Make Europe great again. Che Viktor Orbán fosse un fan di Donald Trump si era capito. La novità è  il primo ministro ungherese sta prendendo spunto dalle mosse del capo della Casa Bianca. Come Trump annunciò di voler fare con il Messico, ora Orbán vuole mettere in conto all’Unione europea la spesa per il muro anti-migranti costruito al confine con Serbia e Croazia. Tutto ciò alla vigilia della sentenza della Corte di giustizia Ue, che il prossimo 6 settembre si pronuncerà sul ricorso presentato da Ungheria e Slovacchia contro il piano di ricollocamento dei richiedenti asilo da Italia e Grecia.

In una conferenza stampa tenutasi 31 agosto, il capo dello staff del governo di Budapest, János Lázár, ha annunciato che l’Ungheria chiederà alla Commissione europea di pagare almeno metà della cifra sostenuta dal paese per la costruzione della barriera, cominciata nel 2015 e costata 800 milioni di euro. La richiesta di Orbán sarà formalizzata in una lettera destinata a Bruxelles al presidente della Commissione Jean-Claude Juncker.

Il rimborso richiesto, dunque, sarà di 400 milioni per 170 km di filo spinato. “L’Ungheria, con i suoi confini fortificati attraverso il muro, la polizia e l’esercito, sta proteggendo tutti i cittadini europei dal flusso di migranti irregolari – ha detto Lázár – il momento che l’Ue aiuti l’Ungheria così come ha fatto con l’Italia, la Grecia e la Bulgaria. Non si possono usare due pesi e due misure”.

Solo il 27 agosto, Donald Trump rilanciava il suo muro anti-migranti, al confine con il Messico. “Essendo il Messico una delle maggiori nazioni criminali al mondo, dobbiamo avere il muro. Il Messico lo pagherà attraverso un rimborso o altro”, ha scritto il presidente Usa su Twitter.

La boutade del premier ungherese Orbán, che l’Ue difficilmente accoglierà, arriva a pochi giorni dalla decisione della Corte di Lussemburgo sul ricorso presentato da Ungheria e Slovacchia, poi appoggiate anche dalla Polonia, sul programma di relocation dei migranti. Due anni fa l’Ue stabiliva che 98.255 richiedenti asilo dovessero essere ricollocati da Italia e Grecia verso altri paesi dell’Unione, con quote stabilite in base a criteri quali il Pil, la popolazione residente, il tasso di disoccupazione e il numero delle protezioni già accordate nei quattro anni precedenti.

Un progetto che ha raggiunto risultati scarsi: in tutto, al 31 agosto, sono stati ricollocati 27.428 migranti, di cui 8.212 dall’Italia e 19.216 dalla Grecia. E questo soprattutto perché i cosiddetti Paesi di Visegrad (Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca) si sono rifiutati di fare la loro parte. Mercoledì i giudici dell’Ue decideranno se il ricorso contro il programma è legittimo o meno, dunque se accogliere oppure no il parere dell’avvocato generale Yves Bot, che ha sollecitato a respingere i ricorsi riconoscendo come la relocation dia un contributo “reale e proporzionato a far sì che Italia e Grecia facciano fronte alle conseguenze della crisi migratoria”.

La sentenza di mercoledì sarà determinante anche per dare un impulso alla revisione del regolamento di Dublino chiesta anche dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, che, tra le altre cose, individua lo Stato responsabile dell’esame di una richiesta di asilo e regola i ricollocamenti. Attualmente la riforma è in stallo proprio per l’opposizione dei Paesi di Visegrad.