Non ci sono innovazioni tecnologiche sostanziali nelle proposte di modifica degli impianti, anzi i nuovi proprietari prevedono, in alcuni casi, “una ‘marcia indietro’ rispetto alle tecnologie inizialmente previste dall’amministrazione straordinaria”. Si sottolinea anche come il previsto riavvio dell’altoforno 5 “può esporre la popolazione” ad “un rischio cancerogeno inalatorio non accettabile”. E poi ci sono il tema delle tempistiche, dilatate al massimo, dell’assenza di proposte progettuali per la “risoluzione dei numerosi incidenti con emissioni non convogliate” e delle possibili infrazioni comunitarie.

Bocciatura in 14 punti – Sono almeno quattordici le contestazioni di Arpa Puglia alla documentazione presentata da Am Investco, lo scorso 5 luglio, per la modifica dell’Autorizzazione integrata ambientale dell’Ilva di Taranto, ceduta dal ministero dello Sviluppo Economico alla cordata composta dal gigante della siderurgia Arcelor Mittal e dal Gruppo Marcegaglia. En assieme all’Agenzia regionale per la protezione ambientale, sul tavolo del ministero dell’Ambiente sono arrivate anche le osservazioni del Comune di Taranto e della Fiom-Cgil, entrambe di identico tenore: una sostanziale bocciatura del progetto sotto il profilo ambientale, tema delicato visto che la crisi dell’Ilva nacque proprio dalle indagini della procura jonica sul modus operandi degli ex proprietari.

“Non garantita la tutela della salute” – “La proposta di Am Investco non garantisce la tutela della salute dentro e fuori lo stabilimento”, sintetizza il segretario nazionale della Fiom Rosario Rappa. Un requisito che il sindacato ritiene “indispensabile per giungere ad un accordo sindacale”. Disapprovazione anche dalla Fim-Cisl che “rileva criticità nella programmazione dell’installazione di cappe di aspirazione e nelle tempistiche presentate, non coerenti con le reali possibilità di intervento”.Mentre il Comune punta il dito contro la copertura dei parchi minerari, che la nuova proprietà si impegna a completare entro 36 mesi ma – sostiene l’ente – “la tempistica risulta di fatto indefinita, essendo ignota la data di subentro oltreché eccessivamente lunga rispetto a quanto indicato dall’Aia 2012 e dal piano ambientale”.

Il sindaco: “Insoddisfatti” – “La nostra valutazione attuale del piano ambientale ci lascia largamente insoddisfatti, mette in agitazione un’intera cittadinanza e persino le imprese dell’indotto”, scrive il sindaco di Taranto Rinaldo Melucci al ministro Galletti nella nota di accompagnamento alle osservazioni del Comune. “Non si può sorvolare – osserva il primo cittadino non escludendo ricorsi giudiziari, anche in Europa – su di una procedura più volte avvertita come sovraordinata rispetto alle reali esigenze del territorio e della sua comunità e che dopo uno stuolo di decreti al limite degli standard europei si avvia frettolosamente alla sua definizione nell’interesse forse del mercato e di certi creditori, non primariamente di Taranto, il cui Comune è stato relegato ad un ruolo di mero gregario, depauperato di ogni autorevolezza e potere di intervento ovvero dissuasione, non un mirabile esempio di percorso democratico“.

“Non garantiti standard ambientali, possibile infrazione” – Ma il più duro e dettagliato è il documento di Arpa Puglia. Sottolineando che le informazioni fornite da Am Investco sono “insufficienti” e “non esaustive”, l’Agenzia scrive che “svariati interventi impiantistici di ambientalizzazione saranno completati soltanto entro l’agosto 2023” e quindi fino a quella data la nuova proprietà “non può garantire gli standard di tutela ambientale” stabiliti dalle ultime due Aia e dal Piano ambientale approvato con decreto del presidente del Consiglio nel 2014. E, specifica l’Arpa, questi interventi sono “necessari ad adempiere” a quanto stabilito alle direttive europee sull’uso delle migliori tecnologie disponibili, quindi “l’assenza o parziale implementazione può configurare una possibile infrazione a livello comunitario”.

La copertura dei parchi e i rischi dell’altoforno – Dalla documentazione, continua l’Agenzia,  “emerge l’assenza di innovazioni tecnologiche” nella copertura dei parchi minerari minori, nel trattamento delle scorie di acciaieria che prevedono solo “misure tampone”. Eppure migliori tecnologie erano già “inizialmente previste da Ilva in amministrazione straordinaria” e quindi si tratta di una vera e propria “marcia indietro”. E l’Arpa Puglia lancia anche l’allarme per la riattivazione dell’altoforno 5: “Con possibili livelli produttivi superiori a 6 milioni di tonnellate di acciaio, può esporre la popolazione residente nelle vicinanze dell’impianto, nell’area di massimo impatto, ad un rischio cancerogeno inalatorio non accettabile“, in base a quanto già evidenziato nella Valutazione di danno sanitario redatta dalla stessa Arpa, dall’Asl di Taranto e dall’Ares.

Le altre osservazioni – Arpa rileva anche “cumuli di enormi dimensioni” che impediscono la pavimentazione di alcune aree “con conseguente perdurante impatto sul suolo e sottosuolo, la cui rimozione non è prevista in tempi brevi”. E dà pollice verso anche sugli interventi di ambientalizzazione delle cokerie, già prevista dal 2014 e ora “dilatati nel tempo” e ritiene “inopportuno” lo spostamento dell’applicazione di alcuni limiti per gli scarichi al 31 dicembre 2020. Poi la boccia tout court sullo “slopping”, ovvero le emissioni non convogliate dovute ad incidenti all’interno dell’impianto. Per questo tipo di eventi, conosciuti molto bene dalla popolazione tarantina, “nella documentazione presentata da Am Investco non è stata considerata alcuna proposta progettuale finalizzata alla risoluzione”.