesa sudcoreano a dichiarare lunedì che starebbe valutando “tutte le opzioni militari disponibili”. Il riferimento è alla possibilità di reinstallare testate nucleari Usa. Il ministro Song Young-moo ha voluto riaffermare il principio di denuclearizzazione della penisola, ma ha anche sottolineato la necessità di “rivedere tutte le opzioni disponibili in ottica militare e trovare una via realistica”. In una conversazione con il segretario alla Difesa Usa, Jim Mattis, Song ha fatto anche riferimento a pressioni da parte degli elementi più conservatori del mondo politico sudcoreano, che vorrebbero la linea dura contro Pyongyang.

La Corea del Sud ospita circa 30mila soldati americani e di fatto è già protetta dall’ombrello nucleare statunitense, anche se non ospita “nukes” sul proprio territorio dal 1991, quando si impose il principio della denuclearizzazione e le circa 100 testate presenti furono rimosse. Precedentemente, Seul si era già impegnata – con un accordo siglato nel 1974 a Washington – a non costruire armi nucleari in proprio.

Tuttavia, oggi il vento soffia in direzione opposta e l’inaffidabilità di Donald Trump – che mentre promette protezione minaccia Seul di sanzioni commerciali – spinge molti sudcoreani a voler fare da soli. Un sondaggio del settembre 2016, citato dal Guardian, rivelava già che quasi il 60% dei sudcoreani era favorevole a iniziare la produzione in proprio di armi nucleari. Chi superava i 60 anni d’età era generalmente più favorevole. Dopo gli ultimi eventi, è pensabile che la percentuale sia aumentata.

Immediatamente dopo il test nucleare nordcoreano di domenica, il presidente Moon e il premier giapponese Abe hanno convenuto in una telefonata a rafforzare le proprie difese missilistiche e ora anche l’opzione atomica circola sui maggiori media.

“Poiché le armi nucleari volano sopra le nostre teste, non possiamo sempre contare sull’ombrello nucleare statunitense e sulla dissuasione”, ha scritto piuttosto esplicitamente in un editoriale il Dong-a Ilbo, secondo quotidiano della Corea del Sud. L’editoriale sostiene che l’accordo del 1974 e il principio di denuclearizzazione non si applichino più: “Non c’è motivo di aderirvi quando di fatto si finisce per denuclearizzare solo la Corea del Sud e non la penisola coreana”, si legge.

Sottoposto a molteplici pressioni, il presidente Moon Jae-in ha di recente già accettato il dispiegamento del controverso sistema di difesa missilistica Thaad (Terminal High-Altitude Area Defense), che irrita notevolmente la Cina. Vi si oppongono anche molti sudcoreani che vivono nella zona rurale dove già due batterie del Thaad sono state installate a inizio anno, poiché temono sia pericoli per la propria salute e per l’ambiente, sia il fatto che la propria casa possa diventare un obiettivo militare della Corea del Nord. Moon aveva quindi sospeso lo schieramento delle altre quattro batterie in attesa di una valutazione d’impatto ambientale. Ma immediatamente dopo il test nucleare di domenica, è arrivato il via libera all’installazione.

Moon ha inoltre raggiunto un accordo di ieri con Trump per rimuovere il limite di peso dei propri missili. Attualmente, i vettori sudcoreani hanno per legge un carico massimo di 500 kg. Senza questo limite, potrebbero colpire la Corea del Nord con maggiore forza in caso di conflitto. La Corea del Sud ha anche ottenuto una “approvazione di principio” all’acquisto di armi Usa per miliardi di dollari, nonostante sia già il quarto più grande importatore di armi americane (5 miliardi di dollari dal 2010 al 2016).

Mentre la tensione sale, giunge a sorpresa una notizia per ora non verificabile, secondo cui lo scorso maggio Pyongyang avrebbe proposto un accordo agli Stati Uniti. Secondo il quotidiano sudcoreano JoongAng Ilbo, la Corea del Nord avrebbe offerto la sospensione di tutti i test nucleari e missilistici in cambio della rimozione delle sanzioni e di un trattato bilaterale di pace che sostituisse l’armistizio in vigore dal 1953 e concludesse quindi formalmente la Guerra di Corea.

La fonte di questa informazione, un anonimo funzionario sudcoreano, avrebbe riferito al giornale che l’offerta sarebbe stata fatta da Choe Son-hui, direttrice degli affari nordamericani al ministero degli Esteri della Corea del Nord, a Oslo, dove una delegazione nordcoreana si è incontrata con ex funzionari statunitensi nelle cosiddette “Track 1.5”, o discussioni semi-governative-semi-private.

(China Files per Il Fatto)